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La domenica della nonviolenza. 33
- Subject: La domenica della nonviolenza. 33
- From: "Centro di ricerca per la pace" <nbawac at tin.it>
- Date: Sun, 7 Aug 2005 11:51:26 +0200
============================== LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA ============================== Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino" Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it Numero 33 del 7 agosto 2005 In questo numero: 1. Lidia Menapace: Fuori la guerra dalla nostra storia 2. Guenther Anders: Comandamenti dell'era atomica 3. Assia Djebar: Tutte le mattine 4. Michele Boato, Giannozzo Pucci, Gianni Tamino, Mao Valpiana: Un invito il 10 settembre a Firenze 5. Dopo Hiroshima: una minima bibliografia essenziale 1. EDITORIALE. LIDIA MENAPACE: FUORI LA GUERRA DALLA NOSTRA STORIA [Dal sito delle Donne in nero di Varese (www.donneinnerovarese.org) riprendiamo il seguente articolo di Lidia Menapace, originariamente pubblicato sul quotidiano "Liberazione del 23 dicembre 2003. Lidia Menapace (per contatti: lidiamenapace at aliceposta.it ) e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004] "A predicar la pace e a bandir la guerra, la pace tra gli oppressi, la guerra agli oppressor", cosi' diceva la canzone anarchica, e gli oppositori germanici della prima guerra mondiale cantavano un inno che si intitolava Krieg dem Kriege!, "Guerra alla guerra". L'opposizione alla guerra e la condanna del militarismo accompagnano strutturalmente le vicende del movimento operaio e del proletariato dalla fine del secolo XIX e per il XX. Sembrando dire che alla guerra ci si deve opporre (non e' mai considerata uno strumento come un altro da usare per primi, per scelta): ma non si dice come, persino - sembra - con altre guerre. In altro territorio culturale, nella chiesa cattolica, continua sotterranea la pressione perche' la guerra venga condannata e si torni ai tempi del primo cristianesimo, che rifiutava le armi e la violenza, e si ribalti la storia della cristianita', che - dopo Costantino - invece aveva elaborato la teoria della guerra giusta e ben presto con le crociate quella della guerra santa, in cui i combattenti "caduti" nell'uccidere i nemici venivano detti "martiri" e andavano subito in paradiso (nulla di nuovo sotto il sole!). Si faceva strada nello stesso giro d'anni (dopo la prima guerra mondiale, la famosa "inutile strage") un pensiero politico volto alla formazione di strutture capaci di risolvere i conflitti senza far ricorso alle armi: la Societa' delle Nazioni, con sede a Ginevra, osteggiata da Mussolini perche' gli inflisse sanzioni economiche per l'aggressione all'Etiopia e che Hitler attacco' violando le sanzioni decise contro l'Italia, uno dei funesti passi di alleanza tra i due dittatori. Per la chiesa cattolica tuttavia nemmeno la condanna della Pacem in terris (la guerra e' qualcosa "omnino alienum a ratione", qualcosa del tutto fuori di testa, una pura follia) basto'. Il Concilio Vaticano Secondo ammise ancora, a bassa voce e di straforo, il concetto di guerra giusta, su pressione dei vescovi nordamericani che appoggiavano gli Usa in Vietnam. Idea della "guerra giusta" che il cardinal Ruini ancora ha enunciato all'inizio della guerra contro l'Iraq, ribadendo che quella era illegale (non approvata dalle Nazioni Unite) ma che il Vaticano non era "pacifista". Smentito piu' volte dal papa che invece inopinatamente ha richiamato i cristiani alla nonviolenza e per la giornata mondiale della pace ha emesso un importante documento di condanna della guerra "senza se e senza ma" (che forse avra' buona stampa e scarsa efficacia come gia' il suo appassionato appello alla vigilia della guerra in Iraq, disobbedito dai governi di tutti i paesi "cattolici" d'Europa -Ungheria, Polonia, Italia, Spagna, Portogallo -, gli stessi che avrebbero voluto mettere le "radici cristiane" nella Costituzione europea con stomachevole ipocrisia). * Cose che non si cancellano Questa e' ormai preistoria: la guerra e' solo orrore e non puo' piu' essere definita giusta in nessun caso, ne' puo' avere una valenza positiva per chiunque voglia, nella terribile pericolosa crisi capitalistica "finale", introdurre processi di alterita' rivoluzionaria. Tale e' la mia opinione, suffragata anche dall'ascolto politico che il discorso sull'azione nonviolenta riceve e conserva. Che cosa e' accaduto? Sono accadute cose che non si cancellano: la seconda guerra mondiale ha impresso nei popoli e per un po' anche nei governanti un sentimento di ripulsa, rigetto, indignazione che ha portato agli articoli delle costituzioni postbelliche che appunto "ripudiano la guerra" di aggressione preventiva, e anche quella "di risoluzione delle controversie internazionali" (guerre di risposta o difensive), e alla costruzione di strutture internazionali di prevenzione, direzione, mediazione, governo dei conflitti e conservazione della pace, appunto le Nazioni Unite. Naturalmente il processo e' insidiato dalla perdita di memoria e da potenti forze interessate alla guerra, e in piu' dal fatto che le strutture internazionali sono incrostate dal potere dei vincitori: la pace non si puo' fondare sulla vittoria, ma sulla giustizia. Lo si vide nella crisi dopo la prima guerra mondiale quando l'oppressione tremenda esercitata sulla Germania vinta fu un potente acceleratore della crisi politica e sociale da cui ebbe morte la repubblica di Weimar e vita il nazismo; e dopo la seconda quando le potenze vittoriose posero se stesse come membri permanenti dotati di diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Anche il fatto che a differenza della Societa' delle Nazioni ospitata in un paese neutrale, la Svizzera, l'Onu e' sul suolo degli Usa e dipende dai finanziamenti americani vulnera profondamente l'istituzione, e bisognera' appunto scrostarla dai residuati bellici (il diritto di veto, i membri permanenti, il prevalere del consiglio sull'assemblea, e l'amministrazione della giustizia da parte dei vincitori come fu a Norimberga). * Gli orrori possono ripetersi Il fatto e' che dopo Auschwitz e Hiroshima si sa che dottrine violente provocano tremende forme di sterminio, e che se non si risanano le fonti strutturali tali orrori possono ripetersi, persino da parte di chi ne fu vittima, e l'uso di armi di sterminio dice che anche i vincitori che hanno "ragione" possono abusare del loro potere. Poiche' a nessuna violazione della legge o accumulo di "colpe" e risposta accettabile la tirannia, e a nessuna violazione di diritto e' risarcimento una atomica: questi strumenti sono diventati non agibili inefficaci irragionevoli e disumani. Mettersi in gara di armamenti e' follia pura, pensare di gareggiare militarmente con gli Usa significa esporsi alla sconfitta piu' distruttiva oppure diventare come gli Usa per vincerli. In ogni caso una politica di violenza militare non serve contro il neoliberismo, anzi ne e' alleata. E' dunque storicamente necessario, col senso stringente che ha questa parola, cercare e trovare altre strade per frenare, lottare, togliere gli squilibri, le oppressioni, le violazioni del diritto, e soprattutto per avviare la costruzione dell'"altro" mondo possibile che molti e molte vedono possibile, credono possibile, si impegnano per rendere possibile. Per avviare un processo che metta la guerra fuori dalla storia, come abbiamo cominciato a gridare al tempo della prima guerra del Golfo, sono importanti molte cose, anche superare gli automatismi mentali che rinviano alla guerra, alle armi, alle pratiche belliche appena si profila un conflitto. Ricordo che una volta - alcuni anni dopo la fine della seconda guerra mondiale - ad Einstein fu chiesto con che armi si sarebbe combattuta la terza, e anche lui cadde negli automatismi e rispose: "La terza non so, ma la quarta con le fionde", una risposta terribile, arresa, quasi conquistata dalla ineluttabilita' della guerra: la ragione suggerisce invece di rispondere che la terza non deve poter avvenire, perche' si viva senza paura nemmeno delle fionde. Se dunque decidiamo di non volere nessun ricorso alla guerra, bisogna fare alcune operazioni: una molto semplice, priva di costi e usabile in ogni momento e' disinquinare il linguaggio, soprattutto quello politico, dal simbolico militare e bellico. Basta dunque col parlare di "tattica, strategia, schieramento, alzare la guardia, abbassare la guardia, scendere in campo, tenere le posizioni, fare battaglie, occupare casematte, fare guerra di movimento, guerra di posizione": se ci si bada, si vedra' che il nostro parlare e' tutto intessuto di parole di guerra e - come si sa - le parole agiscono sulle nostre connessioni cerebrali e ci riempiono di un immaginario tutto di guerra come se la guerra fosse l'unica attivita': non si ha idea quanto il piccolo sforzo di usare altre metafore e provare a "tessere, costruire, cucinare, coltivare, mietere, foggiare" giovi ad estendere un poverissimo lessico e ad allargare gli orizzonti. Invece di obiettivi ci sono mete, invece di battaglie lotte o gare, invece di duelli confronti, invece di strategie buone pratiche e via dicendo: si possono inventare giochi in proposito, o fischiare chiunque usi ternini di guerra. E' certo che molti politici non arriverebbero al termine della prima frase: se non parlano di tattica, strategia e schieramento non sanno che dire. La cosa piu' importante e' pero' addestrarsi all'uso di altri strumenti, di altri mezzi (non "armi"), strumenti che siano coerenti con il fine della pace scelto: la pratica, la tradizione, la cultura dell'azione nonviolenta elaborata ormai da tempo e consolidata nelle lotte del movimento operaio e delle donne puo' estendersi e farci fare un passo davvero oltre la priestoria delle umane forme di convivenza. Il salto e' di inimitabile portata, una vera rivoluzione copernicana, un mutamento di orizzonti, percorsi, relazioni. Se ne puo' e deve parlare a lungo, non sono cose che si improvvisano e pongono molte domande alle quali le risposte possono essere elaborate insieme da molti e molte e anche risultare molto differenziate. L'azione nonviolenta non e' uniforme, non e' in uniforme, e' creativa, imprevedibile, mutevole, conta sulla sorpresa, usa l'intelligenza e la solidarieta' individuale e collettiva, e' intransigente dal punto di vista etico e comprensiva verso le difficolta' di ciascuno. * Una rivoluzione culturale vera Affrontare dunque una scelta di azione nonviolenta e addestrarsi ad essa e' una rivoluzione culturale vera e una innovazione teorica nel pensiero della sinistra marxista assolutamente rilevante. Si potrebbe ripetere la famosa frase di Marx che tutto cio' pone fine alla prestoria dell'umanita' e avvia la storia umana. Non e' una esagerazione, essere nonviolenti non e' "spontaneo"; anche le persone piu' miti, magari addirittura timide o paurose, "spontaneamente" producono scenari storico-politici infestati dall'infezione del militarismo. Che della guerra e del suo volto imperialista e' il brodo di coltura, l'humus, l'alimento. Oggi i militari sono anche colti, hanno molti soldi e pochi controlli, sono committenti pregiati e privilegiati da molti istituti di ricerca e dai dipartimenti universitari perche' chiedono la preparazione di tecnologie costose, ma molto facili da progettare perche' non prevedono riuso, sono destinate ad essere usate una volta scoppiando, uccidendo dall'alto, deperiscono rapidamente, non debbono tenere conto dei danni alla salute ne' all'ambiente, rappresentano lo spreco piu' irrazionale e il dispendio di energie e risorse piu' disumano. Come dicevamo nel 1995 a Pechino a conclusione della quarta conferenza mondiale dell'Onu sulla condizione delle donne sul pianeta: "Le spese militari sono la principale causa della poverta' nel mondo e in cambio non danno nemmeno sicurezza". Infatti trovano posto in un universo tetro, di gare distruttive e in una spirale nella quale la guerra fomenta il terrorismo che la sostiene e induce i governi a distogliere risorse da impegni di pace (scuola cultura sanita' servizi lavoro casa) per fornire armi e salari a chi e' addetto alla "sicurezza". E produce anche restrizioni di liberta' appunto per una "sicurezza" che non puo' ne' garantire ne' agire. Qualsiasi azione capace di interrompere questa follia e' utile, purche' non sia contaminata dalla stessa follia: se la rivoluzione e' il movimento reale che muta lo stato delle cose presenti, essa e' innanzitutto mutazione dei criteri, mezzi, metodi dell'assetto che si intende rivoluzionare: non sara' mai possibile costruire un "altro" mondo con i materiali sanguinolenti di questo. 2. DOCUMENTI. GUENTHER ANDERS: COMANDAMENTI DELL'ERA ATOMICA [Dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992, ivi alle pp. 38-50, nella traduzione di Renato Solmi, riprendiamo il seguente testo allegato alla lettera 4 (di Anders a Eatherly, del 2 luglio 1959), precedentemente apparso nella "Frankfurter Allgemeine Zeitung" del 13 luglio 1957. Guenther Anders (pseudonimo di Guenther Stern, "anders" significa "altro" e fu lo pseudonimo assunto quando le riviste su cui scriveva gli chiesero di non comparire col suo vero cognome) e' nato a Breslavia nel 1902, figlio dell'illustre psicologo Wilhelm Stern, fu allievo di Husserl e si laureo' in filosofia nel 1925. Costretto all'esilio dall'avvento del nazismo, trasferitosi negli Stati Uniti d'America, visse di disparati mestieri. Tornato in Europa nel 1950, si stabili' a Vienna. E' scomparso nel 1992. Strenuamente impegnato contro la violenza del potere e particolarmente contro il riarmo atomico, e' uno dei maggiori filosofi contemporanei; e' stato il pensatore che con piu' rigore e concentrazione e tenacia ha pensato la condizione dell'umanita' nell'epoca delle armi che mettono in pericolo la sopravivvenza stessa della civilta' umana; insieme a Hannah Arendt (di cui fu coniuge), ad Hans Jonas (e ad altre e altri, certo) e' tra gli ineludibili punti di riferimento del nostro riflettere e del nostro agire. Opere di Guenther Anders: Essere o non essere, Einaudi, Torino 1961; La coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherly e di Guenther Anders, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d'ombra, Milano 1992 (col titolo: Il pilota di Hiroshima ovvero: la coscienza al bando); L'uomo e' antiquato, vol. I (sottotitolo: Considerazioni sull'anima nell'era della seconda rivoluzione industriale), Il Saggiatore, Milano 1963, poi Bollati Boringhieri, Torino 2003; L'uomo e' antiquato, vol. II (sottotitolo: Sulla distruzione della vita nell'epoca della terza rivoluzione industriale), Bollati Boringhieri, Torino 1992, 2003; Discorso sulle tre guerre mondiali, Linea d'ombra, Milano 1990; Opinioni di un eretico, Theoria, Roma-Napoli 1991; Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze 1995; Stato di necessita' e legittima difesa, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole (Fi) 1997. Si vedano inoltre: Kafka. Pro e contro, Corbo, Ferrara 1989; Uomo senza mondo, Spazio Libri, Ferrara 1991; Patologia della liberta', Palomar, Bari 1993; Amare, ieri, Bollati Boringhieri, Torino 2004. In rivista testi di Anders sono stati pubblicati negli ultimi anni su "Comunita'", "Linea d'ombra", "Micromega". Opere su Guenther Anders: cfr. ora la bella monografia di Pier Paolo Portinaro, Il principio disperazione. Tre studi su Guenther Anders, Bollati Boringhieri, Torino 2003; singoli saggi su Anders hanno scritto, tra altri, Norberto Bobbio, Goffredo Fofi, Umberto Galimberti; tra gli intellettuali italiani che sono stati in corrispondenza con lui ricordiamo Cesare Cases e Renato Solmi] Il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: "Atomo". Poiche' non devi cominciare un solo giorno nell'illusione che quello che ti circonda sia un mondo stabile. Quello che ti circonda e' qualcosa che domani potrebbe essere gia' semplicemente "stato"; e noi, tu e io e tutti i nostri contemporanei, siamo piu' "caduchi" di tutti quelli che finora sono stati considerati tali. Poiche' la nostra caducita' non significa solo il nostro essere "mortali"; e neppure che ciascuno di noi puo' essere ucciso. Questo era vero anche in passato. Ma significa che possiamo essere uccisi in blocco, che possiamo essere uccisi come "umanita'". Dove "umanita'" non e' solo l'umanita' attuale, quella che si estende e si distribuisce attraverso le regioni terrestri; ma e' anche quella che si estende attraverso le regioni del tempo: poiche', se l'umanita' attuale sara' uccisa, si estinguera' con lei anche l'umanita' passata, e anche quella futura. La porta davanti alla quale ci troviamo reca quindi la scritta: "Nulla sara' stato", e sull'altro verso le parole: "Il tempo e' stato solo un interludio". Ma, in questo caso, il tempo non sara' stato un interludio fra due eternita' (come speravano i nostri antenati), ma un interludio fra due nulla: fra il nulla di cio' che, nessuno potendolo ricordare, "sara' stato" come se non fosse mai stato, e il nulla di cio' che non potra' mai essere. E poiche' non ci sara' nessuno per distinguere i due nulla, essi si confonderanno in un nulla unico. Ecco quindi la nuova, apocalittica forma di caducita' che e' la nostra, e accanto alla quale tutto cio' che ha avuto finora questo nome e' diventato un'inezia. - E perche' questo non ti sfugga, il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: "Atomo". * La possibilita' dell'apocalisse E questo sia il tuo secondo pensiero dopo il risveglio: "La possibilita' dell'apocalisse e' opera nostra. Ma noi non sappiamo quello che facciamo". No, non lo sappiamo; e non lo sanno nemmeno quelli che dispongono e decidono di essa; poiche' anch'essi sono come noi; anch'essi sono noi; anch'essi sono radicalmente incompetenti. E' vero che questa incompetenza non e' colpa loro, ma e' piuttosto l'effetto di una circostanza che non si puo' attribuire a nessuno di loro ne' di noi: la sproporzione continuamente crescente fra la nostra facolta' produttiva e la nostra facolta' immaginativa, fra cio' che possiamo produrre e cio' che possiamo immaginare. Poiche', nel corso dell'epoca tecnica, il rapporto tradizionale tra fantasia e azione si e' rovesciato. Se era naturale, per i nostri antenati, considerare la fantasia "esorbitante", esuberante, eccessiva, e cioe' tale che superava e trascendeva l'ambito del reale, oggi i poteri della nostra fantasia (e i limiti della nostra sensibilita' e della nostra responsabilita') sono inferiori a quelli della nostra prassi; per cui si puo' dire che oggi la nostra fantasia non e' all'altezza degli effetti che possiamo produrre. Non e' solo la nostra ragione a essere kantianamente limitata e finita, ma anche la nostra immaginazione e - a maggior ragione - la nostra sensibilita'. Possiamo pentirci, tutt'al piu', dell'uccisione di un uomo: e' tutto cio' che si puo' chiedere alla nostra sensibilita'; possiamo rappresentarci, tutt'al piu', l'uccisione di dieci uomini: e' tutto cio' che si puo' chiedere alla nostra immaginazione; ma ammazzare centomila persone non presenta piu' alcuna difficolta'. E cio' non solo per ragioni tecniche; e non solo perche' l'azione si e' ridotta a semplice collaborazione e partecipazione, a un "azionare" che rende invisibile l'effetto, ma anche e proprio per una ragione di ordine morale: e cioe' perche' la strage in massa trascende di gran lunga la sfera di quelle azioni che siamo in grado di rappresentarci concretamente e a cui possiamo reagire sentimentalmente; e la cui esecuzione potrebbe essere inibita dall'immaginazione o dai sentimenti. - Le tue verita' successive dovrebbero quindi essere queste: "L'inibizione diminuisce progressivamente con l'ingrandirsi oltre misura dell'azione"; e "L'uomo e' minore (piu' piccolo) di se stesso". Questa e' la formula della nostra attuale schizofrenia, e cioe' del fatto che le nostre varie facolta' operano separatamente, come entita' isolate e prive di coordinazione che hanno perso il contatto fra loro. Ma non e' per formulare nozioni definitive e fatalmente disfattistiche su noi stessi che devi formulare queste verita': ma, al contrario, per inorridire della finitezza e per vedere in essa uno scandalo; per sciogliere e allentare quei limiti irrigiditi e trasformarli in barriere da superare; per revocare e abolire la schizofrenia. Naturalmente, finche' ti e' concesso di sopravvivere, puoi anche metterti a sedere, rinunciare ad ogni speranza e rassegnarti alla tua schizofrenia. Ma se non sei disposto a questo, devi cercare di raggiungere te stesso, di portarti alla tua propria altezza. E cio' significa (questo e' il tuo compito) che devi cercare di colmare l'abisso fra le due facolta': la facolta' produttiva e la facolta' riproduttiva; che devi livellare la differenza di altezza che le separa; o, in altri termini, che devi sforzarti di allargare l'ambito limitato della tua immaginazione (e quello ancora piu' ristretto del tuo sentimento), finche' sentimento ed immaginazione arrivino ad apprendere e a concepire l'enormita' che sei stato in grado di produrre; finche' tu possa accettare o respingere cio' che hai inteso. Insomma, il tuo compito consiste nell'allargare la tua fantasia morale. * Non aver paura di aver paura Il tuo compito successivo e' quello di allargare il tuo senso del tempo. Poiche' decisivo per la nostra situazione attuale non e' solo (cio' che ormai sanno tutti) che lo spazio terrestre si e' contratto, e che tutti i luoghi che si potevano considerare lontani fino a ieri sono ormai localita' viciniori; ma che anche lo spazio temporale si e' contratto, e che tutti i punti del nostro sistema temporale si sono avvicinati; che i futuri che potevano sembrare fino a ieri a distanza irraggiungibile, confinano ormai direttamente col nostro presente; che li abbiamo trasformati in comunita' attigue. Cio' vale sia per il mondo orientale che per quello occidentale. Per il mondo orientale, poiche' il futuro vi e' pianificato in una misura senza precedenti; e il futuro pianificato non e' piu' un futuro "in grembo agli dei", ma un prodotto in fabbricazione: che, per il fatto di essere previsto, e' gia' visto come parte integrante dello spazio in cui ci si trova. In altri termini: poiche' tutto cio' che si fa, lo si fa per quel prodotto futuro, esso getta gia' la sua ombra sul presente, appartiene gia', in un senso pragmatico, al presente stesso. E cio' vale, in secondo luogo (ed e' il caso che ci riguarda), per gli uomini del mondo occidentale attuale; poiche' questo, anche senza proporselo direttamente, opera gia' sui futuri piu' remoti: decidendo, ad esempio, della salute o della degenerazione, e forse dell'esistenza o dell'inesistenza dei suoi nipoti. E non importa che esso, o, piuttosto, che noi, si miri consapevolmente a questo risultato: poiche' cio' che conta, da un punto di vista morale, e' soltanto il fatto. E dal momento che il fatto - l'"azione a distanza" non pianificata - ci e' noto, continuando ad agire come se non sapessimo quello che facciamo commettiamo un delitto colposo. E il tuo pensiero successivo dopo il risveglio sia: "Non esser vile, abbi il coraggio di aver paura! Astringiti a fornire quel tanto di paura che corrisponde alla grandezza del pericolo apocalittico!" Anche e proprio la paura fa parte dei sentimenti che siamo incapaci o riluttanti a fornire; e dire che abbiamo gia' paura, che ne abbiamo anche troppa, e che viviamo, anzi, nell'"epoca della paura", e' una frase priva di senso, che, se non e' diffusa ad arte col preciso intento di ingannare, e' pur sempre uno strumento ideale per impedire l'avvento di una paura veramente adeguata all'enormita' del pericolo, e per renderci indolenti e passivi. - E' vero piuttosto il contrario: che viviamo in un'epoca refrattaria all'angoscia e assistiamo quindi passivamente all'evoluzione in corso. Percio' vi e' tutta una serie di ragioni (a prescindere dai limiti della nostra capacita' di sentire), che non e' possibile enumerare qui (1). Ma non possiamo fare a meno di menzionarne una, a cui gli eventi del recente passato conferiscono un'attualita' e un'importanza particolare. Si tratta della mania delle competenze, e cioe' della persuasione, inculcata in noi dalla divisione del lavoro, che ogni problema rientri in un determinato ambito giuridico in cui non abbiamo il diritto di interferire e di dire la nostra. Cosi', per esempio, il problema atomico rientra nella competenza dei politici e dei militari. E questo "non aver diritto" si trasforma subito e automaticamente in "non aver bisogno". In altri termini: non c'e' bisogno che mi occupi dei problemi di cui non sono tenuto e autorizzato ad occuparmi. E posso fare a meno di aver paura, poiche' la paura stessa viene "sbrigata" in un altro ressort. Percio' ripeti dopo il tuo risveglio: "Res nostra agitur". Il che significa due cose: 1) che la cosa ci riguarda perche' ci puo' colpire; e 2) che la pretesa di alcuni a una competenza di carattere esclusivo e' infondata, perche' siamo tutti, in quanto uomini, ugualmente incompetenti. Credere che in puncto "fine del mondo" possa aver luogo una competenza maggiore o minore, e che quelli che (in seguito a una divisione casuale del lavoro, delle responsabilita' e dei compiti) sono diventati politici o militari, e che si occupano della fabbricazione e dell'"impiego" della bomba piu' attivamente o piu' direttamente di noi, siano percio' piu' "competenti" di noi, e' una follia pura e semplice. Chi cerca di farcelo credere (che si tratti di questi pretesi competenti o di altri) dimostra solo la sua incompetenza morale. Ma la nostra situazione morale finisce per diventare intollerabile quando quei pretesi competenti (che sono incapaci di vedere i problemi se non in termini tattici) pretendono di insegnarci che non abbiamo nemmeno il diritto di aver paura, e tanto meno di porci problemi morali: dal momento che la coscienza morale implica una responsabilita', e la responsabilita' e' affar loro, affare dei competenti; con la nostra paura, con la nostra angoscia morale, invaderemmo - secondo loro - un campo di loro competenza. In conclusione: devi rifiutarti di riconoscere un ceto privilegiato, un "clero dell'apocalisse": un gruppo che si arroghi una competenza esclusiva per la catastrofe che sarebbe la catastrofe di tutti. Se ci e' lecito variare il detto rankiano ("ugualmente vicini a Dio"), potremmo dire che "ognuno di noi e' ugualmente vicino alla fine possibile". E percio' ognuno di noi ha lo stesso diritto, e lo stesso dovere, di elevare ad alta voce il suo monito. A cominciare da te. * Contro la discussione di carattere tattico Non solo la nostra immaginazione, la nostra sensibilita' e la nostra responsabilita' vengono meno di fronte alla "cosa": ma non siamo neppure in grado di pensarla. Poiche' sotto qualunque categoria cercassimo di sussumerla, la penseremmo in modo sbagliato: per il semplice fatto di ridurla sotto una determinata categoria o classe di concetti, ne faremmo un oggetto fra gli altri e la minimizzeremmo. Anche se puo' esistere in molti esemplari, e' unica nel suo genere, non appartiene a nessuna specie: e', quindi, un monstrum. Disgraziatamente e' proprio questa ("mostruosa") inclassificabilita' a portarci a trascurare la cosa, o a dimenticarla addirittura. Tendiamo a considerare come inesistente tutto cio' che non siamo in grado di classificare. Ma nella misura in cui si parla della cosa (cio' che peraltro non avviene ancora nella conversazione quotidiana fra gli uomini), tendiamo a classificarla (poiche' e' la soluzione piu' comoda e meno inquietante) come un'arma, o piu' in generale come un mezzo. Ma essa non e' un mezzo, poiche' e' essenziale alla natura del mezzo risolversi nello scopo raggiunto e scomparire, come la via nella meta. Il che non accade in questo caso. Poiche' anzi l'effetto inevitabile (e perfino l'effetto consapevolmente ricercato) della cosa e' maggiore di ogni scopo pensabile; poiche' questo, per forza di cose, scompare e si annulla nell'effetto. Scompare e si annulla insieme al mondo in cui c'erano ancora "fini e mezzi". Ed e' chiaro che una cosa che distrugge, con la sua sola esistenza, lo schema "fini e mezzi", non puo' essere un mezzo. Percio' la tua massima successiva sia: "Nessuno mi fara' credere che la bomba sia un mezzo". E dal momento che non e' un mezzo come i milioni di mezzi che compongono il nostro mondo, non puoi tollerare che sia prodotta come se si trattasse di un frigorifero, di un dentifricio e nemmeno di una pistola, per costruire la quale nessuno ci interpella. - E come non devi credere a quelli che la chiamano un "mezzo", non devi credere nemmeno ai persuasori piu' sottili che sostengono che la cosa serve esclusivamente alla "dissuasione", ed e' prodotta, cioe', solo allo scopo di non essere usata. Poiche' non si sono mai visti oggetti il cui impiego si esaurisse nel loro non essere usati; o, tutt'al piu', vi sono stati oggetti che, in determinati casi, non furono usati (e cioe' quando la minaccia del loro uso, spesso gia' avvenuto, si era gia' rivelata sufficiente). Del resto, non dobbiamo mai dimenticare che la cosa e' gia' stata "usata" realmente (e senza giustificazione adeguata) a Hiroshima e Nagasaki. Infine, non dovresti permettere che l'oggetto il cui effetto supera ogni immaginazione sia classificato in modo falso con un'etichetta sciocca e minimizzante. Quando l'esplosione di una bomba H e' definita ufficialmente "azione Opa" o "azione nonnino", non e' solo una manifestazione di cattivo gusto, ma anche un inganno consapevole. Inoltre devi opporti e ribellarti tutte le volte che la cosa (la cui semplice presenza e' gia' una forma di uso) e' discussa da un punto di vista puramente "tattico". Questo tipo di discussione e' assolutamente inadeguato, poiche' l'idea di potersi servire tatticamente delle armi atomiche presuppone l'esistenza di una situazione politica indipendente dal fatto stesso della loro esistenza. Ma questa e' una supposizione affatto irreale, poiche' la situazione politica (l'espressione "era atomica" e' perfettamente giustificata) e' definita dal fatto delle armi atomiche. Non sono le armi atomiche a presentarsi, fra le altre cose, sulla scena politica, ma sono gli avvenimenti politici a svolgersi all'interno della situazione atomica; e la maggior parte delle azioni politiche sono passi intrapresi all'interno di questa situazione. I tentativi di utilizzare la possibilita' della fine del mondo come una pedina sullo scacchiere della politica internazionale, indipendentemente o meno dalla loro astuzia, sono segni di accecamento. L'epoca delle astuzie e' finita. Percio' devi farti un principio di sabotare tutte le analisi in cui i tuoi contemporanei cercano di esaminare il fatto del pericolo atomico da un punto di vista puramente tattico, e di portare la discussione sul punto essenziale: sulla minaccia che pesa sull'umanita' di un'apocalisse provocata da lei stessa; e fallo anche a costo di essere deriso come persona priva di realismo politico. In realta', ad essere poco realisti, sono proprio i puri tattici, che vedono le armi atomiche solo come mezzi, e che non capiscono che i fini che cercano o pretendono di raggiungere mediante la loro tattica, sono completamente svuotati di significato dall'uso (anzi, dalla semplice possibilita' dell'uso) di questi mezzi. * La decisione e' gia' stata presa Non lasciarti ingannare da chi sostiene che ci troveremmo ancora (e ci troveremo forse sempre) nello stadio sperimentale, nello stadio delle esperienze di laboratorio. Poiche' questa e' solo una frase. E non solo perche' abbiamo gia' gettato delle bombe (cio' che molti stranamente dimenticano), e l'epoca "in cui si fa sul serio" e' quindi gia' cominciata da un pezzo; ma anche perche' (ed e' la ragione piu' importante) non e' possibile parlare, in questo caso, di esperimenti. La tua ultima massima sara', quindi, questa: "Per quanto felice possa essere l'esito degli esperimenti, e' lo sperimentare stesso che fallisce". E fallisce perche' si puo' parlare di esperimenti solo dove l'evento sperimentale non esce e non spezza l'ambito isolato e circoscritto del laboratorio; condizione che non si ritrova in questo caso. Poiche' fa proprio parte dell'essenza della cosa, e dell'effetto ricercato della maggior parte degli esperimenti attuali, accrescere il piu' possibile la forza esplosiva e il fall-out radioattivo dell'arma; e cioe', per quanto contraddittoria possa essere la formula, provare fino a che punto si possa superare ogni limite sperimentale. Cio' che e' prodotto dai cosiddetti "esperimenti" non rientra piu', quindi, nella classe degli effetti sperimentali, ma nello spazio reale, nell'ambito della storia (dove si trovano, ad esempio, i pescatori giapponesi contagiati dal fall-out) e perfino della storia futura, poiche' e' il futuro stesso ad essere investito (ad esempio la salute delle prossime generazioni), e si puo' quindi dire che il futuro, secondo la formula filosofica del libro di Jungk, "e' gia' cominciato". E' quindi del tutto illusoria e ingannevole l'affermazione a cui si ricorre cosi' volentieri, che l'impiego della cosa non e' stato ancora deciso. - E' vero, invece, che la decisione e' gia' avvenuta attraverso i cosiddetti esperimenti. Fa quindi parte dei tuoi doveri denunciare e distruggere l'apparenza che noi si viva ancora nella "preistoria" atomica: e chiamare per nome cio' che e'. * Siamo manipolati dai nostri apparecchi Ma tutti questi postulati e questi divieti si possono condensare in un solo comandamento: "Abbi solo quelle cose le cui massime potrebbero diventare le tue massime e quindi le massime di una legislazione universale". E' un postulato che puo' lasciare interdetti: l'espressione "massime delle cose" puo' sembrare, a tutta prima, paradossale. Ma solo perche' strano e paradossale e' il fatto stesso designato dall'espressione. Cio' che vogliamo dire e' solo che, vivendo in un mondo di apparecchi, siamo soggetti al trattamento dei nostri apparecchi (e sempre in un modo determinato dalla natura degli apparecchi). Ma poiche', d'altra parte, siamo gli utenti di questi apparecchi, e trattiamo il nostro prossimo per mezzo di essi, finiamo per trattare il nostro prossimo, anziche' secondo i nostri principi, secondo i modi di operare degli apparecchi, e cioe', in certo qual modo, secondo le loro massime. Il postulato esige che ci rendiamo conto di queste massime come se fossero le nostre (dal momento che lo sono effettivamente e di fatto); che la nostra coscienza morale, anziche' dedicarsi all'esame di se stessa (che e' ormai un lusso privo di conseguenze), si dedichi a quello degli "impulsi nascosti" e dei "principi" dei nostri apparecchi. Esaminando scrupolosamente la propria anima alla maniera tradizionale, un ministro atomico non vi troverebbe, probabilmente, nulla di particolarmente peccaminoso; ma esaminando la "vita intima" dei suoi aggeggi, vi troverebbe niente meno che l'erostratismo, e un erostratismo su scala cosmica; poiche' erostratico e' il modo in cui le armi atomiche trattano l'umanita'. Solo quando ci saremo abituati a questa nuova forma di azione morale ("l'analisi del cuore degli apparecchi"), avremo qualche motivo di sperare che, dovendo decidere del nostro essere o non-essere, sapremo decidere per la conservazione del nostro essere. * Impossibilita' di non-potere Il tuo principio successivo sia: "Non credere che quando saremo riusciti a compiere il primo passo, la cessazione dei cosiddetti esperimenti, il pericolo si possa considerare passato, e che noi si possa dormire sugli allori". Poiche' la fine degli esperimenti non significa ancora quella della produzione di bombe e tanto meno la distruzione delle bombe e dei tipi che sono gia' stati sperimentati e che sono pronti per l'uso. Vi possono essere varie ragioni per una cessazione degli esperimenti: uno stato vi si puo' risolvere, ad esempio, perche' ogni ulteriore esperimento sarebbe superfluo, dal momento che la produzione dei tipi sperimentati o la riserva di bombe esistenti bastano gia' per ogni eventualita'; insomma, perche' sarebbe assurdo e antieconomico uccidere l'umanita' piu' di una volta. Non credere nemmeno che avremmo diritto di stare tranquilli una volta che fossimo riusciti ad eseguire il secondo passo (l'arresto della produzione di bombe A e H), o che potremmo metterci a sedere dopo il terzo passo (la distruzione di tutte le riserve). Anche in un mondo completamente "pulito" (e cioe' in un mondo dove non ci fossero piu' bombe A o H, e dove quindi, apparentemente, non "avremmo" bombe), continueremmo, tuttavia, ad averle, poiche' sapremmo come fare per produrle. Nella nostra epoca contrassegnata dalla riproduzione meccanica non si puo' dire che un oggetto possibile non esista, poiche' cio' che conta non sono gli oggetti fisici reali, ma i loro tipi, i loro "modelli". Anche dopo aver eliminato tutti gli oggetti fisici che hanno a che fare con la produzione delle bombe A o H, l'umanita' potrebbe cadere vittima dei loro disegni. Si potrebbe concludere, allora, che bisogna distruggere questi ultimi. Ma anche questo e' impossibile, poiche' i modelli sono indistruttibili come le idee di Platone; in un certo senso sono addirittura la loro realizzazione diabolica. Insomma, anche se ci riuscisse di distruggere fisicamente i fatali apparecchi e i loro "modelli", e di salvare cosi' la nostra generazione: anche questa sarebbe solo una pausa, sarebbe solo una dilazione. La produzione potrebbe essere ripresa ogni giorno, il terrore rimane, e dovrebbe restare, quindi, anche la tua paura. D'ora in poi l'umanita' dovra' vivere, per tutta l'eternita', sotto l'ombra minacciosa del mostro. Il pericolo apocalittico non si lascia eliminare una volta per tutte, con un atto solo, ma solo con una serie indefinita di atti quotidiani. Dobbiamo comprendere, insomma (e questa comprensione finisce di mostrarci il carattere fatale della nostra situazione), che la nostra lotta contro la permanenza fisica degli ordigni e la loro costruzione, sperimentazione ed accumulazione rimane, in definitiva, insufficiente. Poiche' la meta che dobbiamo raggiungere non puo' consistere nel non-avere la cosa, ma solo nel non adoperarla mai, anche se non possiamo fare in modo di non averla; nel non adoperarla mai, anche se non ci sara' mai un giorno in cui non potremmo adoperarla. Ecco quindi il tuo compito: far capire all'umanita' che nessuna misura fisica, nessuna distruzione di oggetti materiali potra' mai rappresentare una garanzia assoluta e definitiva, e che dobbiamo, invece, essere fermamente decisi a non compiere mai quel passo, anche se sara', in un certo senso, sempre possibile. Se non riusciamo - si', tu, tu ed io - a infondere questa coscienza e questa convinzione nell'umanita', siamo perduti. * Note 1. Cfr. Guenther Anders, Die Antiquierheit des Menschen, C. H. Beksche Verlagsbuchhandlung, pp. 264 sgg. 3. POESIA E VERITA'. ASSIA DJEBAR: TUTTE LE MATTINE [Da Poeti algerini, Guanda, Parma 1966, pp. 125-127. Assia Djebar e' una illustre intellettuale algerina impegnata per i diritti umani, scrittrice, storica, antropologa, docente universitaria, cineasta. Opere di Assia Djebar: cfr. almeno Donne d'Algeri nei loro appartamenti, Giunti, Firenze 1988; Lontano da Medina. Figlie d'Ismaele, Giunti, Firenze 1993, 2001; L'amore, la guerra, Ibis, 1995; Vaste est la prison, Albin Michel, Paris 1995; Bianco d'Algeria, Il Saggiatore, Milano 1998; Nel cuore della notte algerina, Giunti, Firenze 1998; Ombra sultana, Baldini & Castoldi, Milano 1999; Le notti di Strasburgo, Il Saggiatore, Milano 2000; Figlie d'Ismaele nel vento e nella tempesta, Giunti, Firenze 2000; La donna senza sepoltura, Il Saggiatore, Milano 2002. Opere su Assia Djebar: cfr. il libro-intervista di Renate Siebert, Andare ancora al cuore delle ferite, La Tartaruga, Milano 1997] Io ti cerco fra i cadaveri tutte le mattine proprio vicino a casa nostra ogni notte morta l'ombra si colma di corpi sotto il ponte proprio vicino a casa nostra mi si dice un uomo e' qualcosa che le guardie portano via e non ritrovano Io ti cerco fra i cadaveri tutte le mattine Tutti uno solo e l'aurora compagna ogni volta soffocata tutti volto moltiplicato che il tempo non potra' seppellire il loro silenzio la tua assenza si rassomigliano io attendo per un giorno l'incontro sotto il ponte fra gli allori Mi si dice non muore un uomo il cui sangue resta nel tuo cuore e in quello degli altri che non conosci Io ti cerco fra i cadaveri tutte le mattine Io ti cerco fra i cadaveri i loro occhi spenti mi rispondono soli schiacciati al suolo Io ti cerco io ti ricordo il nostro campo futuro si semina senza aratura ma la loro carne e' l'offerta Io ti attendo io ti riconosco sotto il ponte fra gli allori Io mi dico arde la sola disperazione io sono la vita il cielo la pianura del dolore il tuo fertile sangue domani domani gia' la morte feconda Tutte le mattine proprio vicino a casa nostra io ti cerco fra i cadaveri 4. INCONTRI. MICHELE BOATO, GIANNOZZO PUCCI, GIANNI TAMINO, MAO VALPIANA: UN INVITO IL 10 SETTEMBRE A FIRENZE [Dagli amici carissimi dell'Ecoistituto del Veneto (per contatti: ecoveneto at tin.it) riceviamo e diffondiamo questo invito di Michele Boato, Giannozzo Pucci, Gianni Tamino, Mao Valpiana. Michele Boato e' nato nel 1947, docente di economia, impegnato contro la nocivita' dell'industria chimica dalla fine degli anni '60, e' impegnato da sempre nei movimenti pacifisti, ecologisti, nonviolenti. Animatore di numerose esperienze didattiche e di impegno civile, direttore della storica rivista "Smog e dintorni", impegnato nell'Ecoistituto del Veneto "Alexander Langer", aniamtore del bellissimo periodico "Gaia". Ha promosso la prima Universita' Verde in Italia. Parlamentare nel 1987 (e dimessosi per rotazione un anno dopo), ha promosso e fatto votare importanti leggi contro l'inquinamento. Con significative campagne nonviolente ottiene la pedonalizzazione del centro storico di Mestre, contrasta i fanghi industriali di Marghera. E' impegnato nella campagna "Meno rifiuti". E' stato anche presidente della FederConsumatori. E' una delle figure più significative dell'impegno ecopacifista e nonviolento, che ha saputo unire ampiezza di analisi e concretezza di risultati, ed un costante atteggiamento di attenzione alle persone rispettandone e valorizzandone dignita' e sensibilita'. Tra le opere di Michele Boato: ha curato diverse pubblicazioni soprattutto in forma di strumenti di lavoro; cfr. ad esempio: Conserva la carta, puoi salvare un albero (con Mario Breda); Ecologia a scuola; Dopo Chernobyl (con Angelo Fodde); Adriatico, una catastrofe annunciata; tutti nei "libri verdi", Mestre; nella collana "tam tam libri" ha curato: Invece della tv rinverdire la scuola (con Marco Scacchetti); Erre magica: riparare riusare riciclare (con Angelo Favalli); In laguna (con Marina Stevenato); Verdi tra governo e opposizione (con Giovanna Ricoveri). Giannozzo Pucci, amico della nonviolenza, saggista, tra i fondatori in Italia del movimento ambientalista ed antinucleare e del movimento per l'agricoltura organica, ha fondato ed e' presidente dell'Associazione di solidarieta' per la campagna italiana, ha promosso l'esperienza della Fierucola, e' presidente dell'Associazione internazionale "Fioretta Mazzei". Consigliere comunale di Firenze dal 1990, e' stato per sei anni presidente della Commissione urbanistica; ha collaborato a vari giornali e riviste; cura la collana editoriale dei "Quaderni d'Ontignano", ed anima attualmente la Libreria Editrice Fiorentina, la prestigiosa casa editrice che ha pubblicato le opere di Giorgio La Pira e Lorenzo Milani. Gianni Tamino e' docente universitario, gia' parlamentare europeo, amico della nonviolenza, acuto studioso di questioni ambientali. Mao (Massimo) Valpiana (per contatti: mao at sis.it, e anche presso la redazione di "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito: www.nonviolenti.org) e' una delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive ed opera come assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' membro del comitato di coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nello scorso mese di giugno ha promosso il digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo autobiografico, scritto con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4 dicembre 2002 di questo notiziario] La rete ecologista, a cui partecipano le riviste "Gaia", "Ecologist", "Azione Nonviolenta", "Tra Terra e Cielo", "Aam Terra Nuova", "Altreconomia", "Natura e Societa'", "Tera e Aqua", "x Fare + verde", "La Fierucola del Pane", "BioAgricoltura Notizie", "Donna e Donna", "Territorio Veneto", e molte associazioni locali e nazionali, come, Mountain Wilderness, Pro Natura, Movimento Nonviolento, Fare Verde, Comitato Nazionale del Paesaggio, gli Ecoistituti del Piemonte, Veneto, Reggio Emilia, delle Tecnologie Appropriate, della Valle del Ticino, Terremutanti di Milano, Gaia Club Valdelsa Senese, Movimento dei Consumatori, Fondazione Icu - Istituto Consumatori Utenti, Codacons Siena, Movimento Verde di Sardegna, VeneziAmbiente, Comitati Ambiente di Reggio Emilia, Coordinamento Comitati Antenne Sinistra Piave (Treviso), Comitato Parco Cansiglio, invita tutte le persone interessate a partecipare sabato 10 settembre a Firenze dalle ore 10 alle ore 18 presso l'Auditorium dell'Istituto Stensen in viale don Minzoni 25/a all'incontro nazionale sul tema: "Dov'e' l'ecologia nei programmi di governo? L'ecologia guidi l'economia, la politica guidi l'economia. Contributi ad un programma politico che metta l'ecologia tra i valori fondamentali". Idee e proposte nell'ipotesi di governare l'Italia con una coalizione che metta l'ecologia tra i valori fondamentali. * Interventi previsti: - Il Tao dell'Ecologia: Edward Goldsmith. - Programma politico e rivoluzione ecologica: Michele Boato, direttore rivista "Gaia"; Giannozzo Pucci, direttore rivista "Ecologist Italia". - Le frontiere della scienza alla fine dello sviluppo: Livio Giuliani, fisico direttore Ispesl Veneto. - Economia: Francuccio Gesualdi, "Centro Nuovo Modello di Sviluppo" di Vecchiano (Pisa). - Agricoltura, artigianato, animali: Gino Girolomoni direttore rivista "Il Mediterraneo"; Marco Chiletti, Associazione di Solidarieta' per la Campagna Italiana; Sergio Paderi, "La Fierucola del Pane", Firenze. - Alimentazione e consumi: Gianni Tamino, docente di biologia all'Universita' di Padova; Anna Ciaperoni, Fondazione Icu - Istituto Consumatori Utenti; Giulio Labbro Francia, Movimento dei Consumatori; Cristina Romieri, Associazione vegetariana. - Cambiamenti climatici ed energia; Nanni Salio, direttore Ecoistituto del Piemonte; Giuseppe Onufrio, fisico Issi; Gianfranco Zavalloni, direttore Ecoistituto Tecnologie Appropriate, Cesena. - Mobilita' sostenibile: Maria Rosa Vittadini, docente all'Universita' di Venezia; Carlo Giacomini, Ecoistituto del Veneto; Helmut Moroder, Cipra; Gisela Stief, "Ecologist italia". - Nord/Sud Est/Ovest: una politica di giustizia fra i popoli: Mao Valpiana, direttore di "Azione Nonviolenta"; Giuliana Martirani, docente di geografia all'Universita' di Napoli; Alex Zanotelli, missionario comboniano; Elena Buccoliero, Movimento Nonviolento. - Natura e paesaggio: Walter Giuliano, direttore rivista "Natura e societa'"; Carlo Alberto Pinelli, regista naturalista presidente Mountain Wilderness; Carlo Ripa di Meana, Comitato nazionale per il Paesaggio; Toio de Savorgnani, forestale e alpinista. - Materie prime, rifiuti e acqua: Paolo Stevanato, Ecoistituto del Veneto; Attilio Tornavacca, Scuola Agraria del Parco di Monza. - Salute, igiene e categorie deboli: Alessandra Cecchetto, ginecologa; Serena Betti, Il Melograno, Verona; Ernesto Bugio, "Ecologist Italia"; Verena Schmit, direttrice rivista "Donna e Donna". - Democrazia della Terra: Pinuccia Montanari, assessore Comune di Reggio Emilia; Corrado Poli, docente Universita' di Bergamo. * Se siete interessati potete collaborare,facendo circolare l'invito e inviando adesioni e/o contributi scritti a: info at ecoistituto-italia.org All'incontro c'e' spazio per molti interventi non programmati di 5 minuti e sono invitati anche interlocutori politici nazionali. Alle ore 20 di sabato 10 settembre inizia una serata conviviale per i molti che si fermano a Firenze, per recarsi domenica 11 alla marcia Perugia-Assisi. A presto. Michele Boato, Giannozzo Pucci, Gianni Tamino, Mao Valpiana 5. MATERIALI. DOPO HIROSHIMA: UNA MINIMA BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE - Svetlana Aleksievic, Preghiera per Cernobyl', Edizioni e/o, Roma 2002, 2004. - Guenther Anders, Essere o non essere, Einaudi, Torino 1961. - Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, Linea d'ombra, Milano 1992. - Murray Bookchin, L'ecologia della liberta', Edizioni Antistato, Milano 1984, Eleuthera, Milano 1986, 1988. - Adriano Buzzati-Traverso, Morte nucleare in Italia, Laterza, Roma-Bari 1982. - Barry Commoner, Far pace col pianeta, Garzanti, Milano 1990. - Friedrich Duerrenmatt, I fisici, Einaudi, Torino 1972, 1975. - Franco Fornari, Psicanalisi della situazione atomica, Rizzoli, Milano 1970. - Heinrich Jaenecke, L'apocalisse atomica, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1991. - Robert Jungk, Gli apprendisti stregoni, Einaudi, Torino 1958, 1982. - Robert Jungk, La grande macchina, Einaudi, Torino 1968. - Robert Jungk, L'uomo del millennio, Einaudi, Torino 1975. - Robert Jungk, Lo stato atomico, Einaudi, Torino 1978, 1980. - Robert Jungk, L'onda pacifista, Garzanti, Milano 1984. - Dario Paccino, L'imbroglio ecologico, Einaudi, Torino 1972. - Dario Paccino, La trappola della scienza, La Salamandra, Milano 1979. - Arundhati Roy, Guerra e' pace, Guanda, Parma 2002. - Bertrand Russell, Autobiografia, 3 voll., Longanesi, Milano 1969-1971. - Vandana Shiva, Terra madre, Utet, Torino 2002. - Naomi Shohno, L'eredita' di Hiroshima, Cittadella Editrice, Assisi 1988. - Enzo Tiezzi, Tempi storici, tempi biologici, Garzanti, Milano 1984, 1992. ============================== LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA ============================== Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino" Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it Numero 33 del 7 agosto 2005
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