Dal Centro Internazionale Studenti G. La Pira di Firenze



Gio 6 Ago 2009

    Oggi è il sessantaquattresimo anniversario dello sgancio della bomba
    atomica sulla città di Hiroshima. Si trattò di un evento terribile
    che rappresenta il vero spartiacque della storia.

    Con Hiroshima l'idea di guerra cambia totalmente: nessuna guerra
    potrà mai più definirsi 'giusta', quando in un attimo, insieme a
    tanti innocenti, il mondo intero può essere distrutto.

    Su tale argomento la riflessione di Giorgio La Pira diviene molto
    ampia, e con lo stile che lo caratterizza, rispondendo a chi lo
    accusava di essere un 'sognatore' dirà che 'Utopia' è la guerra e non
    la pace, perchè con la guerra, sempre tutto è perduto.

    Riportiamo qui di seguito due brani di Giorgio La Pira, il primo
    tratto da un suo discorso del 1976, a un anno dalla sua scomparsa; il
    secondo è un testo scritto a Leningrado nel luglio del 1970, ed
    appartiene alla sua riflessione sul ruolo nuovo delle città.

    (Dal Centro Internazionale Studenti G. La Pira di Firenze)

    '''''''''''''

    'La guerra? Per fare cosa? Per 'affondare' la terra nell'oceano
    spaziale? Ma se ciò è assurdo (e lo è), allora l'idea stessa di
    guerra nucleare, globale, è destinata a scomparire dalla mente e dal
    vocabolario degli uomini. ('). In questa (...) impossibilità
    definitiva della guerra e della inevitabilità definitiva della pace,
    vanno, dunque, visti ormai i rapporti tra Est e Ovest ed i
    conseguenti problemi del disarmo connessi alla Conferenza di Helsinki.

    E l'Italia? Come andrà politicamente incontro (per accelerarne la
    conclusione) a questa 'pace inevitabile' delle nazioni? (...)
    L'immagine che rende bene in un certo senso la nostra risposta è
    quella del 'ponte': l'Italia deve costruire un 'ponte sul mondo'; un
    ponte che i popoli (...) attraversino per giungere alla 'civiltà
    della pace' (...) La politica italiana va vista nella prospettiva di
    questa costruzione del ponte di pace sul mondo e della edificazione
    della unità politica del mondo (...). Basti pensare alla 'esplosione'
    demografica dei prossimi 30 anni (saremo sette miliardi nel 2000) ed
    a quella - davvero impensabile - dei prossimi 100 anni. (...) Una
    'programmazione' nazionale, continentale, mondiale; a questa esigenza
    del piano non ci si sottrae (...) per aprire le porte che danno
    accesso politico alle classi lavoratrici ed a tutti i popoli nuovi
    della terra; per 'programmare' e realizzare per tutti i popoli una
    elevazione sociale ed economica che sia degna della dignità davvero
    infinita della persona umana'. (Firenze, 1976)

    '''''''''''''''''''..

    Le città sono consapevoli di essere il patrimonio del mondo, perché
    in esse si incorporano la storia e la civiltà dei popoli, i 'regni'
    passano, le città restano; un patrimonio che le generazioni passate
    hanno costruito e trasmesso a quelle presenti ' di secolo in secolo,
    di generazione in generazione ' affinché fosse accresciuto e
    ritrasmesso alle generazioni future. Gli stati non hanno il diritto,
    con la guerra nucleare, di annientare questo patrimonio che
    costituisce la continuità del genere umano e che appartiene al
    futuro. No quindi alla guerra nucleare, No alla politica dello
    'equilibrio del terrore', NO perciò alle guerre locali che i popoli
    dell' opulenza (per usare una espressione della Populorum Progressio)
    conducono contro i popoli della fame.

    SI' alla coesistenza pacifica SI' al disarmo generale e completo e
    SI' alla conversione delle spese di guerra ( almeno 200 miliardi di
    dollari ogni anno) in spese di pace per lo sviluppo dei popoli ('lo
    sviluppo è il nuovo nome della pace'). La pace appare tanto più
    inevitabile quando si pensa al moto sempre più vasto, irresistibile
    ed urgente con quale i popoli della fame interpellano, in modo ogni
    giorno più severe, i popoli dell'opulenza. La soluzione di questo
    problema è una sola: fare diventare spese di pace per la costruzione
    di città nuove ( si pensi ai 7 miliardi di uomini nel 2000), spese
    per i piani regolatori nuovi delle città antiche, spese per la
    costruzione di case, scuole, fabbriche, ospedali, chiese, impianti
    sportivi (spese di civiltà cioè) tutte le spese della distruzione,
    'trasformare in aratri le spade'

    Eccoci infine alla terza delle direttrici di marcia che ha guidato la
    nostra azione di questi tre anni: 'unire le città per unire le
    nazioni', quindi compiere i 'gemellaggio' come strumenti di
    edificazione delle unità di popoli: creare un sistema di ponti '
    scientifici, tecnici, economici, commerciali, urbanistici, politici,
    sociali, culturali, spirituali ' che al limite unisce le une alle
    altre, in modo organico, continente per continente, le città grandi e
    piccole di tutta la terra.

    Questa idea semplice potrebbe davvero diventare un tessuto unitivo
    destinato a fasciare di pace e di progresso le città, le nazioni ed i
    popoli del mondo intero.

    Le città unite: ecco un altro volto istituzionale, integratore ' ed
    in certo modo essenziale delle Nazioni Unite. ( Leningrado, 1970)