Da Baghdad a Kabul, da Gaza a Beirut: la “Nuova Politica Estera”. E chi non ci sta



Mondocane fuorilinea - 23/02/07

di Fulvio Grimaldi

A che genere di uomo appartengo? A quello che prova piacere nell’essere confutato, se dice cosa non vera, e nel confutare se qualcuno non dice il vero, e che, senza dubbio, accetta di essere confutato con un piacere non minore di quello che prova confutando… Niente, difatti, è per l’uomo un male tanto grande quanto una falsa opinione sulle questioni di cui ora stiamo discutendo. Se, dunque, anche tu sostieni di essere un uomo di questo genere, discutiamo pure; altrimenti, se credi sia meglio smettere, lasciamo perdere e chiudiamo il discorso.
(Platone, Gorgia,458)

Dalla fine dell’eurocolonialismo alla controffensiva del colonialismo euro-israelo-statunitense

Furono i governi del compromesso storico e poi di Craxi che riaprirono la vicenda del feroce colonialismo d’accatto italiano, sconfitto insieme a quello europeo, dalle rivoluzioni nazionali, perlopiù laiche e progressiste, in Asia, Africa, Medioriente. Cacciati da Etiopia, Somalia, Eritrea, Libia, dove avevano compiuto efferatezze senza uguali, prima occultate dalla cronaca e poi dalla storia sotto la maschera degli “italiani brava gente”, col maresciallo Graziani che si vantava con Mussolini delle esecuzioni sommarie di decine di migliaia di abissini, gli interessi di rapina del nostro paese si ripresentarono nel dopoguerra con appetiti insoddisfatti e con la nuova metodologia del necolonialismo. Qui, anziché massacrare le popolazioni, al fine di predarne le risorse, si usavano gli strumenti della corruzione delle classi dirigenti, degli scambi ineguali, dei ricatti del debito, della truffa degli “aiuti”. Truffa che raggiunse il culmine della sua sfrontatezza con il famigerato FAI, Fondo Aiuti Italiani, nell’Italia di Craxi, Margherita Boniver e del grande apostolo del FAI, Marco Pannella.

Altri, più dotati e possenti lupi mannari si presentarono sulla scena del Terzo Mondo, ex-colonizzato, con il procedere del Grande Secolo delle rivoluzioni proletarie e nazionali. E l’Italia fu ben presto ridotta al ruolo di comprimaria, se non di comparsa, o addirittura, nella successiva fase militare, di portatore d’acqua in forma di mercenariato. Quando l’accentuarsi della crisi ormai strutturale del modo di produzione capitalistico, irrisolto dal processo neocoloniale planetario detto globalizzazione, fece nuovamente ricorrere le oligarchie occidentali allo strumento dell’aggressione bellica, fatta passare come difesa da un terrorismo a questo scopo autoprodotto, l’Italia, perfettamente bipartisan tra governi di centrodestra e centrosinistra, si allineò con slancio, slancio temperato da fanfaluche umanitarie, alla nuova fase della “guerra preventiva, globale e permanente”. Dando così il suo non irrilevante contributo, non solo ai genocidi di popoli e alla devastazione di paesi e ecosistemi, ma alla corsa della specie umana verso l’apocalisse. Naturalmente, ammantava il suo bellicismo da subalterno strutturale delle candide vesti dei diritti umani e della pacificazione o interposizione, con il paradossale alibi dell’attuazione dell’articolo 11 della Costituzione, comune all’intero arco parlamentare, dall’ossimorico Bossi all’acrobatico giocoliere Bertinotti. Uno Stato infanticida che esalta la Carta dell’Onu in difesa dei bambini.

Inviato di guerra di Paese Sera, prima, e di Lotta Continua poi, avevo frequentato e raccontato la vicenda mediorientale, geostrategicamente da sempre una vicenda di espansionismo israeliano finalizzato alla riconquista occidentale del mondo arabo, sostenuto dagli USA e, con maggiore o minore entusiasmo, dall’Europa. Avevo battuto le strade del Levante dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) all’epopea dei fedayin palestinesi, combattenti del popolo più intensamente e più a lungo seviziato dei nostri tempi, prima dell’olocausto iracheno, dal grande impeto della rinascita araba tra Algeria e Iraq, alla cosiddetta guerra civile libanese (1975-1992), alle guerre di liquidazione dell’Iraq, alle intifade palestinesi, fino all’ennesima invasione israeliana del Libano e alla stupefacente vittoria di Hezbollah.

Le sinistre: ascari e crocerossine tricolori dell’imperialismo

In tutte queste imprese della rivincita colonialista, l’Italia non ha mai rinunciato a fare la sua parte, una parte cogestita allegramente da esponenti di ideologie solo apparentemente contrapposte e in ogni caso mai rappresentative dei bisogni e dei diritti della maggioranza subalterna (la famosa teoria dei “due fantini per lo stesso cavallo” di Gore Vidal, i fantini intercambiabili essendo il Partito Democratico e quello Repubblicano che gestiscono un identico sistema), a volte affiancandosi a sterminatori dal cielo e a invasori e occupanti da terra (Jugoslavia, Somalia, prima e seconda Guerra del Golfo), a volte partecipando a embarghi genocidi (Cuba, Iraq e ancora Jugoslavia), a volte occultando i suoi interventi predatori sotto le insegne dell’Onu. Onu che non ha mai cessato di confermarsi, dalla Guerra di Corea ad oggi, strumento collaborazionista delle avventure belliche imperialiste, o autorizzandole, o conducendole, o legittimandole ex ante o ex post. Così abbiamo potuto assistere all’indecoroso passaggio delle sedicenti sinistre dall’opposizione alla guerra contro l’Iraq, alla riluttanza, rassegnata se non benevolente, sulla guerra all’Afghanistan, all’ardente complicità con l’intervento in Libano. “Progressivi spostamenti del piacere”, fino alla totale identificazione con le Ong, fatte passare per “società civile” o “movimento”, in un coro di salmodianti umanitarismi, nel ricorrente assalto al banchetto dei popoli devastati e affamati, vuoi apripista della colonizzazione alla maniera dei missionari d’antan (e anche di oggi, vedi i frati comboniani e i loro tentativi di riconquistare le posizioni di controllo e reddito – istruzione, sanità, convivenza sociale – perdute in Sudan con la sconfitta del colonialista britannico, suscitando e strumentalizzando questioni etniche, confessionali e sociali), vuoi vivandiere e furieri delle armate occupanti. In ogni caso portatrici di corruzione, traffici immondi (vedi i commerci criminali in Kosovo), alienazione, dipendenza.

Cosa rimarrebbe delle Ong e del loro ben retribuito “volontariato” se non ci fossero le guerre? E’ come la celebrata e opportunamente sepolta Tobin tax, con cui Attac, generosamente finanziata dalle fondazioni neocon Usa, intendeva tassare con qualcosa come uno 0,1% le transazioni finanziarie, per poi convogliare i ricavi ai “poveri del Terzo Mondo”. Alibi ai vampiri della speculazione, incentivo al loro parassitismo.

I media: occultare il progetto strategico frantumandolo in episodi

L’essere stato molte volte sul posto facilita la percezione del disegno strategico che colloca in un unico, ininterrotto progetto di guerra di classe gli apparentemente sconnessi episodi bellici degli ultimi cinquant’anni. Guerra di classe che gli aggrediti subiscono, i loro rappresentanti istituzionali negano e le elite conducono, travestendola via via da guerra al terrorismo, alle dittature, per i diritti umani, o da scontri etnico-confessionali. Quando mi trovavo a riferire dal Libano sul conflitto interno scoppiato nel 1975 e poi risolto dall’invasione israeliana del 1982, prima che il neonato movimento Hezbollah cacciasse occupanti e loro fantocci dal Sudlibano, non c’era voce mediatica che non parlasse di “guerra civile”: stronzi gli uni e stronzi, magari un po’ meno, gli altri. E tale quello scontro, replicato con gli stessi soggetti a partire dal 2006 (la storia non si ripete?), viene universalmente definito ancora oggi. Ciò cui ho assistito, per mesi e anni, tra sparatorie tra milizie cristiane dei detentori del potere (i clan Gemayel e Chamoun) e sterminatrici incursioni israeliane contro la popolazione contadina del Sud, era con ogni evidenza il più classico conflitto di classe. Conflitto tra un’oligarchia proconsolare cristiano-maronita, installata al potere dai colonialisti francesi in ritirata e poi alleata dell’aggressore israeliano, e una massa di diseredati storici, musulmani, a cui l’afflusso dei politicizzati e militanti profughi palestinesi, cacciati dalla Giordania nel Settembre Nero, aveva portato un messaggio di diritti, lotta e liberazione.

Conflitto di classe che, allora come oggi, sarebbe stato perso dai ceti dominanti se in loro soccorso – anche allora sotto la foglia di fico Onu – non fosse accorsa prima Israele, poi la “comunità internazionale” (marines, francesi e bersaglieri) e infine di nuovo Israele. E’ significativa, per scoprire gli intenti occultati dal solito “intervento umanitario e di separazione dei contendenti”, la conclusione di quell’intervento. I contingenti “di pacificazione” impongono ai militanti palestinesi guidati da Arafat, di abbandonare il paese e trasferirsi in esilio in Tunisia e Yemen. Come dettato da Usa e Israele. Pretendendo di fidarsi delle assicurazioni israeliane e delle destre fasciste, secondo cui neanche un capello sarebbe stato torto ai palestinesi nei campi profughi, ormai solo donne, anziani e bambini privati di ogni difesa, i governi della “comunità internazionale” ritirano i propri contingenti, solo per assistere da lontano alla terrificante strage di inermi a Sabra e Shatila, perpetrata dai falangisti dell’ora redivivo Geagea, sotto la supervisione e con l’appoggio logistico di Ariel Sharon. Non è forse la procedura che si pratica quando si tratta delle guerre coloniali e capitaliste con le quali, oltre alla conquista di posizioni geostrategiche e di risorse, si tratta di eliminare modelli sociali più equi, divergenti dal pensiero unico di un protocapitalismo di ritorno, detto liberista ma più feroce che mai? Vietnam, Jugoslavia, Iraq, Cuba, i governi progressisti post-coloniali in Asia, America Latina e Africa, paesi dai diritti sociali posti in cima alle priorità e tutti decapitati da golpe e eversioni pianificate al Pentagono e al Dipartimento di Stato nel nome del pensiero unico.

Nel nome della croce
Il non esserci stati non giustifica il trattamento dissociato con il quale la stragrande maggioranza dei giornalisti italiani presenta questi episodi alla pubblica opinione. Raramente si tratta di ignoranza, o pigrizia. Un
trattamento che, in coloro che invece c’erano e hanno potuto seguire lo snocciolarsi del rosario della riconquista coloniale e dell’assedio Usa-occidentale ai potenziali rivali cinese e russo, è inequivocabilmente segnato da conformismo e malafede, dalla narcotizzazione della propria conoscenza e dalla vendita della propria coscienza. Sono mille anni che l’Occidente cristiano si avventa sulle ricchezze altrui e sulle vie di comunicazione e di scambio che consentono il controllo economico, politico e militare su segmenti determinanti del pianeta. Sono mille anni che nei territori oggi al centro degli interessi occidentali, dove al valore delle rotte e delle posizioni strategiche si è aggiunto quello ancora più vitale del petrolio, gli europei, oggi non più protagonisti, ma forze di rincalzo al seguito di statunitensi e israeliani, compiono stragi orrende e praticano la rapina con scasso e la distruzione. Prima all’insegna della croce, quindi della civiltà e del progresso, finalmente della democrazia, dei diritti umani e, di nuovo, della croce. Chiunque non evidenzi, nella sua comunicazione, l’intreccio in un unico progetto delle conquiste del Santo Sepolcro con lo sterminio dei nativi d’America e con la spedizione dell’Unifil in Libano nel 2006, ciurla nel manico, o obbedisce alle veline del Pentagono e del Mossad, in rappresentanza di oligarchie che, salvo gli scossoni del 1789 in Francia e del 1917 in Russia, non ha mai deflettuto dalla facile costruzione delle proprie ricchezze e del proprio sviluppo sulla pelle di classi lavoratrici domestiche da sfruttare e di popoli da espropriare e, come nel caso di Iraq e Palestina, da sfoltire drasticamente. Dove c’è petrolio, non c’è bisogno di gente. E allora vai con l’uranio.. Il non connettere le tessere del mosaico, ma l’esibirle isolate e distanti l’una dall’altra, non ci fa capire nulla e ci costringe a reazioni imprecise, limitate, contingenti, inefficaci. Così, un pur vasto e motivato movimento pacifista, con la sua parte più dinamica che preferisce definirsi antiguerra, ed è quindi necessariamente antimperialista, si muove contro le spedizioni mercenarie in Iraq e Afghanistan, ma attenua l’opposizione a quest’ultima, pure omologa a quella irachena, con la necessità dell’aiuto umanitario e dell’evoluzione culturale e sociale. Tocca liberare le donne dal burka (dimenticando che le donne il burka se l’erano già tolto quando, negli anni ’80, lì c’era un governo comunista, poi buttato giù da pretoni fanatici ammaestrati e armati dagli Usa). E addirittura, nella sua stragrande maggioranza, esclusa qualche nicchia antagonista e qualche sindacato di base con in testa i sempre più pronti e lucidi Cobas, sostiene, in coro con le Sinistre di governo, la partecipazione alla normalizzazione coloniale del Libano, dipinta di blu Onu, e si dichiara disposta a sostenere anche la frantumazione e ricolonizzazione del neo-petrolifero Sudan. Sudan regolarmente satanizzato con l’ennesima truffa umanitaria del Darfur, ovviamente innescata dal Nord del mondo, con metodologia solo meccanicamente diversa dagli attentati dell’11settembre, da Pearl Harbour, Golfo del Tonchino, “strage di Racak” in Kosovo, “massacri del mercato” di Sarajevo, “armi di distruzione di massa” di Saddam.

Una politica estera “nuova”?
Mentre il governo Prodi-D’Alema-Rutelli-Bertinotti, assegnandosi un ritiro dall’Iraq già deciso dal suo predecessore, proclama una “nuova politica estera” inghirlandata di conferenze di pace e di multilateralismo, in realtà pratica, insieme all’opposizione di destra e dei padrini Usa e Israeliano, il più fervido unilateralismo. Unilateralismo bipartisan all’italiana, pronube un capo dello Stato inciucista e patriottardo, e che va dall’intesa per quella nuova legge elettorale che annulli la democrazia sostanziale con il sistema maggioritario e le liste blindate dai gerarchi, al comune trasporto colonialista ovunque l’impero ordini che si vada a guerreggiare e occupare. Il sostegno mediatico a questa politica è formidabile e nuovamente unipolare. Alle cannoniere delle lobby sioniste-atlantiche dei Lerner, Ferrara, Deaglio, Paolo Mieli, Mimun, Riotta, Feltri, Repubblica, La Stampa e supplenti vari annidati a sinistra, del sion-miracolato ex-lottacontinuista Adriano Sofri, si aggregano, issando vessilli arcobaleno (si ricordi il sublime Bertinotti che, schierato alla parata militare recuperata dal governo Prodi, pensa di nascondersi dietro una spilletta della pace!), i corifei dell’umanitario. Ed è tutto un fiorire di mille cavolate, dalla “riduzione del danno”, a forza di battaglioni frammezzati a cooperanti”, fino ai disinvolti collateralisti, ma pacifisti al tungsteno, tipo Lidia Menapace (ribattezzata acutamente “Menaguerra”), Acli, Arci, Flavio Lotti della Tavola della Pace e rifondaroli vari, dissidenti compresi.

Mi pare che in tutto questo si manifesti soprattutto un degrado, oltrechè politico, morale e culturale, la cui massima espressione rischia di diventare un carattere nazionale: l’impudicizia. Che, come tante virtù e tanti difetti, per sua natura discende per li rami dell’albero comportamentale e cala dall’euforico mescolarsi dei politici da “torta in faccia”, alla vipperia televisiva di seconda e terza fila, all’esibizione a sconosciuti dei propri affari privati con il cellulare (“Amici” insegna), all’orrendo abuso di bambini, istigati da irresponsabili genitori e da pubblicitari tanto beoti quanto cinici alla menzogna e alla frode, in spot pubblicitari per merendine e spazzatura varia.

A ogni Vicenza un covo terrorista
Il 17 febbraio 2007 un popolo escluso e vilipeso, classico “volgo disperso che nome non ha”, si è ripreso nome e spazi marciando contro la trasformazione della città palladiana di Vicenza, con il Dal Molin d’assalto, in base-lupanare Usa per un Settimo Cavalleggeri da ripetizione perenne e globale del genocidio indiano. La risposta del capo del governo è stata, con tono farfugliante ma tocco mussoliniano, “La base si fa e basta”. Mancava che irrigidisse la mascella e proclamasse “noi tireremo dritto”. E se non ha ripetuto “Roma ha da oggi il suo impero”, è forse solo perché il rapporto di subordinazione agli Usa e Israele sta all’asse Roma-Berlino come quello tra Napoleone e un suo qualsivoglia ussaro sta alla coppia Bertinotti-Giordano. Essendo poi oggi politica estera e politica interna inscindibilmente intrecciate nella mondializzazione economico-diplomatico-militare, ecco che dai centocinquantamila manifestanti rimossi di Vicenza, avanguardia di una popolazione, considerata scema ma che per oltre il 60% respinge anche l’intervento “di pace” in Libano, si estrae lo spunto per l’ormai stancamente reiterato rito dell’accostamento tra contestatori della guerra e del potere e una rete di nuovi micidiali brigatisti rossi (10 pagine sul Corriere della Sera), tempestivamente scoperta alla vigilia della manifestazione. Così lo Stato, in rapido scivolamento autoritario, riafferma la contiguità tra conflitto sociale o pacifista e terrorismo, tra sindacati (che prontamente si ritraggono come spaventate tartarughe nel guscio) e bombaroli, tra protesta e violenza. Mentre gli equilibristi della “sinistra radicale” oscillano, sgraziati e affannati, nello sforzo, come scrivono i Cobas, di tenere i piedi nelle due staffe di cavalli che corrono in direzione opposta. Tutto questo è, con chiara evidenza, l’applicazione interna dell’uso che i mandanti delle guerre proprie e altrui fanno a livello internazionale quando collocano ordigni stragisti a giustificazione di aggressioni e repressioni, o quando, con penosa ripetitività, fanno emergere un Bin Laden (defunto nel 2001), un Al Zawahiri, un Al Zarkawi (ucciso dalle bombe in Kurdistan nel 2003), o un altro prodigio Al Qaida quando fallimenti, sconfitte, scandali, proteste di massa, infilano qualche bastone nella ruota del loro planeticidio. La tragedia è che, a dispetto di quarant’anni di stragi di Stato, della progressiva disintegrazione del teorema del “terrorismo islamico”, dell’infinita storia delle provocazioni e infiltrazioni di regime, specie nei momenti più acuti dell’antagonismo sociale e antiguerra, tantissima brava gente continua ad abboccare come pesci alla scintillante esca assassina. E qui grande è la responsabilità di coloro ai quali i non decerebrati dall’intossicazione di massa vorrebbero ricorrere per almeno squarci di informazione seria e onesta. Non ha mandato “il manifesto” Giuliana Sgrena a pompare il ruolo della nostra cooperazione all’ombra dei lagunari S.Marco, senza un accenno al drammatico conflitto politico e sociale in corso in Libano e al ruolo effettivo dell’Italia nel sostegno alla parte sbagliata? Non è stata capace la giornalista rapita in Iraq – e dalla quale tuttora ci attendiamo qualche verità sul famoso “quarto uomo” che tutti davano per presente nella macchina con Calipari al momento dell’imboscata Usa – di scrivere ben due articoli dall’Afghanistan citando, dei suoi intervistati, esclusivamente coloro, tra gli afgani, che auspicavano la permanenza delle truppe occupanti, seppure addolcite da una panoplia cooperante, a fini “della nostra sicurezza”? Non convalida “il manifesto” perennemente il paradigma israelo-atlantico di Al Qaida, dando al mostro virtuale creato nei laboratori Cia di Langley la patente di un’autentica, seppure criminale, espressione della collera araba e musulmana? Non oppone “il manifesto” alla dilagante presa di coscienza sulla sbrindellata versione ufficiale dell’11 settembre, portata avanti da un esercito di scienziati, tecnici, testimoni, sopravvissuti, congiunti, bordate di accuse di “complottiamo” e “paranoica dietrologia”?

Da Gladio all’Unifil
E’ l’Italia di Gladio, della P2, delle BR infiltrate dai servizi occidentali, della strategia della tensione ricavata dai manuali di controinsurrezione Usa degli anni ’50, di Ustica, del fucilatore di Calipari, Lozano, della Moby Prince incenerita mentre copriva trasbordi di armamenti Usa, del Cermis impunito e sbeffeggiato, dei voli pirata della Cia, di Abu Omar sequestrato e torturato, delle basi Usa e Nato che sfregiano tutto il paese, delle 90 e passa bombe nucleari statunitensi (ognuna 12 volte quella di Hiroshima), dei 45 militari italiani uccisi dall’uranio dei nostri alleati e dei quasi 600 che rischiano di seguirli, senza contare le decine di migliaia di civili e generazioni successive nei paesi dai noi “liberati”, è questa l’Italia che si è imbarcata per il Libano. E l’Italia che, con la “nuova politica estera” del premiato bombardiere jugoslavo, D’Alema, aumenta del 13% le spese militari, acquista i più funesti cacciabombardieri Usa, F-35, e taglia scuole, sanità, pensioni, ricerca, ambiente: 22 miliardi di euro (da raddoppiare in corso d’opera) per lo squarcio della TAV da viaggi manageriali, mentre l’Alitalia di un presidente bancarottiere viene fatta annegare in un miliardo di debiti per poterla vendere sottocosto agli amici. Un’Italia benedetta da Bush e Olmert, nonché dal loro famiglio, Fuad Siniora, premier del Libano, imbarcata a esecuzione di una risoluzione Onu 1701 che, oltre ad attribuire l’inizio di una guerra, discussa e preparata tra Washington e Tel Aviv da almeno due anni, al falso della cattura di soldati di Tsahal in territorio israeliano, ordina il disarmo di Hezbollah e dei militanti palestinesi. E questo nel momento in cui gli Usa mettono in piedi una superarmata guardia pretoriana per Siniora e israeliani neo-Nato e tedeschi pattugliano congiunti le acque territoriali “sovrane” del Libano. Il quadro mediorientale è da mezzo secolo segnato dalla strategia di Israele e Usa (tra i quali non è facile indicare chi tenga in mano il joy-stick) finalizzata a impedire la rinascita della nazione araba e, anzi, a frantumare gli Stati esistenti in irrilevanti e impotenti particolarità etnico-confessionali. Ne parleremo più diffusamente esaminando, nel capitolo Iraq, i dossier dei vertici israeliani che illustrano tale strategia fin dagli anni ’80. In questo scenario, che già vede Usa e Israele saldamente installati, gli uni in tutto Iraq e negli Stati-clienti tra Marocco e emirati del Golfo, e gli altri soprattutto in quel Kurdistan iracheno, gestito da Jalal Talabani (ora incredibilmente presidente iracheno) e Massud Barzani, due signori della guerra narcotrafficanti, donde, con la riattivazione dell’oleodotto Kirkuk-Haifa, a suo tempo negata da Saddam Hussein a Rumsfeld (1982), Israele conta di risolvere la sua pesantissima carenza di combustibile. E’ chiaramente alla luce di questo piano per il cosiddetto “Nuovo Medio Oriente” che ai due lati del blocco continentale tra Mediterraneo e Oceano Indiano si è andata ammassando, a partire dal pretesto libanese, la più grande armata aeronavale costituitasi dalla Seconda Guerra Mondiale. Per disarmare Hezbollah e difendere il quisling libanese? Sarebbe come lanciare un Tomahawk sul baracchino di datteri della Corniche beirutina. In previsione dello scontro decisivo con l’Iran, con il quale attualmente prevale il coordinamento per lo squartamento dell’Iraq e la liquidazione della Resistenza, la tenaglia è pronta a chiudersi da un lato sulla Siria, dall’altro sulla Somalia, se ascari etiopici e governanti fantocci non ce la facessero a domare il paese. Senza contare che dall’Oceano Indiano, straripante di portaerei e di mezzi da sbarco, è cosa da poco arrivare sia in Afghanistan, sia in Sudan.

Ricordare Stefano Chiarini, ascoltare Gianni Vattimo
Nel “manifesto”, all’insostituibile rivelatore delle verità mediorientali, Stefano Chiarini, si è andata sostituendo Giuliana Sgrena. Sarà difficile sapere dall’unico organo d’informazione cartaceo che salvaguarda spazi di critica, come vanno le cose in Medio Oriente. Verremo bersagliati da “terrorismi”, “integralismi”, vittimismi, pietismi e tutti i cliché dell’armamentario propagandistico dell’eurocentrismo. Spunteranno coloro che, come l’ex-direttore, Barenghi, poi conseguentemente reclutato da La Stampa, sentenzieranno che “sono meglio i marines dei tagliatori di testa” (trascurando che entrambi escono dalla stessa covata). Sarà una gran nebbia. Dovremo affannarci a trovare fonti alternative come, del resto, Internet ce ne offre in valida quantità. Dopo la grande dimostrazione di forza di Vicenza, che in qualche modo riunisce in un tessuto di resistenza le ormai derappresentate e autonome sofferenze e lotte di cittadinanze aggredite da uno “sviluppo” tanto autoritario quanto necrogeno, è risultato evidente che, a esclusione di un ceto politico e imprenditoriale autoperpetuantesi in forme apparentemente diverse, bicefale, la maggioranza degli italiani, consapevoli o rincitrulliti, è stata privata della parola. Si sono chiusi i canali attraverso i quali le varie espressioni della volontà popolare, nella tanto celebrata ma ormai accantonata democrazia rappresentativa, prendevano corpo nella dialettica e nel processo decisionale politico e parlamentare. Visto che, come insiste Gianni Vattimo (vedi il suo libro “Ecce Comu”), il nostro “continente è troppo stanco…il vero proletariato mondiale che potrà cambiare il mondo è quello del Terzo Mondo…”, l’impegno dei volenterosi dovrebbe essere sostenere quel proletariato d’oltremare. La globalizzazione imperialista ha unito in misura indissolubile il suo destino al nostro. E quell’impegno è inevitabilmente la lotta di massa contro la guerra e, in primis, la lotta per una vera informazione. Soprattutto su quello che vogliono farci passare per nostro nemico.

La settimana dei miracoli
I miracoli di una settimana epocale li ha sintetizzati il solito, acuto e vetriolico vignettista Vauro con una vignetta che, all’indomani della caduta del governo sulla politica estera atlantico-israelo-continuista di Massimo D’Alema, a un Prodi tutto ammaccato metteva in bocca il fumetto veni, vidi…Vicenza! Il messaggio era chiaro: se il governo della guerra all’Afghanistan, della spedizione coloniale in Libano, delle basi Usa e italiane (Nato) moltiplicate da Vicenza a Sigonella, da Aviano a Taranto, da Camp Darby a Quirra e alla Maddalena (dove il governatore Soru, cacciati gli Usa, s’è visto installare la marina italiana), dell’acquisto di bombardieri nucleari, dell’aumento esponenziale delle spese militari, al Senato è andato sotto, nonostante i voltagabbana girellisti della “dissidenza” bertinottiana, se almeno due senatori (PRC e Comunisti-Verdi) non se la sono sentita di avallare ulteriori carneficine mascherate da pacificazione, il massimo merito va a quel movimento che a Vicenza, il 17 febbraio, appena quattro giorni prima, aveva lanciato al mondo il NO della stragrande maggioranza degli italiani. Coloro che non si sono fatti blandire dalla “nuova politica estera” di uno sprezzante ometto con i baffi e la barca, che aveva disinvoltamente bombardato e frantumato la Jugoslavia, intessuto rapporti amorosi con la peggiore feccia guerrafondaia spuntata in America dai tempi di Cortez e Pizarro - prima l’Albright, poi Condoleezza, pensate che gusti! - sostenuto l’espansione della Nato a detrimento della sovranità e incolumità dei popoli di mezzo mondo, da Vicenza avevano ricavato quel di più di spina dorsale che gli ha permesso di resistere all’eterno ricatto del “peggio a venire”, nel nome del quale storicamente si fa passare il peggio del peggio. E’ vero che alla caduta di Prodi hanno contribuito astenendosi, con intenti opposti agli antiguerra, tre senatori a vita, immarcescibili arnesi della Prima Repubblica democristiana, scampati a Manipulite e a quelli che sarebbero stati, in altri tempi, i tribunali del popolo. Tre reperti da sempre impegnati (ora con Rutelli e Casini) a ricostituire l’assetto parrocchial-atlantico della celebrata greppia dei forchettoni, magari passando sui cadaveri di Moro, Giorgiana Masi, Francesco Lo Russo e dello stesso Berlinguer morto di crepacuore, pur sotto “l’ombrello Nato” da lui preferito. Andreotti per il Vaticano (e per la mafia?), Cossiga per massoneria, Gladio, P2, per i servizi israelo-atlantici, conclamati amici suoi, e per chi più ne trova negli istituti di criminologia, più ne metta, Pininfarina per la Confindustria e il suo ricupero del padronato delle ferriere. Tutti e tre con la benevola istigazione dell’alto sacerdote dell’inciucio perpetuo, il già paradossalmente battezzato “migliorista” che conciona dal Quirinale. Nel breve periodo, l’avranno vinta. Però la nebbia si è diradata e il confronto – padroni-tutti gli altri – è meno ambiguo di quando si erano messi di mezzo i cerchiobiottisti di una sinistra rinnegata e opportunista, in ansia bulimica di potere costi quel che costi. Pure qualche centinaio di migliaia di ammazzati in giro per il mondo.

I prodromi alla Al Qaida
Ce l’aveva messa tutta, berlusconianamente e bushianamente, il governo di centrosinistra per neutralizzare il primo miracolo, l’esplosione di popolo a Vicenza, ben conscio che ne sarebbe seguito il secondo, quando almeno due parlamentari di questa repubblica dell’inciucio ontologico e del servilismo cronico e coatto si sarebbero rifiutati di assumere sulla propria coscienza altre decine di migliaia di corpi sminuzzati dai bombardieri e dai torturatori del nuovo colonialismo. La manovra partiva da lontano, dagli stadi, l’ambiente più facile da provocare e criminalizzare. I fatti di Catania, con la morte di un ispettore di Polizia, secondo i più attenti causati, non dall’invisibile sprangata di un tifoso, ma da un candelotto lacrimogeno generatore esattamente delle misure e degli effetti riscontrati nell’autopsia, avevano dato il via alla demonizzazione delle folle arrabbiate in generale e dei giovani in particolare. Soprattutto avevano agevolato il passaggio delle solite misure d’emergenza, destinate alla repressione sociale della prevedibile insubordinazione degli sfruttati, che dal Reale degli anni ’70 al Pisanu del G8 di Genova e all’Amato degli allarmi terroristici, aveva visto ministri degli interni soddisfare la richiesta delle classi dirigenti di predisporre gogne e ceppi per chi si azzardava addirittura soltanto a praticare un “linguaggio violento”. La trionfante Austerlitz dei marescialli Prodi-Amato, che avrebbe dovuto condurre alla Waterloo del movimento, venne poi con la vicenda, puntuale come le balsamiche emersioni di Al Qaida nei frangenti delle tempeste su Bush, con la menzionata scoperta della rete di nuovi brigatisti rossi, con l’ampiamente sospetto cretino proclamatosi “prigioniero politico”, con la criminalizzazione di pezzi di sindacato non addomesticati, con l’arresto di quattro pacifici militanti perché, usando appunto “linguaggio violento” (terrorista è chi bombarda), affiggevano manifesti contro quell’operazione tipo Valpreda. Una storia italiana, con la ripetitività e l’ottusità delle commedie all’italiana edizione Banfi o Boldi.

Quanto misurasse la distanza tra governanti e governati, dopo appena nove mesi di delusioni sparse ininterrottamente da un regime antipopolare, prono a Confindustria, alla più reazionaria delle gerarchie cattoliche e alla più sanguinaria alleanza militare di ogni tempo, lo si deduce dall’inanità di questi tentativi eversivi e dall’incontaminata forza del popolo manifestatosi a Vicenza. Una distanza siderale resa ancora più evidente dall’illusione di quel ministro della spocchia che, mai negata la promessa dell’omologo della Difesa che si sarebbe rimasti in Afghanistan fino al 2011 (fino alla riduzione a metà degli afgani?), esponendo in parlamento la sua politica estera di guerra e di servizio, ancora contava di addomesticare quel popolo di Vicenza e del mondo, nonché i suoi sparuti rappresentanti nel Palazzo, con i pasticcini della “maggiore cooperazione “ (“Non uccideteci, non aiutateci!” si leggeva a Beirut) e con il tè di una “conferenza internazionale di pace”. Conferenza che i padroni d’oltreatlantico, a onore della Nuova Politica Estera Italiana, avevano accolto a pernacchie. C’era da ricordare la mistificante “conferenza di pace” che lo stesso baffetto allestì a Roma nel luglio 2006, nell’indulgente indifferenza degli altri vampiri impegnati a permettere a Israele di sbranare il Libano, con l’unico risultato di ritardare un ordine di tregua dell’Onu. Ritardo voluto perché l’aggressore completasse l’opera, tregua poi arrivata per salvare la sesta potenza militare del mondo dalla disfatta totale.

Pacifinti fuorigioco
I nove mesi di travaglio del governo Prodi avevano partorito a Vicenza un’idra a tante teste, due delle quali, appunto, spuntarono al Senato. Altre teste del movimento, però, erano appassite, anche per merito dell’ostinato e tracotante solipsismo del capo del governo. Erano le teste floreali di un settore del movimento che, avendo tentato da anni di iniettare nel corpo della protesta antiguerra il narcotico delle compatibilità, del “realismo”, della “riduzione del danno”, di una nonviolenza quasi metafisica e, comunque, limitata a coloro che, stando sotto, subiscono, si era appeso all’Onu (che intanto massacrava contadini e oppositori a Haiti), a un fantasioso “monitoraggio” parlamentare sull’Afghanistan con spruzzi di prezzemolo “civile”, alla “svolta” Onu in Libano. Va a merito dei Cobas, piccolo, combattivo sindacato, certamente il più rappresentativo fuori dalla Triplice, aver tenuto botta nel corso di questa vera e propria manovra di accerchiamento, con i bombardieri in alto e le crocerossine in basso. Altri gruppi del cosiddetto antagonismo si apprestavano a fare giri di valzer elettoral-amministrativi con addirittura i massimi e più pervicaci protagonisti dell’atlantosionismo e di una politica sociale di fuffa, fuori, e nerbo di bue dentro, oppure appendevano la propria sterilità all’auspicio di immaginarie contrapposizioni interimperialiste (conventicole romane al traino del sindaco Veltroni, poi premiate dal prefisso telefonico cittadino alle elezioni), e tavole della pace, boss sindacali e associativi, pacifisti dalla capsula di tritolo nel sorriso. I Cobas e pochi altri, invece, non defletterono da quella coerenza che in Italia va di moda come le buone maniere a Guantanamo. C’erano, in quattro gatti, ma c’erano. Alla contromanifestazione del 2 giugno rimilitarizzato da Prodi, al primo voto sull’Afghanistan da ridurre all’ordine e al silenzio dei cimiteri, all’altro voto sulla truffa libanese. E a chi li avvertiva che mettersi contro il “governo amico” avrebbe portato danno e isolamento, Vicenza ha dato la risposta più adeguata.

La sera dopo la debacle di un governo che in arroganza ha perfino superato i cialtroneschi parvenue del berlusconismo, era divertente seguire gli spettacolini televisivi. Con quel Franco Giordano, segretario del PRC che “comanda” dal sottoscala di Villa Bertinotti, che trasudava bile verde contro un compassato senatore Fernando Rossi il quale, non avendo votato, si era attenuto alla sua coscienza, al suo impegno pubblico, ma anche al manuale elettorale dell’Unione. Quel Giordano che poi dovette ammutolire quando, euforici e beffardi, i corvi della Casa delle Libertà gli chiedevano ragione della surreale aporia di un segretario che manifesta a Vicenza contro la base voluta dal suo governo e, al governo, spara a palle incatenate contro chi in parlamento da corpo alla volontà espressa a Vicenza. Analoga figura, se si può ancora più imbarazzante per schiamazzi e scioccherie, la faceva una scarmigliata Manuela Palermi, PdCI, lanciando invettive che richiamavano lo storico e scicchissimo “Rossi stronzo!” urlato nelle elette stanze del Senato. Comunisti?

Nei giorni dopo l’ultrameritato tonfo della maggioranza di guerra, la canea, i vituperi, gli anatemi contro la punta d’iceberg dell’onestà e del valore della migliore Italia, spuntata al Senato, si sarebbero intensificati e moltiplicati, quasi fosse lo sterminio bombarolo di Falluja. Mentre scrivo, non so chi tra i macigni che piovono e fili di yerba buena che crescono, avrà la meglio. Alla lunga sicuramente l’erba, come vuole natura. Intanto, dal 17 febbraio 2007, non solo il monarchico governo di Prodi, ma tutta una classe politica che, per starsene in poltrona e alla buvette, s’è venduta a chierici, mafia, massoni, tagliateste, i nostri diritti, perfino la nostra sovranità, sono nudi. E se in Libano dovessero osare di fare quello per cui, mimetizzati in blù, ci sono andati, le strapperanno anche la pelle. Dite che tornerà Berlusconi? Vicenza liberata e antiguerra raddoppierà. E non ce ne sarà per nessuno.

Dedica ai “nostri ragazzi”
Ai professionisti della guerra che scelgono, sia per ottemperare alla consegna che oggi più si è belluini e più si è bravi, sia per estrarsi da una condizione di irrisolvibile precariato ed emarginazione senza futuro, di arruolarsi sotto le insegne di un articolo 11 della Costituzione pervertito nel suo contrario, cito quanto ho letto sotto un monumento ai caduti nel mio paese: “Nel bronzo dei cannoni tolti al nemico, Roma consacra eterna la gloria dei suoi figli morti per la patria. Seguono 60 nomi, età media 20 anni. In mille paesi e città del nostro paese sono passato sotto monumenti e scritte analoghe. Qualcuno celebra lì sotto con un sindaco, un parroco, un ministro e una corona di fiori, ogni 4 novembre. Quanti percepiscono l’orrore di quelle parole tronfie e truffaldine, scaricate sulle ossa di una generazione sacrificata ai crimini ontologici delle oligarchie dominanti? Quanti sanno che l’Italia fu mandata in guerra, nascondendole la già ottenuta cessione di Trento e Trieste, pur di lanciare il capitalismo avanzante famelico sui cingoli dei mezzi di distruzione e morte? Quanti ricordano che, nella ripetizione delle carneficine successive, la nostra unica lucidità di massa, il nostro unico riscatto in millenni, fu la lotta per la liberazione, per la pace e per una rivoluzione poi tradita? Quanti capiscono che oggi, come allora, giovani vanno a morire e ad ammazzare perché la stessa classe possa continuare ad arricchirsi, accecandoci al tempo stesso di ignoranza e di paura?

Fulvio Grimaldi