Rushdie



NOTE DELL’ALTRO MONDO http://www.lastampa.it/redazione/editoriali/ngeditoriale7.asp
E ora rileggiamo Rushdie
 
11 agosto 2005
 
di Lucia Annunziata
 

E' ora di rileggere Salman Rushdie, la sua vicenda umana e i suoi libri. Secondo Salil Tripathi il romanzo del 1988 Versetti satanici è infatti il luogo dove tutto è stato per la prima volta esposto, e dove tutto è cominciato. Tripathi, di origine indiana, scrittore ed editorialista per il Wall Street Journal e varie Tv internazionali, è uno degli intellettuali di maggiore impatto nella moderna Londostan. La sua indicazione, apparsa ieri proprio sul WSJ, de Versetti satanici di Rushdie come una delle pietre miliari di una lunga relazione fra Est e Ovest nata con le migliori intenzioni e finita con il terrorismo, riscopre una vicenda che sembrava sepolta e che oggi effettivamente ci appare in una luce diversa. Il libro infatti «ha a che fare con un Faustiano patto tra l'Inghilterra e gruppi radicali all'estero, sulla base del quale viene permesso a questi estremisti di predicare le loro incendiarie dottrine purché lascino in pace la Gran Bretagna»: dentro questa trama c'e una intuizione apparsa visionaria all'epoca, rivelatasi poi fin troppo realistica, dei «peccati» a specchio tra un Occidente troppo soddisfatto di sé e della propria benevolenza, e radicali fin troppo convinti della loro forza.
Nel romanzo c'è già anche la Londra che il vecchio Imam in esilio, «vive con odio», e c'è soprattutto la vasta comunità di immigranti descritta da Rushdie, con una attualissima definizione, come «una città visibile ma non vista». A ripensarci oggi, anche la accoglienza che venne riservata a quel libro fu una prova generale di vicende a venire: quando a Bradford un gruppo di mussulmani bruciò copie di Versetti satanici il governo inglese fu molto riluttante a difendere Rushdie per timore di far saltare la convivenza civile.

Ma a parte la forza della intuizione letteraria, cosa esattamente ci dice questa capacità anticipatoria di uno scrittore? Rushdie è sicuramente parte di quel gruppo di intellettuali «ponte», con il cuore in Asia e la testa in Occidente, che hanno sempre pensato che le tensioni fra Est e Ovest non nascano dalla povertà, ma dalla politica. La loro tesi è che il terrorismo sia frutto del «vuoto» cui il modello di tolleranza civile dell'Occidente condanna le nuove generazioni di immigrati. Questa malintesa tolleranza infatti è in superficie la accettazione totale di tutta la cultura che gli immigrati portano con sé, ma in sostanza è ne sancisce la totale indifferenza: il mondo che li accoglie non ne ricava stimoli al suo proprio cambiamento, ma si limita ad accettare, letteralmente a vivere fianco a fianco con la diversità, di fatto sterilizzandola, di fatto ricreando il ghetto.

Potremmo chiamarlo il paradosso del «Chicken Tikka», divenuto secondo una indagine, proprio nel momento più alto della lacerazione del vecchio modello di convivenza, il piatto favorito dell'Inghilterra .

 

(p.s. il "neretto" è nostro. Ass. Partenia http://utenti.lycos.it/partenia)

 

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ASSOCIAZIONE PARTENIA
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