PIERO OTTONEda Repubblica 10.3



Quel quarto d'ora di follia

 dietro l'elezione del Cavaliere

(Piero Ottone)

La Repubblica - 10.03.04












Quel che penso di Berlusconi, l'ho già detto tante volte, e non intendo
ripetermi. Gli ho anche suggerito, in un paio di occasioni, di ritirarsi
dalla vita pubblica, per il bene suo oltre che per il nostro, ben sapendo,
naturalmente, che non mi avrebbe ascoltato. Ma il guaio, ormai ne sono
convinto, non è Berlusconi. Il guaio è il paese, questo nostro paese.
Perché uomini egocentrici e istrionici, animati da quelle ambizioni e
gravati di quei sospetti, con un passato chiacchierato come il suo e con
vari conti aperti con la giustizia, credo che esistano, un pò più o un pò
meno bravi, dappertutto. Ma solo in un paese quale il nostro può succedere
che un uomo così fatto diventi presidente del consiglio, dia spettacolo,
parli a vanvera nei consessi internazionali, dica o lasci dire che è
ispirato dallo Spirito Santo, e la faccia franca.

Lo hanno votato, d'accordo. Già quel voto si presta a considerazioni amare.
Altrove, in una qualsiasi delle democrazie con le quali amiamo
confrontarci, un personaggio nelle sue condizioni, proprietario di tutte
quelle reti televisive, al centro di quell'impressionante conflitto di
interessi, non si sarebbe presentato candidato alle elezioni; se avesse
osato presentarsi, non sarebbe stato votato. Da noi, gli anticorpi non
hanno funzionato. Ma un elettorato può attraversare quello che Winston
Churchill chiamò, in altre circostanze, "un quarto d'ora di follia"; e
ricordiamo tutti la frase celebre di Lincoln, «si può imbrogliare un po' di
gente un po' di volte». E' quel che è avvenuto dopo, quel che avviene
adesso, a suscitare stupore e preoccupazione.

Che i Previti e i Dell'Utri, i Bondi e i Ferrara lo seguano, è
comprensibile: fanno parte della squadra,hanno il loro interesse. Ma gli
altri? Non pretendo che gli altri facciano la rivoluzione. Non ho neanche
molto interesse per i girotondi. Quel che mi meraviglia, e mi preoccupa, è
il fatto che gli altri, tanti altri, dai suoi alleati politici ai
commentatori in apparenza neutrali, si comportano, e parlano e scrivono,
come se vivessimo in tempi normali; come se questo fosse un governo
paragonabile a tutti gli altri. Abbiamo un primo ministro che scompare per
un mese per fare il lifting, che un giorno parla bene dell'euro e un giorno
ne parla male, che definisce la magistratura peggio del fascismo, ritiene i
magistrati malati di mente, e dice che viviamo in uno stato di polizia; che
intanto fa passare tutte le leggi che gli stanno a cuore per proteggersi
dal carcere o per mettere in salvo una sua rete televisiva eppure tutti
quei commentatori, tutti quegli osservatori che dovrebbero essere la spina
dorsale della pubblica opinione non si scompongono più di tanto,
proenunciano qualche blanda riprovazione, e invece di sollevare un'ondata
di indignazione ci chiedono, a noi che protestiamo, perché ci agitiamo.
Forse ce l'abbiamo con lui, dicono, perché è ricco? Forse perché è di
destra e ce l'ha coi comunisti, che a noi sono simpatici?

I1 momento peggiore, per me, è venuto quando un amico che appartiene anche
lui alla schiera di cui dicevo, un amico che scrive come me (e più spesso
di me) nei giornali, dopo avere ascoltato certi miei giudizi sulle
polemiche in corso mi ha detto: «Ecco, sei accecato anche tu dall'odio per
Berlusconi». Accecato dall'odio? Mi sono reso conto che eravamo distanti
mille miglia, io e il mio amico, uno dall'altro. Non ho alcuna ragione per
odiare Berlusconi. Riconosco le sue qualità. Ammiro i suoi successi negli
affari. Gli auguro di godere, nel luogo a lui più congeniale (Bermuda?),
una lunga, felice vecchiaia. Quel che mi affligge è il danno che procura a
tutti noi il suo comportamento sulla scena politica; lo spettacolo che dà
ogni giorno. E mi preoccupa il fatto che, mentre lui dà spettacolo, tante
persone che contano fanno finta di niente, come se guardassero altrove.

Allarghiamo il discorso. Parliamo di Craxi, che della tragicommedia di
Berlusconi costituisce l'antefatto: il binomio Craxi-Berlusconi è
all'origine di tutto. Non odio neanche Craxi, sebbene io non perda
occasione per dire quel che penso di lui. Non mi dispiace, per ragioni
umanitarie, che abbia finito i suoi giorni in una casa, o villa che sia, a
Hammamet, invece che a San Vittore. Era malato, e certo non si divertiva
neanche li; anche se si fosse divertito, non me ne farei un cruccio. E non
ce l'ho con sua figlia, anche se avrà goduto i frutti dell'eredità di un
padre un pò disinvolto nel maneggio del denaro altrui: attribuisco all'amor
filiale i suoi sforzi per riabilitarne la memoria. La capisco. Non capisco
invece un presidente della Camera (Violante, allora) che riceve
ufficialmente dalle mani di lei il diario di Craxi, morto in contumacia,
come se fosse una reliquia; ancora meno capisco un presidente del Senato
(Pera, adesso) che porta in visita ufficiale una corona di fiori sulla
tomba di Craxi, in Tunisia. Corruzione ce n'è dappertutto; ma i paesi che
non ci fanno caso, e che anzi portano in auge i corrotti, appartengono al
Terzo Mondo.

Riassumerò questi concetti in una frase. Questo nostro governo è
impresentabile: un paese che non lo considera tale si pone, agli occhi del
mondo, sullo stesso livello.

Piero Ottone

 (da La Repubblica - 10/3/ 2004)