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[Nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 50
- Subject: [Nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 50
- From: Centro di ricerca per la pace Centro di ricerca per la pace <centropacevt at gmail.com>
- Date: Fri, 5 Jun 2026 06:53:03 +0200
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 50 del 5 giugno 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. Neanche dinanzi ai corpi bruciati
2. Enrico Peyretti: Due giugno, nell'80esimo della Repubblica non militare ma costituzionale
3. Una campagna per la difesa civile non armata e nonviolenta
4. Raccogliere le fotografie di Vito Ferrante per preservarne la memoria e proseguirne l'impegno
5. Maria Grazia Giannichedda: Franca Ongaro Basaglia
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. NEANCHE DINANZI AI CORPI BRUCIATI
Neanche dinanzi ai corpi bruciati vivi di esseri umani ridotti in schiavitu' i razzisti riescono a trovare la dignita' di tacere.
Schiavitu' e razzismo sono due volti della stessa medaglia: se in Italia non vi fosse un regime razzista che nega i piu' fondamentali diritti umani a tanti esseri umani cui la Costituzione della repubblica italiana invece ovviamente tutti li riconosce, ebbene, non vi sarebbe schiavitu', non vi sarebbero orrori come questo che ogni persona senziente e pensante interpella.
Abolire la schiavitu'.
Abolire il razzismo.
Salvare tutte le vite.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Nonviolenza o barbarie.
2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: DUE GIUGNO, NELL'80ESIMO DELLA REPUBBLICA NON MILITARE MA COSTITUZIONALE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti, uno dei maestri della cultura della pace, per questo intervento]
Mi sono sacrificato per vedere coi miei occhi tutta la parata militare ufficiale, e ho rinunciato a guardare la festa del 2 giugno, quella promossa da Avvenire, senza esibizione di armi, come parte di un processo di cambiamento per tornare alle radici della Costituzione.
Che pena! E' la festa dell'Italia, nell'ottantesimo compleanno della Repubblica e dell'Assemblea Costituente, e si fa la sfilata delle armi, contro molte proteste che da anni salgono dal Paese. Ancora in questo anno insanguinato di guerre, e di armi piu' tremende e piu' vergognose sanguisughe!
Sfilata grandiosa: migliaia di persone, abiti, attrezzi, mezzi certamente molto costosi: droni, robot, altre nere novita', certamente di "difesa" omicida! Molti soldati portano grossi fucili imbracciati come si porta un bambino, e sembrano pronti ad usarli. Perche' i fucili ammazzatori, in una festa che sarebbe di vita?
Passano inquadrati geometricamente, tutti vestiti uguali ("uniforme" si chiama, non per nulla), uguale il passo, e viene in mente Kant che qualifica i soldati come strumenti usati dai re per uccidere ed essere uccisi, cioe' privati della inviolabile dignita' umana, che e' l'azione piu' immorale che si possa compiere. Sono numeri, hanno la faccia dura (ma non e' una festa?) e quando passano davanti alle autorita', ministri e Presidente, fanno un grido che non comprendo, duro e secco come uno sparo. La parola "slogan", in qualche lingua nordica, vuol dire grido di guerra.
La gentile commentatrice in voce, insieme ad un generale, qualifica ogni gruppo come "stormo": non lo sapevo. Sono piu' belli gli stormi di uccelli, che da qui scappano. Ed ogni stormo e' aperto da una "bandiera di guerra". Passa addirittura un reparto vestito con le divise della prima guerra mondiale! Abbiamo qualcosa di degno da ricordare - se non la crudelta' di Cadorna - di quella guerra criminale, che si doveva evitare? Io da ragazzo ho conosciuto un vecchio contadino – Michele della fattoria degli Orsi, a Bagnone - reduce da quella guerra: nella decimazione punitiva, era stato contato col nove, e il decimo accanto a lui fu fucilato dai suoi stessi compatrioti, obbligati e obbedienti: un caso su molti (https://it.wikipedia.org/wiki/Decimazione). Nella parata militare di oggi non e' stato ricordato, e neppure tutti gli altri. Non erano andati volontari.
Certo, nella parata ci sono anche le crocerossine: il sistema ammazza e poi cura. Ci sono i cappellani militari, per fortuna non in divisa ma in talare, in piedi sulla jeep. Un vescovo sul palco sorride.
Poi, le frecce tricolore, due volte. A Torino, pochi anni fa, per un incidente, uno di questi aerei uccise una bambina a passeggio coi genitori. Doveva, allora come oggi, bruciare per la patria carburante costoso?
Se proprio vogliamo, tra le guerre italiane c'e' stata anche la Resistenza, che proprio solo guerra non fu, ma un moto anche disarmato contro fascismo e guerra: non un esercito obbligante, ma un movimento di risveglio umano e civile. Nella parata militare di oggi due giugno, la Resistenza non e' stata ricordata.
La guerra, ieri come oggi, e' un cancro nella testa e nelle tasche dei potenti. Facciamo un altro piu' grande Due Giugno, per estirpare il peggiore dei virus.
3. REPETITA IUVANT. UNA CAMPAGNA PER LA DIFESA CIVILE NON ARMATA E NONVIOLENTA
E' possibile firmare per la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare "Istituzione e modalita' di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta".
Per tutte le informazioni e per aderire all'iniziativa: www.difesacivilenonviolenta.org
4. INIZIATIVE. RACCOGLIERE LE FOTOGRAFIE DI VITO FERRANTE PER PRESERVARNE LA MEMORIA E PROSEGUIRNE L'IMPEGNO
Carissime e carissimi,
come forse gia' saprete l'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (in sigla: Afesopsit) intende raccogliere le fotografie e le registrazioni video e audio di Vito Ferrante, che ci ha lasciato il 29 aprile scorso e che tutte e tutti ricordate come straordinario costruttore di pace e di solidarieta'.
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La raccolta delle fotografie e delle registrazioni video e audio (oltre naturalmente alla documentazione di altro genere, a cominciare dalle testimonianze apparse sulla stampa, sui social o ancora inedite) servita' a ricostruire meglio il lungo cammino di pace e di solidarieta' di Vito, ed in prospettiva si potra' anche allestire una mostra, una pubblicazione, un convegno, un sito internet, un archivio, che saranno a disposizione di tutte le persone e di tutte le associazioni e le istituzioni democratiche interessate a conoscere e proseguire le esperienze di solidarieta' di cui Vito e' stato ideatore, realizzatore, animatore.
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Tutte le persone, le esperienze della societa' civile e le istituzioni pubbliche che hanno conservato fotografie, registrazioni ed ogni sorta di documenti utili riguardanti Vito e la sua azione sono pregate di farne pervenire copia ad Antonella e Francesco all'indirizzo di posta elettronica: info at ilboschettodeicorbezzoli.it
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Grazie di cuore da
le amiche e gli amici di Vito Ferrante, sostenitrici e sostenitori dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia"
Viterbo, 4 giugno 2026
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Post scriptum: come e' noto l'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" si incontra ogni sabato presso la "Fattoria di Alice"; dopo il pranzo in comune vi e' l'occasione per conversare insieme.
Nel corso delle ultime settimane in ricordo di Vito Ferrante si sono tenuti degli incontri di riflessione in cui tra l'altro si e' ragionato su come si parla in pubblico; si e' parlato con soave leggerezza e con impegno sincero di sentimenti e valori profondi; si sono ricordate alcune donne che giustamente sono considerate grandi testimoni dell'umanita' come Rosa Luxemburg, Virginia Woof, Simone Weil, Hannah Arendt, Franca ongaro Basaglia, Mahsa Amini ed altre ancora; ed e' intenzione comune di realizzare prossimamente un incontro di scrittura come quello in cui lo scorso anno vennero scritte le liriche dedicate ad Alfio Pannega da cui poi con un lavoro collettivo di sintesi fu ricavata l'epigrafe che verra' scritta sulla lapide che dovrebbe essere collocata tra qualche mese sulla casa di Alfio a Valle Faul.
Alleghiamo in calce, a titolo d'esempio, uno schema di un ragionamento svolto nel corso dell'incontro di sabato 16 maggio e un riassunto di un'attivita' svolta sabato 23 maggio.
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Allegato primo: uno schema di un ragionamento svolto nel corso dell'incontro di sabato 16 maggio: "come si parla in pubblico senza farsi del male"
1. Parlare e ascoltare e' l'attivita' delle persone che si incontrano e si riconoscono reciprocamente la dignita' di esseri umani, quindi:
- piu' parli tu e meno possono parlare gli altri: parla poco, ascolta molto;
- concentrati sull'essenziale: di' solo le cose di cui sei sicuro e che ti sembrano importanti sia per te che per chi ti ascolta;
- rispetta gli altri, se tu rispetti gli altri, e' piu' probabile che gli altri rispetteranno te;
- quando c'e' un'incomprensione:
a) non dire "Non hai capito", di' "Forse non mi sono espresso bene";
b) non dire "Non si capisce niente di quello che dici", di' "Forse non ho capito bene";
c) non dire "Tu dici solo sciocchezze", di' "Credo di non essere d'accordo su alcune cose che hai detto".
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2. La comunicazione e' un'attivita' umana, che coinvolge tutta la persona:
- la parola
- l'intonazione
- il volto
- il corpo e la sua postura
- i gesti
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3. La comunicazione e' un'azione complessa, composta da molti elementi:
- il messaggio
- l'emittente
- il ricevente
- il canale
- il codice
- il feedback
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4. Un messaggio si compone sempre di tre elementi:
- il contenuto
- la forma
- la relazione
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5. Parlare lentamente (si ha piu' tempo per pensare e si da' a chi ascolta piu' tempo per capire)
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6. Respirare regolarmente (favorisce il controllo delle emozioni)
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7. guardare negli occhi la persona o le persone alle quali si parla (e' l'unico modo per accorgersi se quello che si dice e' comprensibile)
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8. Ricordarsi che la voce e' uno strumento musicale: occorre suonarlo bene
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9. Le tecniche della retorica classica
- inventio = trovare, ideare le cose da dire (bisogna avere qualcosa da dire)
- dispositio = la disposizione, l'architettura del discorso (un discorso deve avere un inizio, uno svolgimento e una fine)
- elocutio = l'abbellimento del discorso (se un discorso e' brutto e noioso, sembra anche sbagliato)
- memoria = ricordarsi le cose (occorre ricordare cosa si vuol dire; la memoria va tenuta in allenamento)
- actio = agire, ovvero recitare il discorso (un discorso in pubblico e' una "rappresentazione", ovvero richiede una "esecuzione" come se si fosse degli artisti della voce e del movimento del corpo, ovvero dei cantanti e degli attori)
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10. Rispettare chi ci ascolta, adeguare il nostro modo di parlare affinche' sia comprensibile, e soprattutto non alzare la voce e non dare ordini, non interrompere mai chi sta parlando, non dire mai parolacce, non offendere mai le persone: chi ci ascolta permette che le nostre parole entrino nelle sue orecchie, quindi stiamo attenti a non insozzarle con il turpiloquio e con le offese.
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Allegato secondo: un riassunto di un'attivita' svolta sabato 23 maggio: "Un gioco giocato nell'incontro del 23 maggio 2026"
Nell'incontro del 23 maggio 2026 abbiamo giocato un gioco basato sulla fiducia e sull'ascolto reciproco.
La descrizione riassuntiva che segue e' stata messa per iscritto da una delle persone partecipanti solo diversi giorni dopo, sulla base di quello che ancora ricordava (e' probabile che altre persone ricordino cose diverse).
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Stando seduti in cerchio (piu' o meno), e parlando a turno facendo il giro, ogni persona ha detto cosa pensava riguardo a una domanda, mentre le altre persone la ascoltavano in silenzio, con attenzione, senza interromperla e senza commentare le sue idee.
Ogni persona era libera di esprimersi come preferiva, di esprimere un sentimento profondo o di dare una risposta spiritosa o di "passare" (cioe' non rispondere).
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1. Nel primo giro, la domanda era: tre ragioni per cui vale la pena vivere
Tra le risposte (che qui si sintetizzano, ma che erano ampie e argomentate, con profondita' di ragionamento e commozione):
- le nostre relazioni umane, le persone che contano per noi
- la bellezza del mondo e della vita
- le esperienze significative che abbiamo fatto (viaggi, incontri...)
- il desiderio di fare il bene
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2. Nel secondo giro, la domanda era: tre cose che proprio non sopporto
Tra le risposte (che qui si sintetizzano, ma che erano ampie e argomentate, con profondita' di ragionamento e commozione):
- l'arroganza, la prepotenza
- l'indifferenza di fronte al dolore degli altri
- non essere ascoltati, non essere rispettati, non essere riconosciuti come persone
- la guerra e tutte le violenze
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3. Nel terzo giro, la domanda era: tre significati di questo gioco
Tra le risposte (che qui si sintetizzano, ma che erano ampie e argomentate, con profondita' di ragionamento e commozione):
- Ascoltarci
- Comprenderci
- Dire liberamente le cose che vogliamo dire
- Provare a parlarci senza essere fraintesi
- Poter dire cose che ci stanno a cuore
- prestare attenzione alle parole e ai sentimenti delle altre persone
5. MAESTRE. MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA: FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Riproponiamo dal Dizionario biografico degli italiani (2016), nel sito www.treccani.it]
Franca Ongaro Basaglia nacque a Venezia il 5 settembre 1928, seconda di quattro figli: Alberto, il maggiore, Cecilia e Luisa. La madre, Carolina Trevisan, faceva la casalinga, il padre Agostino, che lavorava a Murano nell'amministrazione delle fabbriche di perle di vetro, mori' nel 1945, quando Franca faceva l'ultimo anno al liceo classico Foscarini. Dovette, dunque, rinunciare all'universita' e ando' a lavorare come segretaria in una societa' di impianti elettrici, la Sade. Sempre in quell'anno, Franca Ongaro conobbe Franco Basaglia, che aveva 21 anni, studiava medicina a Padova ed era diventato amico di suo fratello Alberto nei mesi passati in carcere, accusati entrambi di attivita' antifascista.
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Alla radice
Franca Ongaro e Franco Basaglia si sposarono nel 1953 e nel giro di pochi anni ebbero due figli, Enrico nel 1954 e l'anno successivo Alberta. Vivevano tra Venezia e Padova: Basaglia lavorava come assistente nella clinica neuropsichiatrica dell'universita' di Padova, Franca si occupava dei figli, coltivava la passione per la letteratura e seguiva il percorso di suo marito nella filosofia e nella psichiatria fenomenologica. Erano interessi non facili da coltivare in una clinica il cui cattedratico, Giovanni Battista Belloni, seguiva l'organicismo dominante nella psichiatria italiana dell'epoca. Erano anche interessi inusuali, condivisi con gli amici piu' vicini: il regalo dei testimoni di nozze Hrayr e Giuliana Terzian erano state le opere complete di Jean-Paul Sartre in francese. L'immagine di Franca Ongaro e Franco Basaglia in quegli anni era quella di una giovane coppia borghese che cercava di andare oltre le regole – si erano sposati in chiesa, ad esempio, ma non avevano battezzato i figli, con grande disappunto della madre di Franca – e oltre i ruoli codificati: Ongaro scrisse piu' tardi pagine molto acute sulle difficolta' del rapporto privato uomo-donna in quella fase di mutamenti sociali ancora sottotraccia, e sul rischio, per la donna, di ritrovarsi "relegata a preparare il latte caldo ai rivoluzionari" (Confessione sbagliata, 1968, in F. Ongaro, Una voce. Riflessioni sulla donna, Milano 1982, p. 133). Intanto scriveva racconti per bambini, alcuni pubblicati dal Corriere dei Piccoli a cui collaboravano suo fratello Alberto, giornalista e piu' tardi scrittore, e l'amico Hugo Pratt. Per il Corriere Franca scrisse anche una riduzione del romanzo di Louisa May Alcott Piccole donne e i testi di Le avventure di Ulisse, una versione dell'Odissea disegnata da Hugo Pratt, che usci' a puntate tra il 1963 e il 1964, quando la vita e gli interessi di Franca Ongaro erano ormai profondamente cambiati. Nel 1961, infatti, era entrata anche lei, per la prima volta, in un ospedale psichiatrico poiche' Franco Basaglia era diventato direttore di quello di Gorizia. L'impatto con quel luogo rappresento' per entrambi un punto di non ritorno. Basaglia ricordo' molte volte come per lui era stato forte, reale, nei primi mesi a Gorizia, l'impulso di andare via, con il solo sostegno di sua moglie, che maturava e condivideva con lui la scelta di restare e di accettare la sfida rappresentata dal manicomio.
Ongaro si impegno' da subito, come volontaria, nel lavoro di trasformazione: lavorava nei reparti e partecipava alle assemblee generali diventando in breve parte integrante dell'equipe che si allargava, comincio' a studiare sociologia, miglioro' il suo inglese e ando' per alcune settimane a Digleton, in Scozia, nell'ospedale psichiatrico diretto da Maxwell Jones, che conduceva il primo esperimento di gestione di un intero ospedale in forma di comunita' terapeutica. Anche la vita familiare si trasformo', continuamente attraversata dalle discussioni sul lavoro in manicomio, dalle persone che arrivavano a Gorizia e ne restavano colpite, dagli stessi ricoverati con cui anche i bambini avevano a che fare. Dal 1961 al 1968 Ongaro partecipo' al lavoro in ospedale psichiatrico mentre studiava e scriveva, ma quando Basaglia si dimise da Gorizia, lei non lo segui' a Parma e a Trieste. Dal 1969 rimase a vivere nella casa di Venezia con i figli adolescenti e da quel momento fece soprattutto lavoro di studio e di scrittura. Il rapporto coniugale si era fatto piu' teso, difficile: Ongaro vi accenno' in un testo, Congedo (in Una voce, cit., pp. 147-149 ), scritto subito dopo la morte di suo marito. Tuttavia, resto' sempre molto forte, sostanziale tra i due la condivisione di idee, ricerche, progetti politico-culturali. Negli anni Settanta, nella casa di Venezia dove Basaglia tornava quasi ogni fine settimana presero corpo molte iniziative a cui Ongaro partecipo' da protagonista: fu tra i fondatori dell'associazione Psichiatria Democratica e del Reseau internazionale di psichiatria alternativa, collaboro' all'impostazione del programma Epidemiologia e prevenzione delle malattie mentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), diresse tra il 1972 e il 1977 il Centro internazionale di studi e ricerche Critica delle istituzioni che ebbe sede a Venezia e realizzo' il volume collettivo Crimini di pace (a cura di F. Basaglia - F. Ongaro, Torino 1973). I numerosi scritti di quegli anni a doppia firma nacquero mentre si sviluppavano queste e altre iniziative e cresceva a Trieste il lavoro di "de-istituzionalizzazione", per usare un concetto dell'epoca. Tutto questo alimentava le lunghe discussioni tra loro, nelle quali venivano coinvolti anche i collaboratori. Quando si era formata una massa critica di idee e argomenti, Ongaro si chiudeva per settimane nel suo studio con la macchina da scrivere e con i fogli su cui Basaglia aveva tracciato appunti da decifrare, poi si facevano altre discussioni sui testi in progress sino alla versione definitiva. Risulta quindi impossibile, oltre che sterile, cercare di distinguere i contributi dell'uno e dell'altra ai libri e saggi pensati e firmati insieme, seppure scritti soprattutto da Ongaro, tra il 1968 e il 1978. Come sarebbe impossibile, e anche fuorviante, leggere quei testi come indipendenti dal lavoro di trasformazione dell'istituzione psichiatrica che Basaglia e il suo gruppo portavano avanti a Trieste e dal movimento che si sviluppava in Italia e non solo.
Ongaro persegui' sempre e difese questo legame tra il suo lavoro teorico e i contesti in cui si giocavano le questioni su cui lei studiava e scriveva. Anche dopo la morte di Basaglia si mantenne costantemente in contatto con i servizi pubblici e con i movimenti sociali, lavoro' alla formazione degli operatori, sostenne le associazioni di familiari e utenti, frequento' instancabilmente convegni, dibattiti, incontri, prima e dopo i quasi dieci anni come senatore dal 1983 al 1992.
Questi due aspetti, il lavoro teorico e l'impegno culturale e politico, nella professione e nella vita di Franca Ongaro si integrarono sempre perche' nascevano dalla stessa ispirazione, avevano la stessa origine e radicalita'.
Negli ultimi anni, lei usava spesso questo concetto: radicalita'. Era convinta che per capire la riforma psichiatrica e valutare i cambiamenti avvenuti nella psichiatria e non solo, si dovesse essere radicali, si dovesse cioe' tornare alla radice delle questioni, che poi sta nella concreta condizione degli umani, nei loro corpi ed esperienze, nelle diversita' e disuguaglianze da cui sono segnati. "E' necessario un cambio radicale dei corpi professionali e dei fondamenti culturali delle diverse discipline" concludeva in quello che fu il suo ultimo saggio, la lezione per la laurea ad honorem in Scienze politiche all'universita' di Sassari il 27 aprile del 2001. "Le discipline, che agiscono essenzialmente su parti separate dei corpi, dovrebbero invece misurarsi con i bisogni di cui questi corpi sono intrisi", e dovrebbero "porsi il problema prioritario della disuguaglianza e del conflitto che essa produce come radice con cui confrontarsi". Quel confronto per Franca Ongaro era iniziato a Gorizia, davanti ai corpi offesi dal manicomio, e si potrebbe dire gran parte del suo lavoro e' stato dedicato a capire, spiegare e combattere cio' che allora aveva visto.
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Corpo e istituzione
Nelle prime pagine di un suo libro per ragazzi pubblicato nel 1982, Manicomio, perche'? (Milano 1982; II ed. Roma 1991), Ongaro ricorda "le prime immagini del manicomio". Esse rivelano una cultura comune al gruppo di Gorizia ma che caratterizzo' lei in modo speciale. Dimostrano dimestichezza con i meccanismi istituzionali, abilita' nel cogliere e decodificare i rapporti di potere attraverso i dettagli e i riti del quotidiano, capacita' di leggere il linguaggio dei corpi, degli oggetti, degli spazi. Questa cultura si coglie nel contributo, il primo che Ongaro firmo' individualmente, al volume che presentava il lavoro di Gorizia e che usci' nel 1967 con un titolo esplicitamente sartiano, Che cos'e' la psichiatria? (a cura di F. Basaglia, II ed. Parma 1967; III ed.Torino 1969; IV ed. Milano 1997). A quel libro, che nella prima edizione aveva in copertina un autoritratto di Hugo Pratt in divisa da internato, Ongaro partecipo' con un saggio che commentava La carriera morale del malato di mente, un capitolo del libro Asylums del sociologo americano Erving Goffman che lei stava traducendo e che usci' l'anno seguente con un'introduzione di Basaglia e Ongaro (Torino 1968 e 2003). Asylums fu la prima opera di Goffman pubblicata in Italia. Del sociologo americano Ongaro tradusse anche Il comportamento in pubblico (Torino 1971) firmando con Basaglia la prefazione.
Nel frattempo, partecipava all'elaborazione di L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (a cura di F. Basaglia, Torino 1968; II ed. Milano 1998). Nel suo contributo – Rovesciamento istituzionale e finalita' comune (pp. 323-335) – si riconoscono alcuni dei temi che Ongaro sviluppo' negli anni successivi: il nesso tra liberta' e responsabilita', la vitalita' e l'inevitabilita' del conflitto. "Mettere in questione i ruoli istituzionali induce una problematizzazione della situazione, una messa in crisi generale e individuale insieme" nella quale si oscilla continuamente "tra il bisogno di un'autorita' che elimini o diminuisca l'ansia prodotta dalla dimensione in cui l'intera istituzione tende a muoversi, la responsabilizzazione, e il bisogno di conquistare una liberta' che pero' passa inevitabilmente attraverso la conquista della propria responsabilita'. Questo vale per i malati e vale per i medici". La prospettiva non puo' essere una semplice "democratizzazione di rapporti, che rischierebbe di essere fine a sé stessa" riproponendo un gioco fisso di ruoli. La prospettiva e' la continua ricerca di "andare oltre la suddivisione dei ruoli", "in un movimento dialettico che non presume di risolvere i conflitti ma di affrontarli a un altro livello" (pp. 333-34).
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Trasformare le istituzioni e la cultura sulla follia
Tra i molti lavori scritti o curati da Ongaro e Basaglia negli anni Settanta, su due e' necessario soffermarsi perche' rappresentano temi rimasti centrali nell'opera di lei.
Il primo e' Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin (a cura di F. Basaglia - F. Ongaro, Torino 1969; II ed. Trieste 2009). Uscito un anno dopo L'istituzione negata e qualche mese dopo il documentario di Sergio Zavoli su Gorizia, I giardini di Abele (RAI, TV7, autunno 1968), Morire di classe divenne uno strumento centrale della campagna per la trasformazione della cultura sulla follia e per la riforma della legge psichiatrica. I fotografi, invitati o meno, entrarono negli ospedali psichiatrici, come pure la televisione mentre i grandi quotidiani nazionali prima e quelli locali poi iniziarono vere e proprie campagne di informazione su questi istituti. Certo, gli anni Settanta furono caratterizzati da una mobilizzazione sociale eccezionale, che avveniva anche in altri Paesi europei, dove pero' i gruppi che in psichiatria cercavano strade nuove rimanevano piuttosto chiusi nelle loro esperienze elitarie, fondamentalmente scettici sulla possibilita' di introdurre elementi critici nel senso comune. Il movimento italiano invece si sviluppo' nei manicomi pubblici, costrui' i nuovi servizi in un rapporto magari conflittuale ma forte con le comunita' locali, cerco' di entrare nei processi di formazione del senso comune. L'idea di fondo era che i meccanismi di esclusione avrebbero potuto essere messi in questione solo se il problema del manicomio fosse uscito dall'ambito degli specialisti, che andavano pressati dall'esterno, costretti da domande nuove a diventare diversi, a fare una "psichiatria democratica". Ongaro era convinta che questa fosse una questione cruciale. Scrisse Manicomio, perche'? nel 1982, in tempi molto difficili per la riforma psichiatrica, con la morte improvvisa di Basaglia, i problemi della sanita' in transizione, il movimento dei familiari che sembrava voler tornare al manicomio. Cerco' con questo libro la comunicazione con l'opinione pubblica e in particolare con le famiglie delle persone con disturbi mentali: nel corso degli anni Novanta, Manicomio, perche'?, fu riedito molte volte dal Centro Franco Basaglia di Roma che lo diffuse nel circuito delle associazioni di familiari e utenti che Ongaro frequento' e sostenne fin dal loro nascere.
Il secondo libro da richiamare e' Crimini di pace, che coinvolse intellettuali come Michel Foucault, Robert Castel, Noam Chomsky, Roland Laing, Erving Goffman in una discussione sul "ruolo degli intellettuali e dei tecnici come addetti all'oppressione", come diceva il sottotitolo. Ongaro era molto legata al lungo saggio introduttivo, che volle includere in quello che fu il suo ultimo lavoro, l'antologia L'utopia della realta' (2005, pp. 208-74). Il saggio ricostruisce l'origine e i passaggi del percorso di Basaglia e di Ongaro, partito dalle "speranze del dopoguerra di poter costruire un mondo diverso da quello contro cui si era lottato". Speranze rapidamente deluse: "nel momento in cui ci si accingeva a costruire qualcosa che tenesse conto dei bisogni e dei diritti di tutti i cittadini, ci si scontrava con la realta' della lotta di classe e con la conferma della divisione del lavoro che manteneva intatti i ruoli e le regole del gioco. [...] In questo gioco ambiguo, dove la distanza tra cio' che si e' e cio' che si vuole essere e' anche subordinata all'impossibilita' di agire e di trasformare la realta'", l'intellettuale e il tecnico militante nei partiti di sinistra poteva accettare e nascondere la propria impotenza "prendendo le parti delle classi oppresse" ma portando avanti, nello stesso tempo, "una vita professionale o intellettuale totalmente aderente ai valori e alle ideologie dominanti trasmessi sotto i crismi dell'oggettivita' della scienza. [...] Dopo anni di polemiche sull'intellettuale impegnato", la consapevolezza di questa condizione comincio' a manifestarsi in quelli che vivevano piu' direttamente lo scontro tra ideologia e pratica, cioe' in quei "tecnici del sapere pratico esecutori materiali delle ideologie e dei crimini di pace". Alcuni di questi "intellettuali di serie C" cominciarono a "mettere in discussione il proprio ruolo e l'ideologia scientifica di cui erano portatori", aprendo una serie di "interrogativi che, nati dallo scontro pratico con la realta'", inducevano "una lenta opera di corrosione delle verita' scientifiche, la messa in discussione del rapporto tra queste e la struttura sociale", e infine la ricerca delle condizioni che possono consentire al tecnico di "uscire dalla sua condizione di alienazione rompendo la condizione di oggettivazione in cui vive l'oppresso" (L'utopia della realta', cit., pp. 208-11).
Negli anni successivi Franca Ongaro continuo' a lavorare su questi temi. Sulla trasformazione delle istituzioni e del ruolo istituzionale, in particolare, torno' con un libro che ebbe vita difficile: Vita e carriera di Mario Tommasini, burocrate proprio scomodo narrate da lui medesimo (Roma 1991). Il libro racconta le invenzioni generose e originali di Tommasini, operaio e partigiano comunista, che aveva conosciuto il manicomio quando era diventato assessore della Provincia di Parma, aveva cercato Basaglia a Gorizia e aveva promosso il suo arrivo come direttore dell'ospedale psichiatrico di Colorno. Ma dopo neppure un anno Basaglia aveva lasciato Parma, valutando che non vi erano le condizioni per realizzare il programma che aveva in mente. Tommasini invece aveva continuato il suo impegno di assessore portando avanti una trasformazione radicale delle politiche sociali della citta' e impegnandosi in prima persona per la riconquista della cittadinanza da parte di coloro che ne erano di fatto esclusi. Ongaro ricostrui' nel libro, attraverso le parole di Tommasini e di molti altri testimoni, il percorso dalla chiusura degli istituti per minori e per anziani alla creazione della rete di cooperative sociali, con il coinvolgimento di buona parte della citta', ma con conflitti ricorrenti con il Partito comunista, che aveva gia' cambiato nome quando il libro usci' con gli Editori riuniti, che piu' volte ne avevano rinviato la pubblicazione, mentre Tommasini lasciava il partito poco dopo.
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Salute/malattia
Quando organizzava Crimini di pace, Franca Ongaro aveva anche lavorato a un saggio, Il concetto di salute e malattia (con F. Basaglia e M.G. Giannichedda, in F. Basaglia, Scritti, II, Torino 1982, pp. 362-380) in cui si cominciava a dirigere verso la medicina l'approccio critico esercitato sulla psichiatria. All'epoca si era aperto nel mondo della medicina un dibattito ricco di idee ed esperienze innovative, in particolare sui temi del lavoro, dell'ambiente, del corpo e della salute delle donne. Figura chiave era Giulio Maccacaro, che nel 1972 aveva fondato Medicina Democratica e partecipava, tra l'altro, al programma di ricerca Epidemiologia e prevenzione delle malattie mentali guidato dall'Istituto di psicologia del Cnr diretto da Raffaello Misiti. Il progetto era decollato nel 1975 e Ongaro aveva collaborato al disegno della ricerca con Basaglia, Maccacaro e Misiti. Ma il 15 gennaio del 1977 Maccacaro mori' improvvisamente e la sua assenza impoveri' molto la riflessione critica sulla medicina che era appena iniziata. In quel periodo arrivo' dall'editore Einaudi, che aveva avviato una Enciclopedia che voleva essere innovativa, la proposta di scrivere alcune voci, otto relative alla medicina, una dedicata alla donna. Franca Ongaro affronto' questa fatica nuova e di grande respiro sostanzialmente da sola: Basaglia firmo' con lei la voce Follia/delirio e Giorgio Bignami la voce Medicina/medicalizzazione. Le diverse voci uscirono nell'Enciclopedia tra il 1978 e il 1979 e quelle sulla medicina furono poi raccolte nel libro Salute/Malattia. Le parole della medicina (Torino 1982; II ed. aggiornata a cura di M.G. Giannichedda, Merano 2012).
Nelle prime pagine del capitolo Clinica Ongaro esplicita l'orientamento del suo lavoro: non "una ricerca archeologica sull'organizzazione del sapere medico, sui mutamenti della scienza e della malattia" ma il tentativo di "vedere la malattia, oltre che come fenomeno naturale, come prodotto storico-sociale, il cui valore e significato mutano con il mutare di cio' che e' – per l'organizzazione sociale in cui si trova inserito – l'uomo che ne e' il portatore". Cio' che secondo Ongaro "occorre vedere e' in quale misura il mutare del rapporto medicina/malattia risulti legato a cio' che e' l'uomo sano/malato in un dato momento storico, alla sua figura sociale, a cio' che rappresenta nel gruppo di cui e' parte; e a cio' che e', come figura sociale, il medico" (p. 32). Questa chiave di lettura risulta particolarmente attuale in questo inizio di secolo. Il mercato delle tecniche mediche ha infatti prodotto una medicalizzazione della vita di straordinaria portata e pervasivita', che sta facendo trionfare quello che Ongaro defini' nell'introduzione "il mito della salute assoluta, che propone come unica identita' l'uomo sano, efficiente, produttivo" (p. 24) e giovane anche da vecchio. In questo quadro, si rivela una previsione quella che Ongaro indica come conseguenza possibile di una cosi' abnorme censura della malattia e della morte. "Per noi la malattia e' un alienarsi totale, perche' affidarsi come malato al tecnico della salute significa perdere ogni controllo sul proprio corpo, sulla propria vita, quando non comporta perdere cio' che garantisce la sopravvivenza: il lavoro; per noi e' angoscia dell'ignoto perche' il solo detentore dei segreti della vita e' il medico, il cui lessico incomprensibile ci lascia in balia di un corpo sconosciuto e di una vita che non e' mai nostra. Ma, insieme, la malattia resta – nella nostra vita morta – l'unica possibilita' di sopravvivenza soggettiva, di interesse, di cura, di sollecitudine, di rapporto in un'esistenza che ne e' ormai completamente priva" (p. 27).
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Essere donna
Un altro tema e' stato centrale nella ricerca e nell'impegno di Franca Ongaro: il significato dell'essere donna e il rapporto tra i generi. L'inizio era stato emblematico. Aveva scritto "nel '68, quando si parlava di rivoluzione come se ne fossimo alla vigilia, un articolo, un po' sfasato rispetto alla politicita' del momento, sulle difficolta' del rapporto privato uomo-donna". L'articolo, che anticipa un tema-chiave del femminismo, "poneva l'accento sulla coerenza necessaria, in chi tenta di lottare contro ogni tipo di sopraffazione, fra il privato e il pubblico". L'articolo venne pubblicato da Che fare?, una rivista milanese con cui il gruppo di Gorizia collaborava, ma "la redazione evidentemente perplessa di fronte a un testo ambiguo, che tentava di parlare, al di la' della lotta di classe, della politicita' del quotidiano attraverso una storia di subordinazione della donna, si dissocio' con un titolo inequivocabile: Confessione sbagliata" (Una voce, cit., p. 59).
Per alcuni anni Franca non scrisse su questi temi, o meglio scrisse due testi brevi, Grillo parlante (1970) e Il soldato e la spada (1972), che pubblico' solo nel 1982 nell'antologia Una voce, in un capitolo intitolato Monologhi, che si conclude con un testo, Congedo, scritto nel 1980, poco dopo la morte di suo marito. Qui i temi che le sono cari – "l'utopia di un rapporto che per ora si realizza solo nel conflitto, come l'utopia dell'eguaglianza si realizza solo nella lotta per raggiungerla" (p. 147) – si mescolano con un accenno diretto, il solo, al suo rapporto con Basaglia. "Ora che la mia lunga lotta con e contro l'uomo che ho amato si e' conclusa, so che ogni parola scritta in questi anni era una discussione senza fine con lui, per far capire, per farmi capire. Talvolta era un dialogo. Talvolta l'interlocutore svaniva, e io restavo sola, sotto il peso di una verita' che si riduce a un'arida resa dei conti con il bilancio in pareggio, se l'altro non la fa anche sua" (p. 148).
Riprese a scrivere sulle donne nel 1977, introducendo i libri di Phyllis Chesler Le donne e la pazzia (Torino 1977) e di Giuliana Morandini E allora mi hanno rinchiusa (Milano 1977). L'anno successivo scrisse la voce Donna per l'Enciclopedia Einaudi e curo' la ripubblicazione del testo di un neurologo tedesco, Paul Julius Moebius, che era uscito nel 1900 ed era stato introdotto in Italia da Ugo Cerletti, l'inventore dell'elettrochoc. Il testo, senza ambivalenze come il suo titolo, L'inferiorita' mentale della donna, "puo' trarre in inganno", avvertiva Franca Ongaro nell'introduzione, "e indurre commenti pesantemente ironici" che possono sottovalutare quanto invece "sia ancora presente nella nostra cultura, seppure mascherato, trasformato, tradotto in linguaggi diversi" l'argomentare positivista di Moebius che "ricorre alla creazione di una natura che, di volta in volta, assume la faccia piu' adeguata all'uso che si vuol farne" (Torino 1978, p. XV).
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In Senato
Nel 1983 il Partito comunista propose a Franca Ongaro la candidatura come indipendente al Senato, dove fu eletta per due legislature (la IX e la X, complessivamente dal 1983 al 1992) e aderi' al gruppo parlamentare Sinistra indipendente. Furono anni di lavoro intenso: fece parte della Commissione sanita' e si occupo' di temi diversi – trapianti, bisogni e consumi sanitari, disposizioni sul fine vita, tossicodipendenze, carcere, violenza sessuale – ricoprendo un ruolo leader nella battaglia parlamentare per l'applicazione della riforma psichiatrica. Il suo impegno, e certamente il suo successo principale, fu il disegno di legge di attuazione della "legge n. 180", che era stata approvata il 13 maggio del 1978 ed era confluita sei mesi dopo nella legge di riforma sanitaria n. 833, negli articoli 33, 34, 35 sui trattamenti sanitari obbligatori e nell'art. 64 che fissava le "norme transitorie per il graduale superamento degli ospedali psichiatrici". Nella seconda meta' degli anni Ottanta, erano presenti in Parlamento una decina di disegni di legge che tendevano a scardinare in vari modi la riforma psichiatrica. Da parte dei ministri della sanita' che si erano succeduti non era arrivato alcun gesto di governo ne' della riforma sanitaria ne' di quella psichiatrica, le Regioni facevano leggi a volte buone che tuttavia disattendevano, e non si aveva idea di quante e quali fossero le vecchie e nuove istituzioni psichiatriche. A livello locale, tuttavia, amministratori e gruppi di operatori di orientamenti culturali e politici diversi, mettevano in piedi servizi di salute mentale, mentre il gruppo storico di Trieste aveva gia' organizzato l'intero sistema dei servizi di salute mentale. Quella che all'epoca fu chiamata "la 180 bis" o "la 181" nacque in questa situazione, e prese corpo attraverso un lavoro di studio e di consultazione che Ongaro condusse con esperti, operatori, familiari, utenti e che conflui' in parte nel volume Psichiatria, tossicodipendenze, perizia. Ricerche su forme di tutela, diritti, modelli di servizio (a cura di M. G. Giannichedda - F. Ongaro, Milano 1987). Il disegno di legge Ongaro sulla salute mentale fu presentato per la prima volta nel 1987 con le firme di tutta la Sinistra indipendente ma non divenne mai legge, cosa che del resto non si voleva affatto. Riusci' pero' a conseguire l'obiettivo per cui era nato: stimolare interventi di programmazione e finanziamento dei servizi di salute mentale a livello nazionale e regionale. Il primo Progetto obiettivo salute mentale fu infatti messo in opera dal ministro della Sanita' Carlo Donat Cattin nel 1989, due anni dopo il disegno di legge Ongaro, e lo ricalco' in gran parte.
Franca Ongaro mori' nella sua casa di Venezia il 13 gennaio 2005, senza riuscire a vedere pubblicata l'antologia L'utopia della realta', cit., a cui aveva lavorato durante la lunga malattia.
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Fonti e bibliografia
La Fondazione Franca e Franco Basaglia (Venezia, isola di San Servolo) conserva l'Archivio Basaglia che raccoglie libri, documenti, lettere, appunti, dossier, foto, audiovisivi, manifesti che vanno dagli anni Cinquanta al 1992, in parte gia' ordinati da Franca Ongaro stessa. L'inventario e' on line in www.fondazionebasaglia.it
Sulla vita e la cultura della famiglia Basaglia Ongaro negli anni Sessanta si veda A. Basaglia, Le nuvole di Picasso (Milano 2014).
Nei diversi lavori monografici su Franco Basaglia (e nella stessa biografia di Basaglia in questo Dizionario) si menziona in forma generale l'apporto di Ongaro al pensiero di Basaglia e ai suoi scritti. La prima biografia intellettuale di Ongaro e' stata predisposta in occasione del conferimento della laurea ad honorem in Scienze politiche all'universita' di Sassari (M.G. Giannichedda, Presentazione della candidata Franca Ongaro Basaglia, in Fogli di informazione, XXIX (2001), n. 188) ed e' stata successivamente arricchita nel 2012 (M.G. Giannichedda, La voce di Franca Ongaro Basaglia, in F. Ongaro Basaglia, Salute/malattia. Le parole della medicina, II ed., pp- 7-18). Nello stesso volume, alle pp. 265-272, si trova la bibliografia completa delle opere di F. O., consultabile anche in www.fondazionebasaglia.it
John Foot riporta alcune notizie biografiche su Franca Ongaro in La "Repubblica dei matti". Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Milano 2014 (pp. 56-59). David Fogarcs in Italy's Margins. Social Exclusion and Nation Formation since 1861 (Cambridge 2014, trad.it. Margini d'Italia. L'esclusione sociale dall'unita' a oggi, Roma-Bari 2015) nel capitolo Manicomi dedica una parte a Donne e follia citando e commentando i lavori di Ongaro sul tema (pp. 244-55 ed. italiana).
Molti dei saggi firmati da F. O. con F. Basaglia si trovano in L'utopia della realta', Torino 2005.
6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 50 del 5 giugno 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 50 del 5 giugno 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. Neanche dinanzi ai corpi bruciati
2. Enrico Peyretti: Due giugno, nell'80esimo della Repubblica non militare ma costituzionale
3. Una campagna per la difesa civile non armata e nonviolenta
4. Raccogliere le fotografie di Vito Ferrante per preservarne la memoria e proseguirne l'impegno
5. Maria Grazia Giannichedda: Franca Ongaro Basaglia
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. NEANCHE DINANZI AI CORPI BRUCIATI
Neanche dinanzi ai corpi bruciati vivi di esseri umani ridotti in schiavitu' i razzisti riescono a trovare la dignita' di tacere.
Schiavitu' e razzismo sono due volti della stessa medaglia: se in Italia non vi fosse un regime razzista che nega i piu' fondamentali diritti umani a tanti esseri umani cui la Costituzione della repubblica italiana invece ovviamente tutti li riconosce, ebbene, non vi sarebbe schiavitu', non vi sarebbero orrori come questo che ogni persona senziente e pensante interpella.
Abolire la schiavitu'.
Abolire il razzismo.
Salvare tutte le vite.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Nonviolenza o barbarie.
2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: DUE GIUGNO, NELL'80ESIMO DELLA REPUBBLICA NON MILITARE MA COSTITUZIONALE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti, uno dei maestri della cultura della pace, per questo intervento]
Mi sono sacrificato per vedere coi miei occhi tutta la parata militare ufficiale, e ho rinunciato a guardare la festa del 2 giugno, quella promossa da Avvenire, senza esibizione di armi, come parte di un processo di cambiamento per tornare alle radici della Costituzione.
Che pena! E' la festa dell'Italia, nell'ottantesimo compleanno della Repubblica e dell'Assemblea Costituente, e si fa la sfilata delle armi, contro molte proteste che da anni salgono dal Paese. Ancora in questo anno insanguinato di guerre, e di armi piu' tremende e piu' vergognose sanguisughe!
Sfilata grandiosa: migliaia di persone, abiti, attrezzi, mezzi certamente molto costosi: droni, robot, altre nere novita', certamente di "difesa" omicida! Molti soldati portano grossi fucili imbracciati come si porta un bambino, e sembrano pronti ad usarli. Perche' i fucili ammazzatori, in una festa che sarebbe di vita?
Passano inquadrati geometricamente, tutti vestiti uguali ("uniforme" si chiama, non per nulla), uguale il passo, e viene in mente Kant che qualifica i soldati come strumenti usati dai re per uccidere ed essere uccisi, cioe' privati della inviolabile dignita' umana, che e' l'azione piu' immorale che si possa compiere. Sono numeri, hanno la faccia dura (ma non e' una festa?) e quando passano davanti alle autorita', ministri e Presidente, fanno un grido che non comprendo, duro e secco come uno sparo. La parola "slogan", in qualche lingua nordica, vuol dire grido di guerra.
La gentile commentatrice in voce, insieme ad un generale, qualifica ogni gruppo come "stormo": non lo sapevo. Sono piu' belli gli stormi di uccelli, che da qui scappano. Ed ogni stormo e' aperto da una "bandiera di guerra". Passa addirittura un reparto vestito con le divise della prima guerra mondiale! Abbiamo qualcosa di degno da ricordare - se non la crudelta' di Cadorna - di quella guerra criminale, che si doveva evitare? Io da ragazzo ho conosciuto un vecchio contadino – Michele della fattoria degli Orsi, a Bagnone - reduce da quella guerra: nella decimazione punitiva, era stato contato col nove, e il decimo accanto a lui fu fucilato dai suoi stessi compatrioti, obbligati e obbedienti: un caso su molti (https://it.wikipedia.org/wiki/Decimazione). Nella parata militare di oggi non e' stato ricordato, e neppure tutti gli altri. Non erano andati volontari.
Certo, nella parata ci sono anche le crocerossine: il sistema ammazza e poi cura. Ci sono i cappellani militari, per fortuna non in divisa ma in talare, in piedi sulla jeep. Un vescovo sul palco sorride.
Poi, le frecce tricolore, due volte. A Torino, pochi anni fa, per un incidente, uno di questi aerei uccise una bambina a passeggio coi genitori. Doveva, allora come oggi, bruciare per la patria carburante costoso?
Se proprio vogliamo, tra le guerre italiane c'e' stata anche la Resistenza, che proprio solo guerra non fu, ma un moto anche disarmato contro fascismo e guerra: non un esercito obbligante, ma un movimento di risveglio umano e civile. Nella parata militare di oggi due giugno, la Resistenza non e' stata ricordata.
La guerra, ieri come oggi, e' un cancro nella testa e nelle tasche dei potenti. Facciamo un altro piu' grande Due Giugno, per estirpare il peggiore dei virus.
3. REPETITA IUVANT. UNA CAMPAGNA PER LA DIFESA CIVILE NON ARMATA E NONVIOLENTA
E' possibile firmare per la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare "Istituzione e modalita' di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta".
Per tutte le informazioni e per aderire all'iniziativa: www.difesacivilenonviolenta.org
4. INIZIATIVE. RACCOGLIERE LE FOTOGRAFIE DI VITO FERRANTE PER PRESERVARNE LA MEMORIA E PROSEGUIRNE L'IMPEGNO
Carissime e carissimi,
come forse gia' saprete l'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (in sigla: Afesopsit) intende raccogliere le fotografie e le registrazioni video e audio di Vito Ferrante, che ci ha lasciato il 29 aprile scorso e che tutte e tutti ricordate come straordinario costruttore di pace e di solidarieta'.
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La raccolta delle fotografie e delle registrazioni video e audio (oltre naturalmente alla documentazione di altro genere, a cominciare dalle testimonianze apparse sulla stampa, sui social o ancora inedite) servita' a ricostruire meglio il lungo cammino di pace e di solidarieta' di Vito, ed in prospettiva si potra' anche allestire una mostra, una pubblicazione, un convegno, un sito internet, un archivio, che saranno a disposizione di tutte le persone e di tutte le associazioni e le istituzioni democratiche interessate a conoscere e proseguire le esperienze di solidarieta' di cui Vito e' stato ideatore, realizzatore, animatore.
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Tutte le persone, le esperienze della societa' civile e le istituzioni pubbliche che hanno conservato fotografie, registrazioni ed ogni sorta di documenti utili riguardanti Vito e la sua azione sono pregate di farne pervenire copia ad Antonella e Francesco all'indirizzo di posta elettronica: info at ilboschettodeicorbezzoli.it
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Grazie di cuore da
le amiche e gli amici di Vito Ferrante, sostenitrici e sostenitori dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia"
Viterbo, 4 giugno 2026
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Post scriptum: come e' noto l'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" si incontra ogni sabato presso la "Fattoria di Alice"; dopo il pranzo in comune vi e' l'occasione per conversare insieme.
Nel corso delle ultime settimane in ricordo di Vito Ferrante si sono tenuti degli incontri di riflessione in cui tra l'altro si e' ragionato su come si parla in pubblico; si e' parlato con soave leggerezza e con impegno sincero di sentimenti e valori profondi; si sono ricordate alcune donne che giustamente sono considerate grandi testimoni dell'umanita' come Rosa Luxemburg, Virginia Woof, Simone Weil, Hannah Arendt, Franca ongaro Basaglia, Mahsa Amini ed altre ancora; ed e' intenzione comune di realizzare prossimamente un incontro di scrittura come quello in cui lo scorso anno vennero scritte le liriche dedicate ad Alfio Pannega da cui poi con un lavoro collettivo di sintesi fu ricavata l'epigrafe che verra' scritta sulla lapide che dovrebbe essere collocata tra qualche mese sulla casa di Alfio a Valle Faul.
Alleghiamo in calce, a titolo d'esempio, uno schema di un ragionamento svolto nel corso dell'incontro di sabato 16 maggio e un riassunto di un'attivita' svolta sabato 23 maggio.
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Allegato primo: uno schema di un ragionamento svolto nel corso dell'incontro di sabato 16 maggio: "come si parla in pubblico senza farsi del male"
1. Parlare e ascoltare e' l'attivita' delle persone che si incontrano e si riconoscono reciprocamente la dignita' di esseri umani, quindi:
- piu' parli tu e meno possono parlare gli altri: parla poco, ascolta molto;
- concentrati sull'essenziale: di' solo le cose di cui sei sicuro e che ti sembrano importanti sia per te che per chi ti ascolta;
- rispetta gli altri, se tu rispetti gli altri, e' piu' probabile che gli altri rispetteranno te;
- quando c'e' un'incomprensione:
a) non dire "Non hai capito", di' "Forse non mi sono espresso bene";
b) non dire "Non si capisce niente di quello che dici", di' "Forse non ho capito bene";
c) non dire "Tu dici solo sciocchezze", di' "Credo di non essere d'accordo su alcune cose che hai detto".
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2. La comunicazione e' un'attivita' umana, che coinvolge tutta la persona:
- la parola
- l'intonazione
- il volto
- il corpo e la sua postura
- i gesti
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3. La comunicazione e' un'azione complessa, composta da molti elementi:
- il messaggio
- l'emittente
- il ricevente
- il canale
- il codice
- il feedback
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4. Un messaggio si compone sempre di tre elementi:
- il contenuto
- la forma
- la relazione
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5. Parlare lentamente (si ha piu' tempo per pensare e si da' a chi ascolta piu' tempo per capire)
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6. Respirare regolarmente (favorisce il controllo delle emozioni)
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7. guardare negli occhi la persona o le persone alle quali si parla (e' l'unico modo per accorgersi se quello che si dice e' comprensibile)
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8. Ricordarsi che la voce e' uno strumento musicale: occorre suonarlo bene
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9. Le tecniche della retorica classica
- inventio = trovare, ideare le cose da dire (bisogna avere qualcosa da dire)
- dispositio = la disposizione, l'architettura del discorso (un discorso deve avere un inizio, uno svolgimento e una fine)
- elocutio = l'abbellimento del discorso (se un discorso e' brutto e noioso, sembra anche sbagliato)
- memoria = ricordarsi le cose (occorre ricordare cosa si vuol dire; la memoria va tenuta in allenamento)
- actio = agire, ovvero recitare il discorso (un discorso in pubblico e' una "rappresentazione", ovvero richiede una "esecuzione" come se si fosse degli artisti della voce e del movimento del corpo, ovvero dei cantanti e degli attori)
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10. Rispettare chi ci ascolta, adeguare il nostro modo di parlare affinche' sia comprensibile, e soprattutto non alzare la voce e non dare ordini, non interrompere mai chi sta parlando, non dire mai parolacce, non offendere mai le persone: chi ci ascolta permette che le nostre parole entrino nelle sue orecchie, quindi stiamo attenti a non insozzarle con il turpiloquio e con le offese.
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Allegato secondo: un riassunto di un'attivita' svolta sabato 23 maggio: "Un gioco giocato nell'incontro del 23 maggio 2026"
Nell'incontro del 23 maggio 2026 abbiamo giocato un gioco basato sulla fiducia e sull'ascolto reciproco.
La descrizione riassuntiva che segue e' stata messa per iscritto da una delle persone partecipanti solo diversi giorni dopo, sulla base di quello che ancora ricordava (e' probabile che altre persone ricordino cose diverse).
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Stando seduti in cerchio (piu' o meno), e parlando a turno facendo il giro, ogni persona ha detto cosa pensava riguardo a una domanda, mentre le altre persone la ascoltavano in silenzio, con attenzione, senza interromperla e senza commentare le sue idee.
Ogni persona era libera di esprimersi come preferiva, di esprimere un sentimento profondo o di dare una risposta spiritosa o di "passare" (cioe' non rispondere).
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1. Nel primo giro, la domanda era: tre ragioni per cui vale la pena vivere
Tra le risposte (che qui si sintetizzano, ma che erano ampie e argomentate, con profondita' di ragionamento e commozione):
- le nostre relazioni umane, le persone che contano per noi
- la bellezza del mondo e della vita
- le esperienze significative che abbiamo fatto (viaggi, incontri...)
- il desiderio di fare il bene
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2. Nel secondo giro, la domanda era: tre cose che proprio non sopporto
Tra le risposte (che qui si sintetizzano, ma che erano ampie e argomentate, con profondita' di ragionamento e commozione):
- l'arroganza, la prepotenza
- l'indifferenza di fronte al dolore degli altri
- non essere ascoltati, non essere rispettati, non essere riconosciuti come persone
- la guerra e tutte le violenze
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3. Nel terzo giro, la domanda era: tre significati di questo gioco
Tra le risposte (che qui si sintetizzano, ma che erano ampie e argomentate, con profondita' di ragionamento e commozione):
- Ascoltarci
- Comprenderci
- Dire liberamente le cose che vogliamo dire
- Provare a parlarci senza essere fraintesi
- Poter dire cose che ci stanno a cuore
- prestare attenzione alle parole e ai sentimenti delle altre persone
5. MAESTRE. MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA: FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Riproponiamo dal Dizionario biografico degli italiani (2016), nel sito www.treccani.it]
Franca Ongaro Basaglia nacque a Venezia il 5 settembre 1928, seconda di quattro figli: Alberto, il maggiore, Cecilia e Luisa. La madre, Carolina Trevisan, faceva la casalinga, il padre Agostino, che lavorava a Murano nell'amministrazione delle fabbriche di perle di vetro, mori' nel 1945, quando Franca faceva l'ultimo anno al liceo classico Foscarini. Dovette, dunque, rinunciare all'universita' e ando' a lavorare come segretaria in una societa' di impianti elettrici, la Sade. Sempre in quell'anno, Franca Ongaro conobbe Franco Basaglia, che aveva 21 anni, studiava medicina a Padova ed era diventato amico di suo fratello Alberto nei mesi passati in carcere, accusati entrambi di attivita' antifascista.
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Alla radice
Franca Ongaro e Franco Basaglia si sposarono nel 1953 e nel giro di pochi anni ebbero due figli, Enrico nel 1954 e l'anno successivo Alberta. Vivevano tra Venezia e Padova: Basaglia lavorava come assistente nella clinica neuropsichiatrica dell'universita' di Padova, Franca si occupava dei figli, coltivava la passione per la letteratura e seguiva il percorso di suo marito nella filosofia e nella psichiatria fenomenologica. Erano interessi non facili da coltivare in una clinica il cui cattedratico, Giovanni Battista Belloni, seguiva l'organicismo dominante nella psichiatria italiana dell'epoca. Erano anche interessi inusuali, condivisi con gli amici piu' vicini: il regalo dei testimoni di nozze Hrayr e Giuliana Terzian erano state le opere complete di Jean-Paul Sartre in francese. L'immagine di Franca Ongaro e Franco Basaglia in quegli anni era quella di una giovane coppia borghese che cercava di andare oltre le regole – si erano sposati in chiesa, ad esempio, ma non avevano battezzato i figli, con grande disappunto della madre di Franca – e oltre i ruoli codificati: Ongaro scrisse piu' tardi pagine molto acute sulle difficolta' del rapporto privato uomo-donna in quella fase di mutamenti sociali ancora sottotraccia, e sul rischio, per la donna, di ritrovarsi "relegata a preparare il latte caldo ai rivoluzionari" (Confessione sbagliata, 1968, in F. Ongaro, Una voce. Riflessioni sulla donna, Milano 1982, p. 133). Intanto scriveva racconti per bambini, alcuni pubblicati dal Corriere dei Piccoli a cui collaboravano suo fratello Alberto, giornalista e piu' tardi scrittore, e l'amico Hugo Pratt. Per il Corriere Franca scrisse anche una riduzione del romanzo di Louisa May Alcott Piccole donne e i testi di Le avventure di Ulisse, una versione dell'Odissea disegnata da Hugo Pratt, che usci' a puntate tra il 1963 e il 1964, quando la vita e gli interessi di Franca Ongaro erano ormai profondamente cambiati. Nel 1961, infatti, era entrata anche lei, per la prima volta, in un ospedale psichiatrico poiche' Franco Basaglia era diventato direttore di quello di Gorizia. L'impatto con quel luogo rappresento' per entrambi un punto di non ritorno. Basaglia ricordo' molte volte come per lui era stato forte, reale, nei primi mesi a Gorizia, l'impulso di andare via, con il solo sostegno di sua moglie, che maturava e condivideva con lui la scelta di restare e di accettare la sfida rappresentata dal manicomio.
Ongaro si impegno' da subito, come volontaria, nel lavoro di trasformazione: lavorava nei reparti e partecipava alle assemblee generali diventando in breve parte integrante dell'equipe che si allargava, comincio' a studiare sociologia, miglioro' il suo inglese e ando' per alcune settimane a Digleton, in Scozia, nell'ospedale psichiatrico diretto da Maxwell Jones, che conduceva il primo esperimento di gestione di un intero ospedale in forma di comunita' terapeutica. Anche la vita familiare si trasformo', continuamente attraversata dalle discussioni sul lavoro in manicomio, dalle persone che arrivavano a Gorizia e ne restavano colpite, dagli stessi ricoverati con cui anche i bambini avevano a che fare. Dal 1961 al 1968 Ongaro partecipo' al lavoro in ospedale psichiatrico mentre studiava e scriveva, ma quando Basaglia si dimise da Gorizia, lei non lo segui' a Parma e a Trieste. Dal 1969 rimase a vivere nella casa di Venezia con i figli adolescenti e da quel momento fece soprattutto lavoro di studio e di scrittura. Il rapporto coniugale si era fatto piu' teso, difficile: Ongaro vi accenno' in un testo, Congedo (in Una voce, cit., pp. 147-149 ), scritto subito dopo la morte di suo marito. Tuttavia, resto' sempre molto forte, sostanziale tra i due la condivisione di idee, ricerche, progetti politico-culturali. Negli anni Settanta, nella casa di Venezia dove Basaglia tornava quasi ogni fine settimana presero corpo molte iniziative a cui Ongaro partecipo' da protagonista: fu tra i fondatori dell'associazione Psichiatria Democratica e del Reseau internazionale di psichiatria alternativa, collaboro' all'impostazione del programma Epidemiologia e prevenzione delle malattie mentali del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), diresse tra il 1972 e il 1977 il Centro internazionale di studi e ricerche Critica delle istituzioni che ebbe sede a Venezia e realizzo' il volume collettivo Crimini di pace (a cura di F. Basaglia - F. Ongaro, Torino 1973). I numerosi scritti di quegli anni a doppia firma nacquero mentre si sviluppavano queste e altre iniziative e cresceva a Trieste il lavoro di "de-istituzionalizzazione", per usare un concetto dell'epoca. Tutto questo alimentava le lunghe discussioni tra loro, nelle quali venivano coinvolti anche i collaboratori. Quando si era formata una massa critica di idee e argomenti, Ongaro si chiudeva per settimane nel suo studio con la macchina da scrivere e con i fogli su cui Basaglia aveva tracciato appunti da decifrare, poi si facevano altre discussioni sui testi in progress sino alla versione definitiva. Risulta quindi impossibile, oltre che sterile, cercare di distinguere i contributi dell'uno e dell'altra ai libri e saggi pensati e firmati insieme, seppure scritti soprattutto da Ongaro, tra il 1968 e il 1978. Come sarebbe impossibile, e anche fuorviante, leggere quei testi come indipendenti dal lavoro di trasformazione dell'istituzione psichiatrica che Basaglia e il suo gruppo portavano avanti a Trieste e dal movimento che si sviluppava in Italia e non solo.
Ongaro persegui' sempre e difese questo legame tra il suo lavoro teorico e i contesti in cui si giocavano le questioni su cui lei studiava e scriveva. Anche dopo la morte di Basaglia si mantenne costantemente in contatto con i servizi pubblici e con i movimenti sociali, lavoro' alla formazione degli operatori, sostenne le associazioni di familiari e utenti, frequento' instancabilmente convegni, dibattiti, incontri, prima e dopo i quasi dieci anni come senatore dal 1983 al 1992.
Questi due aspetti, il lavoro teorico e l'impegno culturale e politico, nella professione e nella vita di Franca Ongaro si integrarono sempre perche' nascevano dalla stessa ispirazione, avevano la stessa origine e radicalita'.
Negli ultimi anni, lei usava spesso questo concetto: radicalita'. Era convinta che per capire la riforma psichiatrica e valutare i cambiamenti avvenuti nella psichiatria e non solo, si dovesse essere radicali, si dovesse cioe' tornare alla radice delle questioni, che poi sta nella concreta condizione degli umani, nei loro corpi ed esperienze, nelle diversita' e disuguaglianze da cui sono segnati. "E' necessario un cambio radicale dei corpi professionali e dei fondamenti culturali delle diverse discipline" concludeva in quello che fu il suo ultimo saggio, la lezione per la laurea ad honorem in Scienze politiche all'universita' di Sassari il 27 aprile del 2001. "Le discipline, che agiscono essenzialmente su parti separate dei corpi, dovrebbero invece misurarsi con i bisogni di cui questi corpi sono intrisi", e dovrebbero "porsi il problema prioritario della disuguaglianza e del conflitto che essa produce come radice con cui confrontarsi". Quel confronto per Franca Ongaro era iniziato a Gorizia, davanti ai corpi offesi dal manicomio, e si potrebbe dire gran parte del suo lavoro e' stato dedicato a capire, spiegare e combattere cio' che allora aveva visto.
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Corpo e istituzione
Nelle prime pagine di un suo libro per ragazzi pubblicato nel 1982, Manicomio, perche'? (Milano 1982; II ed. Roma 1991), Ongaro ricorda "le prime immagini del manicomio". Esse rivelano una cultura comune al gruppo di Gorizia ma che caratterizzo' lei in modo speciale. Dimostrano dimestichezza con i meccanismi istituzionali, abilita' nel cogliere e decodificare i rapporti di potere attraverso i dettagli e i riti del quotidiano, capacita' di leggere il linguaggio dei corpi, degli oggetti, degli spazi. Questa cultura si coglie nel contributo, il primo che Ongaro firmo' individualmente, al volume che presentava il lavoro di Gorizia e che usci' nel 1967 con un titolo esplicitamente sartiano, Che cos'e' la psichiatria? (a cura di F. Basaglia, II ed. Parma 1967; III ed.Torino 1969; IV ed. Milano 1997). A quel libro, che nella prima edizione aveva in copertina un autoritratto di Hugo Pratt in divisa da internato, Ongaro partecipo' con un saggio che commentava La carriera morale del malato di mente, un capitolo del libro Asylums del sociologo americano Erving Goffman che lei stava traducendo e che usci' l'anno seguente con un'introduzione di Basaglia e Ongaro (Torino 1968 e 2003). Asylums fu la prima opera di Goffman pubblicata in Italia. Del sociologo americano Ongaro tradusse anche Il comportamento in pubblico (Torino 1971) firmando con Basaglia la prefazione.
Nel frattempo, partecipava all'elaborazione di L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (a cura di F. Basaglia, Torino 1968; II ed. Milano 1998). Nel suo contributo – Rovesciamento istituzionale e finalita' comune (pp. 323-335) – si riconoscono alcuni dei temi che Ongaro sviluppo' negli anni successivi: il nesso tra liberta' e responsabilita', la vitalita' e l'inevitabilita' del conflitto. "Mettere in questione i ruoli istituzionali induce una problematizzazione della situazione, una messa in crisi generale e individuale insieme" nella quale si oscilla continuamente "tra il bisogno di un'autorita' che elimini o diminuisca l'ansia prodotta dalla dimensione in cui l'intera istituzione tende a muoversi, la responsabilizzazione, e il bisogno di conquistare una liberta' che pero' passa inevitabilmente attraverso la conquista della propria responsabilita'. Questo vale per i malati e vale per i medici". La prospettiva non puo' essere una semplice "democratizzazione di rapporti, che rischierebbe di essere fine a sé stessa" riproponendo un gioco fisso di ruoli. La prospettiva e' la continua ricerca di "andare oltre la suddivisione dei ruoli", "in un movimento dialettico che non presume di risolvere i conflitti ma di affrontarli a un altro livello" (pp. 333-34).
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Trasformare le istituzioni e la cultura sulla follia
Tra i molti lavori scritti o curati da Ongaro e Basaglia negli anni Settanta, su due e' necessario soffermarsi perche' rappresentano temi rimasti centrali nell'opera di lei.
Il primo e' Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin (a cura di F. Basaglia - F. Ongaro, Torino 1969; II ed. Trieste 2009). Uscito un anno dopo L'istituzione negata e qualche mese dopo il documentario di Sergio Zavoli su Gorizia, I giardini di Abele (RAI, TV7, autunno 1968), Morire di classe divenne uno strumento centrale della campagna per la trasformazione della cultura sulla follia e per la riforma della legge psichiatrica. I fotografi, invitati o meno, entrarono negli ospedali psichiatrici, come pure la televisione mentre i grandi quotidiani nazionali prima e quelli locali poi iniziarono vere e proprie campagne di informazione su questi istituti. Certo, gli anni Settanta furono caratterizzati da una mobilizzazione sociale eccezionale, che avveniva anche in altri Paesi europei, dove pero' i gruppi che in psichiatria cercavano strade nuove rimanevano piuttosto chiusi nelle loro esperienze elitarie, fondamentalmente scettici sulla possibilita' di introdurre elementi critici nel senso comune. Il movimento italiano invece si sviluppo' nei manicomi pubblici, costrui' i nuovi servizi in un rapporto magari conflittuale ma forte con le comunita' locali, cerco' di entrare nei processi di formazione del senso comune. L'idea di fondo era che i meccanismi di esclusione avrebbero potuto essere messi in questione solo se il problema del manicomio fosse uscito dall'ambito degli specialisti, che andavano pressati dall'esterno, costretti da domande nuove a diventare diversi, a fare una "psichiatria democratica". Ongaro era convinta che questa fosse una questione cruciale. Scrisse Manicomio, perche'? nel 1982, in tempi molto difficili per la riforma psichiatrica, con la morte improvvisa di Basaglia, i problemi della sanita' in transizione, il movimento dei familiari che sembrava voler tornare al manicomio. Cerco' con questo libro la comunicazione con l'opinione pubblica e in particolare con le famiglie delle persone con disturbi mentali: nel corso degli anni Novanta, Manicomio, perche'?, fu riedito molte volte dal Centro Franco Basaglia di Roma che lo diffuse nel circuito delle associazioni di familiari e utenti che Ongaro frequento' e sostenne fin dal loro nascere.
Il secondo libro da richiamare e' Crimini di pace, che coinvolse intellettuali come Michel Foucault, Robert Castel, Noam Chomsky, Roland Laing, Erving Goffman in una discussione sul "ruolo degli intellettuali e dei tecnici come addetti all'oppressione", come diceva il sottotitolo. Ongaro era molto legata al lungo saggio introduttivo, che volle includere in quello che fu il suo ultimo lavoro, l'antologia L'utopia della realta' (2005, pp. 208-74). Il saggio ricostruisce l'origine e i passaggi del percorso di Basaglia e di Ongaro, partito dalle "speranze del dopoguerra di poter costruire un mondo diverso da quello contro cui si era lottato". Speranze rapidamente deluse: "nel momento in cui ci si accingeva a costruire qualcosa che tenesse conto dei bisogni e dei diritti di tutti i cittadini, ci si scontrava con la realta' della lotta di classe e con la conferma della divisione del lavoro che manteneva intatti i ruoli e le regole del gioco. [...] In questo gioco ambiguo, dove la distanza tra cio' che si e' e cio' che si vuole essere e' anche subordinata all'impossibilita' di agire e di trasformare la realta'", l'intellettuale e il tecnico militante nei partiti di sinistra poteva accettare e nascondere la propria impotenza "prendendo le parti delle classi oppresse" ma portando avanti, nello stesso tempo, "una vita professionale o intellettuale totalmente aderente ai valori e alle ideologie dominanti trasmessi sotto i crismi dell'oggettivita' della scienza. [...] Dopo anni di polemiche sull'intellettuale impegnato", la consapevolezza di questa condizione comincio' a manifestarsi in quelli che vivevano piu' direttamente lo scontro tra ideologia e pratica, cioe' in quei "tecnici del sapere pratico esecutori materiali delle ideologie e dei crimini di pace". Alcuni di questi "intellettuali di serie C" cominciarono a "mettere in discussione il proprio ruolo e l'ideologia scientifica di cui erano portatori", aprendo una serie di "interrogativi che, nati dallo scontro pratico con la realta'", inducevano "una lenta opera di corrosione delle verita' scientifiche, la messa in discussione del rapporto tra queste e la struttura sociale", e infine la ricerca delle condizioni che possono consentire al tecnico di "uscire dalla sua condizione di alienazione rompendo la condizione di oggettivazione in cui vive l'oppresso" (L'utopia della realta', cit., pp. 208-11).
Negli anni successivi Franca Ongaro continuo' a lavorare su questi temi. Sulla trasformazione delle istituzioni e del ruolo istituzionale, in particolare, torno' con un libro che ebbe vita difficile: Vita e carriera di Mario Tommasini, burocrate proprio scomodo narrate da lui medesimo (Roma 1991). Il libro racconta le invenzioni generose e originali di Tommasini, operaio e partigiano comunista, che aveva conosciuto il manicomio quando era diventato assessore della Provincia di Parma, aveva cercato Basaglia a Gorizia e aveva promosso il suo arrivo come direttore dell'ospedale psichiatrico di Colorno. Ma dopo neppure un anno Basaglia aveva lasciato Parma, valutando che non vi erano le condizioni per realizzare il programma che aveva in mente. Tommasini invece aveva continuato il suo impegno di assessore portando avanti una trasformazione radicale delle politiche sociali della citta' e impegnandosi in prima persona per la riconquista della cittadinanza da parte di coloro che ne erano di fatto esclusi. Ongaro ricostrui' nel libro, attraverso le parole di Tommasini e di molti altri testimoni, il percorso dalla chiusura degli istituti per minori e per anziani alla creazione della rete di cooperative sociali, con il coinvolgimento di buona parte della citta', ma con conflitti ricorrenti con il Partito comunista, che aveva gia' cambiato nome quando il libro usci' con gli Editori riuniti, che piu' volte ne avevano rinviato la pubblicazione, mentre Tommasini lasciava il partito poco dopo.
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Salute/malattia
Quando organizzava Crimini di pace, Franca Ongaro aveva anche lavorato a un saggio, Il concetto di salute e malattia (con F. Basaglia e M.G. Giannichedda, in F. Basaglia, Scritti, II, Torino 1982, pp. 362-380) in cui si cominciava a dirigere verso la medicina l'approccio critico esercitato sulla psichiatria. All'epoca si era aperto nel mondo della medicina un dibattito ricco di idee ed esperienze innovative, in particolare sui temi del lavoro, dell'ambiente, del corpo e della salute delle donne. Figura chiave era Giulio Maccacaro, che nel 1972 aveva fondato Medicina Democratica e partecipava, tra l'altro, al programma di ricerca Epidemiologia e prevenzione delle malattie mentali guidato dall'Istituto di psicologia del Cnr diretto da Raffaello Misiti. Il progetto era decollato nel 1975 e Ongaro aveva collaborato al disegno della ricerca con Basaglia, Maccacaro e Misiti. Ma il 15 gennaio del 1977 Maccacaro mori' improvvisamente e la sua assenza impoveri' molto la riflessione critica sulla medicina che era appena iniziata. In quel periodo arrivo' dall'editore Einaudi, che aveva avviato una Enciclopedia che voleva essere innovativa, la proposta di scrivere alcune voci, otto relative alla medicina, una dedicata alla donna. Franca Ongaro affronto' questa fatica nuova e di grande respiro sostanzialmente da sola: Basaglia firmo' con lei la voce Follia/delirio e Giorgio Bignami la voce Medicina/medicalizzazione. Le diverse voci uscirono nell'Enciclopedia tra il 1978 e il 1979 e quelle sulla medicina furono poi raccolte nel libro Salute/Malattia. Le parole della medicina (Torino 1982; II ed. aggiornata a cura di M.G. Giannichedda, Merano 2012).
Nelle prime pagine del capitolo Clinica Ongaro esplicita l'orientamento del suo lavoro: non "una ricerca archeologica sull'organizzazione del sapere medico, sui mutamenti della scienza e della malattia" ma il tentativo di "vedere la malattia, oltre che come fenomeno naturale, come prodotto storico-sociale, il cui valore e significato mutano con il mutare di cio' che e' – per l'organizzazione sociale in cui si trova inserito – l'uomo che ne e' il portatore". Cio' che secondo Ongaro "occorre vedere e' in quale misura il mutare del rapporto medicina/malattia risulti legato a cio' che e' l'uomo sano/malato in un dato momento storico, alla sua figura sociale, a cio' che rappresenta nel gruppo di cui e' parte; e a cio' che e', come figura sociale, il medico" (p. 32). Questa chiave di lettura risulta particolarmente attuale in questo inizio di secolo. Il mercato delle tecniche mediche ha infatti prodotto una medicalizzazione della vita di straordinaria portata e pervasivita', che sta facendo trionfare quello che Ongaro defini' nell'introduzione "il mito della salute assoluta, che propone come unica identita' l'uomo sano, efficiente, produttivo" (p. 24) e giovane anche da vecchio. In questo quadro, si rivela una previsione quella che Ongaro indica come conseguenza possibile di una cosi' abnorme censura della malattia e della morte. "Per noi la malattia e' un alienarsi totale, perche' affidarsi come malato al tecnico della salute significa perdere ogni controllo sul proprio corpo, sulla propria vita, quando non comporta perdere cio' che garantisce la sopravvivenza: il lavoro; per noi e' angoscia dell'ignoto perche' il solo detentore dei segreti della vita e' il medico, il cui lessico incomprensibile ci lascia in balia di un corpo sconosciuto e di una vita che non e' mai nostra. Ma, insieme, la malattia resta – nella nostra vita morta – l'unica possibilita' di sopravvivenza soggettiva, di interesse, di cura, di sollecitudine, di rapporto in un'esistenza che ne e' ormai completamente priva" (p. 27).
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Essere donna
Un altro tema e' stato centrale nella ricerca e nell'impegno di Franca Ongaro: il significato dell'essere donna e il rapporto tra i generi. L'inizio era stato emblematico. Aveva scritto "nel '68, quando si parlava di rivoluzione come se ne fossimo alla vigilia, un articolo, un po' sfasato rispetto alla politicita' del momento, sulle difficolta' del rapporto privato uomo-donna". L'articolo, che anticipa un tema-chiave del femminismo, "poneva l'accento sulla coerenza necessaria, in chi tenta di lottare contro ogni tipo di sopraffazione, fra il privato e il pubblico". L'articolo venne pubblicato da Che fare?, una rivista milanese con cui il gruppo di Gorizia collaborava, ma "la redazione evidentemente perplessa di fronte a un testo ambiguo, che tentava di parlare, al di la' della lotta di classe, della politicita' del quotidiano attraverso una storia di subordinazione della donna, si dissocio' con un titolo inequivocabile: Confessione sbagliata" (Una voce, cit., p. 59).
Per alcuni anni Franca non scrisse su questi temi, o meglio scrisse due testi brevi, Grillo parlante (1970) e Il soldato e la spada (1972), che pubblico' solo nel 1982 nell'antologia Una voce, in un capitolo intitolato Monologhi, che si conclude con un testo, Congedo, scritto nel 1980, poco dopo la morte di suo marito. Qui i temi che le sono cari – "l'utopia di un rapporto che per ora si realizza solo nel conflitto, come l'utopia dell'eguaglianza si realizza solo nella lotta per raggiungerla" (p. 147) – si mescolano con un accenno diretto, il solo, al suo rapporto con Basaglia. "Ora che la mia lunga lotta con e contro l'uomo che ho amato si e' conclusa, so che ogni parola scritta in questi anni era una discussione senza fine con lui, per far capire, per farmi capire. Talvolta era un dialogo. Talvolta l'interlocutore svaniva, e io restavo sola, sotto il peso di una verita' che si riduce a un'arida resa dei conti con il bilancio in pareggio, se l'altro non la fa anche sua" (p. 148).
Riprese a scrivere sulle donne nel 1977, introducendo i libri di Phyllis Chesler Le donne e la pazzia (Torino 1977) e di Giuliana Morandini E allora mi hanno rinchiusa (Milano 1977). L'anno successivo scrisse la voce Donna per l'Enciclopedia Einaudi e curo' la ripubblicazione del testo di un neurologo tedesco, Paul Julius Moebius, che era uscito nel 1900 ed era stato introdotto in Italia da Ugo Cerletti, l'inventore dell'elettrochoc. Il testo, senza ambivalenze come il suo titolo, L'inferiorita' mentale della donna, "puo' trarre in inganno", avvertiva Franca Ongaro nell'introduzione, "e indurre commenti pesantemente ironici" che possono sottovalutare quanto invece "sia ancora presente nella nostra cultura, seppure mascherato, trasformato, tradotto in linguaggi diversi" l'argomentare positivista di Moebius che "ricorre alla creazione di una natura che, di volta in volta, assume la faccia piu' adeguata all'uso che si vuol farne" (Torino 1978, p. XV).
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In Senato
Nel 1983 il Partito comunista propose a Franca Ongaro la candidatura come indipendente al Senato, dove fu eletta per due legislature (la IX e la X, complessivamente dal 1983 al 1992) e aderi' al gruppo parlamentare Sinistra indipendente. Furono anni di lavoro intenso: fece parte della Commissione sanita' e si occupo' di temi diversi – trapianti, bisogni e consumi sanitari, disposizioni sul fine vita, tossicodipendenze, carcere, violenza sessuale – ricoprendo un ruolo leader nella battaglia parlamentare per l'applicazione della riforma psichiatrica. Il suo impegno, e certamente il suo successo principale, fu il disegno di legge di attuazione della "legge n. 180", che era stata approvata il 13 maggio del 1978 ed era confluita sei mesi dopo nella legge di riforma sanitaria n. 833, negli articoli 33, 34, 35 sui trattamenti sanitari obbligatori e nell'art. 64 che fissava le "norme transitorie per il graduale superamento degli ospedali psichiatrici". Nella seconda meta' degli anni Ottanta, erano presenti in Parlamento una decina di disegni di legge che tendevano a scardinare in vari modi la riforma psichiatrica. Da parte dei ministri della sanita' che si erano succeduti non era arrivato alcun gesto di governo ne' della riforma sanitaria ne' di quella psichiatrica, le Regioni facevano leggi a volte buone che tuttavia disattendevano, e non si aveva idea di quante e quali fossero le vecchie e nuove istituzioni psichiatriche. A livello locale, tuttavia, amministratori e gruppi di operatori di orientamenti culturali e politici diversi, mettevano in piedi servizi di salute mentale, mentre il gruppo storico di Trieste aveva gia' organizzato l'intero sistema dei servizi di salute mentale. Quella che all'epoca fu chiamata "la 180 bis" o "la 181" nacque in questa situazione, e prese corpo attraverso un lavoro di studio e di consultazione che Ongaro condusse con esperti, operatori, familiari, utenti e che conflui' in parte nel volume Psichiatria, tossicodipendenze, perizia. Ricerche su forme di tutela, diritti, modelli di servizio (a cura di M. G. Giannichedda - F. Ongaro, Milano 1987). Il disegno di legge Ongaro sulla salute mentale fu presentato per la prima volta nel 1987 con le firme di tutta la Sinistra indipendente ma non divenne mai legge, cosa che del resto non si voleva affatto. Riusci' pero' a conseguire l'obiettivo per cui era nato: stimolare interventi di programmazione e finanziamento dei servizi di salute mentale a livello nazionale e regionale. Il primo Progetto obiettivo salute mentale fu infatti messo in opera dal ministro della Sanita' Carlo Donat Cattin nel 1989, due anni dopo il disegno di legge Ongaro, e lo ricalco' in gran parte.
Franca Ongaro mori' nella sua casa di Venezia il 13 gennaio 2005, senza riuscire a vedere pubblicata l'antologia L'utopia della realta', cit., a cui aveva lavorato durante la lunga malattia.
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Fonti e bibliografia
La Fondazione Franca e Franco Basaglia (Venezia, isola di San Servolo) conserva l'Archivio Basaglia che raccoglie libri, documenti, lettere, appunti, dossier, foto, audiovisivi, manifesti che vanno dagli anni Cinquanta al 1992, in parte gia' ordinati da Franca Ongaro stessa. L'inventario e' on line in www.fondazionebasaglia.it
Sulla vita e la cultura della famiglia Basaglia Ongaro negli anni Sessanta si veda A. Basaglia, Le nuvole di Picasso (Milano 2014).
Nei diversi lavori monografici su Franco Basaglia (e nella stessa biografia di Basaglia in questo Dizionario) si menziona in forma generale l'apporto di Ongaro al pensiero di Basaglia e ai suoi scritti. La prima biografia intellettuale di Ongaro e' stata predisposta in occasione del conferimento della laurea ad honorem in Scienze politiche all'universita' di Sassari (M.G. Giannichedda, Presentazione della candidata Franca Ongaro Basaglia, in Fogli di informazione, XXIX (2001), n. 188) ed e' stata successivamente arricchita nel 2012 (M.G. Giannichedda, La voce di Franca Ongaro Basaglia, in F. Ongaro Basaglia, Salute/malattia. Le parole della medicina, II ed., pp- 7-18). Nello stesso volume, alle pp. 265-272, si trova la bibliografia completa delle opere di F. O., consultabile anche in www.fondazionebasaglia.it
John Foot riporta alcune notizie biografiche su Franca Ongaro in La "Repubblica dei matti". Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Milano 2014 (pp. 56-59). David Fogarcs in Italy's Margins. Social Exclusion and Nation Formation since 1861 (Cambridge 2014, trad.it. Margini d'Italia. L'esclusione sociale dall'unita' a oggi, Roma-Bari 2015) nel capitolo Manicomi dedica una parte a Donne e follia citando e commentando i lavori di Ongaro sul tema (pp. 244-55 ed. italiana).
Molti dei saggi firmati da F. O. con F. Basaglia si trovano in L'utopia della realta', Torino 2005.
6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 50 del 5 giugno 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
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