Cuba, si salvi chi puòŠ lettera al giornale Liberazione



Riceviamo e inoltriamo.

Cuba, si salvi chi puòŠ lettera al giornale Liberazione

Se lo lasci dire, caro direttore,
che con un giornale al minimo della fogliazione, con tirature paragonabili
ai giornalini di quartiere e con notizie spesso in ritardo rispetto anche al
del tam tam della rete, permettersi il lusso di mandare un'inviata a La
Habana per un reportage di una intera pagina, dove si rimarca che Cuba non è
il paradiso, ma invece un paese dove esistono più ragioni per non credere
più alla società socialista che quelle per cui crederci ancora, per
disilludere i nostri giovani sul mito dell'uomo nuovo proposto dal Che e per
troncare ogni possibile idea che un altro mondo è possibileŠ

Non è certamente una grande iniziativa politica e anche non mi sembra,
giornalisticamente parlando una grande idea, visto e considerato che già lo
fanno, e da parecchio tempo, il 98% dei giornali e delle agenzie italiane.
Di come sia difficile vivere a Cuba lo sappiamo tutti, amici e nemici di
Cuba, non lo nascondono nemmeno i cubani, che con la loro espressione "es
una lucha" lo continuano a testimoniare giornalmente, nel fare la spesa, nel
cercare di sistemare il loro alloggio, nel trasporto per andare al lavoro,
per la carenza di mille cose, la voglia di partire, ecc.
Non c'è bisogno di inviare nessuno, lo hanno già raccontato in tutte le
salse e lo riscontriamo in molti altri paesi dove non esiste il socialismo.
Invece di raccontarci, ancora una volta, scelte e idee personali di alcuni
giovani cubani, non sarebbe meglio far conoscere ai lettori di come un paese
affronta le problematiche dettate dal neoliberismo e da un embargo economico
da più di 45 anni?
Non sarebbe meglio raccontare che i giovani tagliatori di canna, con il
riordino della produzione di zucchero e la chiusura del 50% delle Centrali
(zuccherifici), invece di essere cacciati sulla strada hanno trovato un
salario frequentando scuole di specializzazione agraria e tecniche sulla
lavorazione dei surrogati dello zucchero (cose da pazzi!) e che alla fine la
resa produttiva è aumentata sia in temine di zucchero che di energia?
O raccontare di quei giovani che abbandonato lo studio, sono stati
avvicinati da altri giovani, operatori sociali, e stimolati a riprendere gli
studi con un salario quasi pari ad un professore?
E di quelle migliaia di giovani che partono per missioni internazionaliste
e, udite udite, ritornano a fronte di qualcuno che invece "evade" e che
l'inviata non riesce a trovarne stime?(basta chiedere a Miami).
Perchè trattare con superficialità indegna il tema dei cinque agenti cubani
(si parla di terrorismo, di vittime...).
Davvero si vuole raccontare che la vera causa del problema casa a Cuba sono
i soppalchi? (mostriamo invece il nuovo piano delle costruzioni rilanciato
dopo aver ripreso la produzione di cemento e del materiale edilizio, con
grande ricerca nella bioedilizia e nell'energia pulita), Parliamo
dell'emigrazione
dei giovani, foraggiato attraverso le scandalose politiche migratorie degli
USA, (con conseguente furto di specialisti e atleti quasi a costo zero) e
del mito del consumismo..
Persino sulla "vergine miracolosa", credenza pre rivoluzionaria sul modello
"Giulietta e Romeo", la nostra Angela riesce a trovarne punti di dissenso e
critica alla rivoluzione.
Tra le molte imprecisioni dell'articolo quella che più mi ferisce è
l'affermazione
su Giustino Di Celmo, che conosco personalmente. Lui non è andato ad abitare
a Cuba, ci abitava già da molto tempo, non è un testimonial del regime, ha
solamente giurato di battersi fino alla morte per ottenere giustizia per suo
figlio, e Cuba, a differenza dell'Italia, gli ha dato spazio in questa
battaglia comune, ma sembra che questo dia fastidio al nostro giornale e
alla sua inviata. Che senso ha denigrarlo, invece di appoggiarlo nella sua
sacrosanta richiesta di estradizione di Posada Carriles.
Per ultimo e per la precisione, a Cuba si possono aprire i ristoranti
privati, alcuni sono gestiti dalla comunità cinese (nel barrio cino), altri
dalle varie associazioni di origine spagnole (galleghi, valenciani, ecc.) o
da centri culturali. Molti altri sono a gestione familiare denominati
"paladar", se ne trovano ovunque e, cara Angela, da brava inviata dovresti
saperlo, questi paladar non possono avere più di 12 posti (limitazione del
regime). Avrai quindi notato che la Pizzeria Fabio è molto più grande:
nemmeno al nostro caro Giustino è stato permesso trasgredire una legge
cubana, infatti è un locale della catena Rumbos, a partecipazione
minoritaria straniera, e nel caso della pizzeria il socio minoritario è
proprio Giustino.

Censurate pure se volete, io comunque la invio a tutti i nostri
parlamentari, senatori, sezioni, circoli e associazioni.

Paolo Rossignoli
 Editore

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