Minime. 726



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 726 del 9 febbraio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Non uccidere
2. Simone Weil: Nell'assenza
3. Pasquale Di Palmo: Dino Campana
4. Massimo Raffaeli presenta "Il nostro Cases"
5. Riedizioni: Primo Levi, Opere (volume III)
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: NON UCCIDERE

Ringrazio i lettori che mi hanno scritto in relazione all'articolo "In sette
righe" di ieri, ed in particolare quelli che hanno posto delle obiezioni.
Tralascio il contingente (e il folkloristico): vengo alla sostanza.
*
1. Non uccidere
Che dell'uccisione di una persona si tratti, non vi e' dubbio.
Mi sorprende che vi siano lettori chi si sorprendono della mia opposizione
all'uccisione di un essere umano, giacche' su questo foglio ogni giorno da
dieci anni praticamente non scrivo che questo.
*
2. L'onere della prova
Non invertiamo l'onere della prova, per favore. Non e' chi si oppone a un
omicidio a dover giustificare perche' si oppone, e' chi lo esegue o lo
favoreggia a dover dimostrare - se gli e' possibile - che non si tratti di
un omicidio (come secondo tutte le evidenze si configura il togliere la vita
a una persona), o che vi siano circostanze tali da renderlo ammissibile in
via del tutto eccezionale.
Mi chiedo se i fautori dell'uccisione di Eluana Englaro siano davvero cosi'
assolutamente certi che ella "sia gia' morta"; che ella "non sia piu' un
essere senziente"; che ella "desideri o desidererebbe morire".
E mi chiedo anche come i fautori dell'uccisione di Eluana Englaro possano
non accorgersi delle colossali contraddizioni in termini e delle vertiginose
aporie che le loro argomentazioni implicano.
In un testo capitale della riflessione morale contemporanea, Das Prinzip
Verantwortung, Hans Jonas propone il seguente brocardo: In dubio, contra
projectum. Vale a dire: se vi e' il dubbio che un'azione possa avere
conseguenze moralmente giudicabili come negative, e massime se esse siano
irreversibili, occorre opporsi all'esecuzione di quell'azione.
La morte e' certo un evento irreversibile, e non vedo come l'uccisione di un
essere umano possa essere ritenuta un bene; possibile che i fautori
dell'uccisione di Eluana Englaro siano cosi' totalitariamente certi che
ucciderla sia cosa buona e giusta? Non riesco a capacitarmene.
*
3. Non confondiamo le carte
Nn confondiamo le carte in tavola, lasciamo quest'arte ai biscazzieri.
Una cosa e' l'uccisione di una persona e il consenso o l'opposizione a
questo crimine; un'altra cosa e' l'eversione dall'alto berlusconiana;
un'altra cosa ancora il fanatismo religioso; un'altra cosa ancora il
rispetto per l'altrui dolore e l'altrui dignita'.
Cio' su cui qui ci si esprime e' l'ammissibilita' o meno che una persona sia
uccisa: io credo che sia inammissibile.
Poi, certo, mi indigna che i golpisti al governo possano strumentalizzare
questa tragica vicenda; ma la strumentalizzazione e' resa possibile anche
dal fatto che i prominenti che pretendono di rappresentare l'area
democratica ed antifascista abbiano scelto di essere il partito della morte
(con cio' stesso rivelandosi non rappresentativi della sinistra cosi' come
la penso io, una sinistra che scelga la nonviolenza come necessario criterio
ricostruttivo di una politica adeguata alla drammatica situazione attuale).
Quanto al fanatismo religioso, io la penso come Voltaire, che alla voce
"fanatisme" del Dictionnaire lo attribuiva a chi sostenendo di "obbedire a
Dio piuttosto che agli uomini... e' sicuro di meritare il cielo
scannandovi". Nella presente circostanza mi sembra che i sostenitori
dell'uccisione di una persona siano fanatici di altro genere.
Infine: non e' qui in discussione il dolore dei familiari, o la loro umana
dignita': essi meritano comunque rispetto ed affetto.
Qui e' in discussione l'uccisione di una persona: se sia un atto lecito o
no.
*
4. Da quale pulpito
Credo che la mia opinione contraria ad uccidere un essere umano meriti di
essere valutata in se' e per se': se essa e' valida lo e' indipendentemente
da chi la sostiene, ugualmente se essa e' errata.
E tuttavia poiche' la koine' dei fautori dell'uccisione di Eluana Englaro
recita che coloro che sono contrari a questo omicidio sarebbero tutti a un
dipresso dei malfattori "clericofascisti" o giu' di li', sara' allora
opportuno chiarire che il sottoscritto e' ateo, e' da sempre un militante
politico della sinistra, e' da sempre un oppositore nitido e intransigente
del berlusconismo, e sulle questioni gnoseologiche e morali ha un approccio
fallibilista (pensa cioe' che e' sempre possibile sbagliarsi).
E sono cosi' inelegante da aggiungere che tra coloro che oggi ripetono il
grido necrofilo e insensato "Viva la muerte" che indigno' Unamuno troppi ve
ne sono che si sono gia' troppe volte prostituiti al regime della
corruzione, al razzismo, alla guerra e alle stragi di cui essa consiste, per
poter pretendere di rappresentare la civilta' giuridica o la dignita' umana.
*
5. Infine
E per gentilezza: mi si risparmino certi pessimi, ignobili trucchi come
l'uso di metafore che invertono la realta' dei fatti, lo spostamento della
discussione da cio' che e' decisivo a cio' che e' marginale, e cosi' via.
Conosco anch'io tutto l'armamentario della retorica come tecnica del
discorso persuasivo, e trovo ripugnante l'uso delle parole per ingannare
l'intelligenza e corrompere la coscienza altrui.
*
Stiamo parlando dell'uccisione di una persona. Sono contrario alla
commissione di questo assassinio. Sono contrario a tutti gli omicidi.
Questo e' cio' che penso. Spero di averlo scritto con sufficiente chiarezza.

2. MAESTRE. SIMONE WEIL: NELL'ASSENZA
[Da Simone Weil, Quaderni II, Adelphi, Milano 1985, 1991, p. 252]

Essere radicati nell'assenza di luogo.

3. PROFILI. PASQUALE DI PALMO: DINO CAMPANA
[Dal mensile "Letture", n. 639, agosto-settembre 2007 col titolo "Dino
Campana" e il sommario "A 75 anni dalla morte, l'opera di Dino Campana si
presenta come un'esperienza poetica fondamentale del Novecento in virtu' di
una personalissima visione del mondo, resa dall'acceso cromatismo della sua
'musica barbara'"]

Risulta difficile inquadrare la vicenda umana e letteraria di Dino Campana
nel contesto storico in cui e' maturata nonostante si avvicendino sempre
piu' spesso i contributi di carattere esegetico sull'autore dei Canti
orfici. Ed e' oltremodo arduo disgiungere l'opera di un poeta cosi' anomalo
e appartato dai dati biografici. Sembra che biografia e opera si intreccino
indissolubilmente in un groviglio dal quale non sempre si e' in grado di
distinguere tra aneddoto gratuito e notizia documentata. Ruggero Jacobbi
rilevava "una radicale e finale coincidenza, per lui, della poesia con la
vita".
Molti infatti sono i lati ancora oscuri nella vita di Campana e altrettanto
numerosi sono i depistamenti, i trabocchetti disseminati lungo un percorso
esistenziale variegato e ricco di episodi leggendari. In parte fu lo stesso
poeta ad alimentare le voci piu' contraddittorie, come quando, durante il
suo pluriennale internamento nel manicomio di Castel Pulci, rispondeva allo
psichiatra Carlo Pariani in termini evasivi o volutamente fuorvianti (ad
esempio sul tempo effettivo di permanenza in Argentina e sui sedicenti
mestieri che li' avrebbe intrapreso).
Il suo caso rappresenta quello di un autore isolato che non ha avuto ne'
predecessori ne' eredi, di una meteora che disegna una fantastica
traiettoria nel cielo burrascoso delle lettere del primo decennio del
Novecento, dominato dalle intemperanze moderniste e iconoclaste dei
futuristi. Campana si puo' considerare l'autore di un solo libro, quei Canti
Orfici che uscirono nel 1914 presso Bruno Ravagli, un oscuro tipografo di
Marradi, il suo paese natale sperduto nell'Appennino tosco-romagnolo. Tutto
quel che Campana fa, ruota in funzione di quel libretto stampato in
un'edizione senza alcun vezzo tipografico, "modesta, umile, francescana"
come ebbe a definirla Federico Ravagli, messa in vendita al prezzo di lire
2,50 e che adesso vale una piccola fortuna sul mercato antiquario. Ma i
paradossi sono una delle costanti nella storia del poeta marradese, a
cominciare dalla sua indole irrequieta che lo portera' a girare il mondo
senza pace, sempre alla ricerca di qualcosa che potesse scalfire il
"panorama scheletrico del mondo" che aveva dentro di se' fino al definitivo
internamento nel cronicario di Castel Pulci nel 1918.
*
La giustificazione della vita
I Canti Orfici rappresentano per Campana, come scrive a Emilio Cecchi, "la
giustificazione della mia vita" (altrove, riferendosi al manoscritto perduto
da Papini e Soffici, si rivolge a Giovanni Boine parlandone come della
"justification de ma vie"). Essi sono una pietra miliare nella storia
poetica del nostro Novecento, soprattutto in considerazione dell'apporto del
tutto originale che Campana riusci' a dare alle molteplici suggestioni di
matrice simbolista, peraltro non esenti da reminiscenze carducciane e
dannunziane. In tale contesto molto importante e' il contributo che Campana
reca sul piano cromatico e musicale, segnando in maniera quanto mai
riconoscibile testi pervasi da una visionarieta' che si riallaccia
apertamente alla grande lezione dei decadenti francesi: Baudelaire, Nerval,
Verlaine, Mallarme', Laforgue. Il nome stesso di Campana sara' spesso
accostato a quello di Rimbaud (nel 1926 in un articolo apparso sul "Resto
del Carlino" Paolo Toschi lo chiama "il Rimbaud della Romagna"), in virtu'
soprattutto di alcune analogie che si possono riscontrare sul versante
biografico, dal nomadismo alla rinuncia alla scrittura: "Mi ruppero talmente
la testa che io perdei la vena poetica" dice il poeta in manicomio.
L'oro e il rosso, l'azzurro e il bianco, il rosa e il viola, il verde e
l'argento hanno una spiccata valenza visionaria, onirica: si pensi in tal
senso a Torre rossa - Scorcio, versione originaria della prosa La Notte, che
richiama fin dal titolo un dipinto di De Chirico (La tour rouge) di cui
conserva le stesse caratteristiche di sospensione e di metafisica attesa.
Non per niente la sua raccolta e' pervasa da un'infinita' di richiami alle
arti plastiche e figurative: dagli espliciti riferimenti ai dipinti di
Leonardo a quelli riguardanti la Notte michelangiolesca, senza considerare
le suggestioni da Raffaello, Andrea della Robbia, il Ghirlandaio, Giotto,
Durer, ecc.
Campana trasfigura questi influssi attraverso una poetica ricca di
implicazioni polisemiche che arriva a misurarsi con le coeve tecniche
moderniste dei futuristi (nonostante la sua avversione al movimento
capeggiato da Marinetti sia a piu' riprese documentata dalle lettere), come
in Fantasia su un quadro d'Ardengo Soffici, in cui, partendo dal dipinto
Tarantella dei pederasti, Campana riproduce in qualche passaggio il ritmo
sincopato del tango: "[...] la rossa velocita' / di luci funambola che tanga
/ Spagnola cinerina / Isterica in tango di luci si disfa'". Lo stesso
incipit fa pensare alle tecniche di scomposizione dei pittori cubisti o al
simultaneismo futurista: "Faccia, zig zag anatomico che oscura / La passione
torva di una vecchia luna".
Altrove sono evidenti richiami ad opere figurative ammirate dal poeta
durante i suoi innumerevoli vagabondaggi, anche se rivissute all'insegna di
una trasposizione emotiva che ne altera i connotati originali, come
nell'attacco celeberrimo della Chimera, ispirato alla Gioconda leonardesca
ma in cui e' possibile ravvisare anche un'eco del paesaggio presente sullo
sfondo della Vergine delle rocce: "Non so se tra roccie il tuo pallido /
Viso m'apparve, o sorriso / Di lontananze ignote / Fosti, la china eburnea /
Fronte fulgente o giovine / Suora de la Gioconda".
I Canti Orfici sono disseminati da un'infinita' di ascendenze cromatiche e
sonore che formano la "musica barbara" dei tipici versi campaniani. Sull'eco
delle sinestesie baudelairiane, queste tecniche si configurano come l'ideale
pendant al ricorso continuo all'iterazione, tanto che Pier Vincenzo Mengaldo
parlera' della "facilita' [...] dei suoi procedimenti formali, basata in
sostanza e pervicacemente sul principio della ripetizione e della
circolarita'", precisando che "forse il dramma di Campana, letterariamente
parlando, fu proprio l'accanita volonta' di stilizzazione cui non
corrispondeva un possesso altrettanto sicuro degli strumenti stilistici e
della loro varieta'".
*
L'ultimo germano in Italia
Certe caratteristiche dei Canti Orfici vanno lette alla luce di una
concezione superomistica derivata dalla lettura di Nietzsche. Non a caso la
raccolta e' polemicamente dedicata "a Guglielmo II imperatore dei germani" e
il sottotitolo presenta la seguente, provocatoria scritta: "Die Tragoedie
des letzen Germanen in Italien" ("La tragedia dell'ultimo germano in
Italia"). Lo stesso Campana giustificava tale scelta in una lettera
indirizzata a Emilio Cecchi: "Ora io dissi die Tragoedie des letzen Germanen
in Italien mostrando di avere nel libro conservato la purezza del Germano
(ideale non reale) che e' stata la causa della loro morte in Italia. Ma io
dicevo cio' in senso imperialistico e idealistico, non naturalistico.
(Cercavo idealmente una patria non avendone). Il germano preso come
rappresentante del tipo morale superiore (Dante Leopardi Segantini)".
E' chiaro che, nell'epoca in cui intellettuali come Papini e Soffici dalle
pagine della rivista "Lacerba" predicavano l'interventismo piu' oltranzista,
l'atteggiamento di Campana dovesse risultare perlomeno disfattista e
reazionario. In realta' il poeta intendeva con quella dedica provocatoria
reagire di fronte a un clima ideologico basato su un atteggiamento di
condiscendenza passiva, incarnato dagli abitanti di Marradi che
perseguitarono costantemente il poeta considerato pazzo per il suo
comportamento eccentrico "con una infamia e una ferocia tutte
lazzaronescamente italiane e clericali". Lo stesso autore precisa in una
lettera inviata a Soffici: "Ma si', e' stato il dottore, il farmacista, il
prete, l'ufficiale della posta, tutti quegli idioti di Marradi, che ogni
sera al caffe' facevano quei discorsi da ignoranti e da scemi. Tedescofobi,
francofili, massoni e gesuiti, dicevan tutti e sempre le stesse cose: e il
Kaiser assassino, e le mani dei bimbi tagliate, e la sorella latina, e la
guerra antimilitarista. Nessuno capiva nulla. Mi fecero andare in bestia; e
dopo averli trattati di cretini e di vigliacchi, stampai la dedica e il
resto per finirli di esasperare".
Con l'entrata in guerra dell'Italia, Campana cerco' con ogni mezzo di
cancellare la dedica a Guglielmo II e il sottotitolo arrivando a strappare
le pagine compromettenti, in quanto la polizia si stava interessando al suo
caso. Sebastiano Vassalli annota al riguardo: "E' cosi' che, con ogni
probabilita', e' nata la piu' stupida e la piu' insistita tra le molte
leggende relative ai Canti Orfici: quella della vendita selettiva del libro,
senza le pagine di cui l'acquirente non veniva ritenuto degno".
Alla dedica e al sottotitolo bisogna inoltre mettere in relazione anche i
versi che figurano nel colophon: "They were all torn / and cover'd with /
the boy's / blood". Si tratta di un verso frammentato e rielaborato del
poemetto di Walt Whitman intitolato Song of Myself; lo stesso Campana ne
diede la versione durante uno dei colloqui avuti con Pariani in manicomio:
"Erano tutti stracciati e coperti col sangue del fanciullo". In una lettera
a Cecchi del 13 marzo 1916 il poeta scrive: "Se vivo o morto lei si
occupera' ancora di me la prego di non dimenticare le ultime parole They
were all torn and cover'd with the boy's blood che sono le uniche importanti
del libro".
Evidentemente Campana attribuiva a questi versi un valore particolarmente
emblematico perche' "il sangue del fanciullo" era il suo sangue. E chi si
macchia di "ce long assassinat" altri non e' che il dottore, il farmacista,
il prete, l'ufficiale della posta, i ragazzi di Marradi che canzonano per
strada il Mat Campena.
*
L'uomo dei boschi
Campana si puo' definire il poeta notturno par excellence, soprattutto se si
considera che i Canti Orfici contengono a piu' riprese riferimenti espliciti
al riguardo, sin dai titoli delle composizioni stesse: si pensi in
particolare a La Notte e ai Notturni. Contini osservera' a questo proposito:
"Benche' la pretesa di fare di Campana un Rimbaud italiano susciti molte
riserve, per alcune sue pagine egli si rivela forse il solo italiano che sia
riuscito, con scarsissima apparecchiatura retorica (di contro, per esempio,
alla sapienza della tradizione pascoliana), a comunicare sensazioni
primigenie e notturne". D'altronde nella Chimera si legge: "Ma per il
vergine capo / Reclino, io poeta notturno / Vegliai le stelle vivide nei
pelaghi del cielo".
I Canti Orfici alternano sequenze in prosa e liriche che affrontano
tematiche come quella del viaggio: si pensi al pellegrinaggio effettuato a
piedi nel 1910 alla Verna che costituira' lo spunto per i brani di diario
presentati con il titolo eponimo. Si tratta di un viaggio compiuto sulle
orme di Francesco che sulla Verna ricevette le stimmate, anche se, come
sempre in Campana, l'elemento originario da cui prende spunto un testo viene
trasfigurato in una sorta di visione allucinata, sospesa nella caligine
meridiana delle ore d'estate come la tortora che si stacca "dalle solitudini
mistiche" per "volare distesa verso le valli immensamente aperte".
Ma, oltre alla Verna, si devono ricordare alcuni luoghi particolarmente
importanti nella singolare topografia delineata da Campana nella sua
raccolta: Faenza, la "vecchia citta', rossa di mura e turrita" descritta
nella Notte, "Fiorenza giglio di potenza virgulto primaverile", il Viaggio a
Montevideo, i "bastioni rossi corrosi nella nebbia" bolognese, la Pampa
argentina, il manicomio di Tournai e, last but not least, gli estenuati
crepuscoli genovesi. Il tema del viaggio, del nomadismo diventa un emblema
della poesia stessa di Campana, del poeta irrequieto che si avventura nei
boschi e nelle localita' piu' disparate alla ricerca di un po' di tregua
alla sua angoscia (a volte si firma "l'uomo dei boschi"). Camillo Sbarbaro
nel suo Sproloquio d'estate cosi' lo descrive: "Quella volta s'era tolto di
seno per me i Canti Orfici, che si portava addosso come un certificato di
nascita. [...]. Testardo, lo guardai allontanarsi col suo passo di giramondo
verso i carrugi di Sottoripa. Per tutto viatico aveva in tasca Le foglie
d'erba. - Se lo riprese il malo vento che lo cacciava pel mondo".
*
Perduto e ritrovato
Una menzione a parte merita la storia del manoscritto perduto e ritrovato.
Nel 1913 Campana, confidando in un'eventuale pubblicazione, consegna il
manoscritto contenente la versione originaria dei Canti orfici intitolata Il
piu' lungo giorno a Papini e a Soffici che lo smarriscono. L'incontro
avviene a Firenze che e' all'epoca la capitale culturale d'Italia: li' si
stampano le riviste piu' importanti dell'epoca come "La Voce" e "Lacerba",
ci sono i caffe' degli intellettuali come le Giubbe Rosse dove si riuniscono
i futuristi, Attilio Vallecchi comincia a stampare i suoi primi libri. Il
poeta, dopo un periodo di relativo silenzio, richiede a piu' riprese la
restituzione del manoscritto. Purtroppo il testo non si trova e Campana
dira' di essere stato costretto a riscrivere a memoria tutto il libro (ma
probabilmente si avvalse di appunti presi in precedenza), come figura dalla
lettera inviata a Cecchi probabilmente nel marzo del 1916: "[...] mi decisi
a riscriverlo a memoria, giurando di vendicarmi se avevo vita".
Il poeta rimane molto segnato dalla perdita del manoscritto che doveva
rappresentare il suo riscatto morale e nelle lettere che indirizza a vari
amici torna insistentemente intorno all'argomento. Molto controverso e'
l'atteggiamento di Campana nei confronti dei due animatori di "Lacerba" che,
dopo la pubblicazione dei Canti Orfici, assumera' toni particolarmente duri
e aggressivi, come nella missiva che invia a Papini in data 23 gennaio 1916:
"Se dentro una settimana non avro' ricevuto il manoscritto e le altre carte
che vi consegnai tre anni sono verro' a Firenze con un buon coltello e mi
faro' giustizia dovunque vi trovero'". Vassalli osserva: "Come spesso
succede in casi del genere, i primi segni di squilibrio furono le idee
ossessive; e un'idea ossessiva di Campana riguardo' proprio il manoscritto
dei Canti Orfici, smarrito anzi 'rubato' dai nemici Papini e Soffici. Il
furto del manoscritto divento' la sintesi e il simbolo di tutte le
ingiustizie che il poeta aveva dovuto subire nel corso degli anni,
cominciando dalla persecuzione dei familiari e dei compaesani per finire con
i comportamenti arroganti di alcuni personaggi della cultura".
Nel 1972 il manoscritto venne ritrovato tra le carte di Soffici e pubblicato
in un'edizione anastatica da Vallecchi l'anno successivo con il titolo Il
piu' lungo giorno. Ma quello che si era mitizzato come una sorta di
capolavoro perduto si rivela in realta' inferiore alla successiva
rielaborazione compiuta da Campana. Gianni Turchetta osserva: "Ora, quello
che adesso ci interessa e' pero' che Campana non ha affatto riscritto a
memoria quelli che poi avrebbe chiamato i Canti Orfici. Proprio per il suo
modo di lavorare, infatti, per quel suo lentissimo approssimarsi alla forma
finale attraverso una serie interminabile di correzioni, di riscritture, di
varianti, egli possedeva un gran numero di abbozzi, di redazioni dei testi
del Piu' lungo giorno".
*
Lettere e scritti vari
Sia le lettere che i documenti che vennero pubblicati postumi denunciano la
totale dipendenza di ogni scritto campaniano dal progetto dei Canti Orfici.
Spesso si tratta di stesure precedenti o di varianti confluite nella
raccolta stampata dal Ravagli, anche se non mancano spunti inediti e
suggestivi come quelli che figurano nei Versi sparsi o nel Quaderno. Si
pensi per esempio al memorabile attacco, nell'avvolgente semplicita' dei
suoi endecasillabi, di Donna genovese ("Tu mi portasti un po' d'alga marina
/ Nei tuoi capelli, ed un odor di vento").
In questi versi si ritrovano intatti i temi che contrassegnano gli stessi
Canti Orfici: dal nomadismo alle reveries notturne, dall'acceso cromatismo
alle ascendenze di carattere musicale e figurativo (in Arabesco-Olimpia ci
sono espliciti riferimenti ad opere di Manet e Cezanne). La critica ha
evidenziato come, oltre all'influenza di Nietzsche, l'orfismo campaniano sia
in parte da ascrivere alle molte disordinate letture compiute dal poeta, tra
cui annoveriamo perlomeno I grandi iniziati di Edouard Schure' e La beata
riva del dannunziano Angelo Conti. "E' attraverso la mediazione di Conti e
di D'Annunzio che, secondo alcuni studiosi, Campana arriva a Nietzsche, di
cui, dice qualche testimone, il poeta parla spesso e volentieri; e
attraverso il Nietzsche della Nascita della tragedia - ma certo con il
supporto di Schure' - viene l'idea dell'arte fatta di sogno e di ebbrezza,
di primitivismo e di estasi" avverte Renato Martinoni.
Un capitolo a parte meritano poi le lettere, quelle lettere che, secondo lo
stesso Campana, "sono fatte per essere bruciate". Le piu' conosciute sono
quelle che documentano l'amore tempestoso con Sibilla Aleramo, la cui
vicenda ha ispirato un film scadente. Alquanto interessante risulta la
corrispondenza dal punto di vista documentario, nonostante la forma sia
spesso approssimativa e molti passaggi siano pressoche' sgrammaticati. Ma si
tratta di missive scritte di getto, sull'onda di un particolare stato
d'animo o emozione.
Il loro insieme forma un ritratto del poeta che, seppur frammentario,
costituisce una sorta di ideale autobiografia che ci permette di ricostruire
a grandi linee la sua vicenda esistenziale e di addentrarci nella sua fucina
letteraria. Si passa dalle invettive indirizzate contro i nemici Papini e
Soffici, rei di aver perduto il famoso manoscritto e di non averlo
minimamente compreso, ai rapporti amichevoli intrattenuti con i vari Cecchi,
Novaro, Boine, Serra, dalle tumultuose dichiarazioni d'amore per la Aleramo
alle ultime asettiche comunicazioni con i familiari o con Carlo Pariani,
autore di quelle Vite non romanzate di Dino Campana scrittore e di Evaristo
Boncinelli scultore, edite da Vallecchi nel 1938, che costituiscono una
fonte inesauribile di notizie sugli ultimi anni di vita del poeta rinchiuso
in manicomio.
Ma, al di la' dei rapporti tra arte e follia studiati dal Pariani, risulta
condivisibile la tesi di Vassalli secondo il quale i disturbi di carattere
psicotico di Campana (il "poeta pazzo" per antonomasia) proverrebbero in
realta' dalla sifilide: "Nell'estate del 1915 Dino si ammala di un male che
gli lascia il viso semiparalizzato, e che con ogni probabilita' gli e' stato
trasmesso da una di quelle "con gli occhi ferrigni" di cui parla nelle sue
poesie. [...] Il nome ufficiale del male per cui e' in cura e' 'nefrite': ma
questo non significa nulla. I Campana, a Marradi, sono una famiglia
rispettabile, che non puo' permettersi di avere un congiunto sifilitico.
Avranno aggiustato tutta la faccenda. I sintomi del male sono descritti da
Dino con chiarezza in molte lettere, e non sono i sintomi della nefrite.
Sono quelli della sifilide".
Al fratello Manlio il poeta scrive il 9 marzo 1931 con disarmante lucidita'
dal suo "rifugio" di Castel Pulci: "La mia vita scorre monotona e
tranquilla. Leggo qualche giornale. Non ho piu' voluto occuparmi di cose
letterarie stante la nullita' dei successi pratici ottenuti. Il mercato
librario e' assolutamente nullo per il mio genere". In fondo e' sempre la
stessa storia: Orfeo viene dilaniato dalle Menadi.
*
Tra inediti e riproposte dei Canti Orfici
Opere
Un'ottima maniera per accostarsi all'opera di Dino Campana e' rappresentata
dall'antologia, curata da Sebastiano Vassalli, Un po' del mio sangue, edita
da Rizzoli nel 2005, che raccoglie integralmente i Canti Orfici e presenta
una scelta di poesie e lettere. Per anni l'edizione critica di maggior
riferimento e' stata Opere e contributi, curata da Enrico Falqui nel 1973
per Vallecchi che pubblica, nello stesso anno, anche Il piu' lungo giorno
(ristampato da Le Cariti Editore nel 2004). La Libreria Chiari nel 1994 ha
presentato in anastatica i Canti Orfici pubblicati da Ravagli nel 1914.
Altre significative edizioni sono le seguenti: Canti Orfici, a cura di
Fiorenza Ceragioli, Vallecchi, 1985 e Rizzoli, 1989; Opere, a cura di Carlo
Fini e Sebastiano Vassalli, Tea, 1989; Canti Orfici e altre poesie, a cura
di Neuro Bonifazi, Garzanti, 1989; Canti Orfici, a cura di Gianni Turchetta,
Marcos y Marcos, 1989; Canti Orfici, a cura di Mario Lunetta, Newton
Compton, 1989; Canti Orfici e altre poesie, a cura di Renato Martinoni,
Einaudi, 2003. Bisogna menzionare inoltre Le mie lettere sono fatte per
essere bruciate, a cura di Gabriel Cacho Millet, All'Insegna del Pesce
d'Oro, 1978 e Un viaggio chiamato amore che raccoglie l'epistolario con la
Aleramo, edito da Feltrinelli nel 2000.
Per quel che concerne le edizioni storiche va segnalata la seconda edizione
dei Canti Orfici ed altre liriche. Opera completa, con presentazione di Bino
Binazzi, Vallecchi, 1928, lezione giudicata dal poeta in manicomio come
approssimativa. Enrico Falqui curo' per Vallecchi le varie ristampe dei
Canti Orfici, oltre agli Inediti (1942) e al citato Opere e contributi.
Sempre per Vallecchi videro la luce le Lettere con Sibilla Aleramo, a cura
di Niccolo' Gallo (1958), il Taccuinetto faentino, a cura di Domenico De
Robertis (1960). Da ricordare inoltre il Taccuino, a cura di Franco
Matacotta, Edizioni Amici della Poesia, 1949 e il Fascicolo marradese
inedito, a cura di Federico Ravagli, Giunti Bemporad Marzocco, 1972.
I titoli piu' recenti sono Souvenir d'un pendu, a cura di Gabriel Cacho
Millet, Edizioni Scientifiche italiane, 1985; Taccuini, a cura di Fiorenza
Ceragioli, Scuola Normale Superiore di Pisa, 1990; Dolce illusorio Sud, a
cura di Gabriel Cacho Millet, PostCart, 1997; Dino Campana sperso per il
mondo. Autografi sparsi 1906-1918, a cura di Gabriel Cacho Millet, Leo S.
Olschki, 2000.
*
Critica
Una delle biografie piu' attendibili di Campana e' paradossalmente un
romanzo di Sebastiano Vassalli che sfata alcune leggende sul "poeta pazzo":
La notte della cometa, Einaudi, 1984 (da leggere anche Marradi, L'Obliquo,
1988, scritto assieme ad Attilio Lolini). Una biografia piu' canonica e'
quella di Gianni Turchetta intitolata Dino Campana. Biografia di un poeta,
Marcos y Marcos, 1990 e Feltrinelli, 2003. Essenziale per la testimonianza
riportata e' il libro, in se' non eccelso, di Carlo Pariani, Vite non
romanzate di Dino Campana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore, edito
da Vallecchi nel 1938 (ristampato da SE solo per la parte riguardante
Campana nel 2002). Si consigliano inoltre i documenti raccolti da Gabriel
Cacho Millet in Dino Campana fuorilegge, Novecento, 1985. Nel 2002
l'editrice Clueb ha ristampato Dino Campana e i goliardi del suo tempo
(1911-1914) di Federico Ravagli mentre Patron Editore ha proposto I portici
della poesia. Dino Campana a Bologna (1912-1914), a cura di Marco Antonio
Bazzocchi e Gabriel Cacho Millet. Ricordiamo anche Campana, Oriani, Panzini,
Serra. Testimonianze raccolte in Romagna di Sergio Zavoli, Cappelli, 1959.
Sul versante critico ci limitiamo a segnalare le monografie di Maura Del
Serra, Dino Campana, La Nuova Italia, 1974 e di Ruggero Jacobbi, Invito alla
lettura di Campana, Mursia, 1976. Importanti approfondimenti sono presenti
in Otto studi di Carlo Bo, Vallecchi, 1939; Esercizi di lettura di
Gianfranco Contini, Parenti, 1939 e Einaudi, 1974; Di giorno in giorno di
Emilio Cecchi, Garzanti, 1954; Sulla poesia di Eugenio Montale, Mondadori,
1976.
*
Una vita all'insegna del vagabondaggio
1885 Dino Campana nasce a Marradi (Firenze) il 20 agosto, figlio di
Giovanni, maestro elementare, e di Francesca Luti, soprannominata Fanny,
casalinga.
1891-1903 Dopo avere frequentato le scuole elementari a Marradi, segue il
ginnasio e il liceo a Faenza dov'e' spesso deriso dai compagni. Primi screzi
con la madre e primi sintomi di nevrastenia. Dopo varie vicissitudini
ottiene la licenza liceale in un collegio di Carmagnola (Torino). Nel 1903
si iscrive alla facolta' di Chimica pura, a Bologna e sostiene le prove di
ammissione all'Accademia militare di Modena.
1904-1908 Da gennaio ad agosto 1904 e' recluta a Ravenna ma non ottiene il
grado di sergente. Si trasferisce a Firenze, dove passa a Chimica
farmaceutica. Viene riformato e torna a Bologna. Nel 1906, dopo varie fughe
tra cui una in Svizzera e in Francia, subisce il primo internamento nel
manicomio di Imola. Il 31 ottobre, per volonta' del padre, torna a Marradi.
Il 25 maggio 1907 le sue "condizioni di mente" vengono dichiarate migliorate
dall'ufficiale sanitario di Marradi. Nel 1908 soggiorni a Firenze e a Badia
in casa di un contadino.
1909-1910 Dopo un alterco con i carabinieri di Marradi, viene ricoverato nel
manicomio di Firenze, dove restera' dal 9 al 24 aprile del 1909. Forse
all'inizio di ottobre si imbarca a Genova per l'Argentina ma, dopo un breve
periodo trascorso a Buenos Aires e in altre localita', torna in Europa senza
passaporto. Nel gennaio del 1910 raggiunge Anversa. Il mese dopo viene
arrestato al confine tra Belgio e Francia in quanto sprovvisto di documenti.
Viene internato all'Asile des hommes alienes di Tournai. Estradato in
Italia, e' sottoposto a una perizia psichiatrica secondo la quale non vi e'
"verun segno di alienazione mentale ne' altri sintomi".
1911-1912 Si sposta tra Firenze, Genova, Bologna e il suo paese natale. Nel
1912 viene rispedito un paio di volte a Marradi con foglio di via. In
autunno e' a Bologna dove frequenta l'Universita' e collabora a giornali
goliardici.
1913-1914 Nel marzo del 1913 viene arrestato a Genova e rimandato a Marradi
con foglio di via. Nuovo arresto a Bibbiena a settembre. Ad ottobre si trova
a Firenze dove conosce Papini e Soffici a cui consegna il manoscritto de Il
piu' lungo giorno che verra' perduto. Nel 1914 emigra in Svizzera dove
lavora come stagionale. Viene espulso in seguito all'ennesimo incidente con
la polizia. Il 7 giugno firma il contratto con il tipografo Ravagli per la
stampa dei Canti Orfici. Vende personalmente il libro a Firenze. La polizia
si interessa al suo caso a causa del sottotitolo e della dedica e il poeta,
impaurito, fugge raggiungendo Pisa e, da li', imbarcandosi alla volta della
Sardegna.
1915-1916 Spostamenti a Torino e a Ginevra. Nel maggio del 1915 e' di nuovo
a Firenze dove tenta inutilmente di arruolarsi come volontario (dopo qualche
giorno viene congedato). A Torino viene fermato dai carabinieri e rispedito
a Marradi. In autunno viene ricoverato nel locale ospedale, ufficialmente a
causa di una "nefrite". Nel 1916 richiede con toni violenti la restituzione
del suo manoscritto a Papini e Soffici. A Livorno ha due ennesimi incidenti
con la polizia. Il 3 agosto incontra a Casetta di Tiara la scrittrice
Sibilla Aleramo. Ne nasce un amore tumultuoso che prosegue nello scenario di
varie localita' toscane.
1917-1932 Le condizioni mentali di Campana peggiorano sensibilmente.
All'inizio del 1917 separazione definitiva dalla Aleramo. Ritorno a Firenze
e nuovo tentativo di raggiungere la scrittrice. Viene arrestato a Novara
l'11 settembre. Il 12 gennaio 1918 e' ricoverato d'urgenza presso l'ospedale
psichiatrico di Firenze. Dichiarato pazzo in data 18 marzo, viene
definitivamente internato nel manicomio di Castel Pulci dove rimarra', in
condizioni di relativa tranquillita', fino alla morte avvenuta il primo
marzo 1932 in seguito a una malattia (secondo alcuni testimoni una
setticemia procuratasi tentando di scavalcare un filo spinato).

4. LIBRI. MASSIMO RAFFAELI PRESENTA "IL NOSTRO CASES"
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 maggio 2008 col titolo "Omaggi. Un
libro per Cases con l''Indice'" e il sommario "Misura breve. Una raccolta di
interventi usciti sul mensile di cui il critico fu tra i fondatori"]

E' impaginato come un fascicolo speciale ma in realta' costituisce un vero e
proprio libro Il nostro Cases, che "L'Indice dei libri del mese" offre ai
lettori insieme con il numero di maggio della rivista. Del grande
germanista, vale a dire uno dei maggiori saggisti del secondo Novecento,
vengono raccolte in integrale le recensioni, gli interventi, le interviste e
le schede fittissime uscite sul mensile torinese di cui Cesare Cases
(1920-2005) fu tra i fondatori e poi sempre tra i collaboratori, compreso un
quadriennio ('90-'94) da presidente del comitato editoriale.
Il fascicolo, a cura di Anna Chiarloni con la collaborazione di Camilla
Valletti, comprende gli interventi di Carmine Donzelli, Ernesto Ferrero,
Guido Davico Bonino piu' un profilo complessivo di Claudio Magris e una
galleria di ritratti a firma di Tullio Pericoli. Gia' nel secondo numero
della rivista ('84) Cases pubblica due cartelline ad uso dei collaboratori,
Ai recensori, cosi' limpide nella definizione del proprio oggetto da fare il
paio con il classico prontuario scritto mezzo secolo prima da un suo vero
consanguineo, Edmund Wilson, cioe' Il Polonio dei letterati: sulle riviste e
chi le fa. Con chiarezza, Cases chiede di restare fedeli all'etimologia
della parola "critica" che significa prima "discernere" poi "valutare" e
"giudicare": con grave scandalo degli accademici, egli tiene per l'occasione
un elogio del riassunto quale prima necessita' di chi si rivolge al pubblico
con l'intenzione non solo di presentargli un libro ma, piu' o meno, di
raccomandarglielo.
Qui, la misura breve, talora brevissima, esalta la pregnanza e lo stile
scintillante dello studioso che si vantava di non avere mai scritto una
monografia comme il faut, a parte la tesi di laurea; e qui, prima che di
Lukacs, si percepisce la lezione dell'altro suo maestro, Karl Kraus, ben
riconoscibile in quei sottomultipli del saggio che sono la scheda, la nota a
margine, il corsivo, l'aforisma. Scritti, ovviamente, nella declinazione
dell'illuminismo marxista di Cases (ovvero del suo marxismo illuminista),
che predilige l'ironia, il sarcasmo e davvero volentieri la parodia. (Del
resto, che Cases sia uno scrittore nel senso pieno della parola lo sa
chiunque abbia letto, per esempio, Cosa fai in giro?, la testimonianza
sull'epoca delle leggi razziali che e' anche tra le prose maggiori della
nostra recente letteratura: mai piu' ristampata, e' in appendice al volume
di saggi Il testimone secondario, Einaudi 1985. La stessa Einaudi ha
interrotto da tempo l'organica edizione dei suoi scritti, a cura di Luca
Baranelli: sia detto per inciso, si tratta di una decisione incomprensibile
e, tuttavia, svergognata).
Sull'"Indice" Cases ha scritto con l'estro versatile che assecondava la
ricchissima gamma dei suoi interessi: innanzitutto di letteratura tedesca
(sui classici, come sui dernier cri dell'Ovest e dell'Est), di letteratura
italiana (vedi le pagine su Primo Levi, Italo Calvino ed Elsa Morante), di
letterature ebraiche, di politica, di filosofia, di teoria letteraria e
persino a proposito dei libri gialli, di cui era un cultore competente e
dunque straordinariamente esigente. Scrive adesso, a proposito, la sua
allieva Anna Chiarloni: "Nella scrittura militante come nell'impegno
filologico Cases afferma una possibilita' di confronto, il principio di
Gesellschaft che resiste all'imbarbarimento del linguaggio mercificato dei
media... Insomma un patrimonio critico che non poteva andare disperso".
Anche per questo il fascicolo che gli dedica "L'Indice" e', come oggi si
dice, imperdibile. Sul serio.

5. RIEDIZIONI. PRIMO LEVI: OPERE (VOLUME III)
Primo Levi, Opere (volume III), Einaudi, Torino 1997, Gruppo Editoriale
L'Espresso, Roma 2009, pp. XLII + 856 (in supplemento a "La Repubblica" e
"L'espresso", a euro 9,90 oltre il costo del periodico). In questo terzo
tomo della riedizione della classica edizione curata da Marco Belpoliti
delle Opere di Primo Levi che meritoriamente "Repubblica" e "L'Espresso"
mandano in edicola, ci sono Lilit e altri racconti, il romanzo Se non ora,
quando?, Ad ora incerta (e le altre poesie), la raccolta di saggi L'altrui
mestiere. Di tutto cuore ne raccomandiamo la lettura.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 726 del 9 febbraio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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