Minime. 448



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 448 del 7 maggio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Severino Vardacampi: Minimo un oratorio sulla paura
2. Nadia Urbinati: La Lega e Carlo Marx
3. Stefano Rodota': Il linguaggio dei vincitori
4. Katha Pollitt: La violenza del patriarcato
5. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
6. Edoardo Caizzi presenta "Autobiografia di una rivoluzionaria" di Angela
Davis
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. SEVERINO VARDACAMPI: MINIMO UN ORATORIO SULLA PAURA

(Manca in exergo una citazione - quella citazione - di Guenther Anders)

Dico una cosa che quarant'anni, trent'anni fa sapevamo tutti, ed oggi sembra
la ricordino solo i vecchi barbogi come me.
Certo che vi e' un'emergenza sicurezza, certo che le persone hanno paura, ed
hanno ragione di avere paura.
E piu' paura di tutti ce l'hanno quelle e quelli che sono giunte e giunti
qui per sfuggire alle guerre, alle dittature, alla schiavitu', alla fame,
alla morte. E che sono giunte e giunti qui sperando di campare la vita, di
trovare aiuto, amicizia, un luogo in cui vivere, una societa' come quella
descritta nella legge fondamentale del nostro stato. Ed invece i lupi, i
vampiri trovano, gli schiavisti trovano.
Certo che hanno ragione di avere paura.
*
E certo che anche tra chi ha piu' paura vi e' chi fa paura: "qui chi non
terrorizza si ammala di terrore" cantava De Andre' nella Storia di un
impiegato. E cos'altro e' oggi la politica e l'economia dominante se non
questo dispiegato terrorismo, questa barbarie in cui piu' ancora che il
profitto si punta a massimizzare la paura altrui, la schiavitu' che ti
mangia l'anima?
Certo che tutte e tutti hanno, abbiamo ragione di avere paura.
*
E certo che hanno ragione di avere paura in primo luogo le donne, oltre la
meta' del genere umano, che devono vivere in un mondo in cui ci sono, ci
siamo anche noi uomini. Ed ha ragione Robin Morgan quando ricorda che se di
sera per una strada deserta una donna sente alle spalle il passo pesante di
un uomo ha paura, ed ha ragione di aver paura. E ancor piu' paura ha nella
propria casa, quando si trova a dover convivere con una persona di sesso
maschile che non nasconde di sapere e poter essere il suo aguzzino - e
sovente lo e' -, e che da un momento all'altro puo' trasformarsi nel suo
carnefice. E questa paura so essere cosi' reale che fa paura anche a me
uomo, che so di recare incistati e fermentanti nel profondo di me anche
millenni di cultura maschile devastatrice e sanguinaria e stupratrice e
assassina, l'ombra e il mostro nel pozzo che devo contrastare con quella
lotta interiore che chiamiamo civilta', che chiamiamo dignita' umana, e che
e' una lotta che non finisce mai.
*
E da questa paura solo in un modo si esce: questo mi insegno' la prassi e la
teoria di Franca e Franco Basaglia. Si esce solo con l'umana solidarieta',
con la lotta per il riconoscimento di tutti i diritti umani a tutti gli
esseri umani; si esce solo insieme, "tutti o nessuno / non si puo' salvarsi
da se'".
Chiamo scelta della nonviolenza come fondamento della politica necessaria e
urgente questo riconoscimento, che con parole e tragitti diversi dai tempi
di Saffo e di Spartaco (e qui certo troppi altri nomi potrebbero mettersi -
e forse finanche tutti gli altri nomi che nella storia dell'umanita' si
siano dati - e sarebbe sempre la stessa sublime e tremenda idea e speranza,
lo stesso legato e bisogno, lo stesso grido di liberta', lo stesso appello
alla solidarieta', lo stesso cielo stellato dentro ciascuna e ciascuno di
noi) illumina e conforta i nostri giorni, questa lunga straziata dilacerata
notte. Tu veglia. Tu accorri e reca aita.

2. RIFLESSIONE. NADIA URBINATI: LA LEGA E CARLO MARX
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 24 aprile 2008, col titolo "La Lega e
Carlo Marx" e il sottotitolo "Nadia Urbinati insegna scienze politiche alla
Columbia University di New York. Tra i suoi libri: Ai confini della
democrazia (Donzelli) e L'ethos della democrazia (Laterza)".
Nadia Urbinati e' docente di Teoria politica alla Columbia University. Tra
le opere di Nadia Urbinati: Le civili liberta'. Positivismo e liberalismo
nell'Italia unita, Marsilio, 1991; Individualismo democratico. Emerson,
Dewey e la cultura politica americana, Donzelli, Roma 1997; L'ethos della
democrazia. Mill e la liberta' degli antichi e dei moderni, Laterza,
Roma-Bari 2006; Representative Democracy: Principles and Genealogy, Chicago
2006;(con Corrado Ocone), La liberta' e i suoi limiti. Antologia del
pensiero liberale da Filangieri a Bobbio, Laterza, Roma-Bari 2006; Ai
confini della democrazia. Opportunita' e rischi dell'universalismo
democratico, Donzelli, Roma 2007]

Le analisi via via piu' puntuali dei risultati elettorali dimostrano che
operai e casalinghe hanno votato per il partito piu' radicale e populista
della coalizione di centrodestra, premiando un messaggio a un tempo
liberista e razzista.
Questi dati hanno provocato una giustificata cascata di commenti e
interpretazioni. Autorevoli opinion-maker e uomini pubblici si sono
improvvisati filosofi della storia per dare un tono di fatale verita' alle
loro dichiarazioni: il mercato ha sconfessato Karl Marx dimostrando che
imprenditori e operai hanno gli stessi interessi perche' hanno gli stessi
avversari; gli avversari sono lo stato che tassa e mette regole ma che nel
contempo non riesce a controllare le frontiere. E nemmeno a tener fuori
prodotti e manovalanza a basso costo; e infine e soprattutto lo stato
sociale che con le sue politiche dei servizi sociali e' reso colpevole di
debilitare la solidarieta' locale e le reti comunitarie di sostegno ai
bisognosi. Il messaggio che viene dalla cascata di voti rastrellati dalla
Lega Nord anche in regioni di consolidata tradizione socialdemocratica come
l'Emilia Romagna, sarebbe dunque questo: il mercato deve riportare lo stato
alla sua vocazione originaria, quella che aveva prima della formazione dello
stato-nazione e della conversione bismarkiana dei governi europei; deve
tornare ad essere un sistema coercitivo che si occupa esclusivamente di
difendere diritti civili di base e che investe le proprie risorse nella
sicurezza dei cittadini e nella difesa delle frontiere. Lo stato non deve
piu' occuparsi di giustizia sociale e di ridistribuzione della ricchezza tra
i "figli uguali della nazione", come e' stato costretto a fare negli anni
della ricostruzione del dopoguerra. Non deve piu' essere ostaggio delle
illusioni socialdemocratiche per la ragione assai semplice che non c'e'
alcun problema di ingiustizia sociale a cui rimediare, ma solo la sfortuna e
la disgrazia del bisogno: piaghe fatali che l'umanita' ha ereditato dalla
caduta di Adamo ed Eva e che la carita' del buon samaritano puo' curare
molto piu' umanamente di uno stato dispensatore di servizi di cittadinanza.
Questa e' la lezione filosofica che ci viene dalle recenti elezioni.
*
Comunitarismo e liberismo sono naturalmente alleati, soprattutto quando,
come in questo scorcio di modernita', le coordinate tradizionali della
politica (gli stati-nazione) non sono in grado di far fronte ai rischi e
alle sfide della mondializzazione. Ma contrariamente ai vaticini dei
filosofi d'occasione, Marx aveva visto giusto. Il suo Manifesto e' l'earth
link del nostro tempo, una lente che zooma dal pianeta alle sue periferie e
viceversa, dandoci immagini nitide di come siamo. Ci fa vedere come
l'integrazione globale dei mercati stia insieme a un ricompattamento
comunitario locale; come l'espansione a macchia d'olio delle metropoli si
affianchi a periferie selettive e chiuse (i sobborghi americani creati ex
novo e protetti come cittadelle medievali, con cancelli, guardiani e visti
d'ingresso); come la diffusione planetaria di una cultura di massa e di una
lingua (quella inglese) si integri alla rinascita di linguaggi e culture
locali, spesso permeabili solo a chi li pratica quotidianamente (come molti
cartelli stradali nei villaggi e nelle campagne del Nord-Est). In questa
schizofrenia le solidarieta' trasversali, per intenderci quella cultura
etica universalista sulla quale la "classe operaia" aveva definito la
propria identita' e lo stato sociale le proprie politiche di giustizia,
appaiono inattuali, inefficaci, e perfino tirannici. La liberta' contro lo
stato sociale (non contro lo stato gendarme) e' la sola forte liberta' che
le destre liberiste-comunitarie esaltano e vogliono proteggere.
Se le questioni sociali sono questioni di poverta' e carita' volontaria e
non piu' di giustizia sociale, la classe operaia non ha piu' senso di
esistere. Essa non e' altro che una fascia di basso reddito misurata dalle
statistiche, l'insieme delle famiglie povere o a rischio di poverta', gente
(non classe) che arranca a fine mese su bollette e debiti, che si ciba a
costo quasi zero della cultura pop-global televisiva, che si sente
pericolosamente tallonata dall'immigrato low-cost e si fa razzista. Si fa
alleata di quegli imprenditori che vogliono le frontiere chiuse ai beni
cinesi e indiani. Una prova di questa trasformazione ci viene ancora una
volta dagli Stati Uniti, che per la loro enorme geografia sono stati a buon
diritto un laboratorio del globale-locale fin dai primi del Novecento; qui
la classe operaia non e' mai riuscita a costruire una solidarieta'
universale-nazionale proprio perche' l'immigrazione permanente ha reso
impossibile conquistare e difendere regole e diritti sociali a protezione
dei lavoratori. Il mercato del lavoro come uno stato di natura dove il
vicino e' un potenziale nemico, non un alleato di classe.
*
Dunque, una storia globale, non italiana. Una storia globale che mostra
pero' i propri effetti laddove le persone vivono: nelle citta' e nei paesi,
non nel generico globo. La politica dei "muri" che la caduta del muro di
Berlino ha generato esemplifica molto bene questa storia. Muri sono in
costruzioni in molti luoghi del mondo: per dividere stati e popoli, ma anche
quartieri di una stessa citta' come a Padova, dove gli italiani hanno in
questo modo cercato di "proteggere e separare" se stessi dai vicini
residenti di origine extraeuropea. Se il muro di Berlino doveva bloccare il
diritto di uscita ai sudditi della Germania comunista, questi nuovi muri
protezionistici dovrebbero ostruire l'entrata ai migranti o rendere la loro
vicinanza invisibile o meno visibile.
I muri anti-immigrazione, come quello spettacolare che la California ha
costruito sui confini con il Messico, sono un modo molto concreto per dire
che coloro che li innalzano pensano che potranno preservare i loro piccoli e
grandi privilegi se e fino a quando solo loro ne godranno. Mettono in
evidenza una delle piu' stridenti contraddizioni che affliggono le nostre
affluenti societa' democratiche: quella tra una cultura raffinata che
condivide valori universalistici e cosmopolitici e che resta comunque una
minoranza (spesso snob), e una diffusa cultura popolare che mentre si appaga
del consumismo globale e' atterrita dalla globalizzazione, teme fortemente
l'incertezza economica e sviluppa un attaccamento parossistico ad un
benessere che appare sempre piu' risicato, fragile e temporaneo. Come si
legge nel troppo poco letto Manifesto di Marx, alla crescita inarrestabile
di un'uniformita' globale si affianca la crescita di un'evidente resistenza
del locale: nascono nuovi nazionalismi, il razzismo, la nostalgia per
comunita' pre-moderne come il borgo e le chiese. E a questi parossismi una
parte dell'impresa capitalistica (quella piccola e media) ha un naturale
interesse ad allearsi perche' il mercato globale e' una bestia selvaggia
contro la quale non trova altro rimedio se non il vecchio stato poliziotto.
La classe operaia e' un anacronismo, dunque, ma non perche' non c'e' piu'
diseguaglianza di potere e c'e' comunanza di interessi, ma perche' questa
diseguaglianza e' stata tradotta in termini morali e apocalittici: una
questione di sfortuna, di migrazioni bibliche, di scenari finanziari in
permanente rischio di crollo. In questo panorama, il linguaggio della
politica e del riformismo appare inefficace e fuori posto mentre quello
populista avvince e unisce. Eppure, gli esseri umani non dispongono che di
ragione pubblica e linguaggio politico per governare le loro societa' in
modi civili e senza rinunciare a limitare le ragioni di sofferenza e dare a
tutti la possibilita' di vivere con umana decenza e dignita'.

3. RIFLESSIONE. STEFANO RODOTA': IL LINGUAGGIO DEI VINCITORI
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 28 aprile 2008
Stefano Rodota' e' nato a Cosenza nel 1933, giurista, docente
all'Universita' degli Studi di Roma "La Sapienza" (ha inoltre tenuto corsi e
seminari nelle Universita' di Parigi, Francoforte, Strasburgo, Edimburgo,
Barcellona, Lima, Caracas, Rio de Janeiro, Citta' del Messico, ed e'
Visiting fellow, presso l'All Souls College dell'Universita' di Oxford e
Professor alla Stanford School of Law, California), direttore dele riviste
"Politica del diritto" e "Rivista critica del diritto privato", deputato al
Parlamento dal 1979 al 1994, autorevole membro di prestigiosi comitati
internazionali sulla bioetica e la societa' dell'informazione, dal 1997 al
2005 e' stato presidente dell'Autorita' garante per la protezione dei dati
personali. Tra le opere di Stefano Rodota': Il problema della
responsabilita' civile, Giuffre', Milano 1964; Il diritto privato nella
societa' moderna, Il Mulino, Bologna 1971; Elaboratori elettronici e
controllo sociale, Il Mulino, Bologna 1973; (a cura di), Il controllo
sociale delle attivita' private, Il Mulino, Bologna 1977; Il terribile
diritto. Studi sulla proprieta' privata, Il Mulino, Bologna 1981; Repertorio
di fine secolo, Laterza, Roma-Bari, 1992; (a cura di), Questioni di
Bioetica, Laterza, Roma-Bari, 1993, 1997; Quale Stato, Sisifo, Roma 1994;
Tecnologie e diritti, Il Mulino, Bologna 1995; Tecnopolitica. La democrazia
e le nuove tecnologie della comunicazione, Laterza, Roma-Bari, 1997;
Liberta' e diritti in Italia, Donzelli, Roma 1997. Alle origini della
Costituzione, Il Mulino, Bologna, Il Mulino, 1998; Intervista su privacy e
liberta', Laterza, Roma-Bari 2005; La vita e le regole, Feltrinelli, Milano
2006]

Sono francamente ammirato dall'impassibilita' con la quale tanti
commentatori analizzano i flussi elettorali, esaltano la radicale
semplificazione del sistema parlamentare, assumono la Lega come riferimento,
si chiedono se siamo entrati nella Terza Repubblica o se la Seconda
Repubblica comincia solo ora. Ma tanti dati di cronaca, e le sollecitazioni
della memoria, mi fanno poi sorgere qualche dubbio e mi spingono a chiedere
se la vera novita' di queste elezioni non consista nell'emersione piena di
un modello culturale, sulle cui caratteristiche hanno in questi giorni
scritto assai bene su questo giornale Nadia Urbinati e Giuseppe D'Avanzo.
Non giriamo la testa dall'altra parte. Quel che e' appena accaduto, e si sta
consolidando, riguarda davvero "l'autobiografia della nazione". Non riesco a
sottovalutare fatti che troppi si sforzano di considerare minori, che
vengono confinati nel folklore, assolti da Berlusconi come simpatiche e
innocue forzature del linguaggio da parte degli uomini della Lega. E invece
dovremmo sapere (quanto e' stato scritto su questo argomento?) che proprio
il linguaggio e' la prima e rivelatrice spia di mutamenti profondi che
investono la societa' e la politica. L'elenco e' lungo, e non riguarda solo
la storia recentissima.
Si comincio' da pulpiti altissimi con l'aggressivita' verbale eretta a
comunicazione politica quotidiana, considerata troppe volte come una
simpatica bizzarria e dilagata poi in ogni possibile contenitore televisivo,
sdoganando ogni becerume anche nei luoghi propriamente istituzionali. E il
linguaggio non e' solo quello verbale. Si sono fatte le corna nei vertici
internazionali e si e' mangiata mortadella in Senato, si continuano a
disertare le manifestazioni del 25 aprile e si elegge il Bagaglino a
rappresentante della cultura nazionale.
Commentando il colpo di mano del Presidente della Commissione europea che ha
tolto all'Italia le competenze in materia di liberta', sicurezza e
giustizia, si e' detto che e' meglio cosi', che e' preferibile occuparsi di
trasporti piuttosto che di "omosessualita'". Per fortuna non si e' parlato
di "culattoni", riprendendo il simpatico linguaggio della Lega: ma, di
nuovo, il linguaggio e' rivelatore, anche perche' rende palese una cultura
incapace di comprendere la dimensione dei diritti civili. Sempre scorrendo
le cronache, scopriamo che il futuro Presidente della Camera dei deputati
apostrofa, sempre simpaticamente, un immigrato come "paraculo" mentre si
investe, non si sa a quale titolo, della funzione di controllo dei
documenti.
Di un futuro ministro leghista ci viene offerto un florilegio di citazioni
su stranieri e immigrati, sulle sanzioni da applicare, che non ha nulla da
invidiare ai suoi piu' noti ed estroversi colleghi di partito. Un bel ponte
tra passato e futuro, una indicazione eloquente degli spiriti che nutrono la
nuova maggioranza, all'interno della quale si fa sentire sempre piu' forte
la voce di chi invoca la pena di morte, raccogliendo un consenso che rischia
di vanificare il grande successo internazionale del nostro Paese come
promotore della moratoria contro la pena di morte approvata dall'Onu.
Di fronte a tutto questo dobbiamo davvero ripetere che le parole sono
pietre. Suscitano umori, li fanno sedimentare, li trasformano in consenso,
ne fanno la componente profonda di un modello culturale inevitabilmente
destinato ad influenzare le dinamiche politiche.
Parliamo chiaro. Una ventata razzista e forcaiola sta attraversando
l'Italia, e rischia di consolidarsi. Ammettiamo pure che grandi siano le
responsabilita' della sinistra, nelle sue varie declinazioni, per non aver
colto il bisogno di rassicurazione di persone e ceti, spaventati dalla
criminalita' "predatoria" e ancor piu' dall'insicurezza economica, vittime
facili dei costruttori della "fabbrica della paura". Ma questa ammissione
puo' forse diventare una assoluzione, un modo rassegnato di guardare alle
cose senza riconoscerle per quello che davvero sono?
La reazione puo' essere quella di chi alza le mani, si arrende culturalmente
e politicamente e si consegna al modello messo a punto dagli altri, con un
esercizio che vuol essere realista e, invece, e' suicida? Doppiamente
suicida, anzi. Perche' non si compete efficacemente quando si parte dalla
premessa che la ragione di fondo sta dall'altra parte: l'imitazione servile,
in politica, non rende. E, soprattutto, perche' si consoliderebbe proprio il
modello che, in nome della civilta', dev'essere rifiutato e combattuto. Le
possibilita' di ripresa delle forze di centrosinistra passa proprio dalla
piena consapevolezza della necessita' di una immediata messa a punto di una
strategia diversa.
Aggiungo che vi e' un elemento meno appariscente di quel modello che ha
lavorato nel profondo, che puo' apparire meno insidioso e che, quindi, puo'
non suscitare la reazione necessaria. Mi riferisco ad una idea di comunita'
chiusa, che coltiva distanza e ostilita'; che spinge a chiudersi nei ghetti;
che fomenta il conflitto tra i gruppi sociali contigui. Anche questa e' una
lunga storia, perche' molte ed esemplari sono le "guerre tra poveri".
Che non sono scongiurate elevando muri e neppure predicando una tolleranza
che in questi anni si e' trasformata in accettazione dell'altro alla sola
condizione che faccia cio' che ci serve e che i nostri concittadini
rifiutano, alle condizioni che imponiamo: e poi, esaurita questa funzione e
calata la sera, quelle persone si allontanino sempre di piu', isolandosi
nelle loro comunita', lontani dagli occhi e, soprattutto, liberandoci da
ogni inquietudine umana e sociale.
Dobbiamo affrancarci dalle suggestioni del comunitarismo, che presero Tony
Blair, solleticarono anche qualche politico della nostra sinistra e, ora,
rischiano di tornare alla ribalta per chi si fa abbagliare dall'esempio
leghista.
Di tutto questo non basta parlare. E' questa diversa cultura, che ha tanto
giocato anche nell'esito elettorale, a dover essere analizzata. Altrimenti,
le considerazioni sui comportamenti elettorali rimarranno monche e le stesse
proiezioni nella dimensione istituzionale saranno distorte. Non e' solo un
doveroso esercizio di pulizia intellettuale. Se si pensa che vi sono
emergenze che devono essere fronteggiate con forte spirito politico, e il
degrado culturale lo e' al massimo grado, bisogna essere chiari e
necessariamente polemici.
Guai a dare una interpretazione del "dialogo" tra maggioranza e opposizione
che induca a mettere tra parentesi le questioni piu' scottanti. Bisogna
rendersi conto che ammiccamenti e tatticismi qui non servono a nulla, e dire
alla maggioranza che in questa materia, davvero, non si puo' negoziare. Solo
cosi' puo' nascere una alleanza non strumentale tra politica e cultura, che
investa anche schieramenti diversi; e, forse, qualche apertura per uscire da
un clima che si e' fatto irrespirabile.
Un piccolo, finale esercizio di relativismo culturale. Le cronache ci hanno
parlato di un Tony Blair sorpreso senza biglietto sul treno tra l'aeroporto
e Londra. Anche i nostri giornali hanno biasimato il fatto, riprendendo le
giuste reazioni inglesi. Ma, da noi, doveva essere in primo luogo
sottolineato come un potente ex primo ministro di una grande nazione non si
servisse di auto di Stato. Questi sono i modelli culturali che ci piacciono.

4. RIFLESSIONE. KATHA POLLITT: LA VIOLENZA DEL PATRIARCATO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo
apparso su "The Nation" col titolo "Uomini della stessa stoffa" il 5 maggio
2008.
Katha Pollitt, giornalista e saggista, scrive per "The Nation" dal 1980,
suoi articoli sono apparsi anche sul "New Yorker", "Harper's Magazine",
"Ms." e il "New York Times". I pezzi scritti per la sua rubrica su "The
Nation", chiamata "Subject to Debate", sono stati raccolti nel 2001 in un
libro dallo stesso titolo, ovvero Soggetto di cui discutere: senso e
dissenso su donne, politica e cultura; il suo volume di saggi Imparare a
guidare ed altre storie di vita e' stato di recente pubblicato dalla casa
editrice Random House. Il suo sito web e' www.kathapollitt.com]

Abusi su bambini. Violenze sessuali. Donne cresciute per essere
macchine-da-figli controllate da uomini piu' potenti e piu' vecchi, in nome
di Dio. Questi ed altri shock sono palesi in cio' che si sta pian piano
scoprendo delle 139 donne e dei 437 bimbi prelevati dalle autorita' texane
dal ranch "Desiderando Sion" ad Eldorado. Il ranch era una filiazione
esterna della "Chiesa fondamentalista di Gesu' Cristo e dei santi degli
ultimi giorni", un culto mormone presieduto da Warren Jeffs, incarcerato
nello Utah come complice di uno stupro e in attesa di processo in Arizona
per incesto.
Le immagini ripetute sono quelle di donne in vestiti da prateria color
pastello e con l'identica acconciatura alla Pompadour che piangono per i
loro figli ora custoditi dallo stato, e quelle di uomini ossuti di mezz'eta'
che ripetono di non aver avuto idea che fosse illegale sposare e mettere
incinte una serie di quindicenni.
Sono immagini che si possono guardare dal punto di vista femminista, dal
punto di vista della protezione dei minori e dal punto di vista dei diritti
civili. Non e' chiaro pero' se i bambini fossero davvero in pericolo, e
questo drastico raid potrebbe spingere i membri del culto ad isolarsi ancora
di piu'. La scintilla che ha avviato l'azione, una chiamata telefonica
disperata, da una supposta sedicenne violentata dal "marito spirituale"
cinquantenne, sembra sempre di piu' essere una bufala.
Ho gia' scritto in precedenza dei mali della poligamia dei mormoni, che sono
stimati in diecimila nelle comunita' chiuse nello Utah, in Arizona, Nevada,
Sud Dakota e Texas, e non capiro' mai perche' la gente che attacca l'Islam
come oppressivo nei confronti delle donne non abbia nulla da dire di questa
chiesa. Gli argomenti del relativismo culturale, che costoro rigettano
quando devono applicarli a paesi stranieri, sono ancora meno applicabili
qui: tutti i protagonisti della storia sono americani, e si supponeva
vivessero sotto le leggi americane. Pure, per decenni le autorita' statali e
locali hanno guardato dall'altra parte quando le bambine venivano tolte da
scuola per essere "istruite a casa", e cioe' preparate per sposare i loro
zii, e quando gli adolescenti maschi erano cacciati a calci dalla comunita'
di modo che non potessero competere con uomini piu' anziani. Invece, nelle
aree adiacenti le comunita' dei mormoni, i servizi pubblici sono infiltrati
dai loro membri: le scuole pubbliche insegnano le loro dottrine religiose e
la polizia si incarica di sorvegliare le ragazze e le donne che tentano di
scappare.
*
Sconcertante quanto si vuole questa storia di dominio maschile della chiesa
dei mormoni, un'altra storia accaduta nello stesso periodo mostra con essa
alcune affinita', ma ha avuto un'attenzione molto differente: la visita di
papa Benedetto XVI negli Usa. Che festa dell'amore! Abbiamo udito
incessantemente dell'intelligenza di Benedetto, del suo fascino, delle sue
eleganti scarpe rosse. Il papa ha avuto pochissimo da fare per vincere gli
applausi dovuti ad un saggio conciliatore: avendo iniziato il suo papato
tentando di sopprimere lo scandalo dei preti pedofili, qui si e' incontrato
con l'associazione dei sopravvissuti agli abusi dei preti (Snap) ed ha
ricordato ai cattolici che omosessuali e pedofili, per quanto siano entrambi
cattivi, non sono la stessa cosa. Mantenendo nella liturgia una preghiera
"per gli ebrei", di modo che Dio possa "illuminare i loro cuori", ha
visitato la sinagoga Park East di New York, dove il rabbino non rivolge
appelli simili ai cattolici affinche' abbandonino la loro devozione a
Cristo.
E che si dice delle donne? Oh, le donne e i loro corpi disordinati! Come la
giornalista Dana Goldstein ha fatto notare, solo Barbara Boxer ha protestato
quando il senatore repubblicano Sam Brownback (che vuole cambiare la
Costituzione per cancellare l'interruzione di gravidanza) ha proposto un
benvenuto al papa scritto in codice anti-aborto, in cui si asseriva che la
religione, non la Costituzione, e' il fondamento del nostro governo. Barbara
ha messo in piedi un movimento che ha tenuto il voto sospeso per tre giorni,
sino a che le parole sono state cambiate.
Ma che fine hanno fatto le dure questioni relative al bando assoluto della
chiesa cattolica alla contraccezione, ai preservativi, al divorzio e
all'aborto anche quando quest'ultimo salva la vita alla donna? Se fosse per
il papa, noi dovremmo magari avere un po' piu' di stile delle co-mogli dei
mormoni, ma proprio come loro dovremmo restare intrappolate in un matrimonio
e avere quindici bambini.
Negli Usa la chiesa cattolica ha perso qualcosa della sua autorita' morale a
causa dei preti pedofili, ma ha piu' potere temporale di quanto si creda.
Circa il 12% degli ospedali statunitensi sono affilati alla chiesa, che li
autorizza a rifiutare gli interventi piu' moderni a cura della salute
femminile. La chiesa cattolica e' la maggiore oppositrice al fatto che le
assicurazioni sulla salute coprano il controllo delle nascite, costringendo
le donne a pagare di tasca propria 600 dollari ogni anno per i
contraccettivi. Assieme ai fondamentalisti evangelici, e' la forza
principale dietro ogni tentativo di rendere piu' restrittive le leggi
sull'interruzione di gravidanza; costoro attaccano i politici che dichiarano
che la scelta spetta alla donna, rendono i contraccettivi e la "pillola del
giorno dopo" piu' difficili da ottenere, promuovono un'educazione sessuale
falsa basata sull'astinenza e scoraggiano l'uso dei condom nella prevenzione
al virus Hiv, diffondendo dubbi infondati sulla loro efficacia.
Le agenzie umanitarie cattoliche fanno un mucchio di bene, ma il Vaticano e'
il maggior ostacolo all'avanzamento dei diritti delle donne. In Nicaragua e
Salvador ha ottenuto di recente un bando sull'aborto che ha gia' reclamato
dozzine di vite. In Cile ha sconfitto il piano della presidente Michelle
Bachelet per fornire gratuitamente contraccezione d'emergenza. In Italia, in
Polonia e ovunque in Europa lavora notte e giorno per rendere l'aborto
illegale o piu' difficile da ottenere. Nell'Africa piagata dall'Aids,
l'opposizione vaticana ai contraccettivi e' costata milioni di vite.
*
Capisco, nulla di questo e' cosi' solleticante come le "sorelle mogli" dei
mormoni negli abitini pastello e i loro spartani dormitori, pero' ha effetto
praticamente sull'intero globo. I mormoni della "Chiesa fondamentalista di
Gesu' Cristo e dei santi degli ultimi giorni" hanno molte mogli, e il papa
non ne ha nessuna, il che dimostra che c'e' piu' di un modo per mantenere le
donne perennemente incinte e al loro posto.

5. PROPOSTE. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito www.nonviolenti.org riprendiamo e diffondiamo]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il codice fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 mille. Per
molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento ed in particolare per rendere operativa la "Casa per
la pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni con coerenza lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza.
Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
P. S.: se non fai la dichiarazione in proprio, ma ti avvali del
commercialista o di un Caf, consegna il numero di codice fiscale e di'
chiaramente che vuoi destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per ulteriori informazioni e contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

6. LIBRI. EDOARDO CAIZZI PRESENTA "AUTOBIOGRAFIA DI UNA RIVOLUZIONARIA" DI
ANGELA DAVIS
[Dal quotidiano "Liberazione" del 15 luglio 2007, col titolo "Parola ad
Angela Davis, icona della resistenza nera".
Angela Davis (Birmingham, Alabama, 1944), pensatrice, militante, docente
universitaria, saggista, insegna attualmente "Storia della coscienza"
all'Universita' della California di Santa Cruz, e vi dirige il Women
Institute. Ha studiato filosofia con Marcuse e con Adorno, in varie
universita' americane, a Parigi, a  Francoforte. Attivista e teorica
marxista, femminista, antirazzista, e' stata duramente perseguitata;
continua tuttora la sua lotta e la sua attivita' di insegnamento, di
studiosa, di militante. Opere di Angela Davis: a) in italiano: Autobiografia
di una rivoluzionaria, Garzanti 1975, Minimum fax, 2007; Bianche e nere,
Editori Riuniti, 1985; Lady day, lady night, Greco & Greco, 2004; b) in
inglese: Angela Davis: An Autobiography, 1974, 1989; Women, Race and Class,
1981; Women, Culture and Politics, 1989; The Prison Industrial Complex,
2000; Are Prisons Obsolete?, 2003]

A piu' di trent'anni dalla sua uscita e dalla prima edizione italiana
(Garzanti, 1975) ritorna, in una nuova traduzione targata Minimum fax, uno
dei grandi classici della letteratura afroamericana: Autobiografia di una
rivoluzionaria di Angela Davis.
Nonostante sia uno dei testi fondamentali, insieme a I fratelli di Soledad e
all'Autobiografia di Malcolm X, per ricostruire le tappe del movimento di
emancipazione degli afroamericani negli anni Sessanta e Settanta, ha vissuto
per lungo tempo una fase di oblio editoriale, lontano dagli scaffali delle
librerie e probabilmente relegato in cantine impolverate, come cimelio di
una stagione ormai lontana, tra i ricordi di un'intera generazione.
Ricompare oggi, a distanza di molti anni, in un periodo in cui la "black
consciousness" attraversa una fase di appannamento e l'integrazione procede
stancamente su un binario che potrebbe portare, senza particolari scossoni,
ad avere il primo presidente nero della storia americana.
Nessuna ricorrenza da celebrare, nessun anniversario da rinverdire, ed e'
curioso che questo libro torni in libreria proprio oggi, occasione di
avvicinarsi ad una importante pagina della storia del Novecento per le nuove
generazioni, ma anche occasione per riappropriarsi della storia e delle
parole di Angela Davis, troppo spesso oscurate dalla sua icona. E non c'e'
niente di peggio di una icona politica che sopravvive a se stessa. Perche'
Angela Davis, suo malgrado, e' stata un'icona, una delle piu' emblematiche
della stagione del "black power", una stagione che viene ripercorsa per
intero attraverso la storia del suo percorso individuale e politico. Un
itinerario che inizia dall'infanzia nel sud razzista degli anni Cinquanta,
in un Alabama ancora segnato dalla segregazione, dove i neri devono sedersi
in fondo agli autobus e se osano comprare una casa troppo vicino al
quartiere dei bianchi vengono accolti con candelotti di dinamite.
Nonostante provenga da una famiglia del ceto medio, Angela scopre fin da
bambina gli effetti del razzismo, maturando da giovanissima uno spirito di
insofferenza verso tutte le ingiustizie. L'opprimente realta' della
provincia americana, con il suo razzismo istituzionalizzato e l'arretratezza
culturale, si fa pero' insopportabile, Angela intraprende un percorso di
studi che la porta prima a New York e poi in Europa dove studia filosofia
come allieva di Marcuse e Adorno. Qui viene a contatto con un ambiente
culturalmente piu' stimolante, ma dove non mancano le contraddizioni, in una
Germania che non ha ancora metabolizzato il passato nazista e in una Francia
dove gli algerini sono ghettizzati come i neri in qualsiasi citta'
americana. Angela sviluppa in questi anni la sua coscienza politica e
nonostante il successo negli studi, e' troppo forte il bisogno di dedicarsi
all'impegno per l'emancipazione degli afroamericani, un movimento che per
estensione e radicalita', dalle marce pacifiste di Martin Luther King alla
rivolta di Watts, ha ormai toccato il suo apice.
Decide di tornare in America dove si impegna in prima fila nel comitato di
difesa dei Fratelli di Soledad, divenendo una delle piu' intime confidenti
di George Jackson, fino alla sua morte. L'impegno senza sosta e la militanza
comunista ne fanno una delle figure piu' temute dall'Fbi, tanto che nel 1970
viene ingiustamente accusata di concorso nell'omicidio di un giudice. Dopo
un periodo di latitanza viene catturata a New York, da qui un lungo periodo
di detenzione e il processo, conclusosi con l'assoluzione, che diedero vita
a una vasta mobilitazione planetaria. E' qui che nasce l'icona Angela Davis,
la bella rivoluzionaria dalla fiera acconciatura afro, simbolo del "black
power", cantata dagli Stones, da Lennon e da De Gregori. Una popolarita' che
la porta, a soli ventotto anni a scrivere un primo bilancio della vita nella
sua autobiografia. O meglio in Una autobiografia, come recita il titolo
originale dell'opera, per ribadire come nella semplicita' di una storia
individuale siano rintracciabili i desideri, le passioni e i tratti
dominanti di un intero popolo.
Primo tra tutti la condizione di "bifrontalita'", una costante della vita di
Angela Davis, che ricorda: "provavo una tensione quasi intollerabile, come
se ci fossero in me due persone, le due facce di Giano". Divisa tra lo
studio e l'impegno politico, indecisa tra il senso di appartenenza
identitaria e il desiderio di una vita meno provinciale, costantemente
irrequieta, incarna perfettamente quella scissione tra "house negro" e
"field negro" che tanto spesso ricorre nei celebri discorsi di Malcolm X, e
che e' una delle caratteristiche principali dell'identita' afroamericana.
Il mito di Angela Davis non ha subito battute d'arresto, ma prosegue anche,
e non e' mai venuto meno negli anni, il suo impegno a favore dei neri e
della popolazione carceraria (oggi come allora costituita in larga
percentuale da afroamericani) come testimonia il suo ultimo libro, inedito
in Italia: Are Prisons Obsolete?. Dopo l'appoggio del partito comunista
americano al colpo di stato in Russia nel 1991 si e' allontanata da quella
formazione, ma continua a professare idee marxiste e insegna Storia della
Coscienza all'Universita' californiana di Santa Cruz.
Oltre che come testimonianza storica fondamentale, l'Autobiografia rimane
anche a distanza di anni una lettura avvincente grazie al lavoro di una
editor di eccezione, la scrittrice premio Nobel Toni Morrison, che ha
collaborato alla stesura del libro arricchendo gli aspetti stilistici della
narrazione e ammorbidendo le parti che rischiavano di essere troppo
didatticamente ideologiche. Pagine che fortunatamente sopravvivono
felicemente a qualsiasi moda, stagione o opportunismo, anche a trenta anni
di distanza.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 448 del 7 maggio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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