[News] Sudan: proseguono le atrocità nel Darfur nel silenzio del mondo. I bambini sono le prime vittime, documenta l'UNICEF. Ci sono spiegazioni per questo silenzio? Certamente: si chiamano oro, armi, Nato ed Emirati Arabi Uniti



Albert

bollettino pacifista 

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La voce della ragione in tempi di guerra


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Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte attiva di quella che viene definita la "NATO del Golfo" che fa da avamposto mediorientale a quella Atlantica. E sono implicati nella guerra in Sudan in quanto supportano i miliziani delle Forze di Supporto Rapido (RSF) che stanno provocando stragi fra i civili. Ne abbiamo già parlato qui e qui.

Se questo disastro umanitario fosse stato provocato dalla Russia, la Nato si sarebbe già mobilitata e tutti i riflettori sarebbero puntati sul Sudan. Ma poiché molte responsabilità di questa guerra a oltranza ricadono sugli Emirati Arabi Uniti, a cui l'Italia vende le armi e che la NATO ritiene un ottimo partner militare - allora il silenzio è d'oro. Nel vero senso del termine: l'oro è la merce di scambio con cui vengono comprate le armi dei miliziani che sparano e uccidono.

A vent’anni dalle mobilitazioni globali che avevano acceso i riflettori sulla tragedia del Darfur, i bambini di quella regione sudanese stanno vivendo una crisi ancora più devastante. Ma questa volta tutto avviene nel silenzio internazionale, per le ragioni appena esposte.


La denuncia dell'Unicef

La tragedia in Sudan prosegue come prima e peggio di prima.

Lo denuncia l’UNICEF nell’ultimo Child Alert, pubblicato il 28 aprile 2026, intitolato “Darfur: 20 Years On, Children Under Threat”. I bambini sotto minaccia. Un titolo che è già una condanna: due decenni fa la parola “Darfur” faceva il giro del mondo, oggi rischia di essere solo una nota a margine nei giornali.

Eppure i numeri non mentono, anzi urlano. Dall’inizio della guerra in Sudan, le Nazioni Unite hanno verificato oltre 5.700 gravi violazioni contro i bambini in tutto il Paese, colpendo almeno 5.100 minori. Più di 4.300 bambini sono stati uccisi o mutilati. Nei soli primi tre mesi del 2026, il massacro si è intensificato: almeno 160 bambini uccisi e 85 feriti, un aumento significativo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Ma è nella città di Al Fasher, nel Darfur settentrionale, che l’orrore raggiunge il culmine. Dall’aprile 2024, sono state verificate più di 1.500 gravi violazioni contro i bambini. Un numero che, avverte l’UNICEF, è quasi certamente sottostimato. Oltre 1.300 bambini uccisi o mutilati, in gran parte da armi esplosive e droni. A questi si aggiungono stupri, rapimenti, reclutamento forzato da parte dei gruppi armati. Una generazione martoriata mentre il mondo guarda altrove.

Una storia che si ripete, più feroce

Il rapporto UNICEF traccia un parallelo doloroso con il primo Child Alert dedicato al Darfur nel 2005. Allora, l’indignazione mondiale aveva generato pressioni diplomatiche e risposte umanitarie. Oggi, invece, i bisogni sono ancora più grandi, ma i fondi scarseggiano e l’attenzione globale si è dissolta.

Come vent’anni fa, le case vengono bruciate. I mercati attaccati. Le scuole e gli ospedali distrutti. Le famiglie costrette a fuggire. Ma c’è una differenza fondamentale: nel 2005 il mondo protestava. Nel 2026, il mondo tace.

“Vent’anni fa, il mondo si è unito nell’indignazione per le sofferenze dei bambini nel Darfur. Oggi, una nuova generazione di bambini sta vivendo violenze orribili, fame e terrore”, ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice generale dell’UNICEF. “Non possiamo permettere che la storia si ripeta”.

Eppure la storia si sta ripetendo, identica e invisibile.

Fame, assedio, fuga

Nel Darfur settentrionale, l’assedio prolungato ha tagliato fuori intere comunità da cibo, acqua potabile e assistenza sanitaria. La fame acuta e la malnutrizione grave colpiscono un numero crescente di bambini. Le infrastrutture essenziali sono state danneggiate o distrutte, e il collasso dei mezzi di sussistenza ha accelerato la diffusione di malattie come il colera.

Milioni di bambini sono stati sradicati. Molti hanno varcato il confine con il Ciad orientale, dove i servizi di accoglienza, già al collasso, faticano a reggere l’urto di nuovi arrivi. L’istruzione è stata sospesa in vaste aree. Gli spazi sicuri per l’infanzia sono diventati un lusso impossibile.

L’UNICEF e i suoi partner continuano a operare in condizioni estreme: offrono cure per la malnutrizione acuta grave, sostegno psicosociale, acqua sicura e servizi igienico-sanitari. Ma l’insicurezza, gli ostacoli burocratici e la carenza cronica di fondi lasciano troppi bambini senza alcuna protezione nei momenti di massimo pericolo.

Cosa possiamo fare?

Di fronte a questa nuova, oscura indifferenza, non possiamo rassegnarci. Non possiamo accettare che i bambini del Darfur siano condannati a subire tutto questo per altro tempo davanti agli stessi occhi distratti della comunità internazionale.

Ognuno di noi può:

  • Diffondere le parole dell’UNICEF, rilanciando i dati e le testimonianze, affinché il silenzio venga squarciato.

  • Denunciare le complicità degli Emirati Arabi Uniti (EAU) in quella guerra e denunciare la vendita di armi da parte dell'Italia agli EAU.

  • Sollecitare la politica italiana ed europea affinché si faccia portavoce di un accesso umanitario sicuro e senza ostacoli, e di finanziamenti flessibili e pluriennali per i programmi salvavita. Bloccando i propri rifornimenti bellici agli EAU.

  • Riattivare una mobilitazione popolare: manifestazioni, lettere ai rappresentanti istituzionali, iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e nelle piazze.

Senza la pressione dell’opinione pubblica globale, senza l’indignazione che vent’anni fa fece la differenza, la guerra continuerà e continueranno le complicità internazionali.

I bambini del Darfur chiedono non solo aiuto, ma anche – e prima di tutto – la nostra indignazione e la nostra iniziativa.

Non distogliamo lo sguardo dal Sudan.


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