del mondo kurdo n22



Del mondo kurdo n. 22 - anno 3

A cura dell'Ufficio d'Informazione del Kurdistan in Italia

Via Quintino Sella 41, 00187 Roma Tel 0642013576 / Fax. 0642013799 /
<mailto:uiki.onlus at tin.it>uiki.onlus at tin.it /
<http://www.kurdistan.it/>www.kurdistan.it

C/C bancario n. 12257 intestato a UIKI-Onlus, Banca Popolare di Milano, ag. 252



 La Turchia inizia a ripensare all'ipotesi di inviare le sue truppe in
Iraq-Di Susan Sachs, da New York Times, 24 ottobre 2003

Baghdad 23 ottobre: combattuta tra le implorazioni dell'amministrazione
Bush per l'invio di truppe, con compiti di peace keeping, ed una eguale e
forte resistenza da parte degli iracheni, la Turchia ha iniziato a tirarsi
indietro dalla sua iniziale disponibilità a schierare migliaia dei suoi
soldati in Iraq.

In un comunicato diffuso due giorni fa i funzionari turchi hanno affermato
di non avere fretta d'inviare i loro soldati nel mezzo di un contesto
incerto, e possibilmente ostile, come quello iracheno, dove tutti i leader
politici, di tutti gli schieramenti hanno appoggiato la popolazione kurda
che si oppone alla presenza delle truppe turche.

L'ambivalenza turca è stata sottolineata, lo scorso martedì 21, dal Primo
Ministro Recep Tayyip Erdogan: "sono stati gli USA a richiederci l'invio di
soldati turchi in Iraq. Noi non abbiamo insistito su questo punto".

Il Presidente BUSH sta provando a convincere un certo numero di nazioni
musulmane ad inviare truppe in Iraq per alleggerire il peso che grava sui
militari statunitensi e cambiare l'immagine dell'occupazione: da quella di
un esclusivo sforzo occidentale a quella di uno impegno multietnico e
multinazionale.

L'unico successo apparente è stato quello con la Turchia, che sta tentando
di ristabilire le relazioni con l'amministrazione Bush dopo il suo rifiuto
di consentire alle truppe USA di utilizzare la Turchia come base per la
guerra in Iraq.

All'inizio di questo mese il Parlamento turco ha dato al governo mano
libera per negoziare il dispiegamento di truppe in Iraq. Da allora, però,
il crescendo delle proteste pubbliche in Turchia e la ferma obiezione dei
leader politici iracheni hanno fatto crescere dubbi sul piano tra i potenti
militari turchi.

A Washington i funzionari dell'amministrazione hanno continuato ad
esprimere fiducia, anche se abbastanza guardinga, che, alla fine, la
Turchia finirà con l'unirsi alle truppe alleate in Iraq.

Il portavoce del Dipartimento di Stato, Adam Ereli, ha detto che
l'amministrazione Usa crede che la Turchia possa giocare un ruolo
importante nella stabilizzazione dell'Iraq e ha aggiunto che Washington ed
Ankara stanno ancora negoziando sul possibile schieramento delle truppe
turche: "Restiamo fiduciosi che un accordo soddisfacente, su questo punto,
potrà essere raggiunto".

Allo stesso tempo i funzionari Usa in Iraq hanno visto crescere la
diffidenza in faccia a tutti i 25 membri del Consiglio di governo dell'Iraq
circa il dispiegamento di truppe turche nel paese.

Paul Bremer, l'amministratore USA dell'Iraq, ha suggerito a Washington di
lasciare agli iracheni e ai turchi il compito di risolvere da soli i loro
problemi. Dan Senor, Consigliere di Bremer, ha affermato che
l'amministratore USA avrebbe raccomandato "come prossimo passo, l'avvio di
un dialogo diretto tra la Turchia e il Consiglio di governo".

La leadership irachena, lenta a prendere tutte le altre decisioni, è stata
capace di unirsi con forza sulla questione dello schieramento delle truppe
turche. Il Gran Consiglio ha accettato di discutere con la Turchia, ma gli
amministratori iracheni hanno chiarito che faranno tutto il possibile per
soddisfare gli USA.

Zebari, Ministro degli esteri ad interim, lo scorso martedì ha detto che il
Consiglio di governo riconosce il desiderio dell'amministrazione Bush di
rafforzare le truppe di occupazione con la presenza di soldati mussulmani
ma altresì affermato che la presenza di truppe turche, o di qualsiasi altro
paese della regione, potrebbe provocare molta più violenza in Iraq a causa
del riaccendersi di antichi odi e sospetti.

 Il nord Iraq, che confina con la Turchia, è regione a maggioranza kurda,
così come il sud est della Turchia. I più importanti gruppi tribali e
politici kurdi dell'Iraq hanno spesso cooperato con la Turchia nel
soffocare le rivolte kurde in Turchia. Ma anche gli iracheni sono
fortemente contrari alla lotta kurda in Turchia per una maggiore autonomia.



 AFP - "La Turchia sull'incapacità USA a riguardo della richiesta di truppe
turche in Iraq". Ankara, 28 ottobre 2003

Il Ministro degli esteri turco Abdullah Gul ha accusato gli Stati Uniti di
essere stati inetti nel trattare la richiesta di truppe turche da inviare
nel vicino Iraq per aiutare le loro forze sul luogo, ha riportato l'agenzia
turca Anadolu.

"Naturalmente c'è stata incapacità. Prima sono venuti, con molto entusiasmo
e ci hanno detto "non perdete tempo" e poi hanno visto che ci sono molte
questioni inerenti, così che essi stessi hanno esitato molto" ha detto Gul
ai giornalisti.

Di fronte alle sempre maggiori perdite nel dopo guerra in Iraq, Washington
ha chiesto aiuto militare ad Ankara, ma poi è sembrato fare un passo in
dietro sull'idea di affrontare l'imbattibile opposizione della leadership
ad interim di Iraq.

Il governo di Ankara, nel frattempo, ha ottenuto, per i suoi piani di
dislocamento delle truppe, l'approvazione parlamentare, suscitando l'ira
dell'opinione pubblica che si oppone profondamente ad estendere l'aiuto
militare per aiutare gli Stati Uniti in Iraq. Il Primo Ministro Recep Tayyp
Erdogan la scorsa settimana aveva detto che Washington ha chiesto una pausa
nelle trattative con Ankara sulla questione del dislocamento in Iraq, ma ha
detto che il piano non è stato ritirato.

"Gli americani non conoscono bene la regione. Non hanno prestato abbastanza
attenzione agli avvisi che gli erano stati presentati.Se gli ufficiali che
attualmente stanno amministrando l'Iraq avessero conosciuto meglio la
regione, oggi le cose andrebbero meglio" ha detto Gul.

Il Parlamento turco il 7 ottobre autorizzò l'invio dei soldati in Iraq, ma
gli ufficiali statunitensi, hanno mancato di assopire le obiezioni che il
Consiglio di governo iracheno avanza nei confronti del piano.

L'organismo istituito dagli USA dice che il coinvolgimento militare dei
paesi confinanti potrebbe interferire con la politica interna e impedire i
già fragili sforzi del paese devastato dalla guerra.

I kurdi di Iraq, che hanno avuto per lungo tempo delle strette relazioni
con Ankara, sono particolarmente ostili e preoccupati che la Turchia,
confinante con la parte nord della loro patria, potrebbe tentare di
ostacolare i loro profitti del dopo guerra.

"Non effettueremo niente finché ci saranno esitazioniŠ qualsiasi cosa che
ci riguarda dovrà essere chiarita, tutti dovranno dire sì" ha detto Gul.
Aggiungendo che sta a Washington persuadere la leadership irachena.

"Riteniamo che possano convincere quelli che loro stessi hanno incaricatoŠ
Gli USA sono l'autorità in Iraq. Quindi sono loro i nostri interlocutori.
Questo non significa che noi non rispettiamo il popolo iracheno. Il
successo del popolo iracheno per noi è molto importante" ha detto Gul.Il
dialogo con gli USA su questo tema continuerà, ha detto il Ministro,
aggiungendo: "non abbiamo alcuna fretta".

Molti politici turchi, compresi alcuni membri del governo, hanno espresso
il proprio sollievo di fronte alla prospettiva che sfumi il piano, a cui si
oppone l'opinione pubblica. Aiutando gli Stati Uniti, il governo è
intenzionato a recuperare quanto perduto nel non aver partecipato alla
guerra e nell'ottenere voce in capitolo nel processo di ricostruzione del
dopo guerra, nel quale teme che i kurdi iracheni possano ottenere influenza
per una futura indipendenza. Una tale prospettiva potrebbe ridare fiato
alla violenza separatista fra i kurdi nel vicino sud-est turco.



Il presidente Sezer: «La questione è chiusa». Scacco per Washington che
dava per scontato l'arrivo dei rinforzi militari di Ankara- Da Liberazione
/  Giancarlo Lannutti 

Iraq, la Turchia non inviera' truppe

Per Bush sull'Iraq le delusioni non finiscono mai: dopo l'esito non proprio
felice della conferenza dei Paesi donatori a Madrid e la ribadita
intenzione di Francia, Germania e Russia di non sborsare un soldo finché la
situazione irachena resta quella che è, ieri è tramontata anche la
possibilità di un intervento di truppe turche per alleviare il peso di una
occupazione (e di una resistenza) che finora è gravato essenzialmente sulle
spalle degli Stati Uniti.

Nelle settimane scorse l'invio di contingenti militari turchi a integrare
le forze della coalizione era dato ormai per scontato, Ankara veniva
annoverata tra quegli alleati o "amici" che si erano dimostrati sensibili
alle richieste di Bush senza stare tanto a cavillare su quale fosse in
effetti il ruolo o la "copertura" delle Nazioni Unite. Ma adesso è venuta
la doccia fredda: il presidente turco Ahmed Necdet Sezer ha detto ieri di
considerare "una questione chiusa" l'eventuale invio di truppe del suo
Paese per partecipare alla stabilizzazione dell'Iraq. Sezer non è sceso in
particolari e non ha dunque fornito dettagli sulle motivazioni della sua
affermazione né sulla giustezza o meno di una partecipazione turca
all'operazione militare in Iraq; ha detto soltanto, in modo un po'
sibillino, che «è molto difficile armonizzare le condizioni necessarie» per
l'invio di truppe.

Evidentemente Ankara aveva chiesto delle contropartite che non ha ottenuto,
o che ha ottenuto in modo ritenuto insufficiente; in ogni caso la sua
decisione rappresenta un autentico rovescio per i progetti americani. Quali
fossero le contropartite che la Turchia potrebbe aver chiesto non è dato
per ora sapere, almeno in forma ufficiale o comunque esplicita. Non è però
difficile immaginarlo, se pensiamo da un lato alle mire turche sulla ricca
regione petrolifera di Mosul (mire che risalgono agli anni immediatamente
successivi alla prima guerra mondiale e allo smembramento dell'Impero
Ottomano) e dall'altro alla decisa ostilità di Ankara verso la nascita di
un qualunque potere autonomo curdo - indipendente o federato che sia - nel
nord dell'Iraq, per i possibili contraccolpi politici e psicologici sulla
"sua" regione curda, tanto più dopo che gli eredi del Pkk hanno
unilateralmente denunciato l'ormai pluriennale cessate il fuoco.

Su questi termini ci sono già stati momenti di contrasto e di tensione con
gli Stati Uniti: ricordiamo in particolare che alla vigilia della guerra
Ankara rifiutò, con un voto di maggioranza del suo parlamento, il passaggio
sul suo territorio alle truppe americane, rendendo con ciò di fatto
impossibile un attacco contemporaneo dal sud e dal nord contro Baghdad;
successivamente, a guerra iniziata, minacciò un intervento diretto e
unilaterale delle sue truppe se i guerriglieri curdi avessero "liberato" da
soli le città del nord Iraq, e in particolare proprio Mosul; e anche per
questo gli americani lanciarono sulla regione curda la Divisione di
paracadutisti partita dalle basi italiane.

Il fatto è che con l'avvento del mondo unipolare, dopo il collasso
dell'Urss, il quadro geostrategico complessivo è cambiato e di conseguenza
si sono modificati, o aggiornati, anche gli interessi di attori regionali
ma comunque importanti come la Turchia. Ankara è oggi in una situazione
contraddittoria: da un lato ci sono la fedeltà, o la solida amicizia, verso
il vecchio alleato, il legame con la Nato e l'aspirazione a un rapido (ma
non facile) ingresso nell'Unione europea, dunque la sottolineatura di una
vocazione per così dire "occidentale"; dall'altro ci sono le suggestioni
dell'eredità ottomana e di un risorgere del sogno "panturanico" degli anni
'20, sia pure in termini aggiornati ma con l'occhio che va comunque dalla
regione del Caucaso all'Asia centrale ex-sovietica; e a "gestire" questa
contraddizione c'è per di più un governo islamico, per quanto di segno
moderato. Se non ha tenuto conto di tutto questo, l'Amministrazione Bush
sta dando la ennesima prova della superficialità e insipienza con cui ha
affrontato l'intero affare iracheno.



I kurdi sono stati infine ascoltati: "La Turchia brucia i nostri villaggi"
da New York Times, 24 ottobre 2003

Uno dopo l'altro, gli abitanti dei villaggi avanzarono nei loro vestiti
sbrindellati, pronunziarono il giuramento nell'aula giudiziaria ed
iniziarono a parlare di crimini primi indicibili. Una delle prime fu Emin
Toprah, una giovane donna kurda la faccia della quale, inaridita,
anticipava la storia che stava per essere raccontata: "Stavo sedendo in
casa con i miei figli, loro vennero e dissero - stiamo per bruciare la tua
casa - e così noi uscimmo". Questo è quello che la signora Toprak disse
alla fila di giudici turchi, vestiti in abiti di seta, seduti dinanzi a lei.

Uno dei giudici disse: "Chi bruciò il tuo villaggio?"  E lei rispose: "Le
forze governative".

Così è successo che, al terzo piano di un aula di un palazzo giudiziario
turco, la scorsa settimana, un pugno di cittadini kurdi ha rotto il
silenzio, prevalso in quel paese, su quello che i gruppi di difesa dei
diritti umani hanno definito uno dei segreti più violenti degli anni '90:
la sistematica campagna delle Forze di sicurezza turche per bruciare i
villaggi dei kurdi sospettati di dare appoggio ai guerriglieri separatisti.

La politica della Turchia nei confronti dei kurdi ha iniziato a diventare
più conciliatoria. Ma la scena svoltasi nell'aula giudiziaria fu un potente
ricordo di quanto la brutta storia influenzava ancora i piani turchi -
inizialmente incoraggiati dall'amministrazione Bush - di dislocare le sue
truppe in Iraq, dove dai quattro ai cinque milioni di kurdi vivono nella
parte settentrionale del paese.

I gruppi di difesa dei diritti umani hanno qui detto che le Forze di
sicurezza turche hanno distrutto circa 4000 villaggi e paesini e disperso
centinaia di migliaia di kurdi. I villaggi furono distrutti durante la
feroce guerra tra il governo turco e i ribelli kurdi, con più di 30000
persone morte.Ma fino ad una settimana fa, secondo le leggi turche, le
pratica della terra bruciata fatta dal governo turco era una materia ancora
troppo delicata per parlarne nella stessa Turchia. Dire che le Forze di
sicurezza dello stato avevano bruciato un villaggio, dicevano, equivaleva
ad una condanna a morte.

Il Presidente dell'Associazione turca per i diritti umani di Diyarbakir,
Selhattin Demirtas, ha riferito che molto spesso i kurdi che denunciavano
la distruzione delle loro case finivano per scomparire, così come, a volte,
i loro stessi avvocati.

Il governatore di Diyarbakir, Nusret Miroglu, ha respinto le accuse: "Non è
vero che le nostre forze di sicurezza bruciano i villaggi - e questa è una
bugia- Noi siamo un paese che rispetta la legge"."E' invece possibile che
siano i terroristi a  bruciare i villaggi" ha aggiunto il governatore
riferendosi ai ribelli kurdi.

Il clima tra i turchi e i kurdi è bruscamente cambiato negli ultimi mesi,
da quando i leader del paese stanno spingendo per entrare nella Unione
europea. Da richieste della UE, il governo turco ha messo in atto delle
misure per espandere i diritti di 14 milioni di krudi, ai quali è sono
stati da anni negate libertà culturali e legali godute dagli altri
cittadini turchi.

Dall'anno scorso il Parlamento turco ha approvato delle leggi che
permettono alle famiglie kurde di dare nomi kurdi ai loro figli, agli
insegnanti kurdi di tenere lezioni in lingua madre e ai mezzi di
informazioni kurdi di trasmettere in kurdo. All'inizio dell'anno il governo
ha eliminato le legge di emergenza che era rimasta nella zona sud est del
paese.

La modifica delle relazioni tra il governo turco e i cittadini kurdi è
stata resa evidente dal fatto che l'udienza ha potuto avere luogo: "quello
che hai detto oggi non si sarebbe potuto dire quattro anni fa. Le persone
avevano troppa paura"- ha detto un avvocato kurdo, Meral Bestas.Ma la
politica turca ancora non è arrivata troppo in là. Nonostante la
testimonianza di oltre 20 persone, ognuna delle quali ha raccontato la
stessa storia, il giudice del caso, Mithat Ozcakmaktasi, ha deciso che ci
sarebbe voluto ancora molto tempo prima di emettere un verdetto.

La  storia raccontata dagli abitanti del villaggio ha avuto inizio il 6
marzo del 1993. Le truppe della gendarmeria di Uzman, truppe paramilitari
attive nella regione, entrarono a Derecik attorno a mezzogiorno e dissero
agli occupanti delle casi di abbandonare le abitazioni.Dopo che gli
abitanti avevano abbandonato i villaggi le truppe, secondo quanto detto dai
testimoni, iniziarono a spargere del fosforo sui tetti di legno e i mobili
delle case.

Omer Fida, coltivatore di frutta di 56 anni, ha detto ai giudici: "L'uomo
della gendarmeria è entrato in casa mia e mi ha detto di uscire". Qualcuno
accese un fiammifero, disse l'uomo, e 28 case furono distrutte dalle
fiamme. Fidan disse di essere riuscito a riunire un po' delle sue pecore
prima che la sua casa sparisse tra le fiamme. Dopo di ché prese sua moglie
e i suoi 10 figli, li caricò su un furgoncino e li condusse verso una nuova
vita a Diyarbakir.

Da molti racconti si conclude che la distruzione dei villaggi era una parte
della strategia turca per privare i ribelli dei loro santuari. Era vero,
disse il signor Fidan, spesso gli abitanti del villaggio di Derecik davano
cibo ai guerriglieri quando questi arrivavano al villaggio.

Due anni fa, una Commissione parlamentare turca ha concluso che sono stati
distrutti più di 3000 villaggi e circa 378000 persone sono state costrette
a fuggire. Ma la commissione non è giunta ad alcuna conclusione sugli
autori delle distruzioni.

Non è ancora facile scoprire i dettagli di quello che successe a Derecik,
situato 50 miglia a nord di Diyarbakir, zona tuttora interdetta ai
forestieri. Un giornalista americano che tentò di recarsi sul luogo due
settimane fa fu bloccato ad un posto di controllo, dove gli fu ordinato di
tornare indietro e fu anche seguito per diverse miglia dagli agenti
dell'intelligence turca.Lungo la strada, numerose macerie della guerra che
una volta imperava. Sulla strada, circa 30 miglia fuori Diyarbakir, si
trovano i resti di quello che una volta è stato un piccolo paese: pile di
vecchi mattoni, pezzi di legno e pochi resti di mobili arrugginiti. Un
cartello stradale ancora annuncia il suo nome: Angul

Una nativa di Angul, Cicek Dagtas, ha detto: "I militari vennero e ci
ordinarono di uscire, e  noi uscimmo, loro tirarono della polvere sulla
casa e improvvisamente la casa prese fuoco".

La signora Dagtas e suo marito, Hussein, sono ora l'intera popolazione di
Angul. Dopo aver vissuto per dieci anni in un appartamento a Diyarbakir
hanno deciso di tornare al villaggio per ricominciare da capo. Sono stati
trovati sul tetto della scuola del villaggio, uno dei due palazzi rimasti
intatti, intenti a ripararlo.

Non molto lontano si trovano i resti del ristorante di Fis, il vero luogo
dove nel 1978, Abdullah Ocalan, il leader del principale movimento
guerrigliero, convocò la sua prima riunione. Il ristorante oggi è chiuso e
le sue pareti sono annerite.È stato solo grazie alla loro perseveranza che
il signor Fidan e tutti gli altri sono stati in grado di raccontare a tutti
la loro storia. Provato dalle sue perdite, Fidan, respingendo gli avvisi
dei suoi amici, ha chiesto un risarcimento. Dopo otto anni non è arrivato
da nessuna parte. Adesso ha deciso di citare il governo.

Il caso, assunto dal Presidente dell'Unione degli avvocati di Diyarbakir e
da altri tre legali, ha portato a delle contro accuse da parte del pubblico
ministero che ha accusato gli avvocati di essersi inventati la storia. Il
PM li ha accusati di abuso di potere, un crimine per la legge turca.

"I villaggi della zona non sono stati distrutti e bruciati dalle forze di
sicurezza", è la sentenza pronunziata dal governo.

 Sezgin Tanrikulu, il Presidente dell'Associazione degli avvocati, ha detto
di non essere stato sorpreso dall'accusa del governo. Arrestato numerose
volte dalle forze di sicurezza, il Dottor Tanrikulu ha pensato di chiamare
a testimoniare il signor Fidan per contestare le accuse del governo.E così,
gli abitanti del villaggio, uno per uno, hanno preso parte al processo.Il
giudice, Ozcakmaktasi, ha detto che è sua intenzione tenere un'altra
udienza il 4 dicembre per prendere una decisione."Sono stato un uomo molto
paziente", ha detto il signor Fidan.



AFP "Il commissario europeo per l'allargamento ha detto che  la Turchia sta
dando "un'immagine confusa". Berlino, 27 ottobre 2003

La Turchia sta ancora dando una "immagine confusa" su come sta adempiendo
alle condizioni di adesione all'Unione europea, ha dichiarato in
un'intervista pubblica il commissario europeo.Guenter Verhuegen ha detto
che i leaders europei non dovrebbero pronunciare dei sì o dei no
incondizionati per l'avviamento del processo di adesione con la Turchia,
quando si incontreranno al più tardi alla fine del prossimo anno per
discutere dell'adesione di Ankara. "E' evidente quali raccomandazioni
faremo il prossimo anno", ha detto Verhuegen al quotidiano tedesco
Frankfurter Allgemeine "ma non accetto che le uniche opzioni siano soltanto
un sì o un no incondizionato. Non ci asterremo da una raccomandazione
scomoda se necessario".

La Commissione dell'Unione europea - l'organismo esecutivo superiore - ha
come scadenza il 5 novembre per la pubblicazione annuale del rapporto sui
progressi della Turchia. Mentre un altro rapporto previsto per il prossimo
anno sarà alla base dell'incontro dei leaders europei che si terrà nel
dicembre 2004 per discutere se avviare o no il processo d'adesione. (Š)
Verheugen ha sollecitato Ankara a non usare i negoziati facendo leva sulla
questione del futuro di Cipro divisa per entrare nell'UE. Allo stesso
tempo, ha detto che la continua presenza dei soldati turchi nella parte di
Cipro amministrata dalla Turchia potrebbe influenzare l'opinione pubblica
negativamente circa l'adesione.



AFP "Attivisti turchi per i diritti umani prosciolti secondo le riforme
verso l'UE"Ankara, 21 ottobre 2003

Un Tribunale per la sicurezza dello stato turco ha prosciolto da accuse
legate al terrorismo 13 persone, la maggior parte dei quali attivisti per i
diritti umani, sulla sica delle riforme legislative intese ad accelerare
l'adesione del paese all'UE, ha dichiarato uno degli avvocati della difesa.
Il procuratore inizialmente aveva chiesto la pena detentiva a 4,5 e 7,5
anni per i difensori dei diritti umani dell'Associazione per i diritti
umani (IHD), un gruppo di dirigenti, sulle basi che le loro dichiarazioni
stampa e proteste  nei confronti di una riforma carceraria erano intese "ad
aiutare e sostenere organizzazioni illegali".Ma il tribunale martedì ha
stabilito che le accuse non costituivano più un crimine, visto che erano
state abolite dalle recente riforma adottata per allineare il paese alle
norme democratiche dell'Unione Europea, ha detto ad AFP l'avvocato Yusuf
Alatas.

Il giudice ha anche accolto la richiesta da parte della difesa di
restituire computer e documenti confiscati dalla polizia durante
l'incursione effettuata nella sede dell'IHD ad Ankara nel 2001, ha detto
ancora Atlas. La IHD si è ritrovata al centro del mirino per il suo ruolo
guida in una campagna contro le cosiddette prigioni di Tipo F, nelle quali
era previsto che i dormitori collettivi da dodici persone sarebbero stati
sostituiti da un sistema a celle, da una o tre persone, riforma introdotta
nel 2000.Centinaia di detenuti appartenenti ai gruppi della sinistra
estrema diedero vita ad uno sciopero della fame per protestare contro le
nuove carceri, che li lasciavano in isolamento sociale e ancora più
vulnerabili nei confronti dei maltrattamenti, sciopero che portò a 66
vittime.



 Il 17 ottobre si è tenuta ad Ankara l'ottava udienza del processo a Leyla
Zana e agli altri tre ex parlamentari del DEP.

 Quest'udienza si è caratterizzata per la gravità estrema della violazione
dei diritti della difesa. Eccone un breve ragguaglio.

In aperture è stato letto il verbale della deposizione di un testimone
dell'accusa, un ex "guardiano del villaggio". Questa deposizione è stata
resa nelle settimane scorse nel carcere di Mardin, dove attualmente il
testimone è detenuto. In questa deposizione egli afferma che Leyla Zana
nell'ottobre del 1991 si trovava in un campo del PKK in Libano. In questo
campo era presente anche lui, in quanto allora militante del PKK. Leyla
Zana prese parte in questo campo a corsi politici ma non militari. Abdullah
Öcalan la invitò a darsi da fare nel contesto della campagna elettorale in
corso per il rinnovo del Parlamento, in modo che fossero eletti in esso
rappresentanti di fatto del PKK stesso. Il testimone infine in questa
deposizione dichiara di non aver mai conosciuto e di non sapere nulla
riguardo agli altri tre imputati.

L'avvocato Yusuf Alatas¸, che presiede il collegio della difesa, è
intervenuto chiedendo che il testimone in questione venga a testimoniare in
aula. Ha rilevato come in precedenti deposizioni il testimone avesse
elencato fatti a carico oltre che di Leyla Zana anche degli altri tre
imputati. Ha dichiarato di avere una lettera del prefetto a quei tempi di
Diyarbakžr che dichiara che nel periodo in cui Leyla Zana sarebbe stata nel
campo del PKK ella era invece attivamente impegnata in manifestazioni e
comizi nel quadro della campagna elettorale del DEP, e ha chiesto alla
Corte di mettere agli atti questa lettera. Ha chiesto alla Corte di
accertare presso il Ministero degli Interni se risulti oppure no dalla
documentazione in suo possesso che Leyla Zana stava in quel periodo facendo
una quantità di iniziative elettorali. Ha chiesto alla Corte di accertare
presso il Ministero degli Esteri se risultasse l'espatrio in quel periodo
di Leyla Zana.  Al termine dell'udienza il Presidente della Corte ha
comunicato che la Corte respingeva tutte quante queste richieste della
difesa. Il processo è aggiornato al 21 di novembre. Di Silvana Barbieri



"La Turchia: scambiamo Zana per il KADEK" -  Eastern Daylight Time, 23
Ottobre 2003

 Il fatto che, nonostante l'insistenza della Turchia, il KADEK non sia
stato inserito nella lista europea delle organizzazioni terroriste sta
creando problemi nelle relazioni tra Ankara e Bruxelles. L'UE, che il 16
settembre scorso ha aggiornato la sua lista, non ha citato il KADEK,
generando le critiche di ANKARA. (Š) I dirigenti turchi che sono in
contatto con la Commissione europea hanno riportato di aver richiamato la
Commissione e il Parlamento europeo con il seguente messaggio "se voi
includete il KADEK nella lista delle organizzazioni terroriste, allora il
corso del processo DEP potrebbe cambiare." Lo stesso dirigente ha
dichiarato che l'opinione pubblica turca mette in dubbio la sincerità
dell'UE sulla questione e le difficoltà guardando con serietà alle reazioni
europee concernenti il caso DEP. Il messaggio è "mettere nella lista delle
organizzazioni terroriste il KADEK affinché la gente possa comprendere che
le vostre reazioni a riguardo del processo al DEP, nel quale Leyla Zana e
gli altri tre ex-parlamentari vengono processati sulla base di aver
sostenuto il PKK, è una questione di principio".Il 16 settembre, nel
rendere nota l'ultima versione della lista, che viene aggiornata ogni sei
mesi, la Commissione europea, cha non vi ha incluso il KADEK, ne ha
spiegato i motivi dichiarando che l'organizzazione non ha lanciato la lotta
armata.