la ricerca nelle grinfie del potere



dal messaggero  

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 Lunedì 1 Luglio 2002  
Scienza e politica/E’ una “relazione pericolosa” da sempre. Ma fino a che
punto un fisico o un biologo possono sottrarsi
ai condizionamenti dei governi? A Spoleto ne discutono studiosi di tutto il
mondo. Con preoccupazione. E anche ottimismo
La ricerca
nelle grinfie
del potere 
di PIETRO M. TRIVELLI 
OSpoleto

CCHIO al "triangolo di ferro". E’ una formula geometrica per spiegare come
scienza e politica, anziché integrarsi per il bene dell’umanità, siano
sempre in guerra tra loro. In un angolo ci sono i politici, timorosi di
scelte che dispiacciano agli elettori, e perciò ben contenti di scaricarne
la responsabilità sugli scienziati. Questi si collocano nel secondo angolo,
soddisfatti di ottenere risorse per le loro ricerche, con qualche rinuncia
"ideologica". E nel terzo angolo? Qui sono appollaiati gruppi di pressione
di ogni specie e latitudine: dalle multinazionali dell’alta tecnologica ai
"persuasori occulti" a caccia di dati che scatenino campagne mediatiche pro
o contro scoperte e rimedi del progresso, per giustificare scelte
commerciali più che sociali. 
La lezioncina del "triangolo" viene da un giovanotto allevato a pane e
scienza: Roger Pielke, brillante ricercatore dell’università del Colorado.
Cita la ricorrente diatriba sul surriscaldamento del pianeta ("effetto
serra" e via dicendo), basata su ricerche che divergono a seconda di chi le
fa. Come nel caso della Commissione che in America prevede per il 2100 un
aumento della temperatura terrestre sensibilmente variabile, da 1,4 a 5,8
gradi. «La scienza - dice Pielke - diventa terreno di scontro del potere
politico, e ne fa propri il ricorso alla propaganda e la voglia di vincere
a ogni costo, ingenerando una confusione tipica della pratica politica». 
Forte della definizione del chimico Henry Bauer, secondo cui la scienza è
come «un mosaico di convinzioni di tante piccole comunità scientifiche», il
giovane Pielke queste cose le ha appena scritte sull’autorevole Nature, e
le ha ribadite all’apertura della XIV edizione di Spoletoscienza: che al
Festival dei due Mondi diventa "festival nel festival" - mondo della
scienza e mondo dell’arte - come dice Pino Donghi, segretario generale
della Fondazione Sigma Tau che ne è promotrice. Quest’anno, infatti,
l’appuntamento si triplica in tre tornate, per discutere di "governo della
scienza", di "differenza" e di "identità" (con intermezzi di dibattiti e
presentazione di libri: Einstein e il ciabattino, di Pietro Greco; Faccia a
Faccia, di Luigi Vaccari). 
Quasi tutti giovanissimi i relatori di Spoletoscienza 2002, e forse per
questo meno catastrofici dei loro maestri. Accanto a Roger Pielke (secondo
cui uragani e inondazioni fanno più danni di "mucca pazza"), si è esibito
il danese Bjorn Lomborg, trentasettenne, docente di statistica, autore
dell’Ambientalista scettico, dove sostiene che è fuorviante la "litania"
sul deterioramento della Terra, sul crollo dell’ecosistema globale,
sull’estinzione di 40.000 specie viventi, come si ripete piangendo sulla
"pessima salute" del pianeta, malato soprattutto di "autodistruzione". 
Stavamo meglio prima? Nel 1920 si calcolava che le fonti energetiche
fossili (specie il petrolio) si sarebbero esaurite in dieci anni, e invece
le scorte aumentano di pari passo con i consumi, grazie a migliori tecniche
di sfruttamento delle risorse. C’è sempre più cibo, anche nei paesi in via
di sviluppo, dove la percentuale di chi soffre la fame è scesa al 18 per
cento, dal 45 del 1949, e si ridurrà al 6 per cento nel 2030. Un rapporto
delle Nazioni Unite dimostra che in questi stessi paesi la produzione
agricola è cresciuta del 52 per cento. Da cinquant’anni la povertà nel
mondo è diminuita più che negli ultimi cinque secoli. Quanto all’ambiente,
non sarebbe vero che le piogge acide distruggono le foreste, mentre aria e
acqua diventano sempre meno inquinate. 
Un inno alle "magnifiche sorti e progressive"? No, Lomborg non ci crede, da
bravo "ambientalista scettico". Però avverte: «Dobbiamo abbandonare la
mitica "litania" dei pessimisti e concentrarci sui fatti, perché c’è ancora
molto da fare». L’invito alla ragionevolezza di un vigile ottimismo si
confronta con la "dimensione emotiva", come un altro ricercatore,
l’americano Henry Miller dell’università di Stanford, chiama certe reazioni
della gente. «Troppo spesso - spiega Miller - paure e rischi, pur
inevitabili, si rifanno ad aneddoti, senza approfondimento. Mentre valutare
i pericoli è una questione di probabilità e non di precisione delle prove
scientifiche concrete, che comportano sempre un margine d’incertezza». 
"Mucca pazza", ad esempio, ricorrente incubo del nostro tempo, ha una
storia ultrasecolare. Lo ha ricordato Paul Anand, direttore di ricerca in
Economia all’Open University di Londra. Risale al 1886 il primo caso
riscontrato su un certo quantitativo di latte: data di nascita di un
"fenomeno" che all’economia inglese è già costato quattro miliardi di
sterline. Paure e rischi diventano più pressanti quando si tratta di
manipolazioni genetiche che dividono lo stesso mondo della ricerca. Anche
in questo caso funziona il "triangolo di ferro", i cui lati si moltiplicano
in figure geometriche più complesse, a giudicare dagli interessi in campo e
dalla delicatezza di esperimenti che toccano i nervi dell’etica. E’ il caso
delle cellule staminali, che contengono informazioni genetiche per dare
origine ad altre cellule dell’organismo adulto, come ha ripetuto a
Spoletoscienza il direttore dell’Istituto di ricerca del San Raffaele di
Milano, Angelo Vescovi (ben distinguendone i diversi tipi), utili come
«armi preziose per guarire patologie degenerative finora incurabili». 
«Se mi chiedessero se sono o no d’accordo sull’uso di embrioni umani per la
sperimentazione scientifica, senza specificare quali embrioni e per quale
sperimentazione, mi rifiuterei di rispondere a questa domanda priva di
senso. Essere a favore della sperimentazione, non significa acconsentire a
qualsiasi tipo di utilizzazione», afferma Gilberto Corbellini, cattedra di
Storia della medicina e Bioetica alla Sapienza di Roma, il quale osserva
come in questo caso siano fuorvianti tanti sondaggi, con risultati
contrastanti. «I sondaggi d’opinione sulle biotecnologie - spiega
Corbellini - stanno influenzando pesantemente il governo politico della
scienza». 
Ed eccoci ancora al "triangolo di ferro". Negli Stati Uniti il presidente
Bush ha rivisto le proprie convinzioni, proprio a proposito delle cellule
staminali (annunciando di finanziarne la ricerca, nel discorso del 9 agosto
2001), dopo che gli ultimi sondaggi davano al 60 per cento la popolazione
favorevole alla sperimentazione genetica. Ma certi "triangoli" li avevano
già studiati i classici della scienza, come Bacone che parlando ancora in
latino sentenziava: «Scientia et potentia humana in idem coincidunt». Ieri
come oggi: scienza e potere coincidono alla perfezione, anche da opposte
barricate. 



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