La nonviolenza e' in cammino. 933



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 933 del 18 maggio 2005

Sommario di questo numero:
1. Clementina
2. Maria Luisa Boccia, Grazia Zuffa: Non solo referendum. Un incontro a Roma
3. Contro la mafia. Una breve rassegna di alcuni lavori di Umberto Santino
(parte terza)
4. Tereixa Constenla: Uomini contro il maschilismo
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. CLEMENTINA
Mentre scriviamo giungono notizie ancora confuse sul rapimento di Clementina
Cantoni, la cooperante italiana sequestrata a Kabul da una banda di uomini
armati.
Ma alcune cose possono pur essere dette, e quindi dirle occorre.
La prima: che ogni cosa sia fatta, da chiunque ne abbia il potere, per
salvarle la vita.
La seconda: che costruire la pace nei luoghi dell'oppressione e del
conflitto e' impegno che deve essere condiviso da tutte e tutti.
La terza: che ancora una volta una donna, una donna costruttrice di pace,
una donna che aiutava altre donne, e' vittima di un'aggressione, il
rapimento, compiuto da uomini, e da uomini armati. In una sola immagine
questa vicenda ci restituisce intera la drammatica verita' dell'attuale
distretta dell'umanita'. Da un lato le donne, la solidarieta', la pace
costruita nella relazione di ascolto e di aiuto: tutto cio' noi chiamiamo
nonviolenza in cammino. Di contro: l'oppressione di genere, la guerra, il
crimine, le armi: e maschi che a questa tradizione (a queste condizioni, a
questi strumenti, a questi paradigmi, a questi regimi) si genuflettono, si
affidano e la riproducono, asservendosi alla violenza che loro stessi aliena
e reifica e indraca, e devastando ogni possibilita' di riconoscimento di
umanita' e quindi di convivenza civile. Solo la nonviolenza puo' salvare
l'umanita'.
Clementina, nome meraviglioso.

2. RIFLESSIONE. MARIA LUISA BOCCIA, GRAZIA ZUFFA: NON SOLO REFERENDUM. UN
INCONTRO A ROMA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo e diffondiamo.
Maria Luisa Boccia e' nata il 20 giugno 1945 a Roma, dove vive. Dal 1974
lavora all'Universita' di  Siena, e attualmente vi insegna filosofia
politica. Dagli anni '60 ha preso parte alla vita politica del Pci e dei
movimenti, avendo la sua prima importante esperienza nel '68. Deve alla
famiglia materna la sua formazione politica comunista, e al padre,
magistrato e liberale, la sua formazione civile, l'attenzione per
l'esistenza e la liberta' di ciascun essere umano. Ad orientare la sua vita,
la sua mente, le sue esperienze, politiche e umane, e' stato il femminismo.
In particolare e' stato il femminismo a motivare e nutrire l'interesse alla
filosofia. La sua pratica tra donne, cominciata nel 1974 a Firenze con il
collettivo "Rosa", occupa tuttora il posto centrale nelle sue attivita', nei
suoi pensieri, nei suoi rapporti. Ha dato vita negli anni a riviste di
donne - "Memoria", "Orsaminore",  "Reti" - e a diverse esperienze di gruppi,
dei femminili tra i quali ricordare, oltre al suo primo collettivo, dove
iniziano alcune delle relazioni femminili piu' profonde e durevoli, "Primo,
la liberta'", attivo negli anni della "svolta" dal Pci al Pds; "Koan", con
alcune allieve dell'universita'; "Balena", nato dal rifiuto della guerra
umanitaria in Kosovo e tuttora felicemente attivo. E' stata giornalista,
oltre che docente, partecipa dagli anni '70 alle attivita' del Centro per la
riforma dello Stato, ha fatto parte della direzione del Pci, poi del Pds, ed
ha  concluso questa esperienza politica nel 1996. Vive da molti anni con
Marcello Argilli, scrittore per l'infanzia, e non ha figli. Ha scritto
articoli, saggi, ed elaborato  moltissimi interventi, solo in parte
pubblicati, per convegni, incontri, iniziative. Tra i suoi scritti recenti:
Percorsi del femminismo, in "Critica marxista" n. 3, 1981; Aborto, pensando
l'esperienza, in Coordinamento nazionale donne per i consultori, Storie,
menti e sentimenti di donne di fronte all'aborto, Roma 1990; L'io in
rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, La Tartaruga, Milano 1990; con
Grazia Zuffa, l'eclissi della madre. Fecondazione artificiale, tecniche,
fantasie, norme, Pratiche, Milano 1998; La sinistra e la guerra, in
"Parolechiave" nn. 20/21, 1999; Creature di sabbia. Corpi mutanti nello
scenario tecnologico, in "Iride" n. 31, 2000; L'eredita' simbolica, in
Rossana Rossanda (a cura di), Il manifesto comunista centocinquanta anni
dopo, Manifestolibri, Roma 2002; Miracolo della liberta', declino della
politica. Rileggendo Hannah Arendt e Simone Weil, in Ida Dominijanni (a cura
di), Motivi di liberta', Angeli, Miano 2001; La differenza politica. Donne e
cittadinanza, Il Saggiatore, Milano 2002.
Grazia Zuffa, psicologa, senatrice per due legislature, nel 1990 presento'
un disegno di legge sulle tecnologie della riproduzione artificiale; si
occupa da anni di teoria e politica femminista, con particolar riguardo ai
temi della sessualita' e della procreazione; direttrice del mensile
"Fuoriluogo", autrice di molti saggi, ha collaborato tra l'altro a: Il tempo
della maternita', 1993; Franca Pizzini, Lia Lombardi (a cura di), Madre
provetta, Angeli, Milano 1994; con Maria Luisa Boccia ha scritto L'eclissi
della madre, Pratiche, Milano 1998]

Ci interessa ragionare, in una sede di donne, "delle pratiche e dei discorsi
che possiamo mettere in comune", scrivevamo sul "Manifesto", al momento
della raccolta delle firme per i referendum.
Oggi, per noi prendere posizione richiede un senso di responsabilita'
individuale e sociale che non puo' esaurirsi nel barrare un "si'" sulla
scheda.
Chiede parola oltre la logica proibizionista della legge 40 che vede il
divieto come unico limite a (presunte) volonta' senza limiti, di medici e
scienziati a sperimentare nei laboratori, di donne e uomini a fare figli,
come fosse un "diritto".
Oltre l'appello a valori astratti e inconciliabili: da un lato la liberta'
della ricerca scientifica, ed il progresso dello sviluppo tecnologico,
dall'altro la sacralita' del concepito e del legame biologico a fondamento
della famiglia. Una contrapposizione che rischia di radicalizzarsi nel corso
della campagna referendaria, tacitando ancor piu' la voce di donne ed
uomini, direttamente coinvolti a pronunciarsi con il voto.
Mentre per uscire dalla strettoia di questa pessima legge, c'e' bisogno di
pratiche e attitudini riflessive, a partire dall'esperienza, e non
dell'agitazione di spettri ideologici, di opposto segno.
C'e' bisogno per parlare con donne e uomini di un linguaggio meno distante
dalle loro domande, dalle ragioni che possono motivare un si' o un no. C'e'
bisogno di un discorso netto e chiaro sulla legge, quanto critico sullo
scenario tecnologico.
*
Lo scenario tecnologico inquieta molte di noi, come tanti uomini e tante
donne.
Ed avvertiamo il bisogno di ritrovare un ordine del discorso che ricomponga
la frantumazione dei processi riproduttivi indotta dalle tecnologie, che dia
un senso al materiale biologico separato dai corpi viventi. Uova,
spermatozoi, zigoti, embrioni, corredi cromosomici e genetici popolano ormai
l'immaginario collettivo come fossero dotati di autonomia, una volta
separati dai corpi. E danno sostanza al biologismo, come nocciolo essenziale
del discorso: di quello sull'etica della vita e dei diritti del concepito
come di quello sulla fiducia nel progresso scientifico e tecnologico.
Si spiega cosi' il paradosso di una legge ostile alle tecnologie, la quale
tuttavia ne assume, legittimandolo ed amplificando, l'impianto
scientifico-ideologico.
*
Colpisce nelle dispute ontologiche sull'embrione l'ostinato silenzio sulla
madre.
Senza la quale non vi e' "vita", neppure biologica, che possa svilupparsi;
tanto meno vi e' essere umano, o un soggetto che possa rivendicare alcun
diritto, a cominciare da quello a nascere.
Se e' vero che la tecnica fa scomparire i corpi nell'atto del concepimento,
tuttavia non puo' fare a meno dell'opera della madre perche' da quel
concepimento si arrivi alla nascita di un essere umano.
Questo silenzio ci impedisce di interrogarci sul silenzio nostro e di altre,
sul desiderio femminile di divenire madre, se e come muta con il ricorso
alle tecniche o al rapporto sessuale, per le diverse pratiche di corpi e
menti.
Vorremmo ripensare alla differenza di essere donna ed essere madre che per
tante di noi ha costituito il sapere piu' fecondo acquisito sull'aborto.
Non vi e' modo di fare ordine nella procreazione, medicalmente assistita e
non, se non si mette al centro delle relazioni e delle regole, la donna,
quale soggetto libero e responsabile.
*
Discendono da qui per noi le valutazioni di merito sui punti piu' gravi,
diremmo "perversi", della legge, quelli oggetto dei referendum.
Non ci sono pero' estranee le preoccupazioni di chi teme derive
incontrollate della ricerca e nella sperimentazione.
C'e' il problema di che cosa fare o non fare degli embrioni prodotti in
provetta, e in generale di una loro tutela. La fecondazione lascia spazio
per interventi di cui e' necessario definire modi e limiti: sulla selezione
degli embrioni prima del trasferimento in utero, sul tempo massimo
consentito alla crescita in vitro, sugli indirizzi della ricerca, sulle
forme di finanziamento e di controllo pubblico.
E su questi problemi la comunita' scientifica non e' un blocco monolitico,
vi sono donne ed uomini, che, proprio a partire dalle incrinature prodotte
non da oggi tra scienza e societa', lavorano sull'autocoscienza della
scienza. Dopo il disastro di Cernobyl ci siamo ritrovate in tante attorno
alla "coscienza del limite".
*
Dare corpo alle parole, parole ai corpi e' stato sempre decisivo nelle
pratiche politiche e discorsive di donne. E' questo il filo del discorso che
vorremo riprendere, oggi che ci troviamo di nuovo a misurarci con discorsi
senza corpo, e con la riduzione a biologia dei corpi, degli esseri umani,
del significato e dell'esperienza della nascita, e delle relazioni che
attorno ad essa si costruiscono.
Invitiamo le donne interessate a parlarne sabato 21 maggio alle ore 10 a
Roma, al Palazzo ex Buon Pastore, in via della Penitenza 37.

3. MATERIALI. CONTRO LA MAFIA. UNA BREVE RASSEGNA DI ALCUNI LAVORI DI
UMBERTO SANTINO (PARTE TERZA)
[La prima parte di questa rassegna bibliografica e' apparsa nel n. 931 del
notiziario, la seconda nel numero di ieri; al n. 931 rinviamo anche per
alcune notizie essenziali su Umberto Santino e sul Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo. Segnaliamo nuovamente che
questa rassegna bibliografica e' stata originariamente redatta nel 1998: non
abbiamo modificato le schede scritte allora, ne' quelle aggiunte in
ripubblicazioni successive]

13. L'alleanza e il compromesso, 1997
L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti
ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997.
Come e' noto Santino realizzo' nel 1984 il celebre dossier "Un amico a
Strasburgo" sull'europarlamentare andreottiano Salvo Lima, dossier che
riprendendo documenti raccolti in precedenza dalla Commissione Parlamentare
Antimafia fu uno dei piu' energici e documentati atti d'accusa sul rapporto
tra andreottiani e mafia.
Il libro ricostruisce in trecento pagine e con una corposa appendice
documentaria, i rapporti tra potere mafioso e ceto politico, con particolar
riferimento al rapporto tra potere mafioso e corrente andreottiana della DC
a livello siciliano e nazionale (ma anche con una visione internazionale:
Santino riferisce al riguardo con sapida ironia anche un interessante
colloquio avuto in America).
Nel capitolo introduttivo del libro si fissano alcune coordinate
interpretative: "Il rapporto mafia-politica e' uno dei temi maggiormente
richiamati nella letteratura sulla mafia, ma esso non e' mai stato oggetto
di analisi scientifica. La cosa e' perfettamente comprensibile, se si
riflette che il problema 'mafia', pur essendo tra i piu' frequentati, ha
fatto registrare pochi contributi che si possano considerare scientifici,
cioe' elaborati in base a un metodo di lavoro e che poggino su una più o
meno solida e adeguata base di dati.
Come ho avuto modo di osservare in una rassegna degli studi sulla mafia
pubblicata recentemente [La mafia interpretata: dilemmi, stereotipi,
paradigmi, 1995], la produzione pressoche' sterminata sulla mafia e'
dominata da luoghi comuni (stereotipi) e da pseudoparadigmi, cioe' da
trascrizioni con linguaggio piu' o meno colto dei luoghi comuni piu' banali.
Gli stereotipi piu' diffusi dipingono la mafia come emergenza (cioe' come
fenomeno congiunturale, coincidente con gli omicidi piu' o meno eclatanti, e
invece essa e' un fenomeno strutturale, continuativo, che non si limita alla
commissione degli omicidi) e come antistato (cioe' come un'organizzazione in
guerra contro le istituzioni, e invece i rapporti tra mafia e Stato e
istituzioni in genere sono molto più complessi), mentre i paradigmi (cioe'
le spiegazioni dotate di un certo grado di scientificita') piu' affermati
(la mafia come associazione a delinquere tipica e la mafia come impresa)
colgono solo parzialmente la polimorfica realta' del fenomeno mafioso.
Per cogliere in tutte le sue articolazioni tale fenomeno, ho elaborato
un'ipotesi analitica (il 'paradigma della complessita'') che qui richiamo
sinteticamente nei suoi punti essenziali:
1) la mafia e' un insieme di associazioni criminali, di cui la piu'
importante, ma non l'unica, e' Cosa nostra, denominazione che viene usata
dopo le rivelazioni di Buscetta del 1984 e di cui prima non ci sono tracce.
In Sicilia, secondo recenti rilevazioni, i gruppi criminali di tipo mafioso
sarebbero 181, con circa 5.500 affiliati, cioe' lo 0,11% della popolazione,
che ammonta a circa 5 milioni (uno su mille). Oltre a Cosa nostra i gruppi
piu' significativi sono le 'Stidde' delle province di Agrigento e
Caltanissetta e i clan catanesi non aderenti a Cosa nostra;
2) i gruppi mafiosi agiscono all'interno di un sistema di relazioni, un
blocco sociale che attraversa i vari strati della popolazione (dai ceti
popolari legati al contrabbando di tabacchi, allo spaccio di droghe e ad
altre attivita', ai ceti piu' alti), al cui interno la funzione di comando
e' svolta dai soggetti illegali e legali piu' ricchi e potenti: capimafia,
politici, imprenditori, professionisti legati ai mafiosi etc. (quella che
chiamo borghesia mafiosa). Questo strato dominante comprende alcune decine
di migliaia di persone, mentre il blocco sociale si estende ad alcune
centinaia di migliaia;
3) la specificita' della mafia, rispetto ad altre forme di criminalita', e'
data dal ricorso sistematico alla violenza, attuata o potenziale, derivante
dal fatto che la mafia ha un suo ordinamento e non riconosce il monopolio
statale della forza;
4) l'agire mafioso si concreta nella pratica di attivita' illegali e legali
al fine di accumulare ricchezza ed acquisire e gestire posizioni di potere.
Questi aspetti economici e politici si saldano con aspetti culturali (per
esempio, la legittimita' dell'uso della violenza);
5) i rapporti tra mafia, politica e istituzioni sono complessi. Per un
verso, poiche' la mafia - come abbiamo gia' detto - non riconosce il
monopolio statale della violenza, essa e' fuori e contro lo Stato, ma essa
e' dentro e con lo Stato per una serie di attivita', dall'uso del denaro
pubblico, per esempio con l'accaparramento degli appalti di opere pubbliche,
al controllo delle istituzioni, con il peso rilevante nel procacciamento
dei voti e con il condizionamento dei processi decisionali;
6) pertanto si puo' parlare di doppia mafia in doppio Stato. La doppiezza
dello Stato si concreta nella formale proclamazione del monopolio della
violenza contraddetta dall'impunita' di cui i delitti mafiosi hanno goduto
per lungo tempo, tanto da configurarsi come licenza di uccidere e costituire
una vera e propria forma di legittimazione;
7) la mafia si puo' considerare soggetto politico in duplice senso: essa
esercita un potere in proprio, configurabile come signoria su un dato
territorio, con un codice di leggi e un apparato coercitivo per
l'applicazione delle sanzioni previste per le trasgressioni, e interagisce
con il potere ufficiale secondo le modalita' gia' richiamate [per un
approfondimento cfr. La mafia come soggetto politico, 1994];
8) questo quadro sommariamente delineato permette di affermare che nel
nostro Paese si e' formato e consolidato nel tempo un blocco dominante al
cui interno operava un soggetto criminale e cio' e' tornato utile in tutta
la storia dello Stato unitario e particolarmente nella fase della
contrapposizione Est-Ovest, durata per mezzo secolo. Anche in altri Paesi,
per esempio gli Stati Uniti e vari Paesi dell'America Latina, i gruppi
criminali hanno avuto un ruolo importante nell'economia e nel rapporto con
le istituzioni, ma l'Italia puo' considerarsi il Paese occidentale in cui
l'interazione crimine-economia-potere ha assunto caratteristiche di vero e
proprio modello, per la capillarita' e la persistenza di tali collegamenti,
per cui si puo' parlare di una forma Stato profondamente permeata di mafia,
fino all'identificazione tra istituzioni e mafia, almeno in alcuni settori;
9) un altro aspetto da mettere in luce e' che la mafia ha goduto e gode di
un certo consenso sociale, il che non significa che tutti i siciliani, o
quasi, sono mafiosi, complici o sudditi della mafia. Il movimento contadino
si batteva contro la mafia; piu' recentemente, la nascita di gruppi, centri,
associazioni e le manifestazioni successive ai grandi delitti, da Dalla
Chiesa a Falcone e Borsellino, segnano la ripresa, su basi diverse,
dell'impegno antimafia. Tale impegno, nel passato e ancora oggi, si e'
scontrato e continua a scontrarsi non solo con l'organizzazione criminale
mafiosa, ma con tutta la rete di complicita' e di protezione di cui essa
gode. E ritorniamo al punto centrale di questo libro: il rapporto
mafia-politica-istituzioni".
Evidenziata la complessita' e l'articolazione del rapporto tra mafia e
politica ("Non c'e' una supercupola, formata da qualche decina di persone
misteriose, che impartisce ordini; c'e' invece una serie di relazioni che
vanno dall'identificazione tra politici, alta e media borghesia e mafiosi
(nel caso di affiliazione formale all'organizzazione mafiosa o
compenetrazione organica), alla contiguita' e allo scambio, in forme per lo
piu' permanenti e onnicomprensive ma anche episodiche e limitate. Non siamo
di fronte a un'isola, ma a un arcipelago o a un continente"), si analizza il
rapporto tra mafia e DC con specifico riferimento alla Sicilia, ma anche
evidenziando i fattori nazionali ed internazionali. Il giudizio, argomentato
con inconfutabili esempi lungo centinaia di pagine, e' che l'equazione
DC=mafia "e' scorretta se criminalizza tutto il partito e tutto il suo
elettorato, ma e' correttissima se guarda al suo gruppo dirigente, o almeno
alla parte piu' solida, potente e duratura di esso e se, piu' che
configurare un'identificazione totalizzante, riassume una vasta gamma di
rapporti con il mondo mafioso e individua una peculiare modalita'
nell'esercizio del potere".
L'analisi si approfondisce esaminando il rapporto tra corrente andreottiana
della DC e mafia. Si evidenzia l'organica alleanza ricostruendo in
particolare le vicende che specificamente riguardano Lima ed Andreotti.
Ovviamente nel libro non si nasconde che la piu' rilevante espressione della
sinistra politica italiana, il PCI, ha commesso un errore catastrofico nella
sua strategia di ricerca di un compromesso con la DC, e particolarmente con
Andreotti, e con le dominanti forze sociali e gli egemonici interessi
economici e di potere che DC ed Andreotti rappresentano lungo cinquant'anni
di storia repubblicana.
Nella parte conclusiva del libro si analizzano i rapporti tra la mafia ed i
"nuovi" schieramenti e partiti politici, evidenziando non solo la natura
dell'operazione berlusconiana ed i rapporti tra Berlusconi, i suoi
manutengoli ed i suoi alleati con personaggi ed interessi legati ai poteri
criminali, ma anche come esponenti e intrecci della camarilla andreottiana
si siano ricollocati e riprodotti al potere anche nell'area del cosiddetto
centrosinistra.
Tra le letture utili segnaliamo: Ivan Cicconi, La storia del futuro di
tangentopoli, Dei, Roma 1998; Commissione parlamentare antimafia, Mafia e
politica, Laterza, Roma-Bari 1993;  Alfredo Galasso, La mafia politica,
Baldini & Castoldi, Milano 1993; Pio La Torre et alii, Mafia e potere
politico, Editori Riuniti, Roma 1976; Procura di Palermo, La vera storia
d'Italia, Pironti, Napoli 1995; Leo Sisti, Peter Gomez, L'intoccabile, Kaos,
Milano 1997; Nicola Tranfaglia (a cura di), Cirillo, Ligato e Lima, Laterza,
Bari 1994.
*
14. Storia del movimento antimafia, 2000
Il recente libro di Umberto Santino, Storia del movimento antimafia (Editori
Riuniti, Roma 2000), costituisce un contributo di fondamentale importanza
per gli studiosi e per quanti sono impegnati contro i poteri criminali.
"Con questo volume - scrive l'autore nell'introduzione - ho voluto in primo
luogo ricostruire e raccontare la storia delle lotte sociali contro la
mafia, a cominciare dai primi passi del movimento contadino, cioe' dai Fasci
siciliani, e mettere in luce l'ispirazione e la prassi antimafia di
centinaia di migliaia di persone impegnate in una lotta durissima per il
rinnovamento di una societa' dominata da forti interessi e presidiata dalla
violenza mafiosa. Se la prima esigenza e' stata quella della memoria
storica, la seconda e' quella di riflettere e avviare una prima
sistematizzazione di una massa di informazioni riguardanti gli ultimi anni.
Quali sono le caratteristiche distintive dell'attuale stagione di lotte
rispetto alle lotte precedenti, quali i soggetti, le modalita' d'azione, le
prospettive? Si puo' parlare di un movimento antimafia alla luce delle
riflessioni sui movimenti sociali dagli anni '60 in poi? Non pretendo di
aver dato risposte definitive, posso dire soltanto che ho cominciato a porre
queste domande e ad elaborare le prime risposte. Nella ricostruzione del
movimento degli ultimi decenni l'analisi e il racconto s'intrecciano con la
testimonianza, avendo vissuto in prima persona gran parte delle vicende di
cui si parla".
Le quattrocento pagine di questa storia del movimento antimafia si
articolano in tre parti: la prima parte, "Il movimento contadino e la lotta
contro la mafia", abbraccia un arco di tempo che va dai Fasci siciliani, al
fascismo, al secondo dopoguerra; la seconda parte, "Un periodo di
transizione", e' sul cruciale periodo di transizione negli anni '60-'70; la
terza parte, "L'impegno della societa' civile", analizza la lotta contro la
mafia dagli anni '80 a oggi. Il volume contiene anche un'appendice sulle
associazioni e le iniziative antimafia in Italia, essenziale repertorio di
punti di riferimento in tutto il territorio nazionale.
Scrive Santino: "Nella storia delle lotte sociali contro la mafia si possono
individuare tre fasi, distinguibili per alcune caratteristiche specifiche:
- la prima fase va dai Fasci siciliani (1891-1894) al secondo dopoguerra
(anni '40 e '50),
- la seconda abbraccia gli anni '60 e '70,
- la terza va dagli anni '80 a oggi.
Nella prima fase la lotta antimafia si presenta come aspetto peculiare della
lotta di classe e per la democrazia in Sicilia, e in particolare nella
Sicilia occidentale, area in cui storicamente si e' formata la mafia.
Il soggetto protagonista e' il movimento politico-sindacale nelle fasi
iniziali: una sorta di 'stato nascente' di sindacati e partiti. La nostra
storia comincia con i Fasci siciliani e continua con le lotte contadine fino
agli anni '50. Queste lotte si scontrarono duramente con gli agrari e con i
grandi affittuari (gabelloti) legati alla mafia, che ricorsero agli
assassinii e alle stragi per reprimere qualsiasi tentativo di mettere in
forse il loro dominio.
Nella seconda fase la lotta contro la mafia e' condotta dalle forze
politiche di opposizione e da piccole minoranze, raccolte in alcuni dei
gruppi di Nuova sinistra che si formano dopo il '68.
Dagli anni '80, in particolare dopo il delitto Dalla Chiesa, si svolgono
iniziative diverse (...), si formano centri, comitati, gruppi formali e
informali, coordinamenti, cartelli ecc. ed entrano in gioco vari soggetti:
studenti, insegnanti, intellettuali, commercianti, religiosi, uomini delle
istituzioni, cittadini comuni. Il movimento antimafia assume dimensioni di
massa, almeno in alcune manifestazioni, e si presenta come una forma di
impegno civile che si diffonde in varie regioni d'Italia. Non e' piu' il
conflitto di classe la molla che fa scattare la mobilitazione, ma
l'indignazione per la tracotanza mafiosa, che si esprime con delitti che
colpiscono gli uomini piu' rappresentativi delle istituzioni che si
oppongono all'espansione del fenomeno mafioso, in nome dello Stato, che
pero' li condanna all'isolamento e li espone alla ritorsione violenta. Con
l'indignazione si fa strada la consapevolezza che il fenomeno mafioso non e'
piu' limitato a una piccola area del paese e costituisce un attentato
continuato alla vita democratica".
E l'autore prosegue: "La prima fase e' la piu' esplorata, anche se non e'
stata studiata finora sotto il peculiare punto di vista dello scontro con il
fenomeno mafioso. Per essere la piu' lontana nel tempo, essa e' stata e
continua ad essere oggetto della ricerca storica ma e' totalmente, o quasi,
ignorata dalle giovani generazioni (...).
La seconda fase e' pressoche' sconosciuta, se si toglie la cerchia ristretta
dei militanti di quella stagione politica, spesso avviati su altre strade e
poco interessati a conservarne la memoria. La peculiarita' di questa fase,
che puo' essere definita un periodo di transizione, per i mutamenti in atto
nel quadro sociale e nella mafia, e' data dal recupero di una dimensione
classista, operato da minoranze che dimostrano una notevole lucidita' di
analisi sugli sviluppi del fenomeno mafioso e vivono esperienze
significative, tra cui quella conclusasi tragicamente di Giuseppe Impastato.
Sulla fase piu' recente la riflessione e' appena avviata. Come abbiamo gia'
accennato, abbondano le mitizzazioni e le proiezioni spettacolari (...).
L'attuale movimento antimafia e' interclassista o aclassista, raccogliendo
cittadini provenienti da varie classi senza porsi il problema della loro
collocazione nel contesto sociale, mette al centro esclusivamente o
prevalentemente dei valori (la giustizia, la legalita') e nei confronti del
sistema ha un atteggiamento bivalente. Non e' contestazione globale,
antisistemica, ma mirata, volta ad espellere dal seno delle istituzioni i
'poteri criminali', mettendo fine a quella congerie di complicita' che sono
alla base della forza e persistenza del fenomeno mafioso e di altri fenomeni
ad esso assimilabili".
In un denso paragrafo dell'introduzione, "Movimento antimafia e istituzioni"
(pp. 16-18), l'autore fondandosi su una irrefragabile base documentaria (gli
eccidi e la repressione del movimento contadino, l'impunita' per gli
assassini dei militanti, le conseguenti ondate di emigrazione) argomenta:
"lo Stato e le istituzioni nel loro complesso (dal governo centrale agli
enti locali, dalla magistratura e dalle forze dell'ordine alla burocrazia)
hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta e nella dissoluzione dei
movimenti che hanno lottato contro la mafia e per un assetto politico
diverso da quello che ha prodotto la mafia e ne ha consentito lo sviluppo, e
all'interno del quadro istituzionale si sono incrociate e rafforzate le
ragioni per cui la mafia per un lungo periodo della sua storia si e'
dimostrata invincibile. Pertanto, piu' che di un generico ruolo filomafioso
dei rappresentanti delle istituzioni, si puo' parlare di forme di
complicita' con i mafiosi, non generalizzate ma ampiamente diffuse,
derivanti dall'appartenenza dei vari soggetti agli stessi strati sociali o
dall'impegno comune in difesa degli stessi interessi, per mantenere
inalterati i rapporti di dominio e di subalternita'.
Dalla fine degli anni '70 si registra una novita' nel quadro istituzionale:
politici di governo, magistrati, uomini delle forze dell'ordine vivono il
loro ruolo e la loro professione come un impegno contro la mafia, e cio' si
spiega con lo straripare del fenomeno mafioso, in seguito all'incremento
dell'accumulazione illegale legata ai traffici internazionali (quella che ho
chiamato 'mafia finanziaria') e con la rottura delle compatibilita', che
porta a una decisa presa di coscienza di singoli e di settori delle
istituzioni. (...) tende ad allargarsi il numero dei 'servitori dello Stato'
impegnati, anche a rischio della vita, nell'attivita' di contrasto a una
mafia sempre più ricca e pretenziosa. Sappiamo quanti di loro sono caduti
per mano mafiosa.
Il fatto nuovo degli ultimi anni e' dato dall'incontro tra un movimento
antimafia con caratteristiche  diverse dal movimento contadino e settori
istituzionali, un incontro che certamente e' un punto di forza di una nuova
strategia antimafia ma che troppo spesso rimane episodico e sporadico o si
riduce a una sorta di collateralismo (...).
Cosi' abbiamo un'antimafia istituzionale che consegue risultati concreti,
come gli arresti, i processi e le condanne, ma rimane in gran parte
simbolica e comunque 'emergenziale', e un'antimafia civile anch'essa legata
all'emergenza, con manifestazioni di massa dopo le stragi e i delitti con
vittime prestigiose e il lavoro quotidiano affidato a pochi militanti,
generosamente impegnati piu' in un'ottica di testimonianza e di pratiche
atomizzate ed episodiche che in quella di un progetto che coinvolga strati
consistenti della popolazione.
Come vedremo - conclude Santino - non mancano i tentativi di andare oltre
l'emozione e verso il progetto, di coinvolgere strati popolari in
un'antimafia sociale che si ponga i problemi del nostro tempo, a cominciare
dalla disoccupazione e dalla crisi dell'economia legale, che inevitabilmente
portano verso l'accumulazione illegale e la riproduzione e la dilatazione
del circuito mafioso".
Nelle pagine conclusive del libro, analizzando i compiti del movimento
antimafia nel "villaggio globale" l'autore scrive: "I punti fondamentali di
un programma che vada oltre l'avvenimento e si proponga di costruire
un'alternativa complessiva alle mafie e alla societa' mafiogena, a partire
da esperienze gia' fatte o in corso, sono stati piu' volte indicati. Anche
se non mi pare il caso di dettare un 'decalogo del perfetto antimafioso',
provo a riassumerli:
- sul piano conoscitivo, avere una conoscenza adeguata dei fenomeni
criminali e della realta' in cui essi si sono formati e sviluppati,
fornendosi degli strumenti necessari e contribuendo, sulla base delle
proprie conoscenze ed esperienze, ad arricchire il patrimonio di analisi;
- sul piano economico, boicottare le attivita' illegali e contribuire alla
crescita dell'economia legale, sapendo che il mercato non e' un toccasana e
che occorre porre l'accento sulla socialita' dell'economia, cioe' sulla sua
finalizzazione al soddisfacimento dei bisogni;
- sul piano politico, vivere la democrazia non solo nelle scadenze rituali,
ma quotidianamente, cioe' sviluppare le forme di partecipazione e di
controllo delle istituzioni, individuare e denunciare tutte le forme di
collusione con la criminalita' e di criminalita' interna, praticare il
pluralismo dei poteri (quello che ho chiamato lo 'Stato diffuso');
- sul piano sociale, creare e rafforzare il tessuto della societa' civile,
partecipando al controllo del territorio con forme di vigilanza dal basso e
con la diffusione della rete di servizi;
- sul piano culturale ed educativo, agire sui comportamenti della vita
quotidiana, dare concretezza alla scelta della nonviolenza, democratizzare
la scuola ed aprirla al territorio;
- sul piano etico, elaborare e praticare un'etica comune, al di la' delle
fedi religiose e dei codici ideologici, fondata sul pluralismo e il rispetto
delle diversita', sulla concretezza, sul fare e non solo sul non fare,
sull'impegno comunitario, sulla radicalita' e il conflitto e non
sull'unanimismo che rischia di condannare e assolvere tutti, sul qui e ora e
non sull'attesa di un improbabile futuro.
Come si vede, piu' che un vademecum per il militante di un movimento a
tematica specifica, si tratta di indicazioni per il cittadino che vuole
vivere in piena consapevolezza la propria cittadinanza e sa che il problema
delle mafie e' uno dei piu' gravi del nostro tempo, intrecciandosi con
l'economia, con il potere e con la vita quotidiana".
Umberto Santino con questo volume ha scritto la prima completa e rigorosa
storia del movimento antimafia mettendovi a frutto la sua straordinaria
competenza scientifica e la sua altrettanto straordinaria esperienza di
militante, riuscendo cosi' a compiere una ricognizione del movimento
dall'interno, ad un tempo partecipe e rigorosamente fondata, dando una
lettura critica e contestuale delle vicende esaminate, proponendo non solo
una descrizione di grande precisione e completezza, ma altresi' una analisi
penetrante di grande efficacia euristica.
Tra le letture che potrebbero essere proposte per sviluppare e mettere a
confronto alcuni aspetti ed apporti di questo libro segnaliamo il gia'
classico Hans Jonas, Il principio responsabilita', Einaudi, Torino; e tra le
pubblicazioni recenti: Nando dalla Chiesa, Storie eretiche di cittadini
perbene, Einaudi, Torino (ma gia' Storie, Einaudi, Torino); Vincenzo
Ruggiero, Delitti dei deboli e dei potenti, Bollati Boringhieri, Torino;
Donatella Della Porta, Movimenti collettivi e sistema politico in Italia
(1960-1995), Laterza, Roma-Bari; Alessandro Dal Lago, Non-persone,
Feltrinelli, Milano; Jean Ziegler, Les seigneurs du crime, Seuil, Paris; ed
alcuni dei contributi apparsi nel volume monografico di 'Micromega' 1/2000,
Dei delitti e delle pene; e ne 'I quaderni speciali di 'Limes'" (suppl. a
"Limes" 2/2000), Gli stati mafia. Cfr. anche Salvatore Lupo, Storia della
mafia, Donzelli, Roma; ed il volume di 'Meridiana' n. 25/1996, Antimafia; Di
grandissimo interesse a nostro avviso il lavoro giornalistico di Riccardo
Orioles, diffuso via internet e leggibile ad esempio collegandosi a
Peacelink (www.peacelink.it).
*
15. La cosa e il nome, 2000
"Le origini della mafia non si perdono 'nella notte dei tempi'. Com'e'
risaputo la parola mafia compare per la prima volta in un testo scritto nel
1863 e il fenomeno si rivela in tutte le sue implicazioni all'interno del
processo che accompagna la formazione dello Stato unitario. Questo pero' non
significa che e' preclusa qualsiasi possibilita' di guardare indietro nel
tempo. C'e' una lunga fase di incubazione, in cui prendono corpo fenomeni
che possono definirsi premafiosi, come le attivita' delittuose regolarmente
impunite perche' gli autori sono legati ai detentori del potere, o forme
delittuose con finalita' accumulative e configurabili come esercizio di
signoria territoriale. Tali fenomeni sono documentabili e questo libro
raccoglie materiali e sviluppa riflessioni che ne consentono lo studio. Il
testo, corredato di un'ampia appendice di documenti difficilmente
reperibili, vuole essere uno stimolo ad avviare una ricerca adeguata e -
come scrive Orazio Cancila nella prefazione - rappresenta 'una acquisizione
di sicuro valore nel quadro della recente storiografia del fenomeno
mafioso'". Cosi' la quarta di copertina del libro di Umberto Santino, La
cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino,
Soveria Mannelli 2000. Un libro composto di un ampio studio (pp. 25-184) e
di una utile raccolta di documenti (pp. 185-245).
Potrebbe sembrare a prima vista un'opera rivolta eminentemente a un pubblico
di studiosi, di specialisti con interessi prevalentemente storiografici, e
magari della scuola delle "Annales"; e' invece uno ennesimo assai utile
strumento di lavoro per tutte le persone impegnate nella lotta contro la
mafia (e' infatti una caratteristica saliente del lavoro intellettuale di
Santino che le sue opere apportino contributi conoscitivi, analitici, e
propositivi di immediata rilevanza ermeneutica ed operativa, di immediata
valorizzazione nell'azione di lotta contro la mafia - che quindi la sua
produzione teorica e di ricerca sia anche politica, civile in senso forte).
E valga il vero.
Scrive Santino nell'introduzione (di seguito ne riportiamo un ampio
estratto, dalle pp. 28-32):
"Ricostruire il processo di gestazione della mafia e' un compito quanto mai
arduo e richiederebbe una ricerca, anzi un insieme di ricerche, in piu'
direzioni, soprattutto se si ha della mafia un'idea complessa.
Da tempo sostengo, andando spesso controcorrente rispetto a idee di mafia
semplificatrici, incentrate esclusivamente sulla 'subcultura mafiosa' o
sull'associazionismo criminale, che il fenomeno mafioso e' polimorfico,
risultando dall'interazione di vari aspetti. Per comodita' del lettore
riporto l'ipotesi definitoria piu' volte formulata: per mafia, o piu' in
generale per fenomeno mafioso intendo un insieme di organizzazioni
criminali, di cui la piu' importante ma non l'unica e' Cosa Nostra, che
agiscono all'interno di un vasto e ramificato contesto relazionale,
configurando un sistema di violenza e illegalita' finalizzato
all'accumulazione del capitale e all'acquisizione e gestione di posizioni di
potere, che si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso
sociale.
In questo quadro l'organizzazione criminale, pur avendo caratteri distintivi
suoi propri, viene considerata come una componente di un blocco sociale a
composizione transclassista, cementato da interessi, comportamenti e abiti
mentali, egemonizzato dai soggetti illegali-legali piu' ricchi e potenti
(capimafia, politici, burocrati, imprenditori, tecnici ecc.), definibili
come borghesia mafiosa.
Questo 'paradigma della complessita'' configura il fenomeno mafioso come un
prisma a piu' facce, risultato del combinarsi di aspetti criminali,
economici, politici, culturali, e lo considera nelle sue implicazioni
specifiche, distinguendolo ma non separandolo dal contesto socale. Le
specificita' della mafia sono riassumibili nell'uso privato della violenza,
cioe' nel non riconoscimento del monopolio statale della forza; nella
signoria teritoriale, cioe' nel controllo capillare della vita quotidiana e
delle attivita' che si svolgono su un territorio determinato; nell'intreccio
con le istituzioni. Si puo' parlare, per cio' che riguarda il rapporto tra
mafia e Stato, di una doppia mafia (contemporaneamente fuori e contro lo
Stato e dentro e con lo Stato), a cui corrisponde una sostanziale doppiezza
dello Stato, formalmente monopolista della giustizia e della forza, in
realta' tollerante nei confronti della mafia, che ha goduto sempre di un
alto tasso di impunita'.
Tale ipotesi definitoria si riferisce alla mafia cosi' come si e'
concretamente sviluppata nella societa' siciliana contemporanea e uno
studio, anche appena abbozzato ed embrionale, come quello che qui viene
presentato, deve andare alla ricerca dei vari aspetti che solo
successivamente si salderanno dando vita al fenomeno mafioso nella sua
complessita'.
Ritengo che possano considerarsi 'premafiosi' i fenomeni raggruppabili in
due grandi categorie:
- attivita' delittuose regolarmente impunite, perche' i soggetti che le
mettono in atto sono legati ai detentori del potere, di fatto o
istituzionale;
- forme delittuose con finalita' accumulative e configurabili come esercizio
di potere territoriale.
In sintesi si possono definire 'premafiosi' tutti quei fenomeni che mostrano
come la vioenza privata venga usata come mezzo di arricchimento e di
dominio.
Piu' dettagliatamente tali fenomeni si presentano, in forme piu' o meno
compiute, con le seguenti caratteristiche:
1) casi e forme di esercizio privato della violenza, cioe' violenza
extrastatuale, a cui di regola non consegue la sanzione della giustizia
ufficiale;
2) uso, non sporadico ed episodico, ma abituale o permanente, della violenza
privata da parte di soggetti detentori di potere e di settori delle
istituzioni;
3) manifestazioni di violenza o illegalita' in genere che si presentano come
comportamenti ricorrenti e attivita' professionali, o tendono a diventarlo;
4) esistenza di raggruppamenti, piu' o meno strutturati o informali, allo
scopo di compiere attivita' delittuose in un determinato territorio, su cui
esercitano forme di controllo;
5) comportamento violenti-illegali funzionali all'arricchimento e
6) all'acquisizione di posizioni di potere reale, di fatto, non
necessariamente in contrapposizione con quello ufficiale;
7) comportamenti sopra richiamati, legittimati attraverso
l'accettazione-passivita' di massa.
Tali fenomeni sono documentabili e lo studio di essi e' perfettamente
legittimo e puo' essere utile, se viene affrontato con le dovute cautele.
Non si tratta di trovare gli 'antenati' dei mafiosi, pericolo che e' sempre
presente in chi, come noi, sa 'come sono andate le cose' nei secoli
sucessivi a quelli che analizziamo...
Guardando al passato c'e' sempre il rischio di cadere nella trappola
dell''anacronismo', di cercare alle nostre spalle quello che vediamo farsi
ogni giorno... ma questo vale per qualsiasi ricostruzione storica, che deve
sempre avvertire come necessita' inderogabile l'inserimento dei fenomeni nel
loro contesto. Per fare l'esempio pu' significativo: il monopolio statale
della violenza non si afferma dovunque con le stesse caratteristiche, anzi
e' uno di quei terreni su cui maggiormente sono proliferate differenziazioni
e specificita'. Un conto e' il non riconoscimento di tale monopolio da parte
della mafia attuale, quando ormai da tempo esso viene considerato come
attributo imprescindibile e irrinunciabile dello Stato moderno; un altro
conto e' l'uso privato della violenza nel XVI secolo in Sicilia, in un
contesto in cui sussiste il polipolio della forza e le funzioni giudiziarie
sono esercitate da vari fori.
Pertanto, questo lavoro non mira a rintracciare somiglianze piu' o meno
generiche tra i mafiosi di oggi e i bravi manzoniani o loro colleghi..., ma
a studiare i germi di cio' che poi sara' mafia, considerandoli per quello
che sono e sapendo che solo in futuro, in contesti mutati, schiuderanno per
intero il loro contenuto.
Attivita' delinquenziali in forma piu' o meno organizzata, sette e societa'
segrete si possono riscontrare ovunque, in tempi lontani dai nostri, eppure,
limitando lo sguardo all'area euro-mediterranea, solo in Sicilia, in
Calabria e in Campania, esse hanno prodotto la mafia, la 'ndrangheta e la
camorra. Perche' altrove fenomeni completamente o parzialmente assimilabili
sono abortiti e solo in aree determinate hanno dato i frutti che sappiamo?
La risposta va cercata nelle condizioni e nelle forme specifiche in cui si
sono configurati i processi di transizione dal feudalesimo al capitalismo e
di formazione dello Stato e si e' articolata l'interazione tra fenomeni
criminali e dinamiche economiche e di potere. Lo scavo nel passato puo'
contribuire a portare nuova luce su tali processi, ma rischia di aggiungere
problemi a problemi e per di piu' deve fare i conti con i limiti della
documentazione sopravvissuta e l'inadeguata esplorazione di cio' che e'
rimasto".
(Parte terza - Segue)

4. UMANITA'. TEREIXA CONSTENLA: UOMINI CONTRO IL MASCHILISMO
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo di Tereixa Constenla apparso sul quotidiano
spagnolo "El Pais" del 10 aprile 2005. La traduzione e' di Clara Jourdan.
Tereixa Constenla, prestigiosa giornalista, e' redattrice del "Pais", il
principale quotidiano spagnolo]

Aggregazioni maschili cominciano a mobilitarsi rispetto alla violenza verso
le donne
Juan Antonio Ramirez Cordero non trova divertenti le barzellette
maschiliste. Ogni 25 novembre fa in modo di andare alla manifestazione che
si tiene nella sua citta' contro la violenza verso le donne, se non e' in
servizio alla Polizia Locale di Jerez de la Frontera (Cadice, Spagna), un
ambiente dove l'umorismo sessista e la derisione rispetto al diverso
circolano quasi senza limiti. L'agente Ramirez e' diverso. E' strano come i
movimenti di uomini paritari, un fenomeno che ormai non e' nuovo ma continua
a essere insolito.
La crudezza con cui negli ultimi anni sta affiorando la violenza
maschilista, tuttavia, ha reso piu' forte l'impegno pubblico di alcuni
uomini che sostengono la causa di un mondo di eguali, come si vede dalla
creazione dell'"Associazione di Uomini per l'Uguaglianza di Genere" (Ahige),
fondata a Malaga nel 2001. Dopo incontri di riflessione su nuovi modelli di
mascolinita', i partecipanti decisero di creare un'organizzazione che
incarnasse il loro "impegno formale" a lottare "attivamente" per una
societa' senza discriminazione in ragione del sesso.
*
Militanti antisessisti
Rispetto al carattere raccolto dei gruppi di uomini, restii a scendere in
campo, Ahige sostiene l'azione pubblica, il passaggio al fronte, soprattutto
per combattere la violenza maschilista. "Non basta dire che io non sono un
maltrattatore, ne' basta non essere sessista, bisogna essere un militante
antisessista", diceva il presidente di Ahige, Antonio Garcia, a un convegno
che c'e' stato a Siviglia. L'agire pubblico dei soci consiste in incontri
tra uomini e donne, in laboratori sulla corresponsabilita' domestica,
l'autostima, la paternita' o la violenza maschilista, e in conferenze come
quella conclusa da Garcia a Siviglia: "Non si puo' ridere di una barzelletta
sessista ne' essere complice di un maltrattatore, anche se si comporta bene
in ufficio".
In qualche maniera Juan Antonio Ramirez, il poliziotto che non ride alle
battute maschiliste, rappresenta questo nuovo modello maschile, distante
dalla visione patriarcale e attaccato ad altri valori. Quattro anni fa e'
entrato in un gruppo di uomini di Jerez che si incontra una volta al mese,
nelle case, per conversare su varie questioni, quasi sempre intime: la
coppia, la paternita', la sessualita'... la prostata. Sempre a partire
dall'esperienza personale. "E' un luogo di incontro in cui esprimiamo dubbi,
sentimenti ed emozioni con totale naturalezza", sintetizza. In questi anni
Juan e' cambiato anche nella convivenza domestica: "Al principio fai le cose
per comportarti bene, non ti viene naturale, mi e' costato meno fare le cose
che assumerle".
Un gruppo di uomini non e' un gruppo di omosessuali, come alcuni sospettano
maliziosamente. L'orientamento sessuale non unisce ne' separa in questi
incontri privati dove gli uomini si guardano dentro. Per Juan Antonio
Ramirez, 43 anni, sposato, padre di due figli di 12 e 6 anni e poliziotto
locale, rappresenta l'universo dell'intimo, il luogo dove dare briglia
sciolta alla sua sensibilita' senza sentirsi aggredito con spiritosaggini.
"Nel mio ambiente si parla di lavoro o di calcio, ma non di se'; quando poni
un problema sfuggono con l'ironia", confronta. E' d'accordo con la sua
valutazione un altro del gruppo, Jose' Manuel Jimenez Gutierrez, 43 anni,
sposato, padre di due figli e direttore dell'attivita' sociale della Caritas
a Jerez: "E' uno spazio dove parli di cose di cui non puoi parlare in altri
spazi".
Mentre le donne lottano da decenni per occupare il territorio pubblico, gli
uomini esplorano timidamente il nido privato. I primi gruppi di uomini
creati per riflettere sull'identita' maschile sorsero negli anni settanta in
California (Stati Uniti) e in diversi paesi scandinavi. In Spagna nacquero
nel 1985, a Valencia e a Siviglia. Due decenni dopo sono stati fondati
gruppi a Barcellona, Madrid, Granada, Malaga, Jerez e in altre citta'.
Cercano nuovi riferimenti di identita', anche se la messa in discussione
della mascolinita' e' preceduta, secondo il professore di medicina legale
dell'Universita' di Granada Miguel Lorente, da una riflessione sulla
violenza.
In un articolo pubblicato sulla rivista "Meridiam", Lorente sostiene che
"devono essere gli uomini a prendere posizione in maniera chiara contro la
disuguaglianza e la violenza di altri uomini, ma se lo si fa in nome della
mascolinita' si puo' cadere nello stesso errore di sempre, nel conseguimento
di un meccanismo che contribuisce alla modificazione dell'esistente senza
sradicarlo dai comportamenti sociali".
*
Parlare per se'
Nonostante l'eterogeneita' dei gruppi di uomini, quasi tutti sono d'accordo
sulla discrezione, sulla mancanza di identita' collettiva pubblica, perche'
temono che questo li obbligherebbe a creare gerarchie. Ciascuno parla per
se' e mai a nome del gruppo, anche se la violenza verso le donne sta
perturbando l'occultamento iniziale. Jose' Manuel Jimenez non esita ad
approfittare della sua presenza in una conversazione radiofonica per
lanciare messaggi egualitari. Il rappresentante della Caritas sono anni che
va alla manifestazione del 25 novembre contro la violenza maschilista,
benche' non si consideri un "paradigma" ne' un "modello" di uomo paritario.
Commossi dall'assassinio della donna di Granada Ana Orantes, bruciata dal
suo ex marito, il gruppo di uomini di Siviglia mise nel suo sito internet un
manifesto di condanna. "Noi uomini abbiamo molto da dire perche' ci
conosciamo", segnala con una certa ironia il sociologo Hilario Saez, uno dei
membri del gruppo di Siviglia. "La priorita' e' la protezione della vittima,
ma dobbiamo fare campagne di sensibilizzazione perche' non si tolleri la
violenza", sostiene. Saez gestisce il programma "Uomini per l'Uguaglianza e
contro la Violenza di Genere", promosso dal 2003 dalla Provincia di
Siviglia, uno dei pochi organismi pubblici spagnoli che finanzia un progetto
diretto specificamente agli uomini all'interno delle proprie politiche di
parita'. Quello che ha aperto la strada e' stato il Comune di Jerez, per
mano di Jose' Angel Lozoya, coordinatore del primo programma istituzionale
di politiche di parita' che contemplo' gli uomini. Lozoya, invitato a
numerosi convegni a esporre il suo lavoro nel programma Uomini per
l'Uguaglianza, ritiene che la scarsita' di esperienze istituzionali dipenda
dalla "debolezza del movimento" degli uomini paritari, da una certa
"sfiducia" di alcune femministe e dal "ritardo" politico nel capire che la
parita' richiede "il coinvolgimento degli uomini". Una settimana fa Lozoya
organizzo' in pieno centro citta' una "stiratura pubblica" di uomini per
sostenere la condivisione dei lavori domestici. E sempre a Jerez si e'
svolto il primo convegno nazionale sulla mascolinita', che scelse come motto
rispetto alla violenza maschilista: "Il silenzio ci rende complici".

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 933 del 18 maggio 2005

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