rassegna stampa: RIFLESSIONI DI ZANOTELLI SUL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE



a cura di AltrAgricoltura Nord Est
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tratto da "Green Planet" - 28/9/05
RIFLESSIONI DI ZANOTELLI SUL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE
Il settore prospera a livello economico, ma che dire del suo impegno
politico? Ma a cosa serve il commercio equo e solidale? A vender di più per
aiutare i poveri?
Il 21 settembre, con due lanci alle ore 5.01 e 5.13, l'agenzia di stampa
missionaria MISNA ha riprodotto il testo di una lettera aperta di p. Alex,
indirizzata al mondo del commercio equosolidale.
Eccola.

Carissimi e carissime,
Jambo!
Grazie per lo splendido lavoro che state facendo nelle oltre 500 botteghe
del commercio equo e solidale (CES) sparse in Italia.
Girando per questo paese, ho trovate botteghe dove lavorano persone
splendide e che sono veri luoghi di condivisione, di informazione, di
resistenza. Grazie per l’ospitalità e il calore umano che vi ho trovato.
Ho visto il CES nascere quando ero a Nigrizia ed espandersi quando ero a
Korogocho.
Poi l’ho conosciuto più dal di dentro quando a Korogocho iniziò la
cooperativa Bega Kwa Bega che ebbe il suo sbocco nel commercio equo e
solidale.
Per me il CES è un grande dono, una perla preziosa per resistere al sistema.
Sappiamo bene poi che questo sistema economico-finanziario neo-liberista è
talmente scaltro che può trasformare anche questa “perla” in un suo fiore
all’occhiello.
Corriamo il pericolo di buttare le perle ai porci.
Per cui è giusto chiederci dopo 20 anni di CES a che punto siamo.
Permettetemi come compagno di viaggio di esporvi alcuni aspetti che mi
lasciano perplesso.

1. La grande distribuzione è in rapida crescita
Sembra che la metà del fatturato alimentare del CES si venda sulla grande
distribuzione. Mi sembra che nei punti vendita dei supermercati non c’è uno
sforzo serio di informazione e coscientizzazione. Questo mi sembra tradisca
lo scopo stesso del CES che è nato non per mandare qualche soldo in più al
sud del mondo, ma per far capire ai consumatori del nord che c’è qualcosa di
radicalmente sbagliato nella filiera commerciale. Scopo del CES infatti è
cambiare le regole del gioco perché c’è qualcosa di radicalmente ingiusto
nel sistema economico internazionale.
È vero che i contadini impoveriti del sud ci chiedono di vendere sempre più
i loro prodotti, ma non è così che risolveremo i loro problemi.
Se ci dimentichiamo che il CES è uno strumento politico per coscientizzare i
consumatori del nord a cambiare le regole del commercio internazionale, non
otterremo nulla. Avremo fatto solo carità.
Avevo ritirato il mio nome da Transfair proprio perché, a mio avviso, non
faceva uno sforzo sufficiente per informare coloro che comperavano quei
prodotti. Ed in questo avevo allora l’appoggio del CES. Ora è lo stesso CES
che rischia di trovarsi nella stessa situazione.

2. Lo sforzo politico è in calo
Mentre il CES a livello economico prospera, non altrettanto si può dire del
suo impegno politico. Trovo spesso nel CES una mancanza di sensibilità
politica che mi sconcerta! È incredibile per me vedere che spesso su
importanti questioni politiche (non parlo di partiti!), il CES non c’è.
Questa mancanza della dimensione politica può portare a conseguenze per me
assurde.
So di certo che la Max Havelaar (il corrispettivo del CES in Svizzera) vende
alla McDonald’s di quel paese, quaranta tonnellate di caffè all’anno!!! E
questo nel quasi totale silenzio delle botteghe svizzere che trovano
difficile protestare.
Ma allora a cosa serve il CES? A vender di più per aiutare i poveri?

3. Uno stimolo a consumare di più?
Se l’enfasi del CES va al primato del commercio, al vendere di più, è chiaro
che l’invito ad uno stile di vita più sobrio, a consumare di meno, andrà
decrescendo.
Eppure è il cuore del CES che dovrebbe invitare tutti a consumare di meno,
ad avere uno stile di vita più semplice. Un esempio di questa tendenza è l’
apertura di tante botteghe durante le “domeniche d’oro” (precedenti la festa
di Natale, la festa per eccellenza del consumismo mondiale).
È ovvio che in quelle domeniche si vende di più. Ma è giusto? Non rischiamo
di entrare nel grande giro del consumare, consumare, consumare…
Le botteghe dovrebbero essere dei luoghi dove la gente impara ad essere più
sobria, più essenziale.

4. Punto d’incontro, di relazioni?
Ogni bottega del mondo dovrebbe essere il luogo dove si sperimentano
relazioni umane, fraternità, serenità, gioia di vivere.
È un aspetto fondamentale questo per ogni bottega in una società come la
nostra dove viene imposta una massificante cultura, materialista e
consumista, che ci riduce tutti a atomi, a tubi digerenti dove non esistono
più autentiche relazioni umane.
Ecco perché è così importante la bottega (con il rifiuto del supermercato!),
dove si sperimenta la gioia dello stare insieme, della celebrazione, dell’
incontro anche interculturale e interreligioso.
L’anima di ogni bottega dovrebbe essere una piccola comunità che ama
ritrovarsi, far festa, danzare la vita. Ogni comunità dovrebbe essere una
comunità alternativa alla cultura dominante.

5. E il volontariato?
E’ sotto gli occhi di tutti la tendenza ad assumere impiegati in bottega a
scapito del volontariato. È chiaro che una volta che il volume commerciale
di una bottega cresce, si dovrà assumere personale per far fronte al lavoro.
Per questo l’assunzione di personale dovrebbe essere temuta entro precisi
limiti.
Guai a noi se perdiamo la dimensione del volontariato in bottega.
Il rischio è che alla fine ci guadagneremo sempre noi del nord a scapito dei
poveri ai quali daremo le briciole. Ho potuto toccare questo con mano con la
cooperativa Bega Kwa Bega di Korogocho.

6. L’Africa fanalino di coda
L’Africa sembra, purtroppo, essere all’ultimo posto nel CES. E’ una
constatazione questa che mi ferisce proprio perché l’Africa è il continente
oggi più disastrato.
Ma perché il CES sta investendo così poco in questo continente crocifisso?
Perché così pochi prodotti africani nelle nostre botteghe?
Lo so, per esperienza, che è più difficile lavorare con gli africani.
Ma oggi è proprio l’ora dell’Africa!
Quand’è che il CES deciderà di investire di più in Africa?

7. E il lavoro in rete?
Girando per l’Italia, ho trovato botteghe della stessa città che non si
parlano, che non collaborano e che non lavorano in rete!
Ma che razza di commercio equo e solidale è mai questo?
Come fanno botteghe della stessa città a guardarsi in cagnesco, rifiutandosi
per di più di partecipare alla rete cittadina?
Il CES è o non è uno strumento politico di resistenza al sistema?
E non dovrebbero le botteghe di una stessa città essere le promotrici di
reti locali che raccolgono tutte le realtà di resistenza al sistema?

8. Comunità locali autosufficienti
Il CES non è fine a se stesso, ma deve aiutare tutte le forze critiche
presenti sul territorio per far nascere quelle esperienze locali alternative
che permettano poi l’emergere di soluzioni economiche di più vasto raggio.
“L’elemento chiave di questa prospettiva - afferma il teologo tedesco U.
Duchrow nel suo libro Alternative al capitalismo globale – è di rendere le
comunità locali il più possibile autosufficienti e proteggerle dagli effetti
dannosi del mercato mondiale”.
Oggi non è più sufficiente fare resistenza, ma sarà sempre più compito del
CES creare spazi economici locali autosufficienti.
E’ fondamentale – afferma sempre Duchrow - “la creazione di spazi economici
locali con mercati locali che siano orientati al bisogno, sostenibili dal
versante ecologico e promuovano il lavoro”.
Il noto teologo tedesco Duchrow conclude: “Per questa evoluzione è molto
importante il decentramento dell’approvvigionamento energetico con energie
rinnovabili (sole, vento, acqua, …) e lo sviluppo dell’agricoltura biologica
preferibilmente nella forma della cooperativa dal produttore al consumatore.

Scrivo questa lettera dal Quartiere Sanità dove vivo, uno dei quartieri a
rischio di questa grande città di Napoli, il più grande complesso urbano d’
Italia e vero cuore del Sud.
Vorrei proprio ricordare anche alle botteghe del Nord di non dimenticarsi
del commercio equo e solidale del Sud . Le botteghe si sono infatti
propagate molto al Nord e al Centro, ma poco al Sud.
E questo per tante ragioni. Penso che sarebbe un bel gesto se le botteghe
del Nord dessero una mano alle botteghe del Sud per poter decollare. E’ così
brutto veder che c’è un Nord e un Sud anche nel CES!
Questa lettera che vi proviene dal cuore del Sud vuole essere un grido di
allarme, ma anche un inno di grazie per lo splendido lavoro che il CES ha
fatto in questi 20 anni.
Tutta l’Europa guarda con meraviglia alla nostra maniera di fare commercio
equo e solidale.
Non sciupiamo questa perla preziosa che ci è stata affidata, ma rendiamola
sempre più strumento efficace di resistenza.
Buon lavoro.
Sijambo Alex.
(Alex Zanotelli, via www.misna.org, 21 settembre)
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N.B. se volete essere cancellati da questa lista scrivete a
altragricoltura at italytrading.com

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