[Disarmo] In aperta violazione della legge 185/1990 l'Italia vende armi agli Emirati Arabi Uniti (EAU) che mettono in carcere i dissidenti e alimentano la guerra in Sudan



Albert

bollettino pacifista 

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La voce della ragione in tempi di guerra


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La legge 185 del 1990 ha rappresentato per anni una bussola morale per la politica estera italiana. Nata dalla volontà di fare pulizia dopo decenni di esportazioni di armi italiane a dittatori e nazioni in guerra, questa legge fissa delle regole per evitare che l'export bellico nazionale finisca per armare i governi di nazioni che violano gravemente i diritti umani e che alimentano guerre.

Se si seguissero indicazioni di questa legge, oggi l'Italia non dovrebbe vendere armi agli Emirati Arabi Uniti.

Negli ultimi anni, invece, l’Italia ha autorizzato vendite di armamenti verso gli Emirati Arabi Uniti per quasi 650 milioni di euro. Nel 2023 il governo Meloni ha revocato lo stop parziale su alcuni sistemi d’arma imposto dai governi precedenti, riaprendo di fatto il rubinetto delle esportazioni belliche a una nazione che, come vedremo, è accusata di alimentare la guerra in Sudan. Una guerra che sta provocando il più grave disastro umanitario in corso, assieme a quello di Gaza.

Emirati Arabi Uniti: dissidenti incarcerati 

Prima di analizzare il ruolo bellico degli EAU (Emirati Arabi Uniti), è necessario ricordare che stiamo vendendo armi a un regime che mette in carcere sistematicamente i dissidenti. 

Il caso più noto è quello di Ahmed Mansoor, una delle voci più autorevoli per i diritti umani nel Paese. Arrestato nel 2017 e condannato nel 2018 a dieci anni di carcere per aver espresso opinioni critiche online, Mansoor è diventato un simbolo della repressione. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato le sue condizioni di detenzione, segnate da isolamento prolungato e gravi restrizioni.

Per anni queste organizzazioni hanno denunciato la deriva autoritaria degli Emirati Arabi Uniti. 

Va sottolineato che quando i dissidenti finiscono di scontare la pena vengono spesso rinchiusi in centri di “rieducazione” a tempo indeterminato (Munasaha). Il sistema Munasaha è poco conosciuto e raramente denunciato dai media mainstream.


Chi arma le Forze di Supporto Rapido?

Ma, come se questo non bastasse, l'Italia invia armi a un regime che in Sudan gioca un doppio ruolo.

Da un lato, Abu Dhabi si presenta alla ribalta internazionale come donatore umanitario, promettendo centinaia di milioni di dollari per gli aiuti Onu 

Dall’altro, come dimostrato da inchieste della BBC, Reuters e dai report degli esperti ONU e di Amnesty International, gli Emirati Arabi Uniti forniscono armi, droni e logistica alle Forze di Supporto Rapido (RSF) che alimentano la guerra in Sudan .

Le RSF sono la milizia responsabile di indicibili atrocità in Darfur e in tutto il Sudan: stupri sistematici, pulizia etnica e la trasformazione della fame in un’arma di guerra . La presa della città di El Fasher, avvenuta con il supporto determinante di armi e mezzi emiratini, ha aperto le porte a massacri che l’ONU ha definito ai limiti del genocidio .

L'oro insanguinato

Il motore di questa macchina di morte è l’oro . Il Sudan possiede immense ricchezze aurifere. Gli Emirati Arabi Uniti sono diventati il principale hub mondiale per la raffinazione di questo oro, gran parte del quale proviene da zone di guerra controllate dalle RSF. 

E qui comincia una concatenazione di fatti documentati: le RSF conquistano miniere d’oro, le sfruttano con lavoro forzato o le saccheggiano; l’oro viene venduto o scambiato con gli Emirati; gli Emirati usano quei soldi (o lo stesso oro) per acquistare armi. Con gli introiti di questo commercio vengono pagate anche le armi italiane. E tutto questo si alimenta attraverso la guerra in Sudan. L’Italia quindi, con le sue esportazioni, contribuisce a chiudere il cerchio.

Le responsabilità politiche

Armare gli Emirati Arabi Uniti oggi significa armare le RSF, alimentare la guerra in Sudan e aggravare il più grande disastro umanitario assieme a quello di Gaza. Significa essere complici della fame nel campo profughi di Zamzam, dove centinaia di migliaia di persone sono assediate . Significa voltare le spalle allo spirito della nostra Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.

Per questo PeaceLink aderisce e rilancia l’appello della Rete Italiana Pace e Disarmo: il governo italiano deve sospendere immediatamente ogni autorizzazione all’export militare verso gli Emirati Arabi Uniti. 

Ultima annotazione: la Fondazione Italia-Emirati Arabi Uniti è presieduta da Roberta Pinotti, già ministra della Difesa e autorevole esponente del Partito Democratico, accusata da Amnesty International di "promuovere contratti militari in spregio ai diritti umani"Nel consiglio di amministrazione dell’organismo fra gli altri c’è il senatore del Pd, Nicola Latorre, mentre tra i consiglieri spiccano i nomi di Gianni Letta e di Benedetto Della Vedova.



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