La nonviolenza e' in cammino. 1351



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1351 del 9 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. Cindy Sheehan: Primo giorno di digiuno
2. Sofronisco Scardanelli: E la Costituzione?
3. Severino Vardacampi: La nonviolenza, non il pacifismo
4. Peppe Sini: Vesti la giubba
5. Nella Ginatempo: La guerra e' la guerra e' la guerra e' la guerra
6. Lidia Menapace: Costruire la pace
7. Floriana Lipparini: Che fare? Alcune idee
8. Raissa Maritain: E tu lo sai
9. Enrico Peyretti: Nonviolenza e politica
10. Giobbe Santabarbara: Politica nonviolenta e nonviolenza
giuriscostituente
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: PRIMO GIORNO DI DIGIUNO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Cindy Sheehan. Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey nella guerra in Iraq;
per tutto il mese di agosto e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch
in cui George Bush stava trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di
parlargli per chiedergli conto della morte di suo figlio; intorno alla sua
figura e alla sua testimonianza si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio
movimento contro la guerra; e' stato recentemente pubblicato il suo libro
Not One More Mother's Child (Non un altro figlio di madre), disponibile nel
sito www.koabooks.com]

E' la mezzanotte del 5 luglio, e sono trascorse ventiquattr'ore da quando
migliaia di noi abbiamo iniziato il digiuno [secondo i dati di Codepink,
sono gia' 3.000 le persone che hanno aderito - ndt] "Troops Home Fast".
Alcuni digiuneranno completamente ed altri assumeranno solo liquidi sino a
che i soldati torneranno a casa; altri ancora digiuneranno per due giorni o
due settimane. Io lo faro' almeno sino al 21 settembre prossimo. Centinaia
di persone impegnate e amanti della pace ci hanno raggiunto davanti alla
Casa Bianca nei due giorni appena trascorsi e pieni d'eventi.
La "Brigata di pace delle nonne" ha marciato da New York a Washington in
solidarieta' con i popoli dell'Iraq e dell'Afghanistan e con i nostri
soldati: tutti stanno soffrendo profondamente sotto l'occupazione diretta
dagli Usa. Le persone sono venute in carne ed ossa dal Texas e dalla
California, e migliaia di altre erano con noi, in spirito, in tutto il
mondo.
Stiamo dando inizio ad un'azione storica, molto significativa. Siamo onorati
che si siano uniti a noi digiunatori leggendari come Dick Gregory e Diane
Wilson e lo storico attivista, gigante patriottico, Daniel Ellsberg.
*
Tenendosi a distanza dalle centinaia di sostenitori, c'erano una dozzina di
contestatori con cartelli di vario tipo (il che e' loro diritto quanto
nostro) che recavano messaggi molto "acuti". Uno era il pietoso "La liberta'
non e' gratuita".
Bene, sono spiacente, ma la definizione esatta di liberta' e' proprio che
essa e' libera, gratuita. La liberta' e' un diritto di nascita di ogni
americano, e abbiamo la Carta dei diritti a testimoniarlo. Non c'e' scritto
da nessuna parte, nella nostra Costituzione, che i giovani devono combattere
guerre folli in nome dell'avidita' per guadagnare a chicchessia qualsiasi
tipo di liberta'. Se la liberta' non fosse gratuita si chiamerebbe costo.
Sono rimasta particolarmente colpita da un cartello assai ben fatto,
professionale, che i contestatori avevano. Era un grande segno rosa con
lettere bianche che componevano la frase "Cindy Sheehan digiuna per attirare
l'attenzione".
Esatto, e' per questo che mi sono imbarcata in questo sciopero della fame.
Non e' perche' la nostra nazione, con la compiacenza di molti nostri
concittadini, sta commettendo crimini di guerra di proporzioni enormi in
Iraq. Non e' perche' i nostri soldati stanno infliggendo atrocita' ad un
popolo innocente che non ha mai richiesto la nostra letale interferenza. Non
sto digiunando perche' i nostri soldati non dovrebbero morire o uccidere per
la Exxon o la Halliburton. Non me ne sto seduta qui, con i crampi allo
stomaco, perche' i nostri leader permettono ed ordinano ad altri di
commettere crudelta' a danno dei miei fratelli esseri umani in posti brutali
come Guantanamo. Non sto digiunando perche' gli uomini la' detenuti
ingiustamente, illegalmente ed immoralmente, stanno intraprendendo essi
stessi scioperi della fame, e si suicidano, per attirare l'attenzione sul
fatto che sono esseri umani che non meritano di essere tormentati e
torturati. Non sto digiunando perche' un'altra madre non crolli in
ginocchio, urlando la propria agonia, perche' suo figlio e' morto per
niente.
In realta' ricevo un mucchio d'attenzione, e le nostre truppe sono ancora in
Iraq. E sto digiunando precisamente per tutte le ragioni elencate sopra.
Forse alcune persone hanno bisogno di ascrivere motivazioni nefande alle
nostre azioni perche' non riescono a concepire l'idea di lasciare le proprie
confortevoli abitudini a favore di un altro membro dell'umanita'.
*
La gente dell'Iraq e dell'Afghanistan sta soffrendo in modo terribile. I
nostri soldati vogliono tornare a casa. Il nostro paese vuole che tornino.
Gli iracheni vogliono che se ne vadano.
Noi che digiuniamo pensiamo di poter sacrificare qualcosa in solidarieta'
con chi soffre in Medio Oriente. Cio' a cui stiamo rinunciando e'
insignificante se confrontato con cio' a cui rinunciano i nostri soldati ed
i popoli che essi stanno opprimendo. E' ora che Bush e compagnia riconoscano
che mantenere questo corso temerario e omicida e' folle, e bisogna
ripensarlo, ed ordinare al nostro esercito di tornare a casa.
Incoraggio chiunque, in America, ad allontanarsi dalla confortevole
compiacenza che permette a Bush ed associati di uccidere persone
impunemente. Se non ci opponiamo e non chiediamo che siano responsabili per
i loro crimini, i crimini continueranno, anche con la prossima
amministrazione, qualsiasi sia il partito che andra' al potere.
Come possiamo non intraprendere scioperi della fame, non dimostrare, non
scrivere, non parlare, non radunarci, non andare a Camp Casey, non
sacrificare qualcosa, quando gli iracheni, e tanti nostri soldati, non hanno
abbastanza da mangiare e neppure acqua pulita da bere? Come possiamo andare
a far compere come storditi nelle drogherie, quando persone normali e comuni
in Iraq vengono uccise perche' semplicemente vanno al mercato per comprare
cibo per le loro famiglie?
Dobbiamo digiunare. Riflettete e chiedetevi: "Perche' io non lo sto
facendo?".

2. TELEGRAMMI. SOFRONISCO SCARDANELLI: E LA COSTITUZIONE?

E la Costituzione? Nel letamaio, insieme ad altre perle.

3. TELEGRAMMI. SEVERINO VARDACAMPI: LA NONVIOLENZA, NON IL PACIFISMO

Il pacifismo in verita' e' nulla, al primo soffio del lupo viene giu'.
Quello che occorre e' la nonviolenza.

4. EDITORIALE. PEPPE SINI: VESTI LA GIUBBA

Basta attendere sulla sponda del fiume.
Dopo aver proclamato che occorreva votare per la prosecuzione della guerra
perche' non si poteva mettere in pericolo l'alleanza di governo, alla prova
del Dpef (il decreto di programmazione economica e finanziara) un partito
della coalizione rompe il sacro unanimismo nel consiglio dei ministri e si
appresta a opporsi in parlamento.
Un classico.
Noi concordiamo nell'opposizione ai tagli alla spesa sociale, ma ci
spieghino un po' i piccoli machiavelli di turno perche' ora non valgono piu'
tutte le chiacchiere fatte fino a ieri.
Sperando che non sia perche' cosi' come Parigi val bene una messa,
continuare ad ammazzare gli afgani era un prezzo equo per restare tutti
insieme appassionatamente, mentre sui tagli - infami tagli - alla spesa
sociale che danneggiano direttamente, materialmente, tante persone che
votano in Italia - che votano in Italia - un diverso ragionamento prevale.
*
La guerra e' assassina, chi vota per essa assassino si fa.
La Costituzione ripudia la guerra, il governo che vota la guerra ripudia la
Costituzione.

5. AFGHANISTAN. NELLA GINATEMPO: LA GUERRA E' LA GUERRA E' LA GUERRA E' LA
GUERRA
[Ringraziamo Nella Ginatempo (per contatti: nellagin at tiscali.it) per questo
intervento. Nella Ginatempo e' una prestigiosa intellettuale impegnata nei
movimenti delle donne, contro la guerra, per la globalizzazione dei diritti;
e' docente di sociologia urbana e rurale all'universita' di Messina; ha
tenuto per alcuni anni il corso di sociologia del lavoro, svolgendo ricerche
sul tema del lavoro femminile; attualmente svolge ricerche nel campo della
sociologia dell'ambiente e del territorio. Tra le sue pubblicazioni: La casa
in Italia, 1975; La citta' del Sud, 1976; Marginalita' e riproduzione
sociale, 1983; Donne al confine, 1996; Luoghi e non luoghi nell'area dello
Stretto, 1999; Un mondo di pace e' possibile, Edizioni Gruppo Abele, Torino
2004]

La posta in gioco
Sull'Afghanistan si misura la possibilita' presente e futura di una politica
estera di pace. E' una prova del nove per i partiti che, alleati del
movimento no-war, hanno finora votato  contro la missione militare di guerra
in Afghanistan, sia Endurign Freedom, sotto diretto comando Usa, sia
Isaf-Nato, sotto comando Nato. E' anche una prova del nove per i singoli
parlamentari interpellati dal movimento pacifista ed e' una prova per lo
stesso movimento che oggi e' diviso e confuso per la sindrome del governo
amico, ma anche perche' l'egemonia della visione filoatlantica di Ds e
Margherita trascina nell'accordo di governo, e dunque nella complicita' con
il voto di guerra, anche la sinistra radicale. Come sara' possibile nel
prossimo futuro operare per una politica di pace (disarmo,
smilitarizzazione) in parlamento e fuori, se oggi si accetta un decreto che
continua la complicita' di guerra del nostro paese, in nome della tenuta di
una maggioranza che sul tema del servilismo alla Nato non accetta di
rinunciare a nulla e reitera la tesi della guerra "democratica"?
*
Il danno
Da molte parti, in seno alla sinistra parlamentare usualmente definita
pacifista,  l'accordo sul decreto proposto dal governo viene giustificato
come una "riduzione del danno". Questa illusoria valutazione deve fare i
conti con i fatti: il decreto non contiene nessun riferimento ad un
possibile ritiro, ad una reale exit strategy. Si offre soltanto lo
specchietto delle allodole della Commissione di monitoraggio e la promessa
di un futuro approfondimento della questione. Intanto si rifinanzia il
rinnovo delle truppe e continuiamo a fare la guerra e a restare sotto il
comando della Nato per uccidere e morire. Ci sono dei tornanti della storia
in cui ci vuole un salto, una forzatura, altrimenti si perde l'occasione di
fare un atto di giustizia. Quell'atto di giustizia richiesto da chi in
Afghanistan vive sul terreno l'inaccettabilita' della guerra: come Gino
Strada.
Ma la questione della riduzione del danno richiede anche una critica
culturale poiche' costituisce a mio parere un forte arretramento del
dibattito che depotenzia la mobilitazione e crea spaccature e divisioni tra
i pacifisti. Fin da quando si profilava la guerra di vendetta in
Afghanistan, all'indomani dell'11 settembre, comincio' una campagna
pacifista globale  intitolata "Not in my mane". Era lo slogan della prima
manifestazione contro la guerra organizzata dal movimento no-global in
Italia nel novembre del 2001. Sarebbe ora il caso di rispolverare questo
slogan che implica l'irriducibilita' della posizione pacifista,
l'impossibilita' di mediare o fare scambi politici sul corpo delle vittime
di guerra.
Una questione di vita o di morte come e' la guerra chiama in causa prima di
tutto una posizione etica, dunque pensare di quantificare il danno o ridurlo
o "congelarlo", pur restando dentro una missione di guerra, al seguito di
una occupazione militare che ha fatto in questi cinque anni migliaia di
vittime civili, e' una posizione fuorviante. Se i signori della guerra e i
loro rappresentanti nel governo intendono fare la guerra al seguito della
Nato e contro l'art.11 della nostra Costituzione, cerchiamo di fermarli e
ostacolarli, ma se non ci riusciamo e' necessario smetterla di
mercanteggiare e di coprire scelte sciagurate e dire invece a gran voce not
in my name, io non voto la guerra.
Inoltre la riduzione del danno e' un concetto usato nei servizi sociali,
specie per aiutare chi vuole uscire dalla tossicodipendenza. Ma il criterio
ispiratore e' la cura della vita. Cioe', riduciamo il danno per salvare vite
umane. Mi sembra davvero inappropriato applicarlo ad una missione di guerra,
ispirata alla uccisione degli insorti e, come dicono i comandi militari
italiani, alla "bonifica del territorio" nel senso che andiamo sotto comando
Nato ad "annichilire" un bel po' di talebani e, visto che ci siamo, anche di
popolazione civile "collaterale".
La nostra attuale missione militare cosi' come e', anche se venisse ridotta
ad un solo soldato, sarebbe comunque complice di un crimine internazionale
(la guerra) e di vasti crimini contro l'umanita' (quelli che la Nato e noi
con loro commettiamo contro i civili) attraverso i bombardamenti, le
clusters bombs, i rastrellamenti, le carceri come Pol-e-Chakri a cui abbiamo
contribuito da bravo paese alleato con un milione di dollari (sic). Dunque
riduzione del danno che significa? Che facciamo un po' meno guerra? Che
facciamo un crimine con meno soldati? Oppure che scarichiamo i fucili,
smettiamo di sparare e soprattutto smettiamo di contare i morti? E ora che
la guerra e' arrivata a Est e Nord Est e le rivolte popolari a Kabul, che
facciamo, riduciamo il danno  nascondendoci in qualche grotta un po' piu'
su'? Il danno c'e' gia' stato da 5 anni. Per ridurlo dobbiamo andarcene e
dissociarci apertamente dalle responsabilita' di guerra  della Nato.
*
I ricatti
La sinistra radicale e pacifista non puo' dare credito al doppio ricatto di
D'Alema: quello sul governo e quello sulla Nato.
Circa il governo, se un premier non vuole rischiare di cadere puo' cambiare
il decreto e ottenere i consensi necessari (avanzando sul piano della pace e
non su quello della guerra).
Circa la Nato, vale ricordare che la Grecia nel 1999, pur rimanendo membro
della Nato, seppe dire no all'invio di truppe greche nella guerra
"umanitaria" contro la Jugoslavia. E' ora di dire no anche noi e di
costringere il nostro Ministro degli Esteri a fare una scelta opposta a
quella che fece nel 1999.
Mi sembra poi che il cosiddetto "cambio di maggioranza" sia una truffa
politica nei cofnronti della sinistra radicale. Infatti, proprio in base al
numero dei parlamentari in Senato, se tutta la sinistra pacifista avesse
compattamente deciso vi votare no alla missione militare in Afghanistan,
ovvero: non votiamo se non si fissa un calendario di ritiro, nessuna
sostituzione di voti sarebbe stata possibile. E la scelta politica di
rompere con la sinistra radicale e di preferire un'alleanza con il centro
guerrafondaio sarebbe ricaduta tutta su D'Alema e Prodi. L'Unione aveva la
legittimita', il potere e il consenso popolare per dire alla Nato: basta con
la missione italiana in Afghanistan, abbiamo sparato per cinque anni,
abbiamo avuto anche i nostri morti, adesso il governo cambia musica: i
militari a casa, gli aiuti solo civili alle ong afghane e internazionali.
Non lo hanno fatto perche' vogliono imporre coi ricatti un'altra politica
estera in cui l'obbedienza alla Nato non si discute. Questo ricatto
ritornera' per sempre. Vedremo i ricatti che metteranno in campo sulle basi
militari, sulle bombe nucleari, sulle spese militari e via militarizzando.
Ma qui e proprio qui e' necessario ribellarsi: nel programma dell'Unione
c'e' scritto che la politica estera si deve ispirare all'art.11 della
Costituzione. Ma sono cinque anni che il movimento pacifista giudica la
missione in Afghanistan una missione di guerra in violazione dell'art.11.
Non c'e' bisogno di un Osservatorio permanente ("permanente": che lapsus
freudiano) per sapere questa verita': bastano i resoconti di Emergency e dei
parlamentari che sono piu' volte andati in visita in Afghanistan - e che
hanno votato contro il rinnovo delle truppe per otto volte.
Per questi motivi ritengo politicamente sbagliato, e non solo doloroso sul
piano sentimentale e devastante sul piano etico, votare si' al decreto.
Credo che qualunque svolta, sia nazionale che internazionale, possa
cominciare solo da un no, dal tenere aperta una porta in Parlamento alla
opposizione alla guerra. Una porta politica e non di testimonianza. Se il
numero dei parlamentari ribelli crescesse farebbe  breccia, costringerebbe
il governo a cedere.
Percio' il mio consiglio e': se non c'e' una data per il ritiro
dall'Afghanistan, una data vera gia' programmata, non bisogna votare si' a
questo decreto. Credo che le promesse e i monitoraggi siano specchietti per
le allodole.
*
Le parole
In questa vicenda l'uso delle parole e' cruciale, come sempre sulle
questioni di vita e di morte, quando bisogna assumersi terribili
responsabilita' e si cerca di ricorrere a eufemismi (come "riduzione del
danno") oppure ad ossimori per stravolgere la realta'.
Ricordo alcune buone parole del movimento come "no alla guerra senza se e
senza ma".
E rammento  a tutte le persone impegnate nel movimento che abbiamo firmato
l'anno scorso, in tante associazioni, il sostegno alla campagna Cambiare si
puo', lanciata dall'Arci, in cui un punto-chiave dice testualmente Mai piu'
Kosovo. Quante analogie tra la" guerra umanitaria" (ossimoro) della Nato in
Kosovo e la guerra al terrorismo della Nato in Afghanistan. Sarebbe
sufficiente questo per ritrovare una posizione lucida e unitaria di tutto il
movimento per respingere ogni ricatto.
I parlamentari che hanno dichiarato di votare no al rifinanziamento delle
truppe in Afghanistan somigliano a Rosa Luxemburg che circa un secolo fa
esorto' i socialdemocratici presenti nel parlamento tedesco a non votare i
crediti di guerra.
Ma Rosa fu lasciata sola. Cerchiamo invece di non lasciare soli i pacifisti
coraggiosi presenti in Parlamento. Il movimento e' con loro, anche se non
siamo in grado di organizzare una manifestazione nazionale al mese, ma
dobbiamo accontentarci dell'opinione pubblica e delle mail. Coraggio! Avete
una vera connessione sentimentale con migliaia di persone.
Una connessione perduta, invece, da qualcun altro che ancora fa ricorso ad
ossimori (missione militare di pace): il nuovo presidente della Camera che
ha dichiarato al Tg2 che i militari in Afghanistan svolgono una funzione
costituzionale, cioe' sono in missione di pace. Mi chiedo allora che senso
abbiano avuto le nostre parole d'ordine e le nostre lotte, dopo cinque anni
in cui lottiamo nelle piazze e votiamo in parlamento contro la missionedi
guerra in Afghanistan. L'intero movimento dovrebbe  insorgere contro le
parole del presidente della Repubblica, del ministro degli Esteri, del
ministro della Difesa e, buon ultimo, del presidente della Camera che negano
che vi sia una guerra chiamandola missione di pace.
*
La guerra e' la guerra e' la guerra e' la guerra.
La pace e' la pace e' la pace e' la pace.

6. AFGHANISTAN. LIDIA MENAPACE: COSTRUIRE LA PACE
[Dalla bella mailing list femminista e pacifista "Lisistrata" (per contatti:
lisistrata at yahoogroups.com) riprendiamo il seguente intervento di Lidia
Menapace, scritto come lettera personale ad alcune persone intervenute nel
dibattito assai vivace e finanche aspro su quella mailing list svoltosi in
questi giorni in riferimento al rifinanziamento della partecipazione
italiana alla guerra afgana ed alla posizione che Lidia assumera' in
occasione del voto del 17 luglio in merito. Lidia Menapace (per contatti:
lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla
Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti
della societa' civile, della nonviolenza in cammino. Nelle elezioni
politiche del 9-10 aprile 2006 e' stata eletta senatrice. La maggior parte
degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani
e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il
futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo.
Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento
politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia
Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza
sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara
Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il
papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna,
Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Le mie motivazioni partono prima di tutto dalla evidente profonda attuale
crisi del movimento pacifista, argomento che ho sollevato il 2 giugno e che
non si puo' sottacere; le notizie che tutti e tutte citiamo sono vecchie di
qualche anno e non hanno piu' il timbro evocativo che avevano, intanto la
cultura guerrafondaia e tutto il contorno di una diffusa acquiescenza alla
guerra cresce ovunque.
Credo che bisogna ricostruire una cultura pacifista radicale (che non c'e'
piu') e studiare strumenti di azione differenti (numerosi da me proposti
negli scorsi anni sono stati del tutto lasciati cadere e non mi sono lagnata
di cio', anche se ci ho patito abbastanza, perche' per anni ho detto cose
sulla neutralita', riforma delle Nazioni Unite, ecc., lasciate sempre cadere
a pro' di una cultura piu' raffazzonata e urlata): ad esempio a me ora pare
molto efficace cio' che sta avvenendo a Pordenone dove un comitato di cinque
cittadini ha citato in giudizio il governo Usa, non come fatto simbolico, ma
realmente, e offre al movimento collegandosi al resto d'Europa uno strumento
di lotta tramite il diritto internazionale, rafforzando se stesso e anche il
diritto, che era stato quasi del tutto cancellato.
Insomma nelle decisioni singole bisogna partire dal fatto che vi e' stata
una lunga battuta di arresto molto pesante nel movimento: le persone che
hanno scritto o si sono rivolte a me per implorare che non facciamo cadere
il governo sono piu' numerose di quelle che hanno scritto per imporre la
scelta secca del no [il no al rifinanziamento della partecipazione italiana
alla guerra afgana - ndr] senza occuparsi delle conseguenze, e io non posso
dimenticare che sono stata eletta sulla parola originaria di buttare giu'
Berlusconi.
Quanto al ragionamento che faccio e che a mio parere si sarabbe rafforzato e
avrebbe avuto piu' forza nella trattativa col governo se avessimo - come
avevamo convenuto - continuato a discutere tra noi per migliorare l'accordo
invece di sbranarci subito tra noi, e' facile da esemplificare: il decreto
governativo peggiora gia' le sue chances migliorative, se il governo vede di
non avere un appoggio sia pure tiepido e condizionato, ma almeno concorde, e
si predispone subito a sostituirci nell'alleanza o a trattarci sempre col
metodo della maggioranza invece che con quello del consenso.
Facciamo l'ipotesi che un accordo anche gia' peggiorato di fronte alle
nostre dispersioni, passi alla Camera con alcuni no (che la' sono possibili
senza produrre alcunche' perche' ci sono margini) e poi venga al Senato dove
viene respinto, dato che il margine e' di due voti e basta meno degli otto
[il riferimento e' agli otto senatori che si sono espressi pubblicamente
contro il rifinanziamento della partecipazione italiana alla guerra afgana -
ndr] per respingerlo. Torna alla Camera e il governo nanuralmente predispone
i termini per poterlo far approvare, il che significa che cerca alla Camera
appoggi piu' larghi da esportare poi al Senato. Siamo gia' fuori dalla
maggioranza e si avvia la costruzione di una "Grande coalizione" rispetto
alla quale possiamo fare delle nobili testimonianze senza alcuna
possibilita' di verifica.
A me sembra, e lo dico crudamente, un'azione che favorisce, stabilizza e
rende "normale" la guerra piu' che non l'altra ipotesi, certo molto meno
suggestiva: posso sbagliare, ma non inganno ne' me ne' altri, e quello che
dico e' un ragionamento politico, non un volgare machiavellismo e nemmeno la
prova che ho il cervello in pappa.
Con affetto,
Lidia

7. AFGHANISTAN. FLORIANA LIPPARINI: CHE FARE? ALCUNE IDEE
[Ringraziamo Floriana Lipparini (per contatti: effe.elle at fastwebnet.it) per
questo intervento. Floriana Lipparini, giornalista (tra l'altro ha lavorato
per il mensile "Guerre e Pace", che per qualche tempo ha anche diretto,
occupandosi soprattutto della guerra nella ex Jugoslavia), impegnata nel
movimento delle donne (Collettivo della Libreria Utopia, Donne per la pace,
Genere e politica, Associazione Rosa Luxemburg), ha coordinato negli anni
del conflitto jugoslavo il Laboratorio pacifista delle donne di Rijeka,
un'esperienza di condivisione e relazione nel segno del femminile, del
pacifismo, dell'interculturalita', dell'opposizione nonviolenta attiva alla
guerra, da cui e' lentamente nato un libro, Per altre vie. Donne fra guerre
e nazionalismi, edito in Croazia da Shura publications, in edizione
bilingue, italiana e croata]

Peacekeepers

Esangui abitatori del nulla
che non ridono
non piangono non gridano
sotto ogni cielo
su tutte le strade di polvere e di sangue
ogni respiro di vita trafiggono
al suono di quei passi le voci si spengono
le mani silenziose si aprono
ombre nude diventano
e di nuovo di nuovo si alzano
le canzoni le urla di nuovo di nuovo risuonano
nell'aria di neve di pioggia di vento
come frecce puntate al cuore s'involano
per un istante sopra le nubi nel sole s'indorano
e poi ricadono ricadono ricadono.

La continua polarizzazione su Lidia Menapace [il riferimento e' alla vivace
e fin aspra discussione svoltasi in alcune mailing list - ndr]  rischia
davvero di porre in secondo piano il cuore del problema. Eppure la stima e
l'affetto per una persona di valore non dovrebbero indurre ne' a inorridire
se sbaglia ne' a caricarla di aspettative troppo pesanti ne' a concentrare
su di lei tutte le speranze. E nemmeno dovrebbero impedire di dissentire
radicalmente dalle sue scelte.
Non so se qualcuna o qualcuno ha realmente pensato che la sola presenza di
Lidia in Parlamento potesse cambiare la politica estera dell'attuale
governo, fatto sta che lei in occasione della manifestazione del 2 giugno a
Roma secondo la percezione di alcune persone presenti avrebbe subito
chiaramente tracciato una linea di separazione fra chi sta nel Palazzo e chi
sta fuori, ossia i movimenti. Ad esempio su questo penserei giusto il
contrario, penserei che l'unico modo per dare senso alla presenza nel
Palazzo sia invece quello di rompere con le idee ricevute e tenere aperta
una porta per vivificare l'aria stantia e autoreferenziale che si respira
nelle stanze del potere con l'ossigeno dei pensieri di chi sta fuori.
Insomma, includere invece di escludere (parlo di contenuti politici,
ovviamente, non di presenze fisiche).
*
Tornando pero' al cuore della questione, il rifinanziamento della guerra in
Afghanistan (guerra, non missione: le parole sono importanti), la domanda
che mi pongo sostanzialmente e' questa: esisteva o esiste ancora una
modalita' utile a contrastare e impedire la sciagurata decisione di
proseguirla? Possiamo attivare azioni urgenti che portino il segno della
nonviolenza, del pacifismo, del femminile? L'assemblea in programma il 15
luglio dovra' parlare di questo, non delle eventuali delusioni personali.
*
Quel che conta, insomma, e' l'obiettivo autentico: impedire di continuare a
opprimere e a uccidere, dietro il falso schermo delle missioni umanitarie.
Qui sta l'assurdo dei nostri tempi: all'orrore della guerra aggiungere
l'ipocrisia, il ribaltamento della realta'. Teoricamente la guerra non viene
accettata dagli statuti fondativi dell'Onu, che anzi la definiscono un
flagello da cui salvare le future generazioni. Ecco perche' viene chiamata
in altro modo, e comunque non viene mai nominata. Diventa operazione di
polizia internazionale, mantenimento o imposizione della pace (!), nuovo
modello di difesa, embargo, o anche piani di aggiustamento strutturale, una
forma di guerra economica non meno crudele, visto che mette in ginocchio i
popoli di molti paesi. Il blocco militare, un atto di guerra proibito dal
diritto internazionale, viene contrabbandato come embargo e unilateralmente
imposto. Andare in paesi stranieri a rapinare manu militari mezzi e risorse
viene definita operazione di peacekeeping, interposizione a scopo di
pacificazione. Una "novita'" ormai acquisita anche nelle regole militari
italiane.
Allora il punto e' far emergere la verita', porre il governo di fronte allo
specchio di Alice. I coraggiosi parlamentari dissenzienti da soli non ce la
possono fare. Cosa possiamo fare noi, oltre naturalmente alle
manifestazioni, ai cortei e a sventolare le bandiere della pace, per quanto
scolorite?
*
Ecco le "pazze" idee che mi attraversano la mente.
- Far giungere nelle aule del nostro Parlamento le voci delle cittadine e
dei cittadini afgani con l'aiuto di Emergency, di foto e di video.
- Fotocopiare in molte copie e diffondere le numerose testimonianze sulla
situazione nel Paese, gia' raccolte nelle interviste apparse su giornali e
su bollettini telematici.
- Ottenere con urgenza che qualche canale televisivo ospiti un dibattito con
rappresentanti della popolazione afgana, e in particolare dei gruppi di
donne.
- Rapidamente organizzare manifestazioni telematiche insieme ai pacifisti di
tutto il mondo (mail al governo e ai parlamentari eccetera).
- Proporre un sit-in alla sede del Parlamento europeo.
- Dare parola a Cindy Sheehan, in questi giorni in Italia.
*
Lo so che siamo in un momento di stasi, oltretutto d'estate, la gente e'
stanca, va in vacanza, vuole rilassarsi, mica pensare alla guerra.
Ma cosa possiamo fare, oltre a mettere al centro la cittadinanza, far
parlare i civili, chi si occupa di diritti umani, i giornalisti
indipendenti?
Durante le guerre jugoslave questo non fu possibile, tutto passo' sulla
testa dei civili, che rimasero senza voce e senza diritti. Al posto loro
parlarono i geostrateghi, gli alti comandi, i "gruppi di contatto". La
Jugoslavia divenne una carta geografica su cui spostare bandierine, mentre
sul terreno vero infuriava l'orrore della guerra fatta di corpi, di sangue,
di stupri, di stragi. Perche' la guerra e' questo, in qualsiasi modo la si
chiami.
Ancor oggi, quale strada abbiamo se non quella di smascherare le menzogne,
far crescere il numero di persone contrarie alla guerra, far sentire con
forza ai politici che l'opinione pubblica non e' d'accordo con le loro
scelte?

8. MAESTRE. RAISSA MARITAIN: E TU LO SAI
[Da [Raissa Maritain], Diario di Raissa, Morcelliana, Brescia 1966, 2000,
pp. 288-289 (e' un brano da una lettera di Raissa Maritain ad Achsa Belkind
del 24 dicembre 1945). Raissa Maritain, nata Raissa Oumancoff a Rostov sul
Don, il 31 agosto 1883; nel 1893 la famiglia si trasferisce a Parigi per
sfuggire alle persecuzioni antiebraiche; pensatrice, poetessa, mistica, e'
stata la compagna e collaboratrice di Jacques Maritain; e' deceduta a Parigi
il 4 novembre 1960. Opere di Raissa Maritain: tutti gli scritti di Raissa
Maritain nella edizione definitiva in lingua originale si trovano nei volumi
XIV e XV di Jacques e Raissa Maritain, Oeuvres Completes, Editions
Universitaires, Fribourg - Editions Saint Paul, Paris, 1993-1995. Opere su
Raissa Maritain: E. Bortone, Raissa Maritain, Libreria editrice salesiana,
Roma 1972; M. A. La Barbera, Silenzio e parola in Raissa Maritain, Omnia
editrice, Palermo 1980; J. Suther, Raissa Maritain, pilgrim, poet, exile,
Fordham University Press, New York 1990; M. Zito, Gli anni di Meudon,
Istituto Orientale di Napoli, Napoli 1990; AA. VV., Simone Weil e Raissa
Maritain, L'Antologia, Napoli 1993; L. Grosso Garcia, El amor mas aca' del
alma, Ediciones Ensayo, Caracas 1997]

E, tu lo sai, quando si puo' dare un nome a qualcuno di quelli che sono
morti ad Auschwitz, a Belsen o a Dachau, ed evocare, tra loro, un volto, la
massa di dolore che si risente per tutte le altre vittime assume anch'essa
un volto che ossessiona di orrore e compassione indicibile.

9. AMICIZIE. ENRICO PEYRETTI: NONVIOLENZA E POLITICA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento che estraiamo da una lettera personale in cui si fa riferimento
allo scambio epistolare apparso sul notiziario di ieri.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Mao (Massimo) Valpiana (per contatti: mao at sis.it, e anche presso la
redazione di "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax  0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org) e' una delle figure piu' belle e autorevoli della
nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive ed opera come
assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel
Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come
metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' membro del comitato di
coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa
della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione
Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al
servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla
campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione
della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario
nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione
diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per
"blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio
direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio
della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione
di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato
di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per
la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il
digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana
rapita in Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo autobiografico, scritto
con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 di questo notiziario]

Carissimi,
non intendo proprio trascinare oltre in pubblico la discussione con Mao, in
amicizia profonda. Ma quello che lui dice io l'ho gia' detto. Sicuramente,
il Movimento Nonviolento deve volere la nonviolenza e suggerire i modi che
la mettano in pratica nella politica.
Lo abbiamo fatto, anche col mio piccolo contributo (proposta di dicembre
all'Unione, ecc.). Ma se la situazione della politica pratica e' tale che la
proposta nonviolenta intera dentro le decisioni di governo viene
semplicemente emarginata, e resta libera di prevalere la politica della
realpolitik che ammette la guerra, non sara', in tale caso (che e' il caso
attuale), una  realizzazione parziale ma reale del nostro cammino verso la
nonviolenza, la limitazione della guerra e la prospettazione della sua fine
(a differenza dalla "guerra infinita")?
Negare l'appoggio, nelle istituzioni, a questo passo parziale, lascia tutto
lo spazio alle posizioni di guerra non limitata, o meno limitata.
Nei miei primi interventi [apparsi in varie mailing list - ndr], ho fatto
esempi... che continuo a vedere come problemi costrittivi, stringenti,
penosi, con cui, se si vuole fare politica, si ha il dovere di fare i conti.
Aggiungo un esempio, fantasioso ma indicativo: un tiranno condanna a morte
un uomo e lascia a me di scegliere il ramo a cui sara' impiccato; se
sopravvivera' sara' libero. Se io mi limito a gridare: "Non e' giusto
impiccarlo!", lo impiccheranno al ramo robusto, e quello morira'. Allora,
scegliero' accuratamente un ramo che possa cedere. In tale caso, sono
collaboratore dell'impiccagione, o potenziale salvatore del condannato?
Alcuni ufficiali del complotto militare tedesco contro Hitler si rifiutarono
di ucciderlo... Von Stauffenberg, pur mutilato, accetto' di tentare.
Bonhoeffer, contrario all'omicidio, si prese la responsabilita' davanti a
Dio di collaborare, in quel caso estremo, all'attentato. La via di Gandhi e'
migliore, ma possiamo condannare Bonhoeffer? Cosa avrebbe fatto Gandhi nella
sua situazione? Egli non escludeva in assoluto l'omicidio, diceva persino
che in certi casi estremi e' "un dovere" (io, con Muller, dissento da lui:
mi sembra troppo). Sono domande su un caso ben diverso dall'attuale, ma
indicano il peso di certe decisioni impure, ma sentite doverose da chi le
visse.
Io non so agire nelle istituzioni e nei loro duri condizionamenti, e mi
tengo fuori da quella politica, ma non sento di poterla condannare, se
diretta a fatica nella giusta direzione, coi mezzi migliori possibile.
Evitiamo affermazioni quadrate, senza ombra di dubbio e di problema.
Evitiamo giudizi di condanna di chi fatica nella difficolta'.
Inoltre, aggiungo ora, uno spostamento della attuale maggioranza verso
destra comporterebbe mutamenti che non vogliamo su tanti altri settori
dell'attivita' di governo, oltre quello pace-guerra, che implicano
ugualmente la giustizia.
Due amici discutevano. Uno disse all'altro, con rammarico: "Pensiamo
diversamente!". L'altro gli rispose: "Pensiamo ancora, in modo non fisso,
ne' io ne' tu. E parliamoci sempre".

10. LE ULTIME COSE. GIOBBE SANTABARBARA: POLITICA NONVIOLENTA E NONVIOLENZA
GIURISCOSTITUENTE

Le persone che si accostano alla nonviolenza lo fanno ciascuna muovendo da
premesse diverse, originali, attraverso l'approfondimento e l'illimpidimento
delle proprie opinioni. e' per questo che vi sono tante opinioni sulla
nonviolenza quante sono le persone amiche della nonviolenza.
Ad esempio chi scrive queste righe ritiene che o le persone amiche della
nonviolenza propongono il punto di vista della nonviolenza nella politica e
finanche nel diritto (per questo parla tanto di "nonviolenza
giuriscostituente" e condivide con tanta passione la proposta di Lidia
Menapace di lavorare per costruire la politica internazionale dell'Unione
Europea sulla base della scelta della nonviolenza), oppure sara' impossibile
fermare la catastrofe.
E' per questo che chi scrive queste righe non ha alcuna fiducia ne' alcuna
contiguita' col pacifismo roboante (fino al delirio totalitario) nei
proclami e nei fatti tattico, confuso, ambiguo e subalterno del "senza se e
senza ma", col pacifismo della "sinistra radicale" - che tale si dice
perche' e' incerta, et pour cause, del suo essere ancora sinistra, la
sinistra delle oppresse e degli oppressi in lotta per la liberazione
dell'umanita' tutta e di quella di tutti e di ciascuno -, col pacifismo
"antiamericano" (che pacifismo non e' ma solo complicita' con altra
oppressione e violenza assassina) e via sloganeggiando.
Perche' o si fa la scelta della nonviolenza o non si da' azione per la pace.
Ed e' per questo che chi scrive queste righe trova essere un penoso segno
dei tempi che taluni scrivano "nonviolenza attiva": non sanno che la
nonviolenza o e' attiva o non e'; non hanno capito che la nonviolenza o e'
lotta contro la violenza, o non e'; non riescono a cogliere che la
nonviolenza e' il contrario della vilta', della rassegnazione, della
subalternita', dell'indifferenza, dell'accettazione dello status quo: non
hanno ancora percepito "con la mente e piu' col cor" che la nonviolenza e'
la lotta piu' nitida e piu' intransigente contro le uccisioni e contro le
oppressioni, contro le ingiustizie e contro le menzogne, contro lo
sfruttamento e contro le devastazioni, contro la disumanizzazione e contro
la servitu', contro l'ignoranza e contro l'alienazione; la nonviolenza e'
lotta, lotta, lotta, la lotta la piu' coerente e la piu' concreta, la piu'
civile e la piu' politica.
E certo si da' sempre e solo nelle concrete condizioni della storia,
attraverso l'analisi concreta delle situazioni concrete, e sempre e solo nel
rispetto dell'umanita' di tutti e di ciascuno. Ma e' lotta, lotta, lotta.
Ed oggi, qui e adesso, la scelta della nonviolenza e' ancora una volta
opporsi alla guerra, difendere la Costituzione che ripudia la guerra,
sentirsi ciascuna e ciascuno responsabile di tutto.
Come ci hanno insegnato Emmanuel Levinas e Hans Jonas, Hannah Arendt e
Simone Weil, e piu' di chiunque altro Virginia Woolf.

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

12. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1351 del 9 luglio 2006

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