missione falluja?



Missione di pace a Falluja?

Il direttore del centro per i diritti
umani di Falluja, Mohamed Tareq Al-Deraji, con il quale siamo in
contatto per il tramite dei Berretti Bianchi, ha formulato, in una
conferenza stampa organizzata da Rainews 24, una proposta: una
inchiesta indipendente dell'ONU sull'uso del fosforo bianco da
parte
americana in Iraq.
Ma il fosforo bianco è solo un aspetto delle
possibili violazioni delle Convenzioni di Ginevra perpetrate nella
sanguinosa battaglia del novembre 2004 per "bonificare" la
cittadina
iraqena: si parla anche di massacri indiscriminati di civili durante i
rastrellamenti e di fosse comuni, ad esempio.
L'appello del biologo
iraqeno non dovrebbe perciò essere lasciato cadere nel vuoto. Egli
interpreta una precisa richiesta della popolazione civile di Falluja,
che reclama attenzione e giustizia dopo l'orrore subito.
Ecco una idea
che viene sottoposta al vostro vaglio critico e propositivo, con
l'invito a prenderla responsabilmente sul serio.
Possiamo
autonomamente, dietro richiesta del Centro di Falluja e su suo invito,
facilmente sollecitabile, da "consulenti" ed
"esperti" italiani,
predisporre una missione ricognitiva che prepari il terreno ad una
futura ed auspicabile inchiesta ONU sui, diciamo così,, possibili
crimini commessi.
Si chiede al governo iraqeno di andare una settimana
sul posto per effettuare analisi sommarie di carattere fisico e
chimico, e per raccogliere le testimonianze dei superstiti
La
"missione" potrebbe essere composta da:
- deputati e senatori del
Parlamento italiano (e - perché no? - anche europeo)
- scienziati e
scienziate del comitato coordinato da Angelo Baracca
- operatori del
diritto contro la guerra
- esponenti pacifisti e delle ONG italiane
-
reporters democratici di media interessati a conoscere e documentare
la
verità.
In un certo senso bisognerà fare i finti tonti per
smascherare
una situazione che l'opinione pubblica, persino nei più
avvertiti
settori pacifisti, ha poco o nulla presente: nel
"democratico" Iraq non
esiste libertà di circolazione e tutti i
movimenti sono sotto stretto
controllo delle truppe di occupazione
americane.
Fare scalo
all'Aeroporto di Bagdad, per una persona
"normale", ed
uscirne è di per
sè stesso un problema, figuriamoci
raggiungere la cittadina sunnita ed
andare in giro ad ispezionare e a
fare domande dove e come si vuole!
Abbiamo tutti ben presente come il
povero Calipari, per portare in
salvo la Sgrena, sia stato costretto a
muoversi cercando di sfuggire al
controllo dell'amico ed alleato
americano...
Ma se, per negare il
permesso, dalle nuove Autorità
iraqene viene accampata la scusa che si
tratta di garantire la nostra
incolumità e la nostra sicurezza a
rischio, con la ribellione
terrorista in agguato pronta a rapirci e a
tagliarci la gola, questa
argomentazione deve essere ritorta contro chi
la svolge.
Esistono,
infatti, dei Paesi democratici che si confrontano
con il problema del
terrorismo senza che ciò significhi per essi
abolire la libertà di
circolazione dei cittadini (e dei
"consulenti",
anche stranieri, che i
cittadini decidono di ingaggiare e portare con
sé).
Evidentemente la
situazione in Iraq non è paragonabile a quella
spagnola o inglese,
tanto per fare gli esempi più ovvi.
Non esiste
ordine, non esiste
tranquillità, non esiste libertà di spostarsi, di
riunirsi e parlare:
la "democrazia" tanto decantata ha i
piedi di
argilla, riposa ed
insieme soffoca sotto le armi e le violenze degli
occupanti, è sempre
sull'orlo di una guerra civile generalizzata.
Questa realtà di
disordine, di insicurezza e di arbitrio, e di
disordine alimentato
dall'arbitrio degli occupanti, potrebbe -
credo -
essere meglio
portata alla luce se insistessimo e spingessimo con la
nostra ingenua
e modesta proposta: aderire all'invito del nostro
amico
Mohamed Tareq
per compiere una missione democratica e di pace...

Alfonso Navarra -
LDU - redattore sociale per la pace

Dal Sito
Osservatorio Iraq -
Informazione sull'occupazione militare


Lavorare
è impossibile
Intervista a Hannah Allam, giornalista, responsabile
dell'ufficio di
Baghdad del gruppo Knight Ridder
WNYC Radio (New York
Public Radio),
22 aprile 2005

BROOKE GLADSTONE: Come abbiamo appena
sentito, gli
attacchi terroristici in Iraq (Š) continuano (Š) - fra i
30 e i 40 al
giorno, secondo cifre del Pentagono. Sono diminuiti da una
media di
140 al giorno nel periodo che si avvicinava alle elezioni di
gennaio.
Ma per i giornalisti la situazione è migliorata? La settimana
scorsa,
la responsabile dell'ufficio di Baghdad del gruppo Knight
Ridder,
Hannah Allam, ha affrontato la domanda durante la convention
annuale
dell'American Society of Newspaper Editors [Società americana
dei
direttori di giornali NdT]. L'abbiamo raggiunta a Oklahoma City, un
giorno prima che rientrasse in Iraq, e le abbiamo chiesto se ha notato
un cambiamento.

HANNAH ALLAM: Veramente non riesco a vedere alcuna
differenza per i giornalisti stranieri che lavorano a Baghdad. Abbiamo
appena perso una cara amica lo scorso fine settimana, Marla. Era lì
per
una organizzazione no-profit che aveva fondato lei. Era in
macchina
sulla strada per l'aeroporto ed è rimasta vittima di un
attentato
suicida, ed è morta - a 28 anni. Era in Iraq dall'inizio, e
molti
giornalisti la conoscevano. Quindi questo ci ha fatto davvero
capire
che la minaccia c'è ancora. Non è cambiata.

BROOKE GLADSTONE:
Hai
detto che è morta sulla strada per l'aeroporto di Baghdad, che
penso
sia uno dei posti più insidiosi di tutto il paese, o forse
perfino di
tutto il pianeta. Voi come andate su quella strada?

HANNAH ALLAM: Con
molta cautela. Normalmente, preferiamo tenere un
profilo molto basso in
Iraq. Andiamo solo magari in due macchine,
senza contrassegni o cose
del genere. Ma sulla strada per l'aeroporto,
è il caso in cui davvero
portiamo una guardia del corpo e armi, e sono
sette miglia [1 miglio =
1,609 Km NdT] di terrore, decisamente.

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HANNAH ALLAM: Ciò che mi ha veramente
colpito da quando sono tornata
negli Stati Uniti - dovunque vado, è
quando la gente sente che vivo a
Baghdad e dice: "Oh, beh, sei a
Baghdad, ma almeno adesso là va tanto
meglio". E non è vero. Voglio
dire, gli iracheni muoiono ancora a
dozzine tutti i giorni, in alcuni
casi. Sai, le cose sul terreno sono
ancora molto, molto pericolose.
Quindi, credo che sia importante non
confondere una diminuzione degli
attacchi contro i soldati americani e
gli interessi americani con
qualche tipo di cambiamento significativo
nella guerra.

BROOKE
GLADSTONE: Hannah, una zona dell'Iraq di cui non
abbiamo sentito
parlare molto è Falluja, il che sembra un po' strano,
considerando l'
operazione vasta ed enormemente distruttiva che è stata
condotta là
sei mesi fa, dalle truppe americane. Di chi è la colpa? I
giornalisti
hanno un qualche accesso a Falluja?

HANNAH ALLAM: No. In
realtà,
qualunque iracheno che non sia di Falluja non ha accesso a
Falluja.
Per entrare a Falluja, si viene sottoposti a ogni genere di
prova -
credo scansione della retina e bisogna esibire la carta di
residenza.
Per gli stranieri, in realtà l'unico modo per andare a
Falluja è
muoversi con le forze armate Usa o l'ambasciata Usa per
andare a
vedere qualche progetto di ricostruzione o qualcosa del
genere. Quindi
i giornalisti veramente non si avventurano fuori
Baghdad, ancor meno
in un posto dove c'è ancora molta agitazione e,
sai, rabbia e astio
dopo l'invasione di novembre.

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