Minime. 397



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 397 del 17 marzo 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. La Birmania, il Tibet, l'Afghanistan e noi
2. Angela Pascucci: "Il Tibet come la Birmania"
3. Federico Rampini: Mentre a Lhasa vige il terrore poliziesco
4. Alcuni estratti da "Verita' e politica" di Hannah Arendt
5. Letture: Foscolo. Vita, poetica, opere scelte
6. Letture: Laura Toti Rigatelli, Sophie Germain
7. Riedizioni: Erich Auerbach, Lingua letteraria e pubblico nella tarda
antichita' latina e nel Medioevo
8. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LA BIRMANIA, IL TIBET, L'AFGHANISTAN E NOI

Una e' l'umanita'.
E tutti i diritti umani devono essere riconosciuti a tutti gli esseri umani.
Ovunque. Sempre.
Una politica che neghi questa semplice evidenza gia' non e' piu' una
politica, ma un crimine.
Una politica che preveda o consenta la lesione fisica e l'uccisione gia' non
e' piu' una politica, ma un crimine.
Una politica che ammetta ed usi la violenza fisica, il terrore, la guerra,
gia' non e' piu' una politica, ma un crimine.
La scelta della nonviolenza e' la condizione necessaria per la politica del
XXI secolo.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

2. TIBET. ANGELA PASCUCCI: "IL TIBET COME LA BIRMANIA"
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 marzo 2008, col titolo "La nuova
rabbia di Lhasa".
Angela Pascucci, giornalista e saggista, e' caporedattrice esteri del
quotidiano "Il manifesto"]

"Il Tibet come la Birmania". Un paragone da brivido sulla schiena dei leader
di Pechino, che anche per la repressione di quella rivolta furono chiamati
in causa e accusati di non fare abbastanza per ridurre a piu' miti consigli
i brutali e impresentabili "amici" della Giunta militare birmana. Si accuso'
allora la Cina di non muovere un dito per Aung San Suu Kyi e tanto meno per
i monaci buddisti birmani, per via di quell'enorme fantasma appollaiato al
suo confine occidentale, appunto il Tibet.
Il fantasma si e' puntualmente materializzato, evocato dalle Olimpiadi, che
anche in questo caso si confermano come un enorme catalizzatore di
rivendicazioni per chiunque pensi di avere conti aperti con la Cina e usa
questa grande occasione per condizionare una leadership che presta piu' di
un fianco, nella sua ansia di perfezione, ormai vicina alla paranoia, in un
circolo perverso che sta alzando oltre misura la pressione, nel momento in
cui si dovrebbero invece mantenere sangue freddo e nervi saldi.
Uscito da questo vaso di Pandora, il fantasma Tibet si e' pero' presentato
con una forza che forse neppure Pechino si aspettava. Anche se da qualche
tempo aveva cominciato ad usare la sua strabiliante ferrovia di fresca
costruzione, la "piu' alta del mondo", per spostare da Pechino a Lhasa
truppe, oltre che nuove frotte di migranti cinesi han ed eserciti di
turisti. Questi ultimi soprattutto, portatori di quattrini e modernita',
dovrebbero, nella concezione cinese, strappare all'arretratezza quella
immensa regione, da secoli cosi' vicina e legata a tutti gli imperi del
cielo cinesi ma anche cosi' inquietantemente diversa e altra.
Le proteste e le rivolte di questi giorni vengono paragonate per forza e
ampiezza a quelle che in Tibet deflagrarono nel 1989, dopo la morte del
Panchen Lama e pochi mesi prima che anche la rabbia cinese esplodesse a
Tian'Anmen. L'uso brutale della forza e l'imposizione della legge marziale
misero a tacere tutti, tibetani e cinesi. I quasi vent'anni trascorsi da
allora hanno ulteriormente mutato il volto della Cina, i cui governanti
hanno puntato con ancor piu' decisione sullo sviluppo economico e la
produzione di ricchezza materiale come antidoto a proteste e sommosse contro
l'establishment dominante del Partito. In Cina l'obiettivo e' stato
raggiunto, ma solo in parte. Ogni anno centinaia di migliaia di cinesi si
ribellano, divisi e sparsi, contro ingiustizie e sopraffazioni portato di un
sistema politico dalle sembianze ambigue. Un'altra Tian'Anmen pero', dicono
tutti, non sarebbe piu' possibile.
Certo non poteva andare diversamente in Tibet, dove lo sfrenato sviluppismo
cinese ha portato miliardi di dollari di investimenti, ma non certo
l'"armonia" sbandierata dalla leadership, e di sicuro non la pacificazione
fra le due comunita', quella tibetana e quella han che, come appare evidente
anche al piu' superficiale dei turisti, convivono a fatica e non riescono a
trovare un comune terreno di intesa nella vita di tutti i giorni. Anche
perche' per un cinese arrivato da fuori, vivere in Tibet e' difficilissimo,
anche solo per le condizioni ambientali. Molti non reggono (neppure
l'attuale presidente Hu Jintao, spedito a suo tempo a guidare il Partito in
Tibet, riusci' ad adattarsi all'altitudine) e c'e' dunque un grande turn
over stagionale. Chi decide di fermarsi, attratto da migliori condizioni
economiche, subisce una profonda mutazione fisica: il cuore si ingrossa e
cio' gli impedira' poi di andare a vivere altrove.
Se le notizie arrivate ieri saranno confermate, e' significativo che i
violenti disordini di ieri a Lhasa si siano originati, secondo le prime
cronache, da un litigio fra commercianti tibetani e han in un grande
mercato. Questo lo sfondo piu' materiale dello scontro. Poi ci sono la
storia e le rivendicazioni di indipendenza.
Il Dalai Lama stesso da tempo afferma di non sostenere piu' la causa della
separazione dalla Cina ma di battersi per una piu' grande autonomia che dia
ai tibetani il diritto di difendere la propria cultura e di praticare la
loro religione seguendo i propri dettami, non quelli imposti da Pechino, che
peraltro disconosce l'attuale Dalai Lama.
Resta tuttavia il fatto che i disordini di questi giorni, come quelli
dell'89, hanno preso l'avvio dalla celebrazione di una data particolare,
quella della fallita rivolta del '59 contro l'occupazione cinese seguita
dalla fuga del Dalai Lama in India. Rivolta che fu finanziata e sostenuta
dalla Cia. Circostanza che molto compromise la capacita' di negoziare
alcunche' nel prosieguo. Il Dalai Lama, ammettendo qualche anno fa il
compromettente aiuto Usa, ha preso atto della necessita' di cambiare
strategia e della impraticabilita' storica di una separazione.
Pechino rifiuta di riconoscerne l'autorita' e bandisce l'esposizione della
sua immagine in Tibet. I cinesi hanno gia' imposto il "loro" Panchen Lama,
facendo sparire il bambino prescelto dai tibetani in esilio. Con tutta
evidenza attendono la morte di Tienzin Gyatso per imporre anche un proprio
Dalai Lama, sicuri di risolvere cosi' il problema alla radice. Un calcolo
rischioso, basato su una chiusura assoluta, che potrebbe rivelarsi un errore
tragico, per tutti. Dopo la secessione riconosciuta del Kosovo, chi puo'
dire cosa riserva il futuro? Ma la grande Cina non e' la debole Serbia.

3. TIBET. FEDERICO RAMPINI: MENTRE A LHASA VIGE IL TERRORE POLIZIESCO
[Dal quotidiano "La Repubblica" del 15 marzo 2008, col titolo "La Cina
rivive l'incubo dell'89".
Federico Rampini (Genova, 1956), giornalista e saggista, e' stato allievo di
Raymond Aron all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, e
di Mario Monti all'Universita' Bocconi di Milano; ha iniziato la sua
attivita' di giornalista nel 1977 a "La citta' futura", poi a "Rinascita",
"L'Espresso", "Mondo Economico"; in seguito e' stato vicedirettore de "Il
Sole 24 Ore"; poi capo della redazione milanese ed in seguito editorialista
e inviato del quotidiano "La Repubblica" a Parigi, Bruxelles, San Francisco,
Pechino; ha collaborato come opinionista a "Le Figaro", "L'Express" e
"Politique etrangere" in Francia; ha insegnato alle universita' di Berkeley
e Shanghai; e' consulente dell'Institut Francais des relations
internationales; membro del comitato scientifico della rivista "Critique
Internationale" pubblicata dalla Fondation Nationale des Sciences Politiques
di Parigi, e della rivista italiana di geopolitica "Limes". Opere di
Federico Rampini: La germanizzazione. Come cambiera' l'Italia, Laterza,
1996; (con Massimo D'Alema), Kosovo, Mondadori, 1999; New Economy. Una
rivoluzione in corso, Laterza, 2000; Dall'euforia al crollo. La seconda vita
della New Economy, Laterza, 2001; Effetto Euro, Longanesi, 2002; Le paure
dell'America, Laterza, 2003; Tutti gli uomini del Presidente. George W. Bush
e la nuova destra americana, Carocci, 2004; San Francisco-Milano, Laterza,
2004; Il secolo cinese. Storie di uomini, citta' e denaro dalla fabbrica del
mondo, Mondadori, 2005; L'ombra di Mao. Sulle tracce del Grande Timoniere
per capire il presente di Cina, Tibet, Corea del Nord e il futuro del mondo,
Mondadori, 2006; L'impero di Cindia. Cina, India e dintorni: la superpotenza
asiatica da tre miliardi di persone, Mondadori, 2006; La speranza indiana.
Storie di uomini, citta' e denaro dalla piu' grande democrazia del mondo,
Mondadori, 2007]

Sulla pacifica protesta dei monaci tibetani e' scattata feroce la
repressione cinese: dagli ospedali di Lhasa giungono notizie di numerosi
morti e feriti. La capitale e' in stato d'assedio e sotto coprifuoco, tutti
i principali monasteri buddisti della regione sono circondati da reparti
della polizia antisommossa.
E' la piu' grande rivolta popolare in Tibet dal 1989, un anno di infausta
memoria: allora il plenipotenziario del Partito comunista cinese a Lhasa era
Hu Jintao, oggi presidente della Repubblica popolare. Hu Jintao l'8 marzo
1989 non esito' a dichiarare la legge marziale e a scatenare l'esercito
contro la popolazione indifesa. Si acquisto' i galloni dell'uomo forte, i
suoi metodi servirono da prova generale per il massacro di Piazza Tienanmen
tre mesi dopo.
Sono passati quasi vent'anni ma il Tibet non ha mai smesso di essere una
polveriera dove si accumulano le tensioni create dalla politica di
"assimilazione forzata". La fiammata di questi giorni puo' sembrare
improvvisa e inaspettata, in realta' da mesi si segnalavano episodi di
protesta nei monasteri, arresti, deportazioni e torture dei religiosi fedeli
al Dalai Lama.
C'e' una logica stringente dietro questa escalation. Una maggioranza dei
tibetani continua a considerare illegittima l'invasione dell'armata maoista
che nel 1950 ha annesso il loro territorio. Sentono che il tempo gioca
contro di loro, per l'invasione continua di immigrati "han" (l'etnia
maggioritaria cinese) che sconvolge gli equilibri della popolazione locale e
ne snatura l'identita' culturale.
Il precedente della rivolta birmana nel settembre scorso e' stato seguito
con passione, solidarieta' e sofferenza da parte dei buddisti tibetani:
anche questo popolo ha un attaccamento straordinario alla propria religione,
e non tollera le violenze contro i monaci. La gente di Lhasa che ha osato
protestare in queste ore sogna di avere miglior sorte del popolo birmano. Si
affida all'influenza del Dalai Lama, un leader spirituale che gode di un
immenso prestigio nel mondo. Inoltre la Cina non e' un piccolo paese
arretrato e isolato come la Birmania.
Mentre a Lhasa vige il terrore poliziesco, a poche ore di volo Pechino si
appresta a celebrare i Giochi come una prova della sua apertura verso il
resto del mondo, accogliendo milioni di turisti stranieri. Ora o mai piu':
e' il sentimento che ha spinto molti tibetani a scendere in piazza. C'e' la
speranza che nell'anno delle Olimpiadi, con gli occhi del mondo puntati su
Pechino, Hu Jintao avra' qualche esitazione prima di ordinare una nuova
carneficina.
Per gli occidentali la politica cinese in Tibet appare non solo ignobile ma
anche assurda. Con realismo e moderazione, il Dalai Lama ha smesso da
decenni di rivendicare l'indipendenza e chiede solo una ragionevole
autonomia. Basterebbe applicare al Tibet il sistema in vigore a Hong Kong:
porre dei limiti all'immigrazione dal resto della Cina, consentire forme di
autogoverno per preservare la fisionomia culturale e proteggere l'ambiente
naturale, pur lasciando a Pechino le competenze in materia di politica
estera e difesa. Ma anche un modesto federalismo appare al regime cinese
come una concessione intollerabile, destabilizzante. Pechino continua a
bollare il Dalai Lama come un "secessionista" con cui e' impossibile
dialogare.
La paura che provano i tibetani e', specularmente, la certezza di Hu Jintao:
il fattore tempo gioca in favore della Cina. Con 3,8 milioni di km quadrati
di superficie, quanto l'Europa occidentale, il Tibet occupa un terzo della
Repubblica popolare ma i suoi sei milioni di abitanti sono appena lo 0,5%
dei cinesi. Lo squilibrio demografico e' immane, e' difficile resistere alla
"sinizzazione". Il regime puo' contare anche su un consenso reale fra la
maggioranza dei cinesi sulla questione tibetana. Imbevuti di nazionalismo
fin dalle scuole elementari, imparano sui manuali di storia solo la versione
della propaganda ufficiale: il Tibet e' "sempre" appartenuto alla Cina;
dietro le velleita' di autonomia ci sono forze che vogliono indebolire la
nazione, proprio come nell'Ottocento e primo Novecento quando gli
imperialismi occidentali e giapponese "amputarono" l'Impero Celeste di pezzi
di territorio, da Hong Kong alla Manciuria.
Nazionalismo cinese, superiorita' demografica, sviluppo economico, sono i
rulli compressori che lavorano ad appiattire il Tibet. Mentre la nuova
ferrovia rovescia fiumane di "coloni", vasti quartieri di Lhasa gia' hanno
subito uno stravolgimento: ipermercati, shopping mall di elettronica, banche
e uffici turistici sono gestiti prevalentemente dai cinesi han, piu'
istruiti e abili negli affari. Lo stesso turismo di massa violenta l'anima
dei luoghi: il Potala Palace, ex dimora del Dalai Lama trasformato in museo,
e' circondato dai torpedoni, invaso da comitive cinesi volgari e arroganti.
Eppure dietro la sicumera di Hu Jintao traspare il germe di un dubbio.
L'incapacita' di aprire un dialogo col Dalai Lama rivela un'insicurezza. Il
Partito comunista cinese non accetta che dentro la societa' civile vi siano
movimenti organizzati, autorita' alternative. I culti religiosi sono stati
autorizzati dopo la fine del maoismo ma sono sottoposti a controlli
stringenti, indottrinamenti politici, obblighi di fedelta' assoluta al
governo. La figura del Dalai Lama e' inaccettabile perche' e' un'autorita'
spirituale indipendente.
Al di fuori del Tibet la Cina ha altri 150 milioni di buddisti praticanti:
guai se dovesse insinuarsi nel resto del paese l'idea che la religione puo'
diventare il tessuto connettivo di una societa' civile autonoma. Tra gli
incubi della nomenklatura c'e' lo scenario Solidarnosc, proiettato in
versione buddista.
Nonostante le sue fobie totalitarie, la classe dirigente cinese gestisce
tuttavia una superpotenza fortemente integrata nelle relazioni
internazionali. La Repubblica popolare e' membro permanente del Consiglio di
Sicurezza Onu, dell'Organizzazione del commercio mondiale; e' il principale
partner commerciale dell'Unione europea e degli Stati Uniti. Ha l'ambizione
di essere un attore responsabile nella governance globale. E' indispensabile
che l'Occidente eserciti ogni pressione per far capire a Hu Jintao i rischi
che corre in Tibet: vanno ben al di la' dei Giochi olimpici. Lo sviluppo con
cui i dirigenti di Pechino si garantiscono un consenso reale fra una parte
della popolazione, puo' incappare in serie turbolenze se la Cina decide di
presentarci un volto odioso e minaccioso.

4. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "VERITA' E POLITICA" DI HANNAH ARENDT
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Hannah Arendt, Verita' e politica, Bollati Boringhieri, Torino 1995, 2004.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo
l'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004; la recente Antologia, Feltrinelli, Milano
2006; i recentissimi Diari, Neri Pozza, 2007. Opere su Hannah Arendt:
fondamentale e' la biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt,
Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella,
Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della
politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores
d'Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente
e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di),
Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro
sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann,
Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt,
Donzelli, Roma 2005. Per chi legge il tedesco due piacevoli monografie
divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang
Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg
Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Dalle pagina 29-32
L'oggetto di queste riflessioni e' un luogo comune. Nessuno ha mai dubitato
del fatto che verita' e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l'una
con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerita' tra le
virtu' politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e
legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma
anche di quello dello statista. Perche' e' cosi'? E che cosa significa cio',
da un lato, per la natura e la dignita' dell'ambito politico e, dall'altro
lato, per la natura e la dignita' della verita' e della sincerita'? E' forse
proprio dell'essenza stessa della verita' essere impotente e dell'essenza
stessa del potere essere ingannevole? E che genere di realta' possiede la
verita' se essa e' priva di potere nell'ambito pubblico, il quale, piu' di
ogni altra sfera della vita umana, garantisce la realta' dell'esistenza agli
uomini che nascono e muoiono, cioe' a degli esseri i quali sanno che sono
apparsi dal non-essere e che dopo un po' scompariranno di nuovo in esso?
Infine, la verita' impotente non e' forse disprezzabile quanto il potere che
non presta ascolto alla verita'? Si tratta di questioni scomode, ma che
sorgono necessariamente dalle nostre convinzioni correnti in materia.
Cio' che rende questo luogo comune altamente plausibile puo' ancora essere
riassunto nell'antico adagio latino: "Fiat justitia, et pereat mundus" (sia
fatta giustizia, anche se il mondo puo' perire). A parte il suo probabile
autore nel secolo XVI (Ferdinando I, successore di Carlo V), nessuno l'ha
utilizzato se non come una domanda retorica: deve essere fatta giustizia se
e' in gioco la sopravvivenza del mondo? E l'unico grande pensatore che ha
osato affrontare diversamente la questione e' stato Immanuel Kant, il quale
audacemente spiego' che "il detto proverbiale (...) in linguaggio semplice
significa: 'La giustizia deve prevalere anche se come risultato dovessero
perire nel mondo tutti i furfanti'". Dal momento che gli uomini trovano che
non varrebbe la pena di vivere in un mondo completamente privo di giustizia,
questo "diritto umano deve essere ritenuto sacro, senza considerare il
sacrificio richiesto all'autorita' costituita (...), senza considerare le
conseguenze fisiche che ne potrebbero risultare". Ma questa risposta non e'
forse assurda? La preoccupazione per l'esistenza non precede chiaramente
qualunque altra cosa, ogni virtu' e principio? Non e' forse evidente che
essi diventano delle mere chimere se e' in pericolo il mondo, nel quale
soltanto possono essere manifestati? Il secolo XVII non aveva forse ragione
quando, quasi all'unanimita', dichiaro' che ogni Stato ha il dovere di
riconoscere, secondo le parole di Spinoza, che non esiste "nessuna legge
superiore alla propria sicurezza"? Senza dubbio, ogni principio che
trascende la semplice esistenza puo' essere messo al posto della giustizia,
e se vi mettiamo la verita' - "Fiat veritas, et pereat mundus" - l'antico
detto ci sembra ancora piu' plausibile. Se concepiamo l'azione politica nei
termini della categoria mezzi-fine, possiamo anche giungere alla
conclusione, soltanto in apparenza paradossale, che la menzogna puo' servire
molto bene a stabilire o a salvaguardare le condizioni della ricerca della
verita' (cosi' come ha indicato molto tempo fa Hobbes, la cui implacabile
logica non manca mai di portare le argomentazioni a quegli estremi in cui la
loro assurdita' diventa evidente). E le menzogne, dal momento che sono
spesso utilizzate come sostituti di mezzi piu' violenti, tendono a essere
considerate degli strumenti relativamente inoffensivi all'interno
dell'arsenale dell'azione politica.
*
Dalle pagine 41-42
Stranamente, tuttavia, non e' cosi', poiche' lo scontro tra verita' di fatto
e politica, di cui siamo oggi testimoni su cosi' larga scala, almeno sotto
certi aspetti presenta tratti molto simili. Probabilmente nessuna epoca
passata ha tollerato tante opinioni diverse su questioni religiose o
filosofiche; la verita' di fatto, pero', qualora capiti che si opponga al
profitto o al piacere di un dato gruppo, e' accolta oggi con un'ostilita'
maggiore che in passato. Senza dubbio, i segreti di Stato sono sempre
esistiti; ogni governo deve classificare determinate informazioni, non
renderle pubbliche, e colui che rivela degli autentici segreti e' sempre
stato trattato come un traditore. Qui non mi occupero' di questo. I fatti
che ho in mente sono pubblicamente conosciuti, eppure lo stesso pubblico che
li conosce puo' con successo, e spesso spontaneamente, proibirne la
discussione pubblica e trattarli come se fossero cio' che non sono, cioe'
dei segreti. Che la loro pubblicizzazione debba rivelarsi tanto pericolosa
quanto in epoche passate era pericoloso, per esempio, predicare l'ateismo o
qualche altra eresia, sembra un fenomeno curioso che aumenta d'importanza
quando lo incontriamo in paesi che sono governati tirannicamente da un
governo ideologico (anche nella Germania di Hitler e nella Russia di Stalin
era piu' pericoloso parlare dei campi di concentramento e di sterminio, la
cui esistenza non era un segreto, che avere ed esprimere delle vedute
"eretiche" sull'antisemitismo, il razzismo e il comunismo). Cio' che appare
ancora piu' allarmante e' che nei paesi liberi, nella misura in cui delle
verita' di fatto sgradite sono tollerate, esse sono spesso, consciamente o
inconsciamente, trasformate in opinioni; come se fatti quali il sostegno a
Hitler da parte della Germania o il crollo della Francia davanti
all'esercito tedesco nel 1940 o la politica del Vaticano durante la seconda
guerra mondiale, non fossero dei fatti storici documentati, ma delle
questioni d'opinione. Dal momento che tali verita' di fatto concernono dei
problemi di immediata rilevanza politica, vi e' qui in gioco piu' della
tensione, forse inevitabile, tra due modi di vivere all'interno della
struttura di una realta' comune e comunemente riconosciuta. E' questa stessa
realta' comune e fattuale a essere qui in gioco, e cio' costituisce davvero
un problema politico di prim'ordine. E dal momento che la verita' di fatto -
anche se si presta molto meno della verita' filosofica alla discussione ed
e' cosi' chiaramente alla portata di tutti - sembra spesso subire un destino
simile quando e' esposta in pubblico - sembra cioe' essere contraddetta non
da menzogne e deliberate falsita', ma dall'opinione - vale forse la pena di
riaprire l'antica e apparentemente obsoleta questione dello scontro tra
verita' e opinione.
*
Dalle pagina 44-45
Ma esistono fatti indipendenti dall'opinione e dall'interpretazione?
Generazioni di storici e di filosofi della storia non hanno forse dimostrato
l'impossibilita' di constatare dei fatti senza interpretarli, poiche' essi
devono prima di tutto essere individuati ed estratti da un caos di puri
avvenimenti (e i princÏpi di scelta certamente non sono dei dati di fatto),
e in seguito essere inseriti in una storia che non puo' essere raccontata se
non da una certa prospettiva, la quale non ha nulla a che vedere con cio'
che e' accaduto in origine? Senza dubbio, queste e moltissime altre
difficolta' inerenti alle scienze storiche sono reali, ma esse non
costituiscono un argomento contro l'esistenza della materia fattuale, ne'
possono servire come giustificazione per offuscare le linee di demarcazione
tra un fatto, una opinione e una interpretazione, o servire allo storico
come una scusa per manipolare i fatti a suo piacimento. Anche se ammettiamo
che ogni generazione ha il diritto di scrivere la propria storia, ammettiamo
soltanto che essa ha il diritto di riordinare i fatti in armonia con la
propria prospettiva, non ammettiamo il diritto di toccare la materia
fattuale in quanto tale. Per illustrare questo punto, scusandoci di non
approfondire ulteriormente la questione: si dice che Clemenceau, durante gli
anni Venti, poco prima della sua morte, si trovo' coinvolto in una
conversazione amichevole con un rappresentante della Repubblica di Weimar in
merito alla questione della responsabilita' per l'esplosione della prima
guerra mondiale. A Clemenceau fu chiesto: "A suo avviso, che cosa penseranno
gli storici futuri di questo problema fastidioso e controverso?" Egli
rispose: "Non lo so, ma so per certo che non diranno che il Belgio ha invaso
la Germania". Noi ci occupiamo qui di dati brutalmente elementari di questo
tipo, la cui indistruttibilita' e' stata data per scontata anche dai piu'
estremi e sofisticati credenti nello storicismo.
E' vero, ci vorrebbe molto di piu' dei capricci degli storici per eliminare
dalla storia il fatto che nella notte del 4 agosto 1914 le truppe tedesche
hanno varcato la frontiera del Belgio; cio' richiederebbe non meno di un
monopolio del potere sull'intero mondo civilizzato. Ma un tale monopolio e'
tutt'altro che inconcepibile, e non e' difficile immaginare quale sarebbe il
destino della verita' di fatto se gli interessi di potere, nazionali o
sociali, avessero l'ultima parola in tali questioni; il che ci riporta al
nostro sospetto che possa appartenere alla natura dell'ambito politico
l'essere in guerra con la verita' in tutte le sue forme e, dunque, alla
questione del perche' anche il rispetto della verita' di fatto sia percepito
come un'attitudine antipolitica.
*
Dalle pagine 58-60
Il contrassegno della verita' di fatto e' che il suo contrario non e' ne'
l'errore ne' l'illusione ne' l'opinione - che non si riflettono sulla
sincerita' personale - ma la falsita' deliberata, o menzogna. Naturalmente,
l'errore in riferimento alla verita' di fatto e' possibile e anche comune;
in tal caso, questo tipo di verita' non e' in alcun modo diverso dalla
verita' scientifica o razionale. Ma il punto essenziale e' che, per quanto
concerne i fatti, esiste un'altra alternativa e che questa alternativa, la
deliberata falsita', non appartiene alla stessa specie delle proposizioni
che, siano esse giuste o errate, intendono soltanto dire cio' che e', o come
mi appare qualcosa che e'. Un'affermazione fattua1e - la Germania ha invaso
il Belgio nell'agosto del 1914 - acquista delle implicazioni politiche
soltanto se viene posta in un contesto interpretativo. Ma la proposizione
contraria - che Clemenceau, non ancora al corrente dell'arte di riscrivere
la storia, considerava assurda - non necessita di alcun contesto per avere
una rilevanza politica. Essa e' chiaramente un tentativo di cambiare la
storia documentata e, in quanto tale, e' una forma di azione. Accade lo
stesso quando il bugiardo, mancandogli il potere necessario per far stare in
piedi le sue falsita', non insiste sulla sacrosanta verita' della sua
affermazione, ma pretende che si tratti della sua "opinione", per la quale
egli invoca il suo diritto costituzionale. Cio' e' frequentemente attuato da
gruppi sovversivi, e in un pubblico politicamente immaturo la confusione che
ne risulta puo' essere considerevole. L'offuscamento della linea di
demarcazione che separa la verita' di fatto dall'opinione appartiene alle
numerose forme che puo' assumere la menzogna, le quali sono tutte delle
forme di azione.
Mentre il bugiardo e' un uomo d'azione, chi dice la verita', sia essa
razionale o di fatto, non lo e' in alcun caso. Se colui che dice la verita'
di fatto vuole avere un ruolo politico, e quindi essere persuasivo, il piu'
delle volte cerchera' in tutti i modi di spiegare perche' la sua particolare
verita' serve meglio gli interessi di qualche gruppo. E come il filosofo
ottiene una vittoria di Pirro quando la sua verita' diventa una opinione
dominante tra coloro che hanno delle opinioni, cosi' chi dice la verita' di
fatto, quando entra nell'ambito politico e si identifica con qualche
interesse parziale e con qualche gruppo di potere, compromette l'unica
qualita' che avrebbe potuto far apparire plausibile la sua verita', e cioe'
la sua sincerita' personale, garantita dall'imparzialita', dall'integrita' e
dall'indipendenza. E' difficile che esista una figura politica che abbia
piu' probabilita' di destare un giustificato sospetto di colui il quale per
professione dice la verita' e ha scoperto qualche felice coincidenza tra
verita' e interesse. Il bugiardo, al contrario, non necessita di tali dubbi
adattamenti per apparire sulla scena politica; egli ha il grande vantaggio
di essere sempre, per cosi' dire, gia' al centro di essa. Egli e' un attore
per natura; dice cio' che non e' perche' vuole che le cose siano differenti
da cio' che sono, e cioe' vuole cambiare il mondo. Egli trae vantaggio
dall'innegabile affinita' esistente tra la nostra capacita' di agire, di
cambiare la realta', e questa nostra misteriosa facolta' che ci consente di
dire "il sole splende" quando sta piovendo a dirotto. Se nel nostro
comportamento fossimo condizionati tanto profondamente quanto alcune
filosofie hanno desiderato che fossimo, non saremmo mai capaci di compiere
questo piccolo miracolo. In altri termini, la nostra capacita' di mentire -
ma non necessariamente la nostra capacita' di dire la verita' - appartiene
ai pochi chiari e dimostrabili dati che confermano l'esistenza della
liberta' umana. Se possiamo cambiare le circostanze nelle quali viviamo, e'
perche' siamo relativamente liberi da esse, e attraverso la menzogna
abusiamo proprio di questa liberta' snaturandola. Se la tentazione quasi
irresistibile dello storico di professione e' di cadere nella trappola della
necessita' e di negare implicitamente la liberta' d'azione, la tentazione
quasi altrettanto irresistibile del politico di professione e' di
sopravvalutare le possibilita' di questa liberta' e di giustificare
implicitamente la negazione menzognera o la distorsione dei fatti.
*
Dalle pagine 61-63
Dobbiamo adesso volgere la nostra attenzione al fenomeno relativamente
recente della manipolazione di massa dei fatti e delle opinioni, cosÏ com'e'
diventato evidente nella riscrittura della storia, nella fabbricazione di
immagini e nell'effettiva politica governativa. La menzogna politica
tradizionale, cosi' rilevante nella storia della diplomazia e dell'arte di
governo, riguardava o dei veri segreti - dati che non erano mai stati resi
pubblici - o delle intenzioni che, a ogni modo, non possiedono lo stesso
grado di attendibilita' dei fatti compiuti; come tutto cio' che accade
esclusivamente all'interno di noi stessi, le intenzioni sono soltanto delle
potenzialita', e cio' che voleva essere una menzogna alla fine puo' sempre
risultare vero. Al contrario, le menzogne politiche moderne si occupano
efficacemente di cose che non sono affatto dei segreti, ma sono conosciute
praticamente da tutti. Questo e' evidente nel caso della riscrittura della
storia contemporanea sotto gli occhi di coloro che ne sono stati testimoni,
ma e' altrettanto vero nel caso della fabbricazione di immagini di ogni
sorta, nella quale, di nuovo, ogni fatto conosciuto e stabilito puo' essere
negato o trascurato se e' probabile che danneggi l'immagine; un'immagine,
infatti, a differenza di un ritratto di vecchio stampo, non e' fatta
semplicemente per migliorare la realta', ma per offrire un completo
sostituto di essa. E questo sostituto, a causa delle tecniche moderne e dei
mass media, e' naturalmente molto piu' in vista di quanto non lo sia mai
stato l'originale. Ci troviamo cosi' di fronte a uomini di Stato molto
rispettati, come de Gaulle e Adenauer, che sono stati capaci di costruire le
loro politiche di base su evidenti non-fatti, come quello che la Francia fa
parte dei vincitori dell'ultima guerra e dunque e' una delle grandi potenze,
e quello che "la barbarie del nazionalsocialismo aveva colpito soltanto una
percentuale relativamente piccola del paese". Tutte queste menzogne, che i
loro autori lo sappiano o no, racchiudono un elemento di violenza; la
menzogna organizzata tende sempre a distruggere cio' che ha deciso di
negare, anche se soltanto i governi totalitari hanno consapevolmente
adottato la menzogna come primo passo verso l'assassinio. Quando Trockij
apprese di non aver mai svolto un ruolo nella Rivoluzione russa, deve aver
capito che era stata firmata la sua sentenza di morte. E' chiaro che
eliminare una figura pubblica dagli archivi di storia e' piu' facile se,
allo stesso tempo, essa puo' essere eliminata dal mondo dei viventi. In
altri termini, la differenza tra la menzogna tradizionale e la menzogna
moderna equivale il piu' delle volte alla differenza tra il nascondere e il
distruggere.

5. LETTURE. FOSCOLO. VITA, POETICA, OPERE SCELTE
Foscolo. Vita, poetica, opere scelte, Il sole 24 ore, Milano 2008, pp. 640,
euro 12,90 (in supplemento al quotidiano "Il sole 24 ore"). Il volume
propone testi gia' pubblicati da Mondadori-Electa ed Einaudi-Gallimard: una
monografia introduttiva ed alcuni sobri apparati di Anna De Simone, alcune
pagine critiche di Franco Gavazzeni, e del poeta le Odi, i Sonetti, i
Sepolcri, l'Esperimento, alcuni lacerti delle Grazie, e Tieste, Ajace e
Ricciarda. Amava dire Gennaro Stroligoni che la parte migliore dell'opera
foscoliana a noi pare ancora che sia quella critica e moralistica, militante
e didimea infine. Ma alcuni suoi versi chiunque li ebbe a incontrare li reca
di poi per sempre incisi nel cuore, e nella memoria, e nella voce ancora.

6. LETTURE. LAURA TOTI RIGATELLI: SOPHIE GERMAIN
Laura Toti Rigatelli, Sophie Germain. Una matematica dimenticata,
Archinto-Rcs, Milano 2007, pp. 80, euro 9. Un libriccino che reca una breve
presentazione della matematica parigina (1776-1831), alcune lettere a lei
indirizzate da intellettuali dell'epoca, una sua lettera ed alcuni brevi
estratti da suoi scritti. Un persuasivo invito a volerne sapere molto di
piu'.

7. RIEDIZIONI. ERICH AUERBACH: LINGUA LETTERARIA E PUBBLICO NELLA TARDA
ANTICHITA' LATINA E NEL MEDIOEVO
Erich Auerbach, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichita' latina e
nel Medioevo, Feltrinelli, Milano 1960, 2007, pp. 320, euro 11. Erich
Auerbach, tanto vale dirlo subito, e' uno dei maestri che ci folgorarono in
gioventu'. Leggere Mimesis, o i saggi danteschi, ed aprirsi a un'altra, piu'
profonda intellezione della letteratura e' un medesimo atto. Ed anche questo
libro, come tutti gli altri suoi, molto amammo e amiamo ancora.

8. PROPOSTE. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dal sito www.nonviolenti.org riprendiamo e diffondiamo]

Anche con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile
sottoscrivere un versamento al Movimento Nonviolento (associazione di
promozione sociale).
Non si tratta di versare soldi in piu', ma solo di utilizzare diversamente
soldi gia' destinati allo Stato.
Destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento Nonviolento e'
facile: basta apporre la propria firma nell'apposito spazio e scrivere il
numero di codice fiscale dell'associazione.
Il codice fiscale del Movimento Nonviolento da trascrivere e': 93100500235.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 mille. Per
molti di questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non
fara' nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola
quota sara' determinante perche' ci basiamo esclusivamente sul volontariato,
la gratuita', le donazioni.
I contributi raccolti verranno utilizzati a sostegno della attivita' del
Movimento Nonviolento ed in particolare per rendere operativa la "Casa per
la pace" di Ghilarza (Sardegna), un immobile di cui abbiamo accettato la
generosa donazione per farlo diventare un centro di iniziative per la
promozione della cultura della nonviolenza (seminari, convegni, campi
estivi, eccetera).
Vi proponiamo di sostenere il Movimento Nonviolento che da oltre
quarant'anni con coerenza lavora per la crescita e la diffusione della
nonviolenza.
Grazie.
Il Movimento Nonviolento
*
P. S.: se non fai la dichiarazione in proprio, ma ti avvali del
commercialista o di un Caf, consegna il numero di codice fiscale e di'
chiaramente che vuoi destinare il 5 per mille al Movimento Nonviolento.
Nel 2007 le opzioni a favore del Movimento Nonviolento sono state 261
(corrispondenti a circa 8.500 euro, non ancora versati dall'Agenzia delle
Entrate) con un piccolo incremento rispetto all'anno precedente. Un grazie a
tutti quelli che hanno fatto questa scelta, e che la confermeranno.
*
Per ulteriori informazioni e contatti: via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 397 del 17 marzo 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it