La domenica della nonviolenza. 241



 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100

Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 241 del 3 aprile 2011

 

In questo numero:

1. Contro la guerra e contro il razzismo: occorre l'azione diretta nonviolenta

2. Rossana Kaminskij: Marina Cvetaeva

3. Adriana Langtry: Mercedes Sosa

4. Barbara Romagnoli: Louise du Neant

5. Anna Vanzan: Halide' Edib Adivar

6. Anna Vanzan: Forugh Farrokhzad

7. Anna Vanzan: Taj os-Soltaneh

 

1. EDITORIALE. CONTRO LA GUERRA E CONTRO IL RAZZISMO: OCCORRE L'AZIONE DIRETTA NONVIOLENTA

 

Solo la nonviolenza si oppone adeguatamente, efficacemente, coerentemente, integralmente alla violenza.

Solo la nonviolenza costruisce la pace: nella giustizia, nella condivisione, nella verita'.

Solo la nonviolenza e' solidarieta' responsabile che a tutti gli esseri umani tutti i diritti umani riconosce.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

 

2. PROFILI. ROSSANA KAMINSKIJ: MARINA CVETAEVA

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it

Rossana Kaminskij "e' nata in Russia, a Mosca. Infanzia moscovita-veneziana. Trasferita a Milano, si e' laureata in Filosofia presso l'Universita' degli Studi. Poliglotta: conosce cinque lingue. Ha tradotto pubblicando poco perche' le ci vuole troppo tempo. Ha scritto in modo sparso per lo piu' sotto falso nome: per l'Enciclopedia delle donne esce allo scoperto. Esperta di informatica aziendale, lavora attualmente per la filiale italiana di una grande banca internazionale".

Marina Cvetaeva (Mosca 1892 - Elabug 1941) e' una delle maggiori poetesse del Novecento, e una delle testimoni piu' intense delle sue tragedie. Tra le opere di Marina I. Cvetaeva: Poesie, Feltrinelli, Milano 1979, 1992. Cfr. anche il saggio di Curzia Ferrari riprodotto nelle "Notizie minime della nonviolenza in cammino" n. 551]

 

Marina Cvetaeva (Mosca 1892 - Elabuga (Tataria) 1941).

"Nei miei sentimenti, come in quelli dei bambini, non esistono gradi". In Crimea, sulle rive del Mar Nero, a Koktebel' Marina s'innamora di Sergej Efron. Lei ha 19 anni, lui 18. Sergej trova sulla spiaggia una corniola che Marina tanto desiderava. Marina vede il segno del destino. Si sposano. Era gia' stato pubblicato il primo libro di poesie di Marina, Album serale.

Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca il 26 settembre 1892. Il padre, Ivan Vladimirovic Cvetaev, figlio di un povero pope di campagna, non ebbe un paio di scarpe proprie fino ai tredici anni, ma sarebbe diventato filologo e professore di storia dell'arte all'universita' di Mosca, e fondatore del Museo Puskin. La madre, Marija Alexandrovna Mejn, fu obbligata dalla propria famiglia a rinunciare all'amore per un uomo gia' sposato e alla carriera di pianista, pur essendo stata allieva di Rubinstein. Fu la seconda moglie del professor Cvetaev. La prima moglie Varvara Dmitrievna Ilovaiskij, aveva dato alla luce Valerija e Andrej; mori' prematuramente ed era un'amica di Marija.

Marija avrebbe voluto figli maschi: ne aveva gia' scelto i nomi. Dopo Marina, nacque Anastasija. Spero' almeno che diventassero musiciste. L'ambiente familiare e' ricco di sollecitazioni coltissime. Marina studia musica; scrive le prime poesie in russo a sei anni; si fa incantare dalle passioni letterarie della madre, Pusskin e i grandi classici tedeschi e francesi. Cresce a Mosca, al n. 8 del Trchprudnyj Pereulok, il vicolo dei Tre Stagni. La casa moscovita, assieme alla residenza estiva in campagna a Tarusa, resteranno decisivi, per la Marina adulta e in esilio, in ricordo dell'infanzia e di tutto cio' che viene perduto in modo irrimediabile. La madre si ammala di tubercolosi. In cerca di un clima piu' mite, la famiglia viaggia - soggiornando anche in Italia, a Nervi. Marina e Anastasija frequenteranno collegi in Svizzera e in Germania, perfezionando il francese e il tedesco.

Marija muore nel 1906 rimpiangendo la musica, il sole, e di non poter vedere adulte le figlie, che saranno viste crescere da "cretini qualsiasi". La sua fame di vita e la sua rivolta diventeranno, in Marina, vocazione: "Dopo una madre cosi' non mi restava che divenire poeta". A 16 anni, da sola, segue i corsi di letteratura francese antica alla Sorbona di Parigi. Iscritta al ginnasio a Mosca non riuscira' a concludere studi regolari a causa del suo carattere indocile. L'anticonformismo si unisce al devoto amore per il marito, che seguira' sempre "come un cagnolino", e che non le impedira' di avere altre relazioni, fra cui Osip Mandel'stam, la poetessa Sofija Parnok e l'attrice Sonja Halliday. Sergej comprende e soffre il dinamismo della passione creatrice della moglie: Marina "inventa" le persone, le investe con l'uragano della propria passione, per poi scoprirne l'umana mediocrita'; ne consegue la disillusione, derisa in modo crudele, incarnata in una formula razionale che genera, ogni volta, un libro, un progetto di scrittura. Questo meccanismo ha bisogno di alimentarsi per vivere e per creare, "come una grandissima stufa che per funzionare ha bisogno di legna, legna, legna"; ma mai pensa di lasciare Sergej. Il destino di Marina e' nella fedelta' ai propri sentimenti e soprattutto alla poesia.

Per l'Armata Bianca, alla quale si era unito Sergej dopo la Rivoluzione, Marina osa leggere in pubblico alcune poesie scritte da lei, senza la parola amore ne' il pronome tu. Non viene denunciata per il tema scelto: doveva ancora arrivare il grande terrore staliniano. Resta bloccata a Mosca in condizioni disumane, descritte nella prosa Indizi Terrestri, senza notizie di Sergej, sola con le due figlie, Ariadna (Alja) e Irina, ma non riesce a mantenere entrambe e Irina viene affidata ad un orfanotrofio dove muore per fame.

Il sentimento per Marina richiede forza. La sua poesia arriva al grido, raggiunge l'oratoria poetica. Nelle prime raccolte di poesia prevalevano il quotidiano, la famiglia e la maternita', o l'odore della nursery - come scrissero i piu' critici; nel tempo la poesia si fortifica in una potente energia espressiva in cui tutte le possibilita' del linguaggio sono utilizzate: ritmo, assonanze, rime, il particolare utilizzo della negazione, giochi fonetici in poesie che andrebbero lette ad alta voce.

Ogni genere e argomento entra nella sua produzione: poesia e dramma storico (Sten'ka Razin), favola (Il Pifferaio di Hamelin ovvero l'Accalappiatopi), e leggende popolari (Lo Zar-fanciulla), storie bibliche, classiche (Ariadna e Fedra). E prosa critica, L'Arte alla luce della coscienza e Il Poeta e il Tempo.

Scrisse che si potevano ricavare da lei sette poeti, senza tralasciare i prosatori... La poesia di Marina non e' romantica - nonostante circolino di lei oggi sillogi piu' facili e canzoni -, e' analogica, razionale e intellettuale. E' impegnativa: la sua lettura e' un atto di con-creazione, un'esperienza conoscitiva. Bisogna arrivare all'essenza della cosa o della persona, non descrivere visivamente, piuttosto dare dall'interno: se si trattasse di un albero, restituirne il midollo.

"Io mi sono sempre fatta in pezzi, e tutti i miei versi sono, letteralmente, frammenti argentei di cuore". In questa smisuratezza, tanti critici hanno prediletto un approccio instintivo e passionale piuttosto che analitico e conoscitivo.

Alja e Marina raggiungono Sergej, che sanno finalmente vivo, all'estero, nel 1922.

Nasce a Praga Georgj, detto Mur: capriccioso, maleducato, insopportabile, viziato dalla madre. Alja si leghera' sempre di piu' al padre. A Berlino, Praga e Parigi vi sono case editrici russe. L'ambiente dell'emigrazione e' vivace. Marina pubblica interi cicli di poesia, anche se per motivi economici prevale la prosa. Scrive molto di piu' di quanto riesca a pubblicare e legge anche in serate letterarie. A Parigi frequenta il famoso salotto di Natalie Clifford Barney. Conosce la pittrice Natal'ja Goncarova, nasce una collaborazione, ma l'amicizia non regge nel tempo: "non ho lasciato in lei un segno abbastanza profondo, non le sono diventata necessaria. Sentiero subito invaso dall'erba".

Marina non frequenta solo i salotti. Spazza, cucina, si procura soldi, cibo, legna e carbone: "e poi un uomo non puo' fare lavori femminili, e' bruttissimo da vedere (per le donne)". Marina vive pesantemente il byt, il quotidiano, fino in fondo, senza delegare alcuno, ma nella sua poesia emerge possente il Byt'e, l'Esistenza, la forza che non sottosta' ad alcuna legge. Sergej, quasi sempre a carico della moglie, ne e' consapevole: Marina e' poeta che pur passando la maggior parte del tempo in cucina, non ha perso ne' il talento ne' la capacita' di lavorare. Ostinata, fedele alla poesia, scrive appena puo'. Si reca al mare per un breve soggiorno: non il mare, ma nel poter scrivere e' la sua vacanza.

Nel 1928 esce l'ultimo libro di poesie che vedra' pubblicato, Dopo la Russia. Molte case editrici dell'emigrazione russa chiudono per mancanza di fondi. Le condizioni economiche peggiorano. Marina viene poco a poco emarginata, per la sua intransigenza e anche perche' non si dichiara antisovietica; senza soldi non puo' muoversi da casa; vive una grande solitudine. Da questo isolamento nasce la corrispondenza straordinaria con Boris Pasternak e con Rainer Maria Rilke: i loro rapporti si muovono in un ambito parallelo, spostato. I tre poeti non s'incontreranno mai, per un eterno mancarsi. L'assenza diventa un vantaggio perche' l'altro, amato, interiorizzato, diventa piu' intero nell'anima.

Marina e' un'eterna straniera, non solo perche' vive fuori dalla Russia per molti anni, senza riconoscere alcun paese come patria: e' un'estranea al proprio tempo, condannata a guardarlo dall'esterno. Quando rientra in Russia e' conosciuta solo per le sue prime raccolte poetiche e sara' riscoperta a partire dal 1956; all'estero non verra' piu' letta da una emigrazione russa sempre piu' ostile.

Nel 1937 Alja decide di rimpatriare, cosi' poco dopo anche Sergej, ora filosovietico e implicato in un assassinio politico. Marina e' convinta della sua innocenza. L'ostracismo della colonia russa raggiunge l'apice. Rimpatriare? In una lettera chiede ironicamente a un'amica di procurarle un consulto da un'indovina, tanto soffre l'indecisione.

Nessuno la informa di quello che stava accadendo in Russia, nessuno la ferma. Come se presentisse la sciagura: la partenza le appare sotto una nube nera. Nel giugno 1939 parte per l'Unione Sovietica con Mur. Trova tutte le porte chiuse, ed e' stupita e furiosa. Come si permette la citta' di Mosca di darsi cosi' tante arie? La sua famiglia l'aveva colmata di doni, su tutti il Museo Puskin. La famiglia resta riunita per pochi mesi. Nell'agosto del 1939 Alja e' arrestata e condannata, prima alla prigione, poi al confino. In ottobre tocca anche a Sergej: sara' fucilato due anni dopo. Nel 1941 Marina incontra Anna Achmatova. Le due donne, pur stimandosi, sono troppo diverse, solo unite dal dolore per la sorte dei propri cari.

In agosto Marina e suo figlio sono evacuati a Elabuga, in Tataria. Nella piu' profonda indigenza. Marina chiede di lavorare come lavapiatti nella mensa dell'Associazione degli Scrittori. Non ottiene il posto. La scrittrice Lidija Cukovskaja: "Se si mette la Cvetaeva a lavare i piatti, perche' non far lavare i pavimenti ad Anna Achmatova e assumere come fuochista Blok, se fosse ancora vivo? Allora si' che sarebbe una vera mensa per scrittori".

Marina si impicca il 31 agosto 1941. Avrebbe desiderato giacere a Tarusa, sotto un cespuglio di sambuco, "dove crescono le fragole piu' rosse e piu' grosse", ma viene sepolta in una fossa comune.

Bibliografia: Marina Cvetaeva, Poesie (a cura di Pietro Zveteremich), Feltrinelli 1979; Marina Cvetaeva, Indizi terrestri (a cura di Serena Vitale), trad. Luciana Montagnani, Milano, Guanda 1980; Marina Cvetaeva, Dopo la Russia e altri versi (a cura di Serena Vitale), Milano Mondadori, 1988; Marina Cvetaeva, Il paese dell'anima: lettere 1909-1925 (a cura di Serena Vitale), Adelphi 1988; Marina Cvetaeva, Deserti luoghi: lettere 1925-1941 (a cura di Serena Vitale), Adelphi 1989.

 

3. PROFILI. ADRIANA LANGTRY: MERCEDES SOSA

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it

Adriana Langtry, "nata a Buenos Aires nel 1956, risiede a Milano dal 1977. Ha lavorato diversi anni nell'ambito informatico e della traduzione tecnica. Laureata in Letteratura Ispanoamericana all'Universita' Statale di Milano, ha scritto due saggi inediti: I simboli dell'immaginario nazionale nel romanzo argentino di fine '900, sulla letteratura argentina di fine millennio, e La presenza dell'universo poetico italiano nei romanzi di Antonio Dal Masetto, sullo scrittore italoargentino. Una recensione su questo scrittore intitolata Dal Masetto e la ricerca delle radici e' stata pubblicata dalla rivista letteraria 'Crocevia'. Ha pubblicato racconti e poesie (in spagnolo, in italiano e in una sorta di terza via espressiva nata dall'incrocio di entrambe le lingue) sulle riviste 'Pagine', 'El-Ghibli' ed altre riviste on-line. Fa parte della Compagnia delle Poete fondata dalla poeta italo-francese Mia Lecomte. Collabora inoltre col gruppo di artisti plastici dell'atelier Artcolle, Museo dell'arte del collage (Francia) fondato e diretto da Pierre Jean Varet, col quale ha pubblicato: L'art du collage a' l'aube du XXIeme siecle (ed. P. J. Varet, 2009) e L'art du collage dans tous ses etats (ed. P. J. Varet, 2009)".

Un ricordo di Mercedes Sosa e' nelle "Notizie minime della nonviolenza in cammino" n. 967]

 

Mercedes Sosa (San Miguel de Tucuman (Argentina) 1935 - Buenos Aires 2009).

La Madre d'America, la Pachamama, la voce della terra, questi e simili epiteti sono stati utilizzati per evocare la figura di Mercedes Sosa, cantante folklorica e attivista argentina di fama internazionale nota anche semplicemente come La Negra.

Haydee Mercedes Sosa nasce il 9 luglio 1935 nella capitale della provincia di Tucuman, nel nord-ovest dell'Argentina. E' la terza di cinque figli di una famiglia molto umile quanto affiatata.

Benche' Mercedes inizi a cantare da molto piccola la sua, come sosterra' lei stessa, non e' proprio una vocazione. Ama cantare dappertutto e a scuola l'insegnante di musica le consigliera' di studiare canto lirico, ma la ragazza detesta esibirsi in pubblico. Infatti, per molto tempo vivra' quel dono della voce come una sfortuna vergognandosi ogniqualvolta suo padre la costringe a cantare nei matrimoni o nelle feste del Partito Peronista al quale aderiscono i genitori. La sua timidezza non le impedisce comunque di partecipare nel 1949, con lo pseudonimo di Gladys Osorio, a un concorso organizzato da una radio locale dove vince il primo premio. E' in quel momento che comincia a delinearsi la sua carriera artistica. Messi da parte gli indugi iniziali, il padre acconsentira' alla firma del suo primo contratto radiofonico.

Negli anni successivi Mercedes alterna lo studio con le audizioni e l'insegnamento di danze folkloristiche. Si esibisce in diverse sale di Tucuman e dintorni diventando un personaggio piuttosto noto dalle sue parti. A ventidue anni sta per sposarsi quando incontra il compositore e chitarrista Oscar Matus. E' un colpo di fulmine artistico-sentimentale. Nel 1957 la coppia si sposa e si trasferisce a Mendoza, citta' dell'Argentina centro-occidentale, dove allora si viveva un'epoca di straordinaria effervescenza culturale. Matus era insieme al poeta Armando Tejada Gomez uno dei promotori del Nuevo Cancionero, movimento di rinnovamento culturale che aveva per obiettivo il riscatto del patrimonio della musica popolare e il suo adattamento ai nuovi generi e contenuti della societa' moderna. Questo periodo sara' fondamentale per la cantante, li' scoprira' per la prima volta il suo amore totale per la musica. Ma l'affiatato rapporto musicale col marito non lo sara' altrettanto sul piano affettivo. Il 1958 vede la cantante a Buenos Aires. La coppia lavora in una portineria e di notte si esibisce nei locali. Nel mese di dicembre nasce il loro unico figlio, Fabian.

A dispetto del suo debutto discografico la cantante rimarra' sconosciuta in patria ancora per diversi anni. Nel 1962 la famigliola tenta la fortuna in Uruguay. Cantando nei club ed esibendosi insieme a musicisti di strada la sua musica ottiene grande diffusione radiofonica e viene apprezzata da quella cerchia di giovani intellettuali che come Eduardo Galeano e Mario Benedetti lavorano anch'essi per il rinnovamento socio-culturale. Ma la sua svolta artistica avverra' soltanto nel 1965, anno in cui partecipa al Festival Nazionale del Folklore di Cosquin. Mercedes allora ha trent'anni, degli amici le hanno prestato dei soldi per raggiungere il paesino nella provincia di Cordoba e grazie all'intervento del folklorista Jorge Cafrune riesce a salire sul palcoscenico. E' sola davanti al microfono, coperta dal poncho sul quale scendono i lunghi capelli neri. La giovane, accompagnata soltanto dal bombo leguero, lo strumento di percussione andino, intona la Cancion del derrumbe indio, intenso brano che narra del dolore dell'indigena davanti ai soprusi dei conquistatori bianchi. L'esibizione provoca una forte emozione negli spettatori che non finiscono di acclamarla colpiti da quella voce unica per potenza cristallina. La cantante non otterra' allora alcun premio osteggiata com'e' dagli organizzatori per le sue simpatie comuniste, ma poco dopo firmera' un contratto con la Polygram/Universal che la fara' uscire dall'anonimato. Nel frattempo la vita di coppia e' diventata impossibile. Alla precarieta' economica si sommano i continui litigi causati dalla rivalita' professionale, la lenta ascesa della cantante provoca l'insofferenza del marito che diventa violento. Lei si vede costretta a traslocare di pensione in pensione insieme al figlio di sette anni. Si guadagna da vivere cantando nei locali notturni della capitale. Qualche mese dopo, con grande dolore ed enormi sensi di colpa decide di lasciare il bambino presso i nonni a Tucuman.

A partire del 1967 inizia una nuova fase nella vita professionale della cantante, quella che la portera' sui palcoscenici internazionali. Tappa che coincide con l'inizio del rapporto affettivo col suo manager Francisco "Pocho" Mazzitelli. Nel 1969, mentre il paese subisce il peso di una nuova dittatura militare esce l'album Mujeres Argentinas dedicato a personaggi femminili della storia nazionale, fra cui la scrittrice Alfonsina Storni e l'eroina ottocentesca Juana Azurduy. La censura si accanisce sempre di piu' contro le sue canzoni. E' in questo periodo che Mercedes inizia a prendere lezioni di canto e partecipa a due film storici incarnando la figura della patriota andina Azurduy.

Cercando sempre di perfezionarsi senza mai venir meno al livello artistico Mercedes alterna gli impegni internazionali ai concerti gratuiti e alle registrazioni discografiche. Agli inizi degli anni '70 escono diversi album importanti sia per la musicalita' che per il loro contenuto politico e sociale. La voce intima della cantante si fonde sempre di piu' con quella collettiva. El grito de la tierra, Homenaje a Violeta Parra (dedicato alla cantante cilena morta suicida), Hasta la Victoria, contengono brani come Cancion con todos, Cuando tenga la tierra e Gracias a la vida che diventeranno inni di lotta e di speranza per i popoli dell'America Latina. E nel '72, all'alba di quella che sembra una nuova era democratica Mercedes canta nel tempio della musica classica, il Teatro Colon. Seguono anni di forti sconvolgimenti politici. Nel 1973 si esibisce in America Latina, Europa, in Unione Sovietica. Assiste a Mosca al Congresso Mondiale per la Pace e a Parigi chiude lo spettacolo della Fete de l'Humanite'. Il colpo di Stato in Cile fa da prologo a un'epoca difficile e violenta. Continuano le pressioni e la censura e nel 1975, durante il governo di Isabelita Peron, e' minacciata di morte dalla Tripla A (l'Alleanza Argentina Anticomunista). Ciononostante, la cantante continua ad esibirsi nei teatri di Buenos Aires "con la paura che mi attanagliava", come dira' lei stessa, e conclude diverse tournee fra cui una in Giappone. Il clima di oppressione peggiora di giorno in giorno. II 24 marzo 1976 s'instaura la dittatura piu' sanguinosa della storia argentina. Poco dopo esce l'album Mercedes Sosa dedicato a poeti latinoamericani come Víctor Jara e Pablo Neruda. La censura si inasprisce. A febbraio del '78 muore improvvisamente il suo amato compagno e a ottobre durante un concerto viene arrestata per qualche ora insieme al suo pubblico. La situazione diventa insostenibile: i suoi spettacoli vengono cancellati, la sua voce sparisce dai programmi radiofonici e i suoi dischi vengono ritirati dai negozi. Nel 1979 Mercedes parte in esilio per la Spagna. "L'esilio fu il delitto perfetto. Alcuni si esiliarono dentro. Altri (...) fuori. Il delitto sta sia dentro che fuori, e' perfetto", dira' poi la cantante. Infatti, al lutto per la morte del marito si aggiungera' la lontananza dal suo unico figlio ancora minorenne. Saranno anni di grande solitudine che marcheranno a fuoco la sua vita privata, accompagnati da una frenetica attivita' artistica e da enormi successi. Fra il '79 e l'82 si trasferisce a Parigi e poi ancora a Madrid calcando i teatri di tutta Europa. L'universalita' della sua voce conquista i cuori del pubblico locale e trasmette speranza a quella moltitudine di esiliati che da qualche anno popolano il vecchio continente. Ma a dispetto dei trionfi la cantante vive in uno stato di profonda tristezza e solitudine. Le manca il figlio che ha tentato invano di portare con se', e' affamata di affetto, persino "le pietanze - come raccontera' - mi dicevano che mi mancava la mia terra. E mi ordinavano di tornare a casa". Cosi', nel 1982, poco prima che la dittatura ormai agonizzante compia l'ultima carneficina nella guerra delle Falkland/Malvinas, l'artista rientra in Argentina decisa a cantare. I concerti tenuti al Teatro Opera di Buenos Aires rimarranno una tappa memorabile nella lotta per la democrazia. Mercedes sara' affiancata da prestigiosi artisti locali e da un pubblico che a dispetto della paura affollera' la sala per dieci giorni consecutivi. Col ritorno della democrazia la cantante rientra definitivamente in patria.

Gli anni successivi vedono Mercedes impegnata a promuovere giovani musicisti provenienti dal folk, dal rock e da altri generi musicali coi quali registrera' numerosi album insieme ad artisti internazionali. Considerata ormai la voce piu' importante dell'America Latina continuera' a viaggiare per il mondo, dagli Stati Uniti al Marocco, dalla Bolivia a Israele, unendo le doti della sua voce al suo impegno etico. A meta' degli anni '80 restituisce la tessera del Partito Comunista: "perche' non volevo - spiega - rinunciare all'essenza del pensiero comunista (...) sentimento associato ad una necessita' di giustizia». Negli anni '90 partecipa ad Amburgo al gran gala contro il razzismo, canta in Vaticano nel concerto di Natale e riceve dalle Nazioni Unite il premio Unifem per il suo impegno nella difesa dei diritti delle donne. Nella sua lunga carriera verra' insignita di numerosi premi e riconoscimenti fra cui la Medaglia dell'Ordine del Cavaliere delle Arti e delle Lettere rilasciata dal Ministero della Cultura francese, il titolo di Cittadina Illustre di Buenos Aires, la Laurea di Honoris Causa dell'Universita' di Cuyo per il suo impegno come ambasciatrice culturale. Nel 1997 partecipa all'assemblea internazionale Rio+5 come vicepresidente del Comitato di redazione della Carta della Terra. Nello stesso anno, uno stato di depressione acuta e l'aggravarsi di una vecchia malattia la portano sulle soglie della morte. La cantante rimane a letto per mesi. "Capii che desideravo morire", dira' piu' tardi. Ma lentamente e con l'aiuto dei suoi cari si riprende e ritorna in attivita'.

Con l'avvento del nuovo millennio la "Cantora del Pueblo" diventa ambasciatrice dell'Unicef e s'impegna attivamente per la depenalizzazione dell'aborto. Fra concerti e tournee incide la Misa Criolla, opera somma del folklore argentino. Nel 2002 apre al Colosseo il Concerto per la Pace e inizia insieme allo scrittore Braceli la stesura della sua biografia.

Mercedes Sosa muore il 4 ottobre 2009 a Buenos Aires. Vengono decretati tre giorni di lutto nazionale. La salma esposta nel Congresso della Nazione e' salutata da una moltitudine che intona commossa le sue canzoni. Interprete eccelsa, nella sua carriera ha condiviso la scena con prestigiosi artisti come Pavarotti, Serrat, Martha Argerich, Sting, Joan Baez, Milton Nascimento. Le sue ceneri verranno disperse fra Buenos Aires, Mendoza e Tucuman.

Risorse bibliografiche e siti: Rodolfo Braceli, Mercedes Sosa. La Negra, Giulio Perrone Editore 2010; sito ufficiale: www.mercedessosa.com.ar

 

4. PROFILI. BARBARA ROMAGNOLI: LOUISE DU NEANT

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it

Dal sito www.barbararomagnoli.info riprendiamo il seguente breve profilo di Barbara Romagnoli: "Barbara Romagnoli e' nata a Roma nel 1974, giornalista professionista dal 2004, aspirante apicoltrice. Attualmente collabora con Editori Laterza e la Iowa State University - College of Design, Rome Program. E' laureata in filosofia con una tesi su "Louise du Neant: esperienza mistica e linguaggio del corpo", da allora si interessa di studi di genere e femminismi, ha partecipato a seminari, incontri, workshop e convegni sulla storia e i movimenti politici delle donne in Italia e all'estero. Da diversi anni docente per corsi di formazione, fra cui "Indipendent Radio and Media" presso Novi Sad (Serbia) nell'ambito del progetto Radio Radionica, promosso da Cie e Radio Popolare Network. Dal 1999 al 2004 ha lavorato presso la rivista "Carta", ha collaborato come freelance con varie testate (fra cui "Marea", "BCC Magazine", "Liberazione", "Peacereporter", "Amisnet", "Carta", "Aprile", "Nigrizia", "Left", "La nuova ecologia", "Confronti", "Cem mondialita'", "Noi donne"). Fra il 2002 e il 2005 e' stata coordinatrice del progetto Radio Carta (magazine radiofonico settimanale distribuito a circa 25 radio su territorio nazionale). Ha lavorato come ufficio stampa per convegni ed eventi culturali (fra cui Eurovisioni 2007 e 2008, Parole per cambiare, parole per piacere - Fiera della piccola editoria, 2005) e presso l'ufficio stampa della Sottosegretaria ai Diritti e Pari Opportunita', presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (2007-2008). Ha vissuto due anni in Olanda a Leiden, dove ha imparato a convivere con il vento. Ha fatto parte per diversi anni del collettivo A/matrix con cui ha condiviso la passione per la politica, il femminismo e la buona tavola]

 

Louise de Bellere du Tronchay detta Louise du Neant (Tronchay 1639 - Parigi 1694).

Louise nasce nel mese di settembre del 1639, nel castello di Tronchay. E' la quarta di cinque figlie di una nobile casata dell'Anjou; il padre e' scudiero e signore di Ragotry e di Tronchay, la madre discendente di un'altra nobile casata. I due fratelli piu' grandi sono entrambi cavalieri.

Il racconto della sua vita inizia all'insegna della fragilita'. Nella sua monumentale opera sulla storia del sentimento religioso in Francia Henry Bremond racconta l'infanzia di Louise, a partire dallo stesso racconto di lei: al momento della nascita viene subito battezzata perche' i suoi genitori temono per la sua vita; a quattro mesi la madre non ha piu' latte e la bambina viene affidata a una nutrice il cui latte, pero', e' cattivo... Louise e' una bambina apparentemente tranquilla, fino al giorno in cui una serva di casa non le fa bere all'eta' di otto anni del vino - e' sempre il racconto riportato da Bremond. Louise ha una crisi cosi' violenta che il padre, non sapendo dell'accaduto, attribuisce l'avvenimento alla sua natura "cattiva" e la punisce severamente. I genitori prendono a trattarla con rigidita', a punirla anche quando non e' lei a sbagliare, perche' si convincono che abbia un brutto carattere.

Louise si chiude in se', e' pudica e silenziosa e nel segreto delle sue stanze inizia un dialogo costante con Dio. A dodici anni e' mandata, dietro sua richiesta, in collegio dalle religiose di san Francesco; quando ritorna a casa e' soprannominata "la religiosa", nonostante proprio i familiari le impediscano di prendere i voti, e, poiche' nel castello spesso sono ospitati i mendicanti, si dedica alla cura dei poveri.

Inizia molto giovane a peregrinare per comunita' religiose, lunghi periodi interrotti da alcune malattie e dal tentativo della madre di farle apprezzare anche le "cose del mondo": trascorre un periodo ad Angers, nella Loira, e li' impara a danzare, cantare e studia: storia, geografia, aritmetica, la lingua italiana e la filosofia. Rientra a casa cambiata, con un nuovo spirito brillante, eloquente ed esplode in tutta la sua bellezza. E' corteggiata da piu' parti. Molti cavalieri arrivano alle lacrime nel chiederla in moglie, le donne la vogliono come amica, offrono rendite in cambio della sua compagnia, e c'e' chi la tenta, come una maga che avendo sposato un uomo con un sortilegio tenta di convincerla a fare lo stesso. Louise rifiuta. Lei e' innamorata di Gesu' Cristo e torna nell'ennesima comunita'. Qui iniziano crisi di angoscia e furore mistico tali che le religiose che la ospitano temono che sia posseduta e, soprattutto, temono di non poterla tenere piu' presso di loro. Nel 1677 decidono di internarla alla Salpetriere, lo stabilimento femminile dell'Hopital General di Parigi, luogo sorto in quegli anni per volere di Luigi XIV nel quale vengono rinchiusi i mendicanti di Parigi.

E' nei mesi di permanenza li' che Louise tiene una sorta di diario. Jean Maillard, l'ultimo confessore della donna, utilizzera' il diario e le lettere inviate ai padri spirituali per ricostruire la biografia di Louise, da cui ricaveranno notizie lo stesso Henry Bremond e Mino Bergamo.

Nelle lettere al suo confessore e padre spirituale, colui che ha il compito di accompagnare la sua "guarigione", ci sono parole piene di passione, riferite sia al sentimento amoroso che al dolore, ai tormenti e ai supplizi che Louise si autoinfligge: come lei stessa racconta, nel suo cilicio sono messe due asticelle irte di spine con due catene di ferro che le martoriano le spalle; fa costruire per se' una specie di bara dove si corica e si fa applicare a caldo sullo stomaco un crocefisso di bronzo, in modo che la figura di Gesu' Cristo le resti impressa appena guarita la dolorosa ferita. Lei alterna questi momenti a quelli di deliquio per le carezze dell'amato e fa parlare, nel diario, il suo corpo per lei. Firma le sue lettere Louise du Neant per rinnovare l'annientamento di se' dinanzi al suo divino sposo, vive nella sua carne la scissione tra "ragione" e "sragione", e il suo io si sdoppia ripetutamente in una sorta di teatro di cui e' regista e attrice assieme.

In questa radicale esperienza dell'annullamento di se', (aneantissement) che potremmo descrivere come perdita di se' e smarrimento nell'Altro, si ritrovano gli elementi della riflessione di alcuni libertini eruditi che arrivano a definire un nuovo spazio metafisico, una tensione estrema verso il Nulla o Niente, che ben rappresenta "la perdita di misura e centro, che avviera' all'eccedenza ed all'eccentricita' dell'esperienza barocca". La scissione che Louise vive e' anche quella del suo tempo. La Salpetriere e' il luogo fisico e simbolico in cui avviene il "grande internamento" del Seicento, che impone la separazione fisica da ogni tipo di devianza, da tutto cio' che non rientra nella evidenza certa della "normalita'" e dell'asse fondante della ragione cartesiana.

Fuori dal comune e' la capacita' del "linguaggio del corpo" di supplire alla mancanza di un impianto intellettualistico o di un percorso razionale di ascesa a Dio. Inconsueta, ma niente affatto isolata, l'esperienza mistica ed estatica di molte donne in questi anni passa proprio attraverso il corpo e la volonta' di dare a lui parola e di farne il canale di conoscenza e di ogni tipo di esperienza spirituale, erotica, estatica, e anche autolesionista, quasi a proiettare su di se' le colpe di tanto ardire sul piano della liberta' immaginativa: quando la lingua non puo' o non riesce ad esprimere cio' che sente e percepisce lo spirito, le viene in aiuto la totalita' di una esperienza fisica che, ricca di contraddizioni, diviene la chiave di accesso alla parola; ma anche linguaggio del corpo come segno e sintomo di una corporeita' non totalmente esprimibile se non mediante una totale sublimazione dei sensi e di erotismo, come e' presente nell'esperienza mistica. Una parola che non sempre e' compresa. E Louise viene di volta in volta considerata folle, strega, santa, al confine fra un'esperienza riconoscibile come religiosa e una patologia medica moderna.

Fonti bibliografiche: Jean Maillard, Louise du Neant. Triomphe de la pauvrete' et des humiliations (Vie et Lettres), ed. C. L. Combet, Parigi, Jerome Millon 1987; Louise du Neant, Il trionfo delle umiliazioni, a cura di M. Bergamo, Venezia, Marsilio 1994; H. Bremond, Histoire litteraire du sentiment religieux en France, 12 vol., Parigi, Colin 1967; Carlo Ossola (a cura di), Le antiche memorie del nulla, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura 1997.

 

5. PROFILI. ANNA VANZAN: HALIDE' EDIB ADIVAR

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it

Anna Vanzan (1955) iranista e islamologa, laureata in Lingue Orientali a Venezia, ha conseguito il Ph.D. in Near Eastern Studies presso la New York University. Si occupa soprattutto di problematiche di genere nei paesi islamici, in molti dei quali ha svolto ricerca. Ha tenuto corsi in atenei italiani e stranieri e attualmente insegna Cultura islamica (Iulm Milano) e Storia dei Paesi Islamici (Universita' di Pavia). E' redattrice della rivista "Afriche&Orienti" e collabora con testate giornalistiche e programmi radiofonici nazionali e esteri. E' autrice di numerosi articoli pubblicati in riviste italiane e internazionali, fra i quali: "Un secolo di femminismo in Iran: trasformazioni, strategie, sviluppi", in Genesis, IV/2, 2005, pp. 79-103; "Feeling the Pulse behind the Veil. Western Physicians and Muslim Women", in Alam e Niswan, Pakistan Journal of Women Studies, 13, 2, 2006, pp. 65-81; "Exporting (dis)honour: The practice of honour killing among the Pakistani Community in Italy", in The Other Self: Conflict, Confusion and Compromise, National Commission on the Status of Women, Islamabad (Proceeding International Conference December 2006), n.d., pp. 151-158; "Salima, un'algerina all'opposizione" e "Essere femminista, non essere femminista", in East, 15, 2007, pp. 25-33; "Le rose di Persia all'estero danno solo spine? Sguardo alla letteratura della diaspora femminile iraniana", nel dossier "Narrative di migrazioni, diaspore ed esili" curato da Anna Vanzan, in Afriche&Orienti, 2/2007, pp. 51-67. Tra le opere di Anna Vanzan: La storia velata. Donne dell'islam nell'immaginario italiano, Edizioni Lavoro, Roma 2006; Gli sciiti, Il Mulino, Bologna 2008; Figlie di Shahrazad, scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi, Bruno Mondadori, Milano 2009; Le donne di Allah, Viaggio nei femminismi islamici, Bruno Mondadori, Milano 2010. Si veda anche il suo sito www.annavanzan.com Riportiamo anche la seguente breve scheda dal sito del'Enciclopedia delle donne: "iranologa e islamologa, si e' laureata in Lingue orientali a Venezia e ha conseguito il PhD alla New York University. Si occupa prevalentemente di questioni di genere e di storia e di produzione culturale delle donne nel mondo islamico. Il suo saggio piu' recente, Le donne di Allah. Viaggio nei femminismi islamici (Bruno Mondadori, 2010), e' una inchiesta-ricerca fra le musulmane che credono nella compatibilita' tra messaggio coranico e diritti delle donne. Il suo sito: www.annavanzan.com". Segnaliamo che alcuni estratti da Figlie di Shahrazad, Bruno Mondadori, Milano 2009, abbiamo riportato in "Coi piedi per terra", n. 406, e un estratto da Le donne di Allah, Bruno Mondadori, Milano 2010, abbiamo riportato nei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 472]

 

Halide' Edib Adivar (Istanbul 1883 - 1964).

E' considerata una delle maggiori intellettuali turche del primo '900. Figlia di Edib Bey, segretario del sultano Sultan Abdul Hamid (1876-1909) e di Fatma Bedrifren, morta quando Halide' e' piccolissima, viene cresciuta dai nonni materni, che provvedono per lei a un'istruzione tanto religiosa quanto secolare. Come appartenente ad una famiglia dell'aristocrazia ottomana, le vengono altresi' presto assegnati istruttori anglosassoni (da tempo i sultani erano consapevoli dell'importanza di un'istruzione moderna e cosmopolita). Successivamente, viene ammessa al Collegio Americano di Istanbul, divenendo la prima ragazza musulmana a diplomarsi in questa istituzione (1901).

A quindici anni, Halide' ha gia' tradotto Mother di Jacob Abbot e viene insignita di un prestigioso ordine (Ordine della Croce) dallo stesso sultano. In quegli anni, le viene pure assegnato quale docente un famoso matematico, Salih Zeki Bey, e sebbene il professore sia parecchio piu' anziano della sua allieva, scoppia l'amore, e i due si sposano. Dopo circa dieci anni, Salih prende una seconda moglie, ma Halide' non sopporta di fare la co-moglie, e chiede il divorzio. Nel frattempo, si e' conquistata una solida fama di attivista femminista, avendo fondato la Societa' per l'elevazione delle donne (Teal-e Nisvan Cemiyeti, 1908), e scrivendo di questioni femminili sulla stampa nazionale. Le sue posizioni sulla condizione delle turche, in particolare sull'urgente necessita' di elevare il livello d'istruzione di donne e ragazze, provocano un pandemonio tra le forze reazionarie, tanto che Halide' deve lasciare il Paese insieme ai due figli, e si stabilisce per un periodo in Egitto. Quando puo' tornare a Istanbul pubblica il primo romanzo, Reclamando la parita' (Seviye Talip, 1909), che vede protagonista una insegnante. Il governo turco la manda in missione in Libano, dove si occupa dell'apertura di scuole e centri culturali. Di ritorno a Istanbul, sposa il medico e politico di spicco Abdulhak Adnan Adivar, e la coppia diviene un faro per il movimento nazionalista. In occasione dell'occupazione greca di Izmir (1919), Halide' pronuncia un discorso che la fa divenire pupilla del nuovo autocrate turco, Kemal Ataturk. Alcuni anni dopo, pero', la fortuna cambia di nuovo, e Halide' e il marito debbono fuggire, costretti a vivere in varie paesi europei, negli Stati Uniti e in India. Mentre e' in esilio, Halide' scrive le sue memorie dichiarando di voler giustificarsi con i figli, spiegare loro perche' spesso li ha trascurati per dedicarsi alla lotta politica. Ma l'autrice rende altresi' partecipi i lettori delle difficolta' che incontra una donna quando vuole conciliare doveri materni, attivita' femminista e passione politica e civile. Al contempo, rende un vivace ritratto, seppur con qualche tocco di esotismo, della sua vita di fanciulla in seno ad una famiglia ottomana patrizia.

Torna in patria solo alla morte di Ataturk (1939), abbandona la politica e si dedica all'insegnamento della lingua e letteratura inglesi.

Halide' ha sperimentato fama e violente critiche, che non hanno risparmiato neppure la sua opera di narratrice: in verita', i suoi romanzi sono popolati di figure femminili coraggiose e determinate, mentre i personaggi maschili sono pallidi e scarsamente credibili. Nonostante cio', alcuni suoi lavori, quali il romanzo Camicia di fuoco (Atesten Gomlek, 1923), e' unanimemente acclamato come riuscito esempio di letteratura contemporanea della Turchia, dove e' andato in ristampa numerose volte.

Halide' e' considerata una leader del movimento d'emancipazione delle donne turche, ma la sua reputazione poggia altresi' sulla sua attivita' patriottica e sulla sua produzione letteraria, consistente in una dozzina di romanzi, quattro collezioni di racconti brevi, due testi teatrali e due memoriali scritti in inglese e successivamente da lei stessa resi in turco nel 1962.

Fonti bibliografiche: Alessio Bombaci, La Letteratura turca. Firenze, Sansoni, 1969, pp. 463-466; Elizabeth Fernea, Basima Qattan Bezirgan eds., Middle Eastern Muslim Women Speak, 5th paperback printing, Austin, University of Texas Press, 1990: pp. 167-192.

 

6. PROFILI. ANNA VANZAN: FORUGH FARROKHZAD

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it

Su Forugh Farrokhzad riproponimo la seguente scheda biografica redatta da Arianna Marullo: "Forugh Farrokhzad nasce a Tehran nel 1935 in una famiglia di ceto medio, studia come disegnatrice di abiti e pittrice, iniziando precocemente a scrivere versi. A 16 anni, contro il parere della famiglia, sposa il cugino trentenne Parviz Shapur, noto caricaturista. Il matrimonio nel giro di tre anni fallisce anche a causa del desiderio di indipendenza di Forugh; secondo la legge coranica con il divorzio, nel 1954, perde la possibilita' di rivedere il suo unico figlio, Kamiar. L'anno successivo ha un esaurimento nervoso e viene ricoverata in una clinica psichiatrica; dopo un mese ne esce e parte per un viaggio di nove mesi in Italia e in Europa. Scrive poesie che esprimono i suoi sentimenti e i suoi pensieri sulla condizione della donna in Iran negli anni '50 e '60 e sulla propria vita, provocando spesso scandalo ma anche grande ammirazione. Nel 1958 incontra Ebrahim Golestan, celebre scrittore e cineasta, e inizia la sua attivita' come montatrice, sceneggiatrice, attrice e regista. Nel 1962 realizza il film La casa e' nera, su un lebbrosario di Tabriz, che vince il primo premio al festival di Oberhauzen in Germania. Nel 1963 recita il ruolo della figliastra nei Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello presso l'Istituto italiano di cultura a Tehran. Nello stesso anno l'Unesco produce un cortometraggio sulla sua vita e Bernardo Bertolucci si reca in Iran per conoscerla e intervistarla. Nel 1966 partecipa al festival del Cinema di Pesaro. Nel 1967, a soli trentadue anni, muore in un incidente d'auto. Ha scritto diverse raccolte di versi: La prigioniera (1952), Il muro (1957), Ribellione (1958), Un'altra nascita (1964) e Crediamo nell'inizio della stagione fredda (1964-66). In italiano cfr. Forugh Farrokhzad, E' solo la voce che resta. Antologia poetica, traduzione di Abbas Effati, Edizioni Thyrus, Arrone 2002". Cfr anche la presentazione e la silloge di versi a cura di Arianna Marullo nei "Telegrammi della nonviolenza in cammino" n. 366]

 

Forugh Farrokhzad (Tehran 1935 - 1967).

"Perche' dovrei fermarmi? [...] E' solo la voce che resta...".

Così si esprimeva Forugh Farrokhzad, forse la piu' grande poetessa iraniana, di certo la piu' celebrata e cara ai suoi compatrioti nell'ultimo secolo.

Nasce in una famiglia della media borghesia, dopo la scuola dell'obbligo non si diploma neppure, ma si dedica un poco allo studio della pittura. Compositrice precoce, si fa notare a meta' anni '50 con la raccolta Prigioniera, le cui liriche, cosi' come il titolo, sono per lo piu' autobiografiche: e' lei che si sente in gabbia, tanto che divorzia dal marito (peraltro sposato per amore) lasciandogli il figlio piccolissimo, onde essere libera di seguire la vocazione poetica. Con un'operazione unica nell'ambito della letteratura persiana, Forugh nei suoi versi parla da donna, mettendo in piazza i suoi sentimenti, le sue aspirazioni, la sua protesta. Nella vita, intreccia legami con vari personaggi, anche sposati, cosa che le attira spietate critiche dalla societa' iraniana del tempo, che lo shah Reza Pahlavi vorrebbe moderna e spregiudicata, ma che, in realta', lo e' parzialmente e solo a parole.

Nelle successive raccolte la giovane Forugh dichiara poeticamente di aver "peccato in un abbraccio caldo e pieno di passione"; dedica una lirica al suo amato che descrive dotato di "un corpo nudo senza vergogna" da lei nascosto nel viluppo dei suoi seni, mentre si fa vedere per Tehran in compagnia di un celebre intellettuale gia' sposato. Per sfuggire alla pressione sociale ripara per un breve periodo in Europa, dove riceve premi e riconoscimenti internazionali per un documentario che lei stessa ha girato in una comunita' di lebbrosi, La casa e' nera (1963). Incontra il regista Bernardo Bertolucci, che la rende protagonista di un suo cortometraggio. Rientrata in patria, Forugh continua a cantare i suoi amori, infrangendo sia la morale comune sia i canoni della poesia persiana. A volte risulta amara: "o donna dal cuore trasparente/ non cercare fedelta' in un uomo, giammai!/ Lui non conosce il significato dell'amore/ non rivelargli mai i segreti del tuo cuore".

Altre volte, canta i rapporti d'amore, indipendenti dalle carte bollate: "Non si tratta della fiacca unione di due nomi/ ne' dell'abbraccio fra carte vecchie di un ufficio/ si tratta della mia chioma fortunata con i papaveri arsi dal tuo bacio/ e della sincerita' dei nostri corpi, nel furto/ e nello splendore della nostra nudita'".

Forugh prosegue a testa alta, affermando che poesia e vita sono la stessa cosa; tuttavia, man mano che il tempo passa, la sua sensualita' e il suo anticonformismo sembrano cedere il passo a solitudine e delusione. Le ultime liriche conservano qualche bagliore della franchezza erotica di Forugh, ma sono soprattutto il canto di una persona sola. "Ecco, sono io/ una donna sola/ sulla soglia della stagione fredda".

La paura della morte crepita nelle ultime liriche, come se Forugh fosse presaga del suo tragico destino: e' proprio in un freddo giorno di febbraio che la sua auto scivola su una lastra di ghiaccio e lei muore, poco piu' che trentenne. Ma la sua voce non si spegne: e' la poetessa piu' tradotta all'estero e la letterata piu' amata in patria, i suoi versi sono citati da cineasti famosi e ispirano artiste di aree confinanti, quali l'Afghanistan. La sua popolarita' e' tale da venir spesso menzionata solo con il nome: Forugh.

Forugh Farrokhzad e' ora il simbolo della voglia di vivere e di liberta' degli iraniani, un faro della loro cultura, tanto che la sua tomba e' meta di pellegrinaggio di tantissimi giovani e non, che vi sostano a recitare le sue poesie, fra gli alberi carichi di neve nei freddi inverni di Tehran.

Risorse bibliografiche e siti: A. Vanzan, Le figlie di Shahrazad. Storia delle scrittrici d'Iran dal XIX secolo a oggi, cap. 3, Milano, Bruno Mondadori 2009; D. Ingenito, La strage dei fiori, Napoli, Orientexpress 2007; F. Mardani, E' solo la voce che resta. Canti di una donna ribelle del novecento iraniano, Reggio Emilia, Aliberti 2009. Sito a lei dedicato: www.forughfarrokhzad.org

 

7. PROFILI: ANNA VANZAN: TAJ OS-SOLTANEH

[Dal sito www.enciclopediadelledonne.it]

 

Taj os-Soltaneh (Tehran 1884 - 1936).

Puo' essere considerata la prima femminista iraniana. Figlia di Naser od-Din Shah, re dell'Iran dal 1848 al 1896 e della principessa Turan os-Soltaneh, trascorre l'infanzia nell'harem reale. A tredici anni viene fatta sposare ad Amir Hoseyn Khan Shoja' al-Saltana, giovane e ignorante rampollo di un notabile, ma l'infelice matrimonio sfocia nel divorzio. Durante l'adolescenza, Taj inizia un percorso educativo sotto l'insegnamento di un cugino, sviluppando un forte senso critico grazie al quale esamina severamente la societa' in cui vive. Al volgere del secolo XIX, mentre il popolo d'Iran si batte per una riforma costituzionale, Taj diviene consapevole del bisogno di riforme appoggiando i costituzionalisti, ed inizia a frequentare la Societa' per la Liberta' delle Donne (Anjoman-e Azadi-ye Zanan, una delle prime organizzazioni femministe iraniane).

Nelle sue Memorie, probabilmente scritte nel 1924, ma pubblicate solo negli anni '80, Taj menziona brevemente questa sua attivita' femminista, ma, soprattutto, ci offre le sue riflessioni interessanti e, per certi versi, rivoluzionarie, sui cambiamenti che reputa necessari per migliorare la vita delle iraniane del suo tempo. Il parametro di riferimento e' soprattutto la vita trascorsa nell'harem e le pratiche ivi in uso, ma peraltro diffuse in tutta la societa' del tempo, quali quella dei matrimoni precoci.

Taj lamenta inoltre la carenza d'istruzione di cui soffrono le sue contemporanee, e poiche' ha trascorso i primi anni dell'infanzia priva di un vero e proprio insegnamento, l'importanza dell'educazione diviene per lei un'ossessione. Taj ribatte pure la necessita' dell'allattamento al seno, pratica sconosciuta alle iraniane delle classi alte; cosi' come denuncia il clima di gelosie e di bassezze che si consumano tra le donne del gineceo reale per attirare l'attenzione del sovrano. Taj rigetta il potere goduto dalle donne dell'harem perche' basato sull'intrigo e la bassezza morale, combattendo invece una battaglia personale per rendere le donne consapevoli dell'importanza di un ruolo diverso nella societa'.

Il suo contatto con le idee europee trasforma Taj os-Soltaneh in un'entusiasta sostenitrice della cultura occidentale nei confronti di quella autoctona, un'ingenuita' della quale poi Taj si pente, finendo invece per asserire la necessita' di trovare una strada nuova e locale onde introdurre concetti liberali nella societa' iraniana del tempo. Spesso, Taj si esprime con toni da eroina romantica: "Quando verra' il giorno in cui vedro' il mio sesso emancipato e il mio Paese sulla strada del progresso, mi sacrifichero' sul campo di battaglia della liberta', versando il mio sangue assieme a quello dei miei compagni che amano la liberta' e combattono per i propri diritti".

Dopo il divorzio, Taj esce dall'harem reale, si risposa, frequenta intellettuali e gente comune, si fa vedere in pubblico senza velo: viene cantata da poeti patrioti contemporanei, affascinati dalla sua bellezza e dalle sue idee, ma la sua attivita' pubblica la rende altresi' identificabile con un comportamento libertino. Il suo bel viso finisce per ornare scatole di fiammiferi e manufatti popolari, come tappeti di basso prezzo o vassoi da te'. Perfino la scoperta delle sue Memorie, costituisce uno scandalo: il manoscritto viene scoperto da un impiegato dell'ambasciata afgana e da questi copiato, ma poi spariscono sia l'originale sia la parte finale del testo. Ma, seppur incompleto, il memoriale costituisce il primo esempio di letteratura autobiografica femminile iraniana, e la sua autrice viene comunemente considerata una precursora del movimento femminista dell'altopiano.

Bibliografia: Le Memorie di Taj os-Soltaneh sono tradotte in inglese da A. Vanzan e A. Neshati in Abbas Amanat (a cura di), Crowning Anguish, Memoirs of a Persian Princess from the Harem to Modernity, Washington D.C., Mage, 1993; Mahdavi, Shireen, Taj al-Saltaneh, an Emancipated Qajar Princess. Middle Eastern Studies, 23, 2 (April 1987): 187-193; Vanzan, Anna, The Memoirs of Taj al-Saltaneh: A Window onto the Qajar Period, in "Iranshenasi" vol. II, 4 (Winter 1991): 91-107; Vanzan, Anna, La prima autobiografia: Taj os-Soltaneh e le sue memorie, in Figlie di Shahrazad: scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi, Milano, Bruno Mondadori, 2009, pp. 19-21.

 

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA

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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"

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Numero 241 del 3 aprile 2011

 

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