da Fidel a Chavez 1/2



Aggiungo un'ultima ora su altro tema. A tutti coloro che rischiano di farsi
intossicare dalle fanfare di imperialisti e loro servi sulle magnifiche
sorti e progressive scaturite dalla "enorme affluenza alle urne del popolo
iracheno assetato di democrazia", serve ricordare: le "folle sterminate che
a Baghdad inneggiarono alla caduta della statuta di Saddam Hussein",
risultate poi composte da un centinaio di mercenari in parte importati dal
Kuwait e pagati cinque dollari a testa; un criminale di guerra eletto due
volte alla presidenza degli USA con brogli dimostrati; il milione di firme
false raccolte dall'oligarchia golpista del Venezuela, sotto gli auspici
USA, per un primo referendum consultivo e poi per il referendum revocatorio;
le elezioni farsa in Afghanistan; le elezioni palestinesi con un milione e
rotti di votanti su nove milioni di palestinesi lasciati quasi tutti al
freddo; i colpi di Stato elettorali in Jugoslavia, in Georgia e in Ucraina
organizzati dai fascisti serbi di Otpor con i quattrini e la supervisione
della National Endowment for Democracy (istituto Cia per le guerre a bassa
intensità). 125 operazioni guerrigliere al giorno da parte delle forze
regolari irachene (che non sono gli ascari dello squadronista della morte
John Negroponte e del premier-assassino Allaui)

 sono, quelle sì, l'espressione della volontà del popolo iracheno di farla
finita con invasori e macellai travestiti da "democrazia".





Da Fidel a Chavez, passando per piqueteros,

Sem Terra, indios: il nuovo asse dell'antagonismo
afro-indio-latinoamericano. Il ruolo di Lula. La minaccia Uribe e i piani
USA.



Fulvio Grimaldi


Del mio lungo giro dalla prima rivoluzione latinoamericana dei tempi nostri,
lungo le lancette dei sommovimenti sismici di questo continente in trapasso
tra adolescenza e maturità, fino al ritorno all'isola caraibica che è,
appunto, l'alfa e l'omega, la culla e il faro, di quanto si sta muovendo
nell'emisfero, ricordo tre episodi particolarmente significativi sul ruolo
che la vicenda cubana ha nel nuovo contesto. A Buenos Aires, in un'Argentina
ancora groggy per la falcidie generazionale operata dai generali della
dittatura filo-yankee (non si scordi mai il ruolo da protagonista di
Vaticano e P2, oggi più che mai impazzanti da noi) e per il massacro sociale
ed economico del ladrone Carlos Menem, quella festa di piqueteros che
esplode in standing ovation al canto di una giovane compagna: "Que mueran
los yankees - que viva Fidel!"



Poi, in Brasile, un fazzoletto di terra sotto grandi sequoie, punteggiato da
baracche e teli neri della spazzatura, dove Matheus, 20 anni, secondo anno
di agraria all'università di Campo Grande (Mato Grosso do Sul), arrivato lì
a cinque anni d'età con un'ottantina di acampados Sem Terra, che reclamano
la terra improduttiva di un fazendero assenteista, per la mia telecamera  si
spoglia della maglietta lacera e infila quella della festa, con il volto del
Che e la bandiera di Cuba: "Se Lula si arrende, noi, come il Che e Fidel,
non lo faremo mai!"

Infine, a Caracas, uno qualsiasi degli episodi di mescolanza del presidente
Hugo Chavez con il suo popolo, nel quale il successore del Libertador Simon
Bolìvar,  non manca mai di raccontare la sua Cuba, il suo Fidel, fin dalla
prima visita nel '94, appena liberato dal carcere di Rafael Caldera: "Mi
disse Fidel: la giustizia sociale, l'uguaglianza, la libertà noi le
chiamiamo socialismo, voialtri laggiù le chiamate bolivarismo. Va benissimo
così. E io gli risposi: sono d'accordo" (con tanti saluti agli
immarcescibili grilli parlanti dell' eurocentrismo che si dilettano nel fare
le pulci a chi non rientra nei loro schemini perennemente
decontestualizzati). E la folla che gli risponde con l'urlo: "Cuba sì,
yankee no!"



 Negli anni '80, tenente colonnello dei paracadutisti, Hugo Chavez lavora al
suo progetto rivoluzionario all'interno delle Forze Armate, ben sapendo che,
in America Latina, o tiri dalla parte delle masse escluse l'apparato della
società più forte e presente sul territorio, o finisci come con Videla,
Pinochet e, in Venezuela, Jimenez. La sua ispirazione scaturisce, oltrechè
dalla lezione indipendentista  e antioligarchica di Bolìvar, da Gramsci e
Mao Tse Tung, dall'esempio di Josè Martì e dall'esperimento consolidato di
Fidel Castro. Un filo rosso che attraversa il processo rivoluzionario fin da
quegli esordi del "Movimento Rivoluzionario Bolivariano 200", che spostò a
sinistra l'asse dell'esercito, più tardi bonificato con l'immissione, al
posto dei lividi creoli, di inediti quadri meticci e indios. Filo rosso che
lega l'insurrezione fallita del 1992, nel nome di un popolo vampirizzato da
Carlos Andres Perez, il Ciancimino del Venezuela, alla costituzione
bolivariana del 1999, modellata in buona misura su quella cubana e alle
centinaia di leggi che hanno fornito la base legale alla rivoluzione
sociale: riforma agraria, pesca, infanzia, maternità, donne, scuola,
adolescenti, anziani, lavoro, casa, ambiente, indios e loro territori,
petrolio.



Quanto al petrolio lasciatemi ricordare, insieme alla forniture a prezzo
politico a Cuba, che hanno fatto inviperire l'oligarchia debellata, un tempo
manomettitrice brigantesca di questa massima ricchezza del paese, una visita
a El Palito, raffineria-cuore della PDVSA, la società riconquistata da
Chavez allo Stato dopo che i golpisti della destra l'avevano utilizzata per
il famigerato paro, la serrata padronale che doveva affamare il paese e s'
illudeva di sollevarlo contro Chavez. Della nuova struttura "orizzontale"
nel governo della compagnia petrolifera, con gli operai partecipi del
processo decisionale (non sempre esente da tentativi restauraratori dell'
immancabile residuo burocratico), erano un bel simbolo le tre mense
separate - dirigenti, impiegati, operai - oggi riunite in una sola,
aclassista.

Antonio Serra, dirigente e riorganizzatore della raffineria, comunista, è
sicuro che l'imperialismo e i suoi fantocci nella regione presto o tardi
tenteranno il colpo di forza per impadronirsi della ricchezza energetica del
paese e per bloccare il processo rivoluzionario, con i suoi effetti
contagiosi sull'intero continente, ma ha anche piena fiducia in un popolo
che si sta attrezzando, alla maniera cubana, vedi Plaja Giron, ad affrontare
minacce del genere.

(segue)