Coi piedi per terra. 407



 

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COI PIEDI PER TERRA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 407 del 6 novembre 2010

 

In questo numero:

1. Peppe Sini: Incidenti mortali

2. Arianna Marullo presenta alcuni grandi poeti persiani

3. Per contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo

 

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: INCIDENTI MORTALI

 

La frequenza sempre piu' impressionante di incidenti aerei dovrebbe indurre ogni persona ragionevole alla semplice considerazione che occorre fermare l'incremento del trasporto aereo, ed anzi ridurlo.

Ma non solo per il numero crescente di incidenti mortali occorre ridurre il trasporto aereo: occorre ridurlo altresi' per l'inquinamento che esso produce, dal pesantissimo impatto sull'ambiente e sulla salute degli esseri umani.

*

Puo' forse essere interessante riproporre una delle prime riflessioni diffuse all'inizio dell'esperienza del comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti. Scrivevamo allora quanto segue.

*

1. Volare fa male alla salute

E innanzitutto alla salute di chi non vola.

Fa male alla salute dell'intera umanita' che subisce gli effetti del surriscaldamento del clima - la principale emergenza globale odierna - cui il trasporto aereo contribuisce in misura rilevantissima.

Fa male alla salute delle popolazioni che vivono nei pressi degli aeroporti che subiscono il pesantissimo inquinamento atmosferico e il non meno pesante inquinamento acustico.

Fa male alla salute dei cittadini dei Paesi come l'Italia (e come molti altri) che vedono lo Stato regalare immensi capitali alle compagnie aeree (sia elargendo giganteschi contributi diretti, sia concedendo scandalose ed incredibili esenzioni ed agevolazioni fiscali); lo stesso Stato che taglia spietatamente i servizi pubblici e il diritto alla salute e all'assistenza.

E fa male alla salute di chi vola, visto che e' una modalita'di trasporto non coerente con la stessa costituzione psicofisica ed esistenzial-culturale dell'essere umano.

Infine fa male anche alla salute degli altri animali: che anch'essi sono esseri viventi e provano sofferenza. Ma come volete che si preoccupino degli altri animali quei potenti rapinatori che non si preoccupano neppure delle sofferenze che - per arricchirsi e sperperare, per  appropriarsi privatamente ed egoisticamente consumare cio' che e' di tutti, a tutti rubandolo - infliggono tanti e tali danni agli altri esseri umani?

*

2. Volare fa male all'ambiente

Il trasporto aereo danneggia enormemente l'ecosistema planetario nella sua globalita'.

Danneggia enormemente gli ecosistemi locali.

Impedisce la realizzazione di modelli di mobilita' coerenti con modelli di sviluppo autocentrati, con tecnologie appropriate, ecologicamente sostenibili, economicamente adeguati ai bisogni e alle culture delle popolazioni, e democraticamente controllabili.

*

3. Volare e' antieconomico

Perche' e' estremamente energivoro, mentre l'umanita' ha bisogno di un'economia della sobrieta' e della condivisione che consideri il dato di fatto dei limiti della biosfera e della scarsita' delle risorse.

Perche' e' il modo di trasporto piu' costoso: non ve ne e' una adeguata percezione pubblica perche' i costi vengono esternalizzati: gli Stati sovvenzionano le compagnie aeree con fiumi di denaro ed agevolazioni; i costi ambientali e sociali vengono pagati dalle popolazioni; i lavoratori sono spesso precari e quindi costantemente sotto minaccia. La maggior parte della popolazione e' tenuta del tutto all'oscuro del fatto che ingenti risorse pubbliche che vengono sottratte ai diritti e al benessere delle persone, vengono sperperate a profitto delle compagnie aeree e dei prominenti che ruotano intorno al grande affare.

Perche' danneggia le economie locali, imponendo nocivita', costi, relazioni sociali insostenibili.

*

4. Volare e' pericoloso

Il trasporto aereo e' pericoloso per il pianeta.

Il trasporto aereo e' pericoloso per l'ambiente naturale e per i beni storici e culturali.

Il trasporto aereo e' pericoloso per le persone: danni certi alla salute, estrema pericolosita' degli incidenti, degrado della qualita' della vita.

Il trasporto aereo e' pericoloso per le liberta' civili: specialmente dopo la tragedia dell'11 settembre 2001 esso implica un enorme incremento dei controlli e quindi una crescente militarizzazione degli impianti, sui territori, nei confronti delle comunita' locali e della vita quotidiana delle persone.

*

5. Volare e' alienante

Volare fa male alla percezione di se' e del mondo.

Aeroporti ed aerei sono cio' che l'antropologia contemporanea chiama "nonluoghi": in cui  decisive esperienze umane, sia percettive che conoscitive nel senso piu' ampio e profondo, vengono inibite e represse; in cui vige e viene imposto un modello di presenza al mondo, di essere nel mondo (l'in-der-welt-sein di heideggeriana memoria) tendenzialmente dereistico, pesantemente deresponsabilizzante, fortemente eterodiretto.

Quell'esperienza decisiva della cultura umana che e' il viaggio, come iniziazione e scoperta, come ricerca di se' e dialogo con l'altro da se', qui si annienta nel vuoto di ambienti tutti uguali in una logica che si modella su schemi di condotta coatti e tendenzialmente totalitari.

*

6. Finanziare il trasporto aereo significa togliere risorse dove sono necessarie

Il trasporto aereo toglie risorse alla mobilita' sostenibile.

Il trasporto aereo toglie risorse al turismo responsabile.

Il trasporto aereo toglie risorse ai servizi pubblici a beneficio delle persone bisognose.

Il trasporto aereo toglie risorse a politiche di giustizia e di solidarieta'.

Il trasporto aereo toglie risorse alle possibilita' di un'occupazione sicura e dignitosa.

*

7. Della virtu' del limite

Il volo lasciamolo agli uccelli.

Il cielo lasciamolo alle stelle.

Cessiamo di volere tutto e tutto distruggere.

E' l'unica Terra che abbiamo.

Vi e' una sola umanita'.

 

2. POESIA E VERITA'. ARIANNA MARULLO PRESENTA ALCUNI GRANDI POETI PERSIANI

Ringraziamo Arianna Marullo (per contatti: ariannamarullo at tiscali.it) per averci messo a disposizione i seguenti profili e la seguente silloge di versi di grandi poeti persiani.

Arianna Marullo e' una delle piu' autorevoli collaboratrici del Centro di ricerca per la pace di Viterbo; dottoressa in beni culturali, lungo un decennio e' stata fondamentale animatrice del centro sociale "Valle Faul", in quel periodo forse la piu' rilevante, appassionante ed innovativa esperienza di solidarieta' concreta, di convivenza delle differenze, e di promozione della dignita' umana che ci sia stata a Viterbo negli ultimi decenni, caratterizzata dalla scelta della nonviolenza; negli ultimi anni lavora a Roma nell'ambito della critica d'arte e dell'attivita' museale, della valorizzazione di esperienze culturali e di artisti sovente negletti, e dell'allestimento di rassegne e mostre, contribuendo anche - con la perizia e l'acribia che le sono proprie - a ricerche e cataloghi; e' tra le promotrici dell'associazione nonviolenta "We have a dream". Si veda anche l'intervista nei "Telegrammi della nonviolenza in cammino", n. 356, e particolarmente la sintetica notizia biografica in essa contenuta che di seguito riportiamo: "Nata a Palermo ma cresciuta a Roma, ho seguito la mia passione infantile per le arti figurative fino alla laurea in Conservazione dei Beni Culturali a Viterbo. Qui ho partecipato all'esperienza del Centro sociale occupato autogestito Valle Faul, molto importante per me anche dal punto di vista personale grazie alle magnifiche persone con cui ho potuto condividerla, uno fra tutti Alfio Pannega. Pur mantenendo forti legami con Viterbo, nel 2001 sono tornata stabilmente a Roma, dove lavoro nel campo della conservazione, della ricerca e della realizzazione di mostre d'arte"]

 

Ferdousi (Abu-l' Qasim Mansur), il grande poeta che nei 60.000 distici del Libro dei Re (Shah Nameh) ha reso immortali le tradizioni dell'antico Iran, occupa nella letteratura persiana lo stesso posto che Dante ha nella letteratura italiana. Nasce a Tus, nel Khorasan, nel 940 e muore intorno al 1020, dieci anni dopo aver terminato la sua opera. Comincia a comporre il suo poema di argomento epico nella piena maturita', incoraggiato prima da amici, poi dai principi Samanidi e infine dal sultano d'origine turca Mahmud di Gahzna, che gli riservo' pero' un'accoglienza alquanto fredda. Il poema, in rime baciate (masnavi), narra la storia leggendaria della Persia preislamica, dal mitico primo uomo iranico fino alla conquista araba (VII secolo d.C.). L'opera di Ferdousi, pur se pervasa da considerazioni filosofiche e religiose ispirate dalla fede islamica dell'autore, racchiude alcuni concetti dell'iranismo tradizionale: il senso sacro della regalita', la lotta fra il bene e il male simboleggiata attraverso il contrasto fra il popolo iraniano, formato principalmente da allevatori e agricoltori, e il popolo turano, gruppo nomade dell'Asia centrale.

 

Re Manucher. Colloquio di Zal e Rudabeh

 

Rudabeh,

che aveva guance rosse ed i capelli

nerissimi, leggiadra come un agile

cipresso sovrastato da una Luna

alta e perfetta, sali' su un terrazzo.

e non appena apparve da lontano

l'illustre figlio del nobile Sam,

schiuse le labbra la celebre donna,

e disse: "Benvenuto, lieto giovane!

Che Dio ti benedica e benedica

chi un giorno ha avuto un figlio come te!

Ah, le mie care ancelle, io le amo!

perche', dal capo ai piedi, sei davvero

l'uomo che mi descrissero! La notte

grazie al tuo viso si trasforma in giorno,

e il cuore di ogni gente si rallegra

del tuo profumo! Sei giunto fin qui

dalle tue tende a piedi, sarai stanco!"

Il condottiero, quando alle sue orecchie

giunse dall'alto quella voce, alzo'

rapidamente gli occhi, e presto vide

che il viso di lei era come il Sole.

Come una gemma splendeva il terrazzo,

perche' le guance rosse di lei tutto

rendevano splendente e luminoso

come il rubino; ed egli le rispose:

"O bellissima donna, ti raggiungano

il mio saluto, e la benedizione

del cielo! Ah, quante notti io ho trascorso

in lacrime per te, fissando l'astro

della Spiga nel cielo, innanzi al santo

eterno Re del vero, e Lo pregai

che in segreto il tuo volto mi mostrasse!

ora il mio cuore esulta alla tua voce,

alle parole tue, oneste e colme

di grazia! ma ora, te ne prego, cerca

il modo perche' io possa raggiungerti.

Dall'alto delle mura non parlare

a me, che ascolto in basso, sulla strada".

Ella, che aveva il volto di un'alta

bellissima Uri', quando ebbe udito

la voce di quel principe guerriero,

subito sciolse le sue belle trecce

dal capo; e dalla sua alta persona,

eretta ed agile come un arbusto

grazioso, esse scendevano, e sembravano

un laccio morbido, nero e lucente

e flessibile, come mai nessuno

lanciatore di lacci aveva visto.

i riccioli intrecciati dentro i riccioli

erano serpentelli, a serpentelli

intrecciati, e ciocca dopo ciocca

scendevano oltre il mento. Cosi' ella

lascio' cadere da quell'alta torre

merlata i bei capelli, ed essi giunsero

fino a toccare il suolo; poi, dall'alto

delle mura parlo', dicendo al principe:

"Tu che discendi da chi gia' era nato

da una stirpe di coraggiosi, ora

subito sali fino a me, fa' in modo

di far giungere qui la tua persona,

dilata il petto, che hai simile a quello

di un leone, ed apri la tua mano

regale! Afferra ora uno dei capi

dei miei capelli; le mie trecce crebbero

solo per te. Solo per questo scopo

ho voluto che essi s'allungassero,

perche' un giorno giungessero a chi m'ama

inaspettatamente lo aiutassero".

E Zal guardava lei, che era bellissima,

si stupiva di un volto cosi' bello

e dei lunghi capelli; un dolce bacio

pose su quelle trecce brune, e il suono

del bacio giunse in alto fino a lei.

Ed egli disse: "Questo non e' giusto!

Che il Sole possa spegnersi, nel giorno

in cui alzassi la mano su di lei,

che e' l'anima mia, e le provocassi

sofferenza, e ferissi il cuore suo".

Da un suo valletto prese un laccio, quindi

l'attorciglio' abilmente e lo lancio'.

Il laccio si impiglio' in uno dei merli

sporgenti della torre; cosi' il giovane

pote' salire in cima a quelle mura.

Non appena raggiunse quel terrazzo

e vi si isso', la bella Rudabeh

corse da lui, e si inchino' in ossequio.

Ma il giovane le afferro' la mano

velocemente. Entrambi si muovevano

come fossero ebbri. Dal terrazzo

del nobile castello allora scesero,

e la mano di lei, leggiadro ramo

di una pianta bellissima, la mano

di lui stringeva. Ed insieme discesero

nella stanzetta luccicante di ori,

per un incontro degno di sovrani.

Quella stanzetta luminosa era

davvero un paradiso, e le fanciulle

stavano in piedi davanti alla bella

dagli occhi scuri. Ancora si stupiva

Zal per quel volto, per il portamento

nobile e maestoso, ed ammirava

i capelli di lei; ella indossava

collane e spille ed orecchini, drappi

lucenti e gemme ed agli occhi veramente

sembrava un bel giardino in primavera.

Fiorenti tulipani in un'aiuola

erano le sue guance, incoronate

dalle ciocche dei bei capelli. E la'

Zal restava seduto nella sua

maesta' divina di nobile principe,

con lei, Luna splendente. Egli portava

un pugnale pendente sopra il petto,

in capo una corona di rubini,

e la fanciulla mai non si saziava

di guardarlo, e anzi lo sbirciava

avidamente di nascosto; in lui

ammirava le braccia forti e il capo

eretto e fiero, la sua maesta',

l'alta statura, per cui egli poteva,

con un colpo della tremenda clava,

ridurre una montagna tutta in polvere.

E rimirava le sue gote splendide,

che infiammavano l'anima, e il suo cuore

divenne tutto un fuoco. Caldi baci

furono allora, e abbracci, e molti sorsi

di vino inebriante, anche se il leone

non si approprio' della sua agile preda.

Infine il condottiero alla gentile

fanciulla disse: "O tu che hai il seno candido

come l'argento, e profumi di muschio

purissimo, o tu, donna armoniosa

come un cipresso, sappi: Manucher,

quando sapra' di noi, non dara' mai

il suo consenso. Ed anche Sa'm, il figlio

di Narim, alzera' la voce irato,

con la schiuma alle labbra, e furibondi

si schiereranno contro me. Eppure

solo l'anima ai miei occhi ha valore,

perche' ho imparato a disprezzare il corpo,

quindi la morte non mi fa paura.

E qui, davanti a Dio, il nostro giudice,

ti prometto che non infrangero'

mai il nostro patto. Preghero' il Signore,

e seriamente io Lo adorero',

com'e' giusto per chi e' devoto a Dio,

perche' il sovrano della terra, e Sam,

il cavaliere, da ogni intenzione

di odio, di castigo e di vendetta

contro di me si astengano. L'Eterno

ascoltera' la mia preghiera, e infine

davanti a tutti sarai mia compagna".

"Anch'io, anch'io" rispondeva la bella,

"davanti a Dio accolgo la promessa

tua, e la tua fedelta'. Il Creatore

del mondo mi sia ora testimone

che nessuno sara' mai il mio signore

e padrone, se non Zal, valoroso

illustre eroe, che come tale ha il trono

e la corona regia e maesta' e gloria!".

Cosi' l'amore loro si accresceva

istante dopo istante. ormai lontana

era da loro ogni saggezza, e molto

vicino il desiderio; e in questo stato

rimasero, fin quando spunto' l'alba

e dalle tende giunse un grande strepito

di timpani. Allora un addio triste

disse il giovane Zal alla sua donna

bella come la Luna. Fortemente

la strinse al petto, come tiene stretta

la sua trama l'ordito di un bel panno.

E piangevano entrambi, e al nuovo Sole

che si mostrava in cielo si rivolsero:

"O tu, luce divina della terra,

contro di noi non dovevi salire

fiammeggiante nella volta celeste,

anche per poco, dovevi aspettare,

perche' questi due miseri, alla prova

dell'amore, vedendoti, non fossero

costretti all'improvviso a separare

i loro cuori che si erano uniti!".

Zal getto' dalla torre il lungo laccio

attorcigliato e scese dal castello.

 

*

 

Omar Khayyam, astronomo, scienziato e poeta originario di Nisciapur nel Khorasan, nasce verso la meta' dell'XI secolo. L'unica data certa della sua vita e' l'anno 1073, quando il potente e dotto ministro Nezam-ol-Molk lo incarico', insieme a una commissione di astronomi, di riformare il calendario secondo esatti calcoli astronomici. La sua fama in Europa, piu' che alle opere matematiche, e' legata alle Quartine (Roba'iyyat) in cui, attraverso immagini simboliche convenzionali del genere, tra cui il vino e i bei fanciulli coppieri, affiora il mondo poetico dell'autore. Nei versi di Khayyam, molto amato ed apprezzato in Occidente, emergono il desiderio dell'eternita' dell'attimo presente e la coscienza della fallibilita' umana, l'incomprensione del destino dell'uomo, il dialogo personale con Dio.

I testi seguenti sono tratti da Omar Khayyam, Quartine, a cura di Alessandro Bausani, Giulio Einaudi Editore, Torino 1956, 2007.

 

Oggi potere alcuno non hai, no, sul Domani,

E ripensare al Domani non e' che tristezza.

Non perder quest'attimo dunque se il cuore tuo non e' folle:

Di questo resto di Vita non si vede il Valore.

 

Questo vaso di terra, come me, triste amante fu un tempo,

E il cuore suo, come il mio, prigioniero d'amabil trecce fu un tempo.

E questo manico fine che vedi qui sul suo collo

Braccio abbracciato al collo di dolce fanciulla fu un tempo.

 

Quando l'ebbro Usignolo trovo' la via del Giardino

E ridente trovo' il volto della Rosa e la coppa del Vino,

Venne e in misterioso bisbiglio mi disse all'orecchio:

"Considera bene: la vita trascorsa mai piu', mai piu' non si trova".

 

Guarda! La brezza dell'alba ha strappato le vesti alla Rosa,

E l'Usignolo ebbro e' di gioia per la sua lieta bellezza.

Siedi all'ombra dei fiori, che' di questi fiori, poi, molti

Si sfoglieran sulla terra, quando noi terra saremo.

 

Quel tanto che a bere ti basta, ed a mangiare e a vestire,

Cercalo pure, che' in questo ancor sei scusato.

Ma il resto tutto e' vano, e vuoto, e tu bada bene

A non venderti via la vita preziosa per questo.

 

Dovunque io volga lo sguardo, da tutte le parti,

Ruscelli di Paradiso vedo fluir nel Giardino.

Se paradiso e' il Prato, a che parlar dei fiumi del Cielo?

Con bella d'angelico volto, in questo Paradiso rimani!

 

*

 

Mevlana Jalaluddin Rumi, vissuto fra il 1207 e il 1273, e' da molti considerato il piu' grande poeta mistico di tutti i tempi e una delle figure piu' amate del sufismo. Il suo insegnamento ha lasciato larga eco in un'area assai vasta, che abbraccia l'Iran, la Turchia, l'Afghanistan, l'India per poi diffondersi a livello universale. All'eta' di 37 anni, teologo e intellettuale di fama dalle cui lezioni erano gia' stati tratti i testi Le sette lezioni e C'e' quel che c'e', incontra Shams-e Tabrizi, un mistico vagabondo, che elegge a propria guida spirituale. Inizia cosi' a insegnare la pazzia d'amore attraverso la poesia, la musica, il ballo. La scuola di Rumi si trasforma nella Confraternita dei dervisci rotanti, o Mawlawiya, celebri appunto per la figura di danza in tondo che praticano. Il suo celebre Canzoniere, circa 50.000 distici, e' ricco di metafore ardite e personali. L'alternanza di registri linguistici contrastanti, che accosta espressioni di carattere quasi popolaresco a versi sublimi, rende i suoi scritti riconoscibili e originali. La sua opera piu' importante e' il Poema Mistico, un vasto complesso di meditazioni, sfoghi mistici e racconti allegorici in 40.000 distici ripartiti in sei libri. Definito anche L'enciclopedia metrica del sufismo, e' noto soprattutto per il suo esordio, Il lamento del flauto di canna, divenuto il simbolo della sua poetica.

 

Corro affannato alla ricerca dell'Amico,

la mia vita e' giunta al suo termine e ancora indugio nel sonno.

Si', e' vero che alla fine otterro' l'unione all'Amato,

ma chi mi ripaghera' questa vita perduta?

 

L'amore e' sconsiderato, non cosi' la ragione.

La ragione cerca il proprio vantaggio.

L'amore e' impetuoso, brucia se stesso, indomito.

Pure in mezzo al dolore,

l'amore avanza come una macina;

dura la sua superficie, procede diritto.

Morto all'egoismo,

rischia tutto senza chiedere niente.

Puo' giocarsi e perdere ogni dono elargito da Dio.

Senza motivo, Dio ci diede l'essere,

senza motivo rendiglielo.

Mettere in gioco se stessi e perdersi

e' al di la' di qualunque religione.

La religione cerca grazie e favori,

ma coloro che li rischiano e li perdono

sono i favoriti di Dio:

non mettono Dio alla prova

ne' bussano alla porta di guadagno e perdita.

 

Nella generosita' e nell'aiuto degli altri sii come un fiume.

Nella compassione e nella grazia sii come il sole.

Nel nascondere le mancanze altrui sii come la notte.

Nell'ira e nella furia sii come la morte.

Nella modestia e nell'umilta' sii come la terra.

Nella tolleranza sii come il mare.

Esisti come sei oppure sii come appari.

 

*

 

Saadi nasce a Shiraz tra il 1213 e il 1218 e qui muore nel 1292. E' noto in Occidente soprattutto sotto l'aspetto di poeta moralista. Il secolo di Saadi e' il secolo delle lotte: fra l'Occidente e l'Oriente, fra la Chiesa e l'Impero, fra la Persia e Turan, fra fazioni interne a Shiraz. Tre sono le fasi principali della sua vita: lo studio, che compi' a Shiraz e a Baghdad, i viaggi, che lo videro vagabondare nel nord Africa e in Asia fino all'India, e la contemplazione mistica. Il sentimento della vanita' d'ogni sforzo umano e l'adesione alla dottrina sufi per cio' che attiene all'assoluto distacco ch'essa insegna, improntano la sua opera, ma egli tratta la morale in modo poetico, dandole il colore di un insegnamento amabile e scherzoso. Le sue opere piu' importanti sono il Canzoniere, il poema in rime baciate Giardino, e il Roseto, in prosa. Grande e' stata la sua influenza sulle generazioni letterarie successive: alcuni suoi aneddoti sono diventati proverbi per i persiani.

 

Pensavo che, quando sarei giunto al roseto,

avrei riempito il lembo della mia veste,

per farne dono ai miei compagni.

Quando vi giunsi, il profumo delle rose talmente m'inebrio'

che il lembo della mia veste mi sfuggi' di mano.

 

Dominare il mondo da confine a confine

Non vale una goccia del sangue versato.

 

Un ladro entro' nella casa di un Sufi e non vi trovo' nulla.

Stava andando via quando il derviscio si accorse del suo disappunto

e gli getto' la coperta in cui dormiva,

perche' non se ne andasse a mani vuote.

 

Non fare amicizia con un custode di elefanti

se non hai dove mettere un elefante.

 

*

 

Hafez ("colui che conosce a memoria [il Corano]") e' il nome poetico di Shams al-Din Mohammad, originario di Shiraz (1320 ca - 1390 ca). Insegnante di Corano in una madrasa, comincio' a comporre versi sin dalla gioventu'. Il suo Canzoniere e' composto quasi unicamente di ghazal (forma poetica classica tradizionalmente usata per affrontare temi amorosi, specialmente il tema dell'amore proibito, ma anche quelli naturalistici), dei quali egli ha lasciato i piu' tersi e perfetti esempi di tutte le letterature islamiche. L'originalita' di Hafez sta nella magistrale abilita' con cui riesce a creare uno stile contrappuntistico dove realta' e simbolo, sensibile e soprasensibile, si scambiano continuamente le parti, dove ogni banale e frammentaria realta' scompare e l'amore e' l'intensita' pura dell'Amore in se', la bellezza del coppiere e' la Bellezza talmente assoluta che l'interpretazione mistica si impone quasi automaticamente. Ma sarebbe errato, nel caso di Hafez, intendere per "mistico" qualcosa di tradizionalmente ortodosso. Considerato da molti il piu' grande lirico della letteratura neopersiana, venerato nel mondo islamico al punto che si apre a caso il suo canzoniere alla ricerca di un verso che sia guida nella vita, Hafez e' stato molto amato anche in Europa sin dal Settecento.

I testi seguenti sono tratti da Hafez, Canzoniere, a cura di Stefano Pello' e Gianroberto Scarcia, Ariele, Milano 2005.

 

La rosa colore del vino e' sbocciata, ed e' l'usignolo ubriaco:

e' un invito a godere, o voi sufi devoti dell'attimo in fuga.

 

Sembravano forti qual pietra, i pilastri, la' dove s'ergeva il rimorso,

ma guarda tu, meraviglia!, Una coppa di vetro li infranse.

 

Vino, vino! In quell'imperturbabile corte

sono uguali la guardia ed il re, il sobrio e l'ebbro son pari.

 

Quest'ostello a due porte pur devi lasciare: a che vale

alti od umili in tale dimora sian portici ed archi?

 

T'e' inafferrabile gioia, se mai tu provasti il dolore:

oh, si', fu nel segno di pena e sventura che strinsero il Patto Primevo.

 

Con quel che e' e che non e' non crucciarti la mente, sta' lieto,

perche' un nulla alla fine e' ogni cosa perfetta che esiste.

 

La gloria di Asaf e l'aereo destriero, ed il verbo che fu degli uccelli

svanirono al vento, e non furono piu' di vantaggio al signore.

 

Non devi lasciare la via cosi' gonfio d'orgoglio: la freccia scagliata

rista' infatti nell'aria un momento, ma poi sulla terra ricade.

 

Come puo' ringraziare di tanto, poeta, la lingua del calamo tuo?

Li ripete ogni bocca, i tuoi versi, e poi l'una all'altra li passa.

 

*

 

Oh, benedetto per sempre quel saggio dispensatore di vino!

"Orsu' bevi," mi disse, "ed immemore fatti d'angoscia!"

 

"Ma se e' proprio il vino a disperdere al vento l'onore!".

Replico': "Dammi ascolto, e sia quel che sia.

 

Senza dar, senza avere e' il bilancio del mondo, e vi perdi i tuoi beni:

tu non essere mai, a tal negozio, ne' triste ne' lieto.

 

Quaggiu', dove il vento travolge anche i troni dei re,

se il tuo cuore posa sul nulla, non altro hai nel palmo che vento;

 

e se il consiglio dei saggi e' tedioso al poeta,

si facciano i saggi da parte, ed a te lunga vita!".

 

*

 

"Vino e fiori da spargere attorno: che cosa cercar dalla vita?".

Cosi' parlava nell'alba la rosa: e tu che hai da dire usignolo?

 

Va' a ristar nel roseto: alle labbra coppiere ed a un giovane volto

carpir baci, e libare tra fiori che danno profumo soave.

 

E al roseto fa' incedere il bosso, che apprenda il cipresso

da quella tua snella statura maniere di grazia.

 

A chi dara' poi la fortuna, codesto bocciolo ridente?

Per chi, per chi cresci, tu fragile ramo di rosa?

 

La bellezza e' una fiamma che arde laggiu' dove transita il vento:

tutto il bene che puoi con quel cero ora cogli e cattura.

 

Al tuo mercato oggi fervon gli affari? Tu fanne tesoro,

e del capitale di grazia leggiadra ricolma i forzieri.

 

In quel ricciolo cento son sacche di muschio cinese a ogni piega:

oh, se in lui fosse stato d'un indole buona il sentore!

 

Chiunque abbia voce, alitando un motivo perviene al giardino del re:

l'usignolo a intonare un bel canto, il poeta a innalzare preghiere.

 

3. RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL MEGA-AEROPORTO DI VITERBO E S'IMPEGNA PER LA RIDUZIONE DEL TRASPORTO AEREO

 

Per informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail: info at coipiediperterra.org , sito: www.coipiediperterra.org

Per contattare direttamente la portavoce del comitato, la dottoressa Antonella Litta: tel. 3383810091, e-mail: antonella.litta at gmail.com

Per ricevere questo notiziario: nbawac at tin.it

 

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COI PIEDI PER TERRA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 407 del 6 novembre 2010

 

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