Voci e volti della nonviolenza. 241



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 241 dell'8 ottobre 2008

In questo numero:
1. Roberto Mancini: Le conseguenze politiche della speranza (parte seconda e
conclusiva)
2. Et coetera

1. OGNI GIORNO LA NONVIOLENZA. ROBERTO MANCINI: LE CONSEGUENZE POLITICHE
DELLA SPERANZA (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Ringraziamo Roberto Mancini (per contatti: r.mancini at unimc.it) per averci
messo a disposizione come contributo per la Giornata della nonviolenza il
testo inedito di una relazione svolta a un convegno promosso
dll'associazione Macondo ad Asiago a fine agosto]

4. L'urgenza di un metodo per la politica
La speranza lascia intravedere un metodo per la politica, nel senso ampio di
una direzione e di un modo di agire grazie ai quali la politica stessa trova
una via e una misura; a sua volta l'assunzione di un vero metodo d'azione
svolge la speranza, permette all'umanita' di sperimentare un bene che
corrisponde alla sua dignita' per lo piu' misconosciuta.
Ma con quali tratti si delinea, in questa prospettiva, un metodo per la
politica, anzi per una politica di servizio alla societa' e all'armonia tra
umanita' e mondo naturale? Di solito tale questione riceve scarsa attenzione
da chi fa politica nei partiti e nelle istituzioni, mentre sono considerati
molto piu' rilevanti i soggetti, gli schieramenti, i numeri che esprimono i
rapporti di forza e, nel migliore dei casi, le leggi elettorali e gli
interventi di ingegneria istituzionale. Se tutti accettano implicitamente
che la politica sia ricerca e conquista del potere, va da se' che si
adottera' qualsiasi metodo sia funzionale a questo scopo. E' ovvio che per
chi intende la politica secondo questa mentalita' ad esempio personaggi come
Andreotti, Berlusconi o Bossi sono autentici "animali politici" che brillano
per astuzia, abilita' strategica e capacita' di ottenere risultati.
La guarigione della politica passa necessariamente per una nuova attenzione
al metodo e in effetti per la disponibilita' a seguirlo ed eventualmente a
svilupparlo. Nella logica di potenza il cosiddetto uomo politico, almeno
tendenzialmente, finche' puo' non deve sottostare a limiti: di potere
accumulato, perche' non avrebbe senso limitarlo e condividerlo oppure
vincolarlo all'uso di mezzi pacifici e democratici; di tempo, perche' deve
riproporsi al comando e durare il piu' possibile; di criteri morali, perche'
questo gli legherebbe le mani; di verita', perche' essa toglierebbe
giustificazione al suo potere; di giudizio critico, ad esempio dalla libera
opinione pubblica o dalla magistratura, perche' esso farebbe rischiare una
crisi di credibilita' e di consenso, oltre che una drastica riduzione della
liberta' di manovra. Se accetta un limite lo fa o per compromesso tattico e
strumentale, o perche' non puo' fare diversamente. I soggetti politici
collettivi, come governi o partiti, si muovono secondo la stessa allergia al
limite.
Nella prospettiva di una politica di servizio, invece, ogni soggetto,
singolo, collettivo o istituzionale, accetta di buon grado dei limiti: nel
potere, in quanto viene condiviso e non concentrato, anzi, esso viene
vincolato al limite che separa fecondita' e distruttivita'; nel tempo,
perche' nessuno deve assumere come un fine in se' la perpetuazione della
propria identita' politica; nel rapporto con l'etica e con la verita',
poiche' i soggetti della politica di servizio sanno che e' la politica come
tale a non dover essere assolutizzata e a mancare della legittimita' per
darsi i suoi criteri fondanti da sola; nel rapporto con il giudizio
dell'opinione pubblica e nell'esposizione ai giudizi di competenza della
magistratura, perche' il potere non degenera se viene bilanciato e
controllato da piu' istanze.
Il processo concreto in cui prende corpo questa svolta dalla politica di
potenza alla politica di servizio e' quello che prende avvio con
l'assunzione leale di un metodo da parte di una molteplicita' di individui
che si associano come movimento, gruppo, partito, sindacato, comunita',
associazione.
Una scelta simile pone le condizioni per giungere al superamento della
confusione, della mancanza di continuita' e della dispersione che spesso
gravano tuttora anche sulle forme migliori di impegno politico. Il metodo
indica e apre una via, dischiudendo un orizzonte rispetto al quale puo'
essere armonizzato il rapporto tra i fini e i mezzi, tra i valori di cui ci
si prende cura e il tipo di energia che si impiega, tra i criteri di fondo e
le strategie. Si riesce allora ad acquisire maggiore concretezza e capacita'
di armonia nell'agire.
Inoltre, l'assunzione del metodo da' l'opportunita' di superare
l'arbitrarieta' delle opzioni, delle tattiche, dei narcisismi individuali.
Non solo e non tanto perche' un metodo politico fornisce delle regole
d'azione, uno stile, un'eleganza del comportamento collettivo, ma anche e
soprattutto perche' il metodo, se viene seguito con saggezza e senso del
limite, pone i soggetti politici nella condizione di riconoscere con
fedelta' e di servire quell'orizzonte massimo che coincide con l'unita'
della speranza umana e che da' alla politica come tale la sua misura. Chi si
orienta verso un orizzonte di questo respiro non puo' non assumere un metodo
per la sua azione.
Si presenta qui un rischio ineludibile del rapporto tra metodo e politica,
quello del dogmatismo metodologico. Cio' che sto chiamando "metodo" non
dovra' infatti essere inteso come un nucleo rigido di regole e procedure.
Eppure tale tendenza involutiva rappresentera' quasi certamente una
tentazione persistente. Per molti il Metodo potrebbe finire per diventare
una specie di dogma. Proprio per questo e' necessario maturare e condividere
la consapevolezza del fatto che un metodo non e' una casa, e' una strada al
cui sviluppo possono concorrere tutti quelli che sono disposti a fare questo
cammino, e' come un fiume che ha molte correnti.
Un frutto ulteriore ed essenziale della cura per il metodo della politica
diventa percepibile quando si precisa che qui non si tratta di un metodo
qualunque, bensi' del metodo piu' adeguato a una politica di servizio e
ispirata all'unita' della speranza umana. Ne deriva che, in tal caso,
"metodo" non significa solo un quadro di criteri e di regole e neppure
soltanto una via; la parola "metodo" raccoglie anche i significati di
conversione, riorientamento, guarigione. Cioe' si tratta di una via lungo la
quale avanzare ed essere trasformati diventano tutt'uno. Il punto cruciale
e' che la fedelta' alla scelta del metodo, che e' poi fedelta' al suo
orizzonte, offre ai singoli e anche ai soggetti collettivi un antidoto alla
tentazione permanente di ricadere nella logica di potenza.
L'insieme di queste acquisizioni e' rintracciabile non a caso in quello che
secondo me rimane il paradigma del metodo politico nel senso ora accennato,
ossia il metodo della nonviolenza per come ha iniziato a svolgersi
nell'esperienza storica di Mohandas K. Gandhi, di Martin Luther King e degli
altri che hanno avuto il coraggio dell'azione nonviolenta. Proprio il
carattere esemplare della via della nonviolenza pone in primo piano il nodo
principale che la concezione qui delineata si trova dinanzi: come, quanti
assumono un metodo nonviolento, possono affrontare il contrasto con quelli
che per metodo hanno la semplice ricerca della potenza in qualunque modo? A
che serve un metodo che resta senza potere e senza efficacia? Non naufraga
tutto nell'eterna contraddizione, per dirla in termini cristiani, tra croce
e storia?
E' indispensabile giungere alla chiara consapevolezza del dato strutturale
per cui il contrasto tra politica di potenza e di dominio, da una parte, e
politica nonviolenta di servizio, dall'altra, puo' essere affrontato
positivamente solo se ogni volta si riesce a produrre un cambiamento di
piano e una riqualificazione del rapporti di forza. E' lo scambio, nel senso
ferroviario, che permette di passare dal confronto tra forze accecate e
finalizzate a sopraffare gli altri al confronto che include anche il
riconoscimento reciproco, il dialogo, la scoperta del bene comune e il servi
zio a esso. E' il passaggio dal conflitto distruttivo al conflitto solidale,
dalla ricerca del dominio alla ricerca della giustizia ospitale verso tutti.
Non c'e' potenza che possa sconfiggere la potenza; la politica della
contropotenza e' un'illusione. Solo l'amore politico nonviolento puo'
riconvertire la potenza in un'energia qualitativa, in consenso informato e
capace di discernimento, in risposta umanizzata ai bisogni sociali e umani.
Per farsi un'idea di questo tipo di scambio, di snodo, di svolta e'
illuminante ricordare ad esempio che, per quanto la cristianita' abbia
sempre di nuovo tentato, sino a oggi, di riportarla allo status dello
strumento per eccellenza della vittoria, la croce di Gesu' e i suoi frutti
sono irriducibili e alternativi alla logica della vittoria che mortifica i
nemici. Il bene comune, la pace, la giustizia vera potranno farsi strada nel
mondo non grazie ai mezzi della potenza, stabilendo il dominio dei buoni su
cattivi, bensi' grazie al moltiplicarsi delle conversioni personali e al
diffondersi di un metodo dialogico di incontro e anche di scontro. Si tratta
percio' di lavorare alle condizioni che permettono l'emergere di persone, di
soggetti collettivi, di istituzioni e di una cultura capaci di stare nel
conflitto solidale, di restare al di qua del confine che separa dalla
distruttivita' il conflitto tra posizioni esistenziali e sociali differenti,
tra diritti che sembrano elidersi a vicenda, tra tradizioni e progetti
diversi. In particolare, promuovere una cultura dei diritti umani omettendo
la cura per le condizioni del conflitto solidale significa solo alimentare
dialettiche tendenzialmente distruttive. L'attraversamento dell'iniquita' e
del male, la liberazione, la guarigione collettiva sono possibili solo per
il farsi strada della forza mite della verita', di quella verita' che e'
l'amore, e per la crescente adesione degli esseri umani a essa. Non ci sono
scorciatoie.
*
5. La politica di servizio: note per un metodo
Se adesso teniamo conto del contesto odierno, credo che il paradigma della
politica che da' corso a questa svolta possa essere specificato in quanto
metodo della politica di servizio. Voglio precisare che lo considero come
una ripresa e una specificazione del metodo della nonviolenza. La sua
descrizione e' irriducibile alla forma di una serie di ricette e consigli
pratici. Intendo semmai esplicitare, per dirla con Maria Zambrano, delle
"note per un metodo" (cfr. M. Zambrano, Note di un metodo, Napoli, Filema,
2003, p. 30), cioe' delle annotazioni che siano anche un po' delle note
musicali per un'armonia possibile e ancora incompiuta, e che comunque a me
non e' affatto completamente nota. La fisionomia di questo metodo, a grandi
linee, comincia a configurarsi facendo riferimento a tre nuclei:
a. la tipologia delle azioni necessarie e feconde;
b. il modello orientativo della loro sequenza operativa;
c. il quadro degli obiettivi parziali e interconnessi, il cui perseguimento
esige la congruita' dell'agire sia dal lato dei mezzi adottati, sia dal lato
dell'orizzonte di senso, di valore e di finalita' che ispira l'agire
politico.
a. La tipologia delle azioni necessarie e feconde, strutturalmente tipiche
della politica di servizio, deve prevedere un agire restitutivo, un agire
riconduttivo e un agire educativo.
L'azione restitutiva e' quella che provvede alla restitutio in integrum dei
diritti umani nei confronti di quanti ne sono stati spogliati. Il diritto
qui e' concepito, percepito e attuato a partire dalla condizione dei piu'
oppressi per risalire a quella di tutti. Non si tratta di rovesciare le
posizioni tra oppressi e oppressori, secondo il modello storico delle
rivoluzioni armate, ne' di alleviare la condizione degli oppressi mantenendo
la struttura sistemica che produce oppressione, secondo il modello storico
dei riformismi, ne' di fare concessioni e di dare assistenza ai piu'
svantaggiati, secondo il modello delle dottrine sociali paternaliste, ma si
tratta di ricostruire l'universalita' del riconoscimento delle persone e del
godimento dei diritti da parte loro muovendo dalla situazione di quanti sono
stati resi gli ultimi della societa'. L'azione restitutiva e', da un lato,
cosi' radicale da tendere a riplasmare complessivamente l'assetto della
convivenza e, dall'altro, cosi' pacifica da promuovere non una vendetta
sugli oppressori, ma processi di risanamento e di guarigione del tessuto
sociale, della cultura diffusa e della vita pubblica.
L'azione riconduttiva e' invece quella che cerca di riattribuire
effettivamente i doveri umani, politici, amministrativi a coloro che li
hanno elusi. Essa riporta il potere al dovere e tenta di "costringere"
culturalmente e giuridicamente chi esercita un potere pubblico a farlo
secondo giustizia, a uscire dall'indifferenza e dall'irresponsabilita'. La
rete e la stratificazione delle cause e dei fattori di un sistema iniquo di
convivenza e' assai complessa e, alle fine, ognuno sembra legittimato nel
poter dire: "non e' colpa mia". Il dominio e, in radice, il male tendono
sempre a farsi impersonali, il che consente loro di farsi pressoche'
inafferrabili, ubiqui, trascendenti. Non per niente spesso nella storia la
reazione in buona fede a questa apparenza automatica del dominio e' stata
quella di superarlo tramite l'identificazione del male con un nemico
preciso, che ha un volto, un luogo e che percio' puo' essere colpito e
sconfitto. La personificazione del negativo e' una delle piu' diffuse
strategie cognitive e poi politiche di lotta. E' l'inverso del criterio che
vorrebbe la distinzione tra il peccato e il peccatore, come talvolta si dice
nella morale religiosa e come, in chiave trasfigurata e lucida, punta a fare
la politica della nonviolenza. Nel processo di identificazione o di
personificazione, nella mentalita' della politica di contropotenza, cioe'
della prassi che combatte un dominio di altri per sostituirlo con il
proprio, per cosi' dire il peccato e' il peccatore. Tutti i delitti e gli
attentati cosiddetti politici si compiono secondo questo delirio
dell'eliminazione di un capro espiatorio.
Allora il punto cruciale per l'azione riconduttiva sta nella capacita' di
uscire sia dallo scenario di un sortilegio impersonale e immodificabile che
domina su tutti (quello che Theodor Adorno chiama "il bando": Dialettica
negativa, Torino, Einaudi, 2004, p. 162), sia dalla rappresentazione del
nemico come causa e personificazione del male, per cui si finisce per
credere che distruggendo lui il bene trionfa ("il nemico va distrutto"
scriveva con pessima esemplarita' Antonio Negri a conclusione e sigillo del
saggio Marx oltre Marx, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 197). L'azione
riconduttiva punta invece a sviluppare le forme di conoscenza critica, di
coscientizzazione etica, di attenzione dell'opinione pubblica e di pressione
politica che spingano chi detiene un potere a modificare il proprio
orientamento, ad accettare limiti impensati e indesiderati, a usare in
maniera del tutto diversa il potere che gestisce - sempre nel caso che sia
democraticamente legittimato a farlo - o anche, in molti casi, a farsi
finalmente da parte e talvolta a sottoporsi al giudizio della magistratura.
Preciso che lo spirito dell'azione riconduttiva non ha a che fare con quella
sorta di ingenua sottomissione che chiede ai potenti di diventare buoni e
responsabili, come in certe intenzioni di preghiera della liturgia
domenicale. L'azione riconduttiva e' una forma di conflitto, di pressione e
puo' eventualmente portare alla fine del potere di quei personaggi che fanno
del male a un paese e alla societa'. In ogni caso la portata dell'azione
riconduttiva dei doveri e' talmente cruciale che l'azione propriamente
restitutiva dei diritti, risanatrice e reintegratrice non ha modo di
dispiegarsi se non si sta svolgendo con almeno altrettanta efficacia anche
l'agire riconduttivo.
L'azione educativa a sua volta e' indispensabile e contestuale rispetto ai
primi due tipi d'azione; non puo' essere isolata in luoghi e tempi separati.
Certo, la famiglia, la scuola e l'universita' devono svolgere il loro
compito educativo specifico. Questo rimane fondamentale perche' una politica
di servizio ha bisogno vitale di persone vere e proprie, di esseri umani
formati, lucidi, tendenti alla saggezza, critici, creativi e nessuna di
queste caratteristiche sorge se manca la cura educativa della famiglia e
della scuola e dell'universita', ognuna per quanto le compete. Ma nel
contempo e' indispensabile che anche i movimenti, i gruppi, le associazioni,
le comunita', i partiti, i sindacati coltivino una qualita' educativa del
loro modo di essere e di agire, rendendo possibile alla societa' come tale
l'apprendimento di nuovi modi di convivenza. Alle azioni restitutive e
riconduttive vengono meno i protagonisti se mancano persone educate in tal
senso disposte ad assumere responsabilita' educative. Cio' e' evidente
soprattutto se si pensa che i tratti peculiari di una politica di servizio
sono cosi' ardui che rischiano di diventare irraggiungibili per soggetti
singoli e collettivi che non siano impegnati in un cammino di affinamento,
di conoscenza e di sapienza.
b. Il modello della sequenza operativa tramite cui i vari tipi di azione si
realizzano e' pensabile ad esempio secondo l'ipotesi seguente, ma puo'
essere concepito e vissuto altrimenti.
Posto che ci sia un risveglio interiore, motivazionale, spirituale, etico
delle persone che le porta ad agire, il passo inaugurale sta nel procedere a
una lettura della realta' storica, una lettura tale da permettere una
visione della condizione umana e dell'ordine del mondo nel presente. Questa
visione fa riconoscere urgenze e priorita', dando luogo a una consapevolezza
che poi ispira scelte e programmi.
Si tratta quindi di portarsi, come soggetti politici e come persone, sulla
frontiera delle contraddizioni di fondo di un'epoca per sollevare il peso
che grava sugli oppressi, per risanare e rigenerare il tessuto della vita
sociale, per sviluppare processi di liberazione che sfocino in un nuovo
ordine della convivenza. Mi riferisco alla contraddizione tra potenza e
servizio, tra violenza e nonviolenza, tra guerra e pace, tra uomo e donna,
tra umanita' e natura, tra capitale e lavoro, tra visioni del mondo che si
sentono incompatibili tra loro. A secondo del contesto geopolitico in cui ci
si muove si affronteranno le contraddizioni di volta in volta piu' rilevanti
e nocive.
Questo viaggio sino alla frontiera delle contraddizioni non e' mai un
"portare" o esportare il bene e la salvezza agli altri. Chiede semmai di
ascoltare le vittime e di stabilire relazioni concrete con loro senza
abbandonarle mai al loro destino, imparando dal loro sguardo e dalla loro
condizione.
Occorre agire da questa situazione, individuando i processi decisivi e
avviandoli o rafforzandoli, se sono gia' in corso. Ecco il tratto
essenziale: la politica di servizio non si cura del narcisismo delle
identita' e delle appartenenze perche' invece ha a cuore i processi reali di
cambiamento, i frutti che si possono generare. Da questo punto di vista non
le puo' essere mossa l'accusa, sempre rivolta dai fautori della Realpolitik
a chi sembra loro un utopista, di seguire un'etica dell'intenzione senza
attuare politicamente un'etica della responsabilita' per gli effetti.
L'azione che promuove processi concreti comportera' di entrare nel
conflitto, perche' le contraddizioni richiamate poco fa non sono di tipo
logico, ma sono contraddizioni economiche, sociali, culturali e implicano
contrasti durissimi. Qui il compito e' quello di imparare a stare nel
conflitto senza mezzi distruttivi, imparando ad ascoltare anche gli
avversari, ascoltando in particolare l'istanza profonda che abita,
probabilmente travisata e misconosciuta, la loro soggettivita' umana.
Si delinea cosi' una correlazione tra agenti, vittime, avversari, in ruoli
che non sono affatto rigidi, che deve potersi qualificare nel senso del
dialogo. Il metodo della politica di servizio chiede sempre di stabilire un
piano di dialogo con gli altri affinche' ci sia il riconoscimento della
dignita' di tutti e possano essere intessuti dei compromessi fruttuosi.
Parlo di quei compromessi che non sono una resa o una complicita' nei
confronti degli oppressori, ma sono delle forme di accordo che danno tempo
di trovare soluzioni migliori, di scongiurare l'uso della violenza, di
discutere e di riconoscersi come interlocutori, di percorrere una strada
prima inimmaginabile.
Senza dubbio un soggetto politico, in special modo un soggetto politico
collettivo, che abbia questo stile d'azione ha bisogno di fonti e di guide
per rivedere periodicamente la qualita' del proprio impegno e la direzione
del cammino, soprattutto quando si sconta la frustrazione per le molte
sconfitte che si subiranno. Una riserva di facolta' autocritica sara'
disponibile se questo soggetto politico sapra' aderire a momenti di silenzio
e anche di ascolto della parola dell'arte, della ricerca filosofica e
sapienziale, dell'esperienza delle fedi. Sara' necessario aggiornare di
continuo l'indagine sulle questioni centrali per l'impegno che si sta
conducendo. E in ogni caso saremo tenuti passo dopo passo a verificare se la
nostra azione produce vittime, per fermarsi in tal caso e accettare di
cambiare. Non chiudere qualsiasi canale di ascolto degli avversari servira'
appunto a rendersi conto se essi si sono trasformati nelle nostre vittime.
c. Il quadro degli obiettivi parziali e interconnessi da perseguire sulla
via della politica di servizio deve emergere nitidamente. Infatti l'impegno
che essi meritano e' decisivo per la concretezza  dell'agire. Questo quadro
serve a correlare in maniera congrua gli strumenti d'azione adottati e le
grandi finalita' tipiche dell'orizzonte di senso e di speranza che si e'
riconosciuto come vero. L'elaborazione di programmi politici ed elettorali
non potra' che scaturire da una sapiente connessione di questi diversi
livelli della politica di servizio.
Nel novero degli obiettivi intermedi considero anzitutto quello di
contribuire a riorientare l'opinione pubblica e a portare l'attenzione
sociale sulle vere priorita' della societa'. Qui si pone la questione del
consenso. Mentre una politica di potenza mira a un consenso qualunque, anzi
il piu' manipolabile e docile possibile, una politica di servizio deve
suscitare un consenso qualitativo, fondato sulla crescita della capacita' di
discernimento. Correlativamente una politica di servizio si qualifichera'
non perche' sa dare una qualunque risposta ai bisogni emergenti in una
societa', ma per la qualita' umanizzante e democratica della risposta a
questi bisogni.
Un altro obiettivo essenziale, ricorrente nelle esperienze storiche della
politica della nonviolenza, e' quello di riuscire a modificare il diritto
per ottenere leggi piu' giuste, per far nascere una costituzione o per darle
attuazione. Volgere il diritto, da strumento di conservazione dell'iniquita'
dissimulata nell'ordine vigente, in strumento di liberazione e di formazione
di una nuova sensibilita' e' un compito imprescindibile.
Si dovra' inoltre riuscire a riorientare ed eventualmente a gestire le
"politiche" specifiche di un governo e di uno stato: la politica sociale,
economica, internazionali, ecc. A tali "politiche" corrispondono processi
reali che devono essere seguiti e indirizzati. rafforzare le forme di vita e
le realta' alternative sul territorio. Su questo piano sara' decisivo
riuscire a incidere nel modo e nelle priorita' riconosciute dalle leggi di
bilancio dello stato e delle altre istituzioni locali, come pure di
organismi sopranazionali, del tipo ad esempio dell'Unione Europea.
Il quadro degli obiettivi intermedi resta naturalmente aperto, perche' e'
legato alle situazioni storiche determinate, e le indicazioni ora
esplicitate sono solo l'esempio di alcuni di essi. Analogamente rimane
aperto il disegno di un metodo per la politica di servizio, perche' e' come
un fiume che possiede molte correnti profonde e ancora sconosciute.
*
Conclusione
Credo che il cammino del mutamento storico e anche antropologico e
spirituale che ho evocato nel mio discorso sara' lungo e doloroso e che
nondimeno giungera' al suo compimento ora inimmaginabile. Credo anche che
questo cammino non sara' soltanto sostenuto e realizzato dal maturare di una
politica di servizio. Anche la politica migliore non basta e non puo'
risolvere tutto. Servira' nel contempo che si riconvertano a una logica di
servizio tutte le altre sfere dell'esperienza sociale che, oltre alla
politica, nella modernita' si sono vantate della loro autonomia: la scienza,
la tecnologia, l'economia, la morale. Ma anche la sfera dell'esperienza
religiosa, che ha sempre subito malvolentieri queste diverse autonomie. La
logica del servizio all'umanita' e al mondo vivente toglie ognuna di queste
sfere dall'ambiguita' che le costringeva alla sterile dialettica tra
sudditanza ed egemonia.
Se "era il senso dei diritti dell'uomo promettere la felicita' anche dove
non c'e' potere" (M. Horkheimer - Th. W. Adorno, Dialettica
dell'illuminismo, cit., p. 186), sta a ogni facolta', tradizione e
istituzione umana, a ogni sapere e a ogni forma d'amore vero dimostrare che
quella promessa non era falsa. E spetta a ciascuno di noi di fare la propria
parte senza pretendere di sapere prima quanta sofferenza e quanta gioia
incontrera'.

2. ET COETERA

Roberto Mancini, nato a Macerata nel 1958, docente di filosofia teoretica e
di ermeneutica filosofica presso la facolta' di lettere e filosofia
dell'Universita' di Macerata, ha dato rilevanti contributi alla riflessione
nonviolenta. Tra le opere di Roberto Mancini: L'uomo quotidiano. Il problema
della quotidianita' nella filosofia marxista contemporanea, Marietti, Casale
Monferrato 1985; Linguaggio e etica. La semiotica trascendentale di Karl
Otto Apel, Marietti, Casale Monferrato 1988; Comunicazione come ecumene. Il
significato antropologico e teologico dell'etica comunicativa, Queriniana,
Brescia 1991; L'ascolto come radice. Teoria dialogica della verita',
Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995; Esistenza e gratuita'.
Antropologia della condivisione, Cittadella Editrice, Assisi 1996; Etiche
della mondialita'. La nascita di una coscienza planetaria, Cittadella
Editrice, Assisi1997 (in collaborazione con altri); Il dono del senso.
Filosofia come ermeneutica, Cittadella Editrice, Assisi 1999; Il silenzio,
via verso la vita. (Il codice nascosto. Silenzio e verita'), Edizioni
Qiqajon, Magnago 2002; Senso e futuro della politica. Dalla globalizzazione
a un mondo comune, Cittadella Editrice, Assisi 2002; L'uomo e la comunita',
Qiqajon, Magnago 2004; Il senso del tempo e il suo mistero, Pazzini, Villa
Verucchio (Rimini) 2005; L'amore politico, Cittadella, Assisi 2005.

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