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[Nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 25
- Subject: [Nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 25
- From: Centro di ricerca per la pace Centro di ricerca per la pace <centropacevt at gmail.com>
- Date: Mon, 11 May 2026 06:59:28 +0200
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 25 dell'11 maggio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. E' l'ora del disarmo per la salvezza dell'umanita'
2. Alcune parole per Vito Ferrante
3. Aldo Capitini: Principi dell'addestramento alla nonviolenza
4. Martin Luther King: Sono stato sulla cima della montagna
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. E' L'ORA DEL DISARMO PER LA SALVEZZA DELL'UMANITA'
Mentre tutti i regimi guerrafondai magnificano la potenza dei loro arsenali e dichiarano che i loro paesi produrranno piu' armi e sempre piu' letali, ancor piu' necessaria e' un'insurrezione nonviolenta dei popoli per ottenere il disarmo e cosi' salvare l'umanita' dalla catastrofe in corso, dall'annientamento incombente.
Nel mondo vi sono gia' armi sufficienti a distruggere l'intera umanita' piu' e piu' volte: invece di costruire nuove armi occorre smontare, smantellare, demolire e cosi' rendere innocue quelle gia' esistenti.
La pace, la fine delle uccisioni, e' possibile: e' possibile attraverso il disarmo e la smilitarizzazione.
La pace, la fine delle uccisioni, il disarmo e la smilitarizzazione sono possibili: sono possibili grazie alla nonviolenza.
Occorre scegliere la nonviolenza per liberare e salvare l'umanita' e il mondo vivente.
La nonviolenza e' la politica necessaria per la salvezza dell'umanita' e del mondo vivente.
Nonviolenza o barbarie.
2. AMICIZIE. ALCUNE PAROLE PER VITO FERRANTE
[Ricostruite a memoria il giorno dopo, queste sono all'incirca le parole dette da un suo vecchio amico per commemorare Vito Ferrante il 9 maggio 2026 alla Fattoria di Alice, dopo la benedizione delle spoglie mortali, e prima del risuonare delle note del Silenzio]
Vorrei dire innanzitutto a Ivana, ad Antonella, ad Antonio, a Claudia, a Francesco, a Filippo e a Vania, al fratello Paolo e alla sorella Chiara, a tutti i familiari di Vito, ed insieme a loro anche alle amiche e agli amici dell'Afesopsit, che anche loro sono la famiglia di Vito, vorrei dirvi l'amicizia e l'affetto di tutti noi che siamo qui e di tutti quelli che Vito hanno conosciuto ed amato.
La morte nell'arco di pochi giorni vi ha strappato prima Vittoria e poi Vito, e non so immaginare uno strazio piu' grande.
Il vostro dolore e' anche il nostro dolore.
*
Vito una volta fece un sogno, il sogno di una cosa.
Ma questo sogno ve lo raccontero' alla fine.
*
Un uomo una volta racconto' di una persona che svegliatasi dal sonno si scopri' trasformata in uno scarafaggio: ma naturalmente non era uno scarafaggio, era una persona, solo che gli altri la guardavano e la trattavano come se fosse uno scarafaggio.
Ecco, per tutta la vita Vito ha lottato perche' nessuna persona fosse guardata e trattata come uno scarafaggio, ma ogni persona venisse riconosciuta persona, splendente di verita', di luce e di bellezza. Ogni persona, tutte le persone. E le persone che Vito incontrava, e che qualche volta loro stesse si erano convinte di essere scarafaggi, Vito le baciava - come fanno le principesse coi rospi nelle fiabe - e quelle persone tornavano a riconoscersi esseri umani, persone libere, persone forti, persone belle.
*
Quell'uomo raccontava anche la storia di una persona che non aveva fatto niente di male, eppure le facevano un processo, le volevano togliere la liberta' senza neppure dirgli perche' (e un perche' non c'era), e alla fine veniva uccisa.
Ecco, per tutta la vita Vito ha lottato perche' nessuna persona venisse uccisa, nessuna persona venisse imprigionata, nessuna persona venisse perseguitata; perche' nessun innocente, inerme, fragile (e tutti gli esseri umani sono fragili) subisse violenza. E so che sembra incredibile, ma tante e tante persone ha salvato, lui che non aveva alcun potere, lui che non aveva ne' ricchezze ne' potenza, tante e tante ne ha salvate.
*
E sempre quell'uomo raccontava la storia di un castello inaccessibile, dal quale padroni potentissimi e invisibili dominavano su tutte le terre e su chi ci viveva. E chi in quelle terre viveva non poteva ne' avvicinarsi al castello, ne' disobbedire agli ordini crudeli e incomprensibili degli invisibili inaccessibili padroni.
Ecco, Vito ha lottato per tutta la vita per far crollare le mura di quel castello malvagio e per rovesciare quei sovrani invisibili e crudeli; ha lottato per tutta la vita in difesa della vita, della dignita' e dei diritti di tutti gli esseri umani. Questa lotta per la liberazione di tutte e tutti Vito e io la chiamavamo con un nome preciso (tante volte tradito e sfigurato): comunismo, mettere in comune tutto il bene e tutti i beni, abbattere tutti i poteri oppressivi, abolire tutte le carceri e le schiavitu', realizzare giustizia e liberta', misericordia e condivisione, da ciascuna persona secondo le sue capacita' e a ciascuna persona secondo i suoi bisogni.
*
Vi e' nel mondo una tragica realta': la sofferenza, il dolore, la paura, la solitudine, il male; gli antichi lo chiamavano "mysterium iniquitatis", il mistero dell'iniquita', il mistero dell'ingiustizia: perche' l'ingiustizia e' un mistero, dal momento che ogni persona ragionevole preferirebbe la giustizia. E invece c'e' l'ingiustizia, il male, la solitudine, la paura, il dolore, la sofferenza.
In una vecchia storia questo mysterium iniquitatis, questa presenza del male, ha un simbolo possente e tremendo: una balena bianca.
E un uomo forte e rabbioso decide di affrontarla e ucciderla, e ne va alla caccia con altri uomini forti. Ma nonostante tutta la sua forza e tutta la sua rabbia, la balena lo uccide, ed uccide tutti gli altri uomini che erano con lui, e si salva solo uno per poterlo raccontare.
Ecco, Vito sapeva che nella lotta contro il male la prima cosa che devi fare e' evitare di fare altro male, e' evitare di far soffrire e morire altre persone oltre le tante che gia' soffrono tanto e le tante che sono gia' morte.
Cosa fare, allora? Come combattere il male senza accrescerlo?
C'e' una parola per questo: questa parola e' nonviolenza, che e' la lotta la piu' nitida e intransigente, la piu' concreta e coerente contro tutte le violenze e le oppressioni, ovvero la lotta contro il male che non fa altro male ma fa solo il bene e che cosi', facendo il bene, affronta e sconfigge il male. Per tutta la vita Vito e' stato un esempio della nonviolenza in azione, della nonviolenza in cammino.
*
Il mondo in cui viviamo, quest'unico mondo che abbiamo, quest'unico mondo vivente, e' colmo di dolore.
Un uomo antico, di cui non sappiamo neppure il nome, che e' ricordato solo con la definizione di quello che sta facendo: "la persona che parla nell'assemblea" (in ebraico: Qoelet), diceva che tutto e' inutile, che tutto e' vanita', che tutto e' niente. Ma quell'uomo antico diceva anche che e' meglio essere in due che uno solo, perche' la persona sola che cade lungo la strada non ha nessuno che la aiuti a rialzarsi, se invece c'e' qualcun altro, una compagna o un compagno vicino a te, ti aiuta a rialzarti, ti aiuta a continuare insieme il cammino.
Ecco, Vito e' stato quel compagno (compagno e' un'antica parola che significa la persona che condivide il suo pane con te), quel compagno che ti aiuta a rialzarti; e' stato questo per tante persone che oggi qui lo ricordano con amore inestinguibile.
*
Era un uomo che aiutava tutti e sembrava che avesse energie infinite. Invece anche le persone buone faticano e soffrono, sono assalite dai dubbi e dagli scrupoli, sperimentano le perdite, i limiti, gli errori e i fallimenti, subiscono gli scacchi; e molto spesso solo poche persone di quelle che che gli stanno vicino se ne accorgono e gli dicono una parola buona, gli prestano il loro ascolto che e' il primo aiuto. Per questo una persona buona una sera disse alle persone che lo ascoltavano che quando sarebbero tornate a casa si ricordassero di accarezzare le persone che amavano, e cosi' ricordatevene anche voi.
Anche le persone buone soffrono. Come quel Giobbe che subisce ogni sofferenza, eppure resiste, con una infinita pazienza, con una infinita fiducia, perche' sa che tutto gli puo' essere tolto ma non la sua verita', non la sua bonta'.
Ecco, le tante sofferenze che Vito ha subito, e per ultima la perdita dell'amatissima figlia Vittoria, non gli hanno mai tolto la sua bonta'.
*
Se io dovessi dire in una sola parola chi era Vito, dovrei prima raccontarvi una storia, una vecchia storia che si ripete ogni giorno.
Un uomo andava per strada tra Gerusalemme e Gerico quando fu aggredito dai briganti, che gli rubarono tutto, lo pestarono a sangue, e lo lasciarono per terra piu' morto che vivo. Passo' una persona di quelle che sanno tutto e a tutti fanno la predica, vide per terra quell'uomo massacrato, si guardo' intorno, vide che non c'era nessuno, e tiro' via; passo' poi uno di quelli che contano, di quelli importanti, che stanno nelle istituzioni, che di mestiere si occupano delle decisioni politiche, della sanita', dei servizi sociali: anche lui vide per terra quell'uomo massacrato, si guardo' intorno, vide che non c'era nessuno, e tiro' via anche lui. E quell'uomo massacrato era li' per terra e stava per morire. Poi arrivo' Vito.
Poi arrivo' Vito, si fermo', lo medico', se lo carico' sulle spalle, lo porto' in salvo; gli salvo' la vita.
Ecco chi era Vito: Vito era quel buon samaritano che aiuta chiunque ha bisogno di aiuto, senza chiedergli niente in cambio e anzi dandogli tutto: lo aiuta perche' e' giusto aiutare chi ha bisogno di aiuto. Questo era Vito, uno che salvava le vite, e tante persone che sono oggi qui possono testimoniarlo.
*
Dovrei dirvi adesso anche di cosa abbiano significato per noi, per Vito e per me, nel nostro dialogo che e' durato piu' di quarant'anni e che adesso la sua morte interrompe per sempre, dovrei dirvi cosa hanno significato per noi Franco Basaglia, Primo Levi, Nelson Mandela, Alfio Pannega (e un anno fa Vito ha scritto una poesia bellissima dedicata ad Alfio), Teresa Blasi, Marco Scipioni, le donne di Erinna, le compagne e i compagni del centro sociale occupato autogestito Valle Faul, le amiche e gli amici dell'Afesopsit, ma credo che basti aver detto i loro nomi, e magari un'altra volta potremo parlarne a lungo.
*
Ancora una cosa mi preme dire, e poi vi dico di quel sogno di cui dicevo all'inizio.
C'e' una parola che mi ha sempre affascinato e turbato, la parola "persona"; e' una parola latina che significa sia la pienezza di dignita' e virtu' di ogni essere umano, ma significa anche la maschera che nasconde il volto, e significa anche "nessuno".
Ed ogni persona si ricorda e si riconosce in quell'Ulisse che dice a Polifemo, il gigantesco mangiatore di uomini che gli chiede come si chiami, che il suo nome e' Nessuno. E sottile e' il confine tra essere qualcuno ed essere nessuno, e puo' bastare un soffio per precipitare nell'abisso, ma anche di questo parleremo un'altra volta.
Ebbene, in Portogallo vi e' stata una persona che di cognome faceva proprio "persona", che in portoghese si dice Pessoa. Fernando Pessoa si chiamava, ed era un poeta (poeta e' un'antica parola di origine greca, "poietes", che significa la persona che fa le cose, che le sa fare e quindi le fa, e Vito era una persona che sapeva fare tutto e tutto faceva, ognuno di noi lo sa bene). Ha scritto una poesia, Fernando Pessoa, che so a memoria e che vorrei tradurvi dal portoghese un po' alla buona, un po' troppo alla buona. Dice cosi':
Il poeta e' uno che finge, che fa finta
Fa finta cosi' bene, cosi' completamente
che arriva a far finta che sia dolore
il dolore che davvero sente.
E quelli che leggono quello che ha scritto
nel dolore letto sentono bene
non i due dolori, quello vero e quello finto, che il poeta ha sentito
ma solo quello che loro non hanno
(perche' loro hanno un altro dolore, il loro dolore, il loro doppio dolore).
E cosi' va girando in tondo
illudendo la ragione
questo trenino a molla
che chiamiamo cuore.
Che grande cuore ha avuto Vito, che grande poeta e' stato, che grande amico e compagno ci ha lasciato.
*
Ecco, detto tutto questo adesso vorrei dirvi quel sogno di Vito.
Sogno' di essere l'umanita' come dovrebbe essere: un'umanita' capace di fare la cosa giusta, di prendersi cura di ogni persona senza abbandonarne nessuna, affinche' tutte le persone potessero vivere libere e per quanto possibile felici, di quella sobria felicita' che e' un'aspirazione e un diritto di tutti gli esseri umani.
Sogno' di essere una persona buona e giusta, una di quelle trenta persone che un'antica storia dice che senza saperlo tengono insieme il mondo, e se una di loro mancasse allora il mondo si disgregherebbe. ed e' per questo che devi essere tu a prendere il posto di Vito, devi essere tu a fare quello che faceva Vito, adesso che Vito non c'e' piu'.
Fece questo sogno Vito, di essere l'umanita' come dovrebbe essere.
Ed e' certo un grande mistero, ma anche un'evidente verita', che ci riusci'. Riusci' ad essere l'umanita' come dovrebbe essere.
Per questo ne sentiamo la perdita cosi' profondamente.
Per questo gli siamo grati cosi' infinitamente.
Per questo ci lascia un esempio e un appello cosi' forti.
Che noi tutti si possa essere degni, si sappia essere capaci, di continuare la sua lotta.
* * *
Allegato: Una minima notizia su Vito Ferrante
Vito Ferrante, persona di straordinario rigore morale e di sconfinata generosita', e' stato il presidente e l'anima dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (Afesopsit), una fondamentale esperienza di solidarieta', di partecipazione, di democrazia, di difesa nitida e intransigente dei diritti umani. Gia' consigliere comunale di Viterbo, apprezzatissimo scultore, Vito Ferrante e' stato una delle personalita' piu' stimate nell'ambito del volontariato e dell'impegno sociale e civile, promotore di innumerevoli iniziative di solidarieta' concreta, diuturnamente impegnato nel recare aiuto a chi piu' ne ha bisogno; e' stato a Viterbo un luminoso punto di riferimento per la societa' civile, per le esperienze di solidarieta' e di liberazione, per i movimenti democratici, per i servizi pubblici impegnati nell'assistenza rispettosa e promotrice della dignita' e dei diritti umani.
3. MAESTRI. ALDO CAPITINI: PRINCIPI DELL'ADDESTRAMENTO ALLA NONVIOLENZA
[Riproponiamo ancora una volta il testo del capitolo ottavo, "Principi dell'addestramento alla nonviolenza", del libro di Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Libreria Feltrinelli, Milano s. d. (ma 1967). Successivamente il libro e' stato ristampato nel 1989 da Linea d'ombra edizioni, Milano (con minimi tagli nella nota bibliografica). E' stato poi integralmente incluso in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992 (alle pp. 253-347)]
Una parte del metodo nonviolento, tra la teoria e la pratica, spetta all'addestramento alla nonviolenza. Le ragioni principali per cui e' necessaria questa parte sono queste:
a) l'attuazione della nonviolenza non e' di una macchina, ma di un individuo, che e' un insieme fisico, psichico e spirituale;
b) la lotta nonviolenta e' senza armi, quindi c'e' maggior rilievo per i modi usati, per le qualita' del carattere che si mostra;
c) una campagna nonviolenta e' di solito lunga, e percio' e' utile un addestramento a reggerla, a non cedere nemmeno per un istante;
d) la lotta nonviolenta porta spesso sofferenze e sacrifici; bisogna gia sapere che cosa sono, bisogna che il subconscio non se li trovi addosso improvvisamente con tutto il loro peso;
e) le campagne nonviolente sono spesso condotte da pochi, pochissimi, talora una persona soltanto; bisogna che uno si sia addestrato a sentirsi in minoranza, e talora addirittura solo, e perfino staccato dalla famiglia.
I maestri di nonviolenza si sono trovati davanti al problema dell'addestramento, sia per riprodurre nel combattente nonviolento le qualita' fondamentali del "soldato", sia per trarre dal principio della nonviolenza cio' che essa ha di specifico. Si sa che le qualita' del guerriero sono formate e addestrate fin dai tempi della preistoria e si ritrovano perfino al livello della vita animale. Le qualita' del nonviolento hanno avuto una formazione piu' incerta, meno consistente ed energica, per la stessa ragione che la strategia della pace e' meno sviluppata della strategia della guerra. Ma, prima che Gandhi occupasse il campo della nonviolenza con il suo insegnamento, il piu' preciso e articolato che mai fosse avvenuto, indubbiamente ci sono stati addestramenti alla nonviolenza, contrapposti a quelli violenti; esempi di monaci buddisti, i primi cristiani, i francescani, che hanno lasciato indicazioni preziose in questo campo, che qui non e' possibile elencare. Ma basti pensare all'armonia della posizione di Gesu' Cristo espressa in quella raccolta di passi che e' detta "il discorso della montagna", dove e' il suscitamento di energia per resistere, per incassare i colpi, ricordando il "servo di Dio" come era stato espresso da Isaia (cap. LIII): "Maltrattato, tutto sopportava umilmente"; l'enunciazione del rapporto con le cose, del valore della prassi, ma anche l'elemento contemplativo, come un mondo migliore gia' dato in vista all'immaginazione nelle beatitudini, messe giustamente in principio perche' sono l'elemento piu' efficace nell'addestramento, anche piu' della preghiera.
Gli Esercizi spirituali di Sant'Ignazio, il fondatore della Compagnia dei Gesuiti, sono un testo famoso di addestramento spirituale, e il loro esame puo' essere utile per vedere il carattere di quell'addestramento incentrato sulla persona di Gesu' Cristo, sull'istituzione della Chiesa romana, sull'obbedienza assoluta come se si fosse cadaveri: tali caratteri vanno posti insieme con quelli dell'addestramento militare, che e' chiuso nell'immedesimazione con un Capo o Sovrano, nella difesa di un'istituzione che e' lo Stato, nell'obbedienza che e' rinuncia a scelte e ad iniziative; "chiuso", perche' il metodo nonviolento non discende da un Capo, ma e' aperto a immedesimarsi con tutte le persone, a cominciare dalle circostanti: non fa differenza tra compagni e non compagni, perche' e' aperto anche agli avversari che considera uniti nella comune realta' di tutti; ne' puo' fare dell'obbedienza un principio di assoluto rilievo, perche' l'addestramento nonviolento tende a formare abitudini di consenso e di cooperazione, riducendo l'obbedienza a periodi non lunghi per i quali essa venga concordata, per condurre un'azione particolare.
I piu' grandi valori spirituali escono da una concezione aperta, non chiusa; essi sono per tutti, non per un numero chiuso di persone. Cosi e' per es. la musica; essa parla come da un centro, ma il suo raggio e' infinito, oltre il cerchio di coloro che in quel momento sono presenti: ci sono altri che l'ascoltano per radio e altri, infinitamente, che potranno ascoltarla. Cosi' e' l'azione nonviolenta: essa e' compiuta da un centro, che puo' essere di una persona o di un gruppo di persone; ma essa e' presentata e offerta affettuosamente al servizio di tutti: essa e' un contributo e un'aggiunta alla vita di tutti. Questo animo e' fondamentale nell'addestramento alla nonviolenza: sentirsi centro rende modesti e pazienti, toglie la febbre di voler vedere subito i risultati, toglie la sfiducia che l'azione non significhi nulla. Anche se non si vede tutto, l'azione nonviolenta e' come un sasso che cade nell'acqua e causa onde che vanno lontano. Questo animo di operare da un centro genera a poco a poco il sentimento della realta' di tutti., dell'unita' che c'e' tra tutti gli esseri, un sentimento molto importante per la nonviolenza, che e' incremento continuo del rapporto con tutti.
*
Elementi storici, ideologici, psicologici dell'addestramento
Entriamo ora nell'esame dei vari elementi che compongono l'addestramento. E vediamo come primi due elementi storici, uno particolare ed uno generale:
a) nella situazione storica in cui si vive bisogna accertare cio' contro cui si deve lottare nonviolentemente: un'oppressione, uno sfruttamento, un'ingiustizia, un'invasione ecc.; questo accertamento e' uno stimolo per raccogliere le energie e per indurre ad un attento esame della concreta situazione;
b) l'elemento storico generale e' la persuasione del posto che oggi ha la nonviolenza nella storia dell'umanita': se si tiene presente il quadro generale attuale si vede che ai grandi Stati-Imperi politico-militari che si stanno formando, bisogna contrapporre, come al tempo dei primi cristiani, un agire assolutamente diverso, una valutazione dell'individuo, una fede che congiunge persone diverse e lontane. Sentire che questo e' il momento per l'apparizione e il collegamento del mondo nonviolento fa capire che oggi non valgono piu' le vecchie ideologie che assolutizzavano la patria: oggi la patria suprema e' la realta' di tutti, da cui viene il rifiuto di divinizzare gli Stati e i loro Capi, di bruciare il granello d'incenso in loro onore.
Anche gli elementi ideologici sono essenziali nell'addestramento:
a) lo studio delle teorie della nonviolenza, la lettura dei grandi episodi e delle grandi campagne, l'escogitazione di casi in cui uno potrebbe trovarsi per risolverli con la nonviolenza; l'informazione su cio' che e' stato finora fatto con il metodo nonviolento e le frequenti discussioni con gruppi nonviolenti e anche con estranei alla nonviolenza, per ricevere obbiezioni, critiche, disprezzo o ridicolo;
b) il mutamento della considerazione abituale della vita come amministrazione tranquilla del benessere: il sapere bene che in questa societa' sbagliata i nonviolenti sono in un contrasto, che la loro vita sara' scomoda, che e' normale per loro ricevere colpi, essere trattati male, veder distrutti oggetti propri.
Da questi due elementi ideologici conseguono due tipi di esercizi:
1. il primo e' la meditazione (che puo' essere fatta dalla persona singola o dal gruppo nonviolento in circolo silenzioso) di qualche evento culminante delle passate affermazioni della nonviolenza. Esempi: Gesu' Cristo al momento dell'arresto, quando riaffermo' chiaramente la sua differenza dal metodo della rivolta armata; la marcia del sale effettuata da Gandhi; la visita di San Francesco al Sultano per superare le crociate sanguinose; l'angoscia dell'aviatore di Hiroshima;
2. il secondo e' la scuola di nonviolenza istituita appositamente (come hanno fatto i negri d'America) per abituarsi a ricevere odio, offese, ingiurie, colpi (esempi: parolacce, percosse, oggetti lanciati; essere arrestato, legato).
Vediamo ora alcuni elementi psicologici:
a) il nonviolento e' convinto che la cosa principale non e' vincere gli altri, ma comportarsi secondo nonviolenza; nelle dispute il nonviolento non vuota tutto il sacco delle critiche, delle accuse, degli argomenti a proprio vantaggio, e lascia sempre qualche cosa di non detto, come un silenzioso regalo all'avversario; naturalmente evita le ingiurie, quelle che si imprimono per sempre come fuoco nell'animo dell'avversario, e che pare aspettassero il momento adatto per esser dette. Il nonviolento pensa che l'avversario e' un compagno di viaggio; e puo' avere fermezza e chiarezza, senza amareggiarlo;
b) il nonviolento e' convinto che non e' la fretta a vincere, ma la tenacia, l'ostinazione lunga, come la goccia che scava la pietra, come la cultura che cresce a poco a poco, come il corallo (il paragone e' del Gregg) si forma lentamente ed e' durissimo. La pressione nonviolenta e' lenta e instancabile: e' difficile che se e' cosi, non riesca. Perde chi cede, chi si stanca, chi ha paura;
c) il persuaso della nonviolenza, formandosi, viene collocando la nonviolenza al contro delle passioni, degli altri affetti, dei sentimenti; cioe' non e' necessario che egli faccia il vuoto nel mondo dei suoi sentimenti, perche' il vuoto potrebbe inaridire la stessa nonviolenza; ma egli stabilisce, con un lungo esercizio di scelte e di freni, la prospettiva che mette al centro lo sviluppo della nonviolenza, e tutto il resto ai lati;
d) l'interno ordine psicologico puo' essere aiutato dalla persuasione che la nonviolenza conta su una forza diversa da quella dei meccanismi naturali (la scienza non dice di aver esaurito l'elenco delle forze che agiscono sulla realta'): questa forza diversa puo' essere chiamata lo Spirito, puo' essere personificata in Dio, e la preghiera e' uno dei modi per stabilire e rafforzare il proprio ordine interno;
e) un altro elemento di forza interiore e' quello conseguito con decisione come voti, rinunce, digiuni: sono eventi importanti che influiscono sulla psiche, le danno il senso di una tensione elevata, la preparano a situazioni di impegno.
Da questi elementi psicologici conseguono importanti modi di comportamento:
1. la costante gentilezza e pronta lealta' verso tutti; la gentilezza e' un'espressione della vita nonviolenta, come una volta l'eremitismo era una posizione della vita religiosa; gentilezza vuol dire anche tono generalmente calmo e chiaro della voce;
2. la cura della pulizia personale, degli abiti, delle cose circostanti; essa suscita rispetto verso se stessi e rispetto negli altri verso il nonviolento, mentre e' facile destare violenza contro chi e' sporco, puzza, non si lava ed e' trascurato nel vestito e nelle sue cose;
3. un buon umore e spesso lo humor (dice giustamente il Gregg che corrisponde alla "umilta'" raccomandata un tempo). Insomma il nonviolento lascia ridere gli altri su di se', e si associa spesso a loro;
4. l'attenzione a mantenersi in buona salute e capaci di resistere agli sforzi, mediante la sobrieta', regole igieniche, cure, e' utile al nonviolento per possedere una riserva di energia per affrontare prove straordinarie.
*
Gli elementi sociali
Gli elementi sociali hanno importanza preminente nell'addestramento. Vediamone alcuni:
a) Una prova di apertura sociale e' la nonmenzogna. E' noto quanta importanza abbia la veracita' nei voti gandhiani, nei voti francescani. San Francesco una volta accetto' che fosse messo un pezzo di pelliccia all'interno della tonaca dove questa urtava sulla sua piaga, purche' un identico pezzo di pelliccia fosse messo all'esterno, nella parte corrispondente. La nonmenzogna rende gli altri potenzialmente presenti alla propria vita, stabilisce che cio' che uno pensa, e' potenzialmente di tutti.
b) Un addestramento di alta qualita' sociale e' l'unirsi con altri per costituire assemblee periodiche per la discussione dei problemi locali e generali, per esercitare il controllo dal basso su tutte le amministrazioni pubbliche. I nonviolenti sono i primi animatori di questa attivita' aperta che comprende tutti, e fa bene a tutti, e che si realizza con la regola del dialogo di "ascoltare e parlare".
c) Un'attivita' particolare esercitano i nonviolenti per diffondere tra tutti la lotta contro la guerra, la sua preparazione e la sua esecuzione.
d) I nonviolenti impiantano un'attivita' continua di aiuto sociale nel mondo circostante, sia associandosi nei Pronti Soccorsi, sia realizzando iniziative di visite ai carcerati, di aiuto agli ex-carcerati, di visitare malati, di educazione e ricreazione dei fanciulli, di educazione degli adulti, di cura dei vecchi, di aiuto alla salute pubblica, di amicizia con i miseri. I nonviolenti fanno le loro campagne nonviolente, movendo da una normale attivita' di servizio sociale precedente alla campagna e tornando ad essa, appena finita la campagna con successo o no: e' anche un modo per ritemprare le forze, per non incassare inerti una sconfitta.
e) Il Gregg ha molto insistito, anche in un saggio speciale, sull'importanza del lavoro manuale nell'addestramento alla nonviolenza perche' crea un senso di fratellanza nel fare qualche cosa con gli altri ben visibilmente, e abitua alla disciplina, a sottomettersi pazientemente ad uno scopo.
f) Un altro elemento sociale e' il cantare insieme, fare balli popolari, passeggiate ed esecuzioni e sport collettivi, mangiare insieme.
g) Qualcuno suggerisce anche di sostituire a quello che e' l'orgoglio dei soldati per le glorie del loro "reggimento", l'affermazione di cio' che il gruppo nonviolento ha fatto. Ma fondamentale e' far comprendere che le azioni nonviolente sono per tutti, e, non soltanto per il centro che le promuove.
h) Affiancata all'addestramento nella nonviolenza, e' la conoscenza di leggi, per il caso dell'urto con la polizia o lo Stato, con arresti, processi, prigionia.
L'addestramento e' necessario per dare una solida preparazione alle situazioni. I nonviolenti debbono avere una serie di abitudini consolidate e possedere una serie di previsioni di probabili conseguenze delle loro azioni nonviolente. Il Gregg cita l'utilita' dell'imparare a nuotare come segno dei passaggio al possesso di un'abitudine, della paura iniziale e dell'aiuto venuto anche da altri nell'addestramento. Chi ha provato che cosa sia la prigione per un notevole periodo, sa quanto sarebbe utile prepararsi a. sdrammatizzare l'avvenimento nel proprio animo, visitando le prigioni, aiutando gli ex-carcerati ecc. Anche la nonviolenza e' certamente danneggiata dagli improvvisatori, da coloro che pretendono di creare tutto sul momento; che sono quelli che si stancano prima. E la nonviolenza, se per un quarto e' amorevolezza, e per un altro quarto e' conoscenza, per due quarti e' coraggiosa pazienza.
E' stato detto giustamente che gli iniziatori del metodo scientifico non potevano prevedere quali risultati esso avrebbe dato; e cosi' sara' del metodo nonviolento.
4. MAESTRI. MARTIN LUTHER KING: SONO STATO SULLA CIMA DELLA MONTAGNA
[Nuovamente riproduciamo il seguente testo e nuovamente ringraziamo l'indimenticabile amico Fulvio Cesare Manara. Il testo seguente e' quello dell'intervento tenuto nel tempio del vescovo Charles J. Mason, a Memphis, Tennessee, il 3 aprile 1968; Martin Luther King fu assassinato il giorno dopo]
E sapete, se mi trovassi al principio dei tempi, e avessi la possibilita' di godere della visione generale e panoramica di tutta la storia umana fino a oggi, e l'Onnipotente mi dicesse: "Martin Luther King, in quale epoca ti piacerebbe vivere?", io con la mente volerei sull'Egitto, e guarderei i figli di Dio compiere il loro meraviglioso tragitto dalle buie carceri dell'Egitto attraverso il Mar Rosso, nel deserto, e avanti verso la terra promessa. E nonostante la magnificenza della visione, non mi fermerei.
Proseguirei verso la Grecia, e con la mente mi rivolgerei al monte Olimpo. E vedrei Platone, Aristotele, Socrate, Euripide e Aristofane riuniti intorno al Partenone, e li guarderei passeggiare mentre dibattono gli eterni e grandi problemi della realta'. Ma non mi fermerei.
Andrei ancora avanti, fino all'epoca della massima fioritura dell'impero romano, e vedrei come si svolgono gli eventi, da un imperatore all'altro, da un condottiero all'altro. Ma non mi fermerei.
Passerei all'epoca del Rinascimento, per avere un rapido quadro di cio' che quel periodo ha fatto per la vita culturale ed estetica dell'uomo. Ma non mi fermerei.
Vorrei anche percorrere i luoghi dove ha vissuto l'uomo di cui porto il nome, e osserverei Martin Lutero affiggere le sue novantacinque tesi sul portale del duomo di Wittenberg. Ma non mi fermerei.
Poi arriverei al 1863, vedrei un presidente titubante di nome Abraham Lincoln arrivare finalmente alla conclusione di dover firmare il Proclama dell'emancipazione. Ma non mi fermerei.
Tornerei ai primi anni Trenta, e vedrei un uomo lottare per risolvere i problemi provocati dallo stato di bancarotta della nazione, e uscirsene con una eloquente esclamazione: "Non abbiamo da temere nient'altro che la nostra stessa paura". Ma non mi fermerei.
Cosa strana, mi rivolgerei all'Onnipotente e gli direi: "Se mi permetterai soltanto di vivere qualche anno nella seconda meta' del Ventesimo secolo, saro' contento".
*
Ebbene, e' un'affermazione strana, questa, perche' il mondo e' tutto sottosopra. Il paese e' malato; la terra e' in pena, c'e' grande confusione. E' un'affermazione strana. Ma in qualche modo io so che le stelle si possono vedere soltanto se e' abbastanza buio. E in questo periodo del XX secolo io vedo l'azione di Dio. Nel nostro mondo accade qualcosa; le masse si stanno sollevando; e oggi, dovunque si radunino, che sia a Johannesburg in Sudafrica; a Nairobi in Kenya; ad Accra nel Ghana; a New York; ad Atlanta in Georgia; a Jackson nel Mississippi; o a Memphis nel Tennessee, il grido e' sempre uguale: "Vogliamo essere liberi".
E c'e' un'altra ragione per cui sono contento di vivere nel nostro tempo: siamo stati costretti ad arrivare a un punto in cui dovremo affrontare i problemi che gli uomini hanno cercato di risolvere lungo tutta la storia. La sopravvivenza esige che li affrontiamo. Da anni ormai gli uomini parlano di guerra e di pace; ma ormai non possono piu' limitarsi a parlarne. A questo mondo non e' piu' questione di scegliere tra violenza e nonviolenza; si tratta di scegliere: o nonviolenza o nonesistenza. Ecco a che punto siamo oggi.
E anche nella rivoluzione dei diritti umani, se non si fa qualcosa, e in fretta, per far uscire i popoli di colore del mondo dai loro lunghi anni di poverta', dai lunghi anni in cui sono stati feriti e messi da parte, il mondo intero e' destinato alla rovina. Ebbene, io sono proprio contento che Dio mi abbia concesso di vivere in quest'epoca, di vedere lo svolgersi degli eventi. E sono contento che mi abbia concesso di essere qui a Memphis.
*
Ricordo, ricordo bene quando i neri si limitavano ad andare in giro, come ha detto tante volte Ralph, grattandosi dove non prudeva e ridendo quando nessuno faceva loro il solletico. Ma quei tempi sono finiti. Adesso facciamo sul serio, e siamo determinati a ottenere il posto che ci spetta di diritto nel mondo che Dio ha creato. E proprio qui sta il punto. Non abbiamo intrapreso una campagna di protesta negativa, non abbiamo intrapreso discussioni negative con nessuno; diciamo che siamo determinati a essere uomini; siamo determinati a essere popolo. Diciamo che siamo figli di Dio. E se siamo figli di Dio, non dobbiamo vivere come siamo costretti a vivere.
E dunque, che cosa significa tutto questo nella grande epoca storica che stiamo vivendo? Significa che dobbiamo restare uniti. Dobbiamo restare uniti e conservare l'unita'. Sapete, ogni volta che il faraone voleva prolungare il tempo della schiavitu' in Egitto, per riuscirci ricorreva al suo espediente prediletto. Quale era? Faceva in modo che gli schiavi combattessero fra loro. Ma ogni volta che gli schiavi sono uniti, nella corte del faraone succede qualcosa, e lui non riesce piu' a tenere schiavi gli schiavi. Quando gli schiavi si mettono insieme, comincia l'uscita dalla schiavitu'. Allora, conserviamo l'unita'.
Non permetteremo ai manganelli di fermarci. Nel nostro movimento nonviolento siamo maestri nel disarmare le forze di polizia; loro non sanno piu' che cosa fare. L'ho visto succedere tante volte. Mi ricordo a Birmingham, in Alabama, durante quella magnifica lotta, quando tutti i giorni partivamo dalla chiesa battista della sedicesima strada. Uscivamo dalla chiesa a centinaia, e Bull Connor ordinava di sguinzagliare i cani, e i cani arrivavano. Ma noi andavamo incontro ai cani cantando: "Non permettero' a nessuno di farmi tornare indietro". Poi Bull Connor diceva: "Aprite gli idranti". E, come vi dicevo l'altra sera, Bull Connor non conosceva la storia. Conosceva una specie di fisica che non so perche' non aveva nessun rapporto con la metafisica che conoscevamo noi. Si trattava del fatto che esiste un genere di fuoco che nessun'acqua riesce a spegnere. E noi andavamo incontro agli idranti. Noi conoscevamo l'acqua. Se eravamo battisti, o appartenevamo a qualche altra confessione cristiana, eravamo stati battezzati per immersione. Se eravamo metodisti, o di qualche altra confessione, eravamo stati spruzzati: ma in ogni modo, conoscevamo l'acqua. Non poteva fermarci.
Cosi', continuavamo a camminare incontro ai cani, e li guardavamo; e andavamo avanti, incontro agli idranti, e li guardavamo. E non facevamo altro che continuare a cantare: "Sopra la mia testa, nell'aria, vedo la liberta'".
E poi ci prendevano e ci mettevano nei cellulari, e a volte ci stavamo pigiati come sardine. E ci buttavano dentro, e il vecchio Bull diceva: "Portateli via". Loro lo facevano, e noi salivamo nel cellulare cantando "We Shall Overcome". E di tanto in tanto finivamo in prigione, e vedevamo i carcerieri guardare attraverso gli spioncini e commuoversi per le nostre preghiere e per le nostre parole e le nostre canzoni. C'era un potere in questo, al quale Bull Connor non riusciva ad abituarsi, e cosi' abbiamo finito col trasformare Bull [toro] in un vitello, e abbiamo vinto la nostra lotta di Birmingham.
Dobbiamo dedicarci a questa lotta fino alla fine. Non ci sarebbe tragedia peggiore che fermarsi a questo punto, a Memphis. Dobbiamo andare fino in fondo. Quando faremo la nostra marcia, dovete partecipare. Anche se vuol dire lasciare il lavoro, anche se vuol dire lasciare la scuola, venite lo stesso. Forse voi non siete in sciopero, ma o andremo su' insieme, o finiremo giu' insieme. Cerchiamo di sviluppare una specie pericolosa di altruismo.
*
Un giorno un uomo ando' a trovare Gesu', perche' voleva discutere con lui su argomenti riguardanti le questioni fondamentali della vita. Voleva tendere un trabocchetto a Gesu', e dimostrargli che lui sapeva qualcosa di piu' di Gesu', per riuscire a confonderlo. La questione sarebbe potuta senz'altro finire in una disputa filosofica e teologica. Invece Gesu' la fece subito scendere dalle nuvole, e la colloco' nella situazione di una curva pericolosa della strada fra Gerusalemme e Gerico. E si mise a parlare di un uomo che si era imbattuto nei briganti. Ricorderete che un levita e un sacerdote passarono sull'altro lato della strada: non si fermarono per aiutarlo. Alla fine, passo' un uomo di un'altra razza. Smonto' dalla cavalcatura, e decise di non essere compassionevole per procura. Si chino' su di lui, invece, gli presto' i primi soccorsi, aiuto' quell'uomo nel bisogno. Gesu' conclude dicendo che era lui l'uomo buono, era lui il grande uomo, perche' era capace di proiettare l'"io" nel "tu", e di prendersi cura del proprio fratello.
Ebbene, sapete, noi esercitiamo molta immaginazione nel tentativo di stabilire come mai il sacerdote e il levita non si sono fermati. A volte diciamo che avevano fretta di arrivare a un'assemblea ecclesiale, a un raduno di religiosi, e dovevano affrettarsi verso Gerusalemme per non arrivare in ritardo alla riunione. In altri casi possiamo ipotizzare che ci fosse una legge religiosa, per cui chi doveva svolgere una cerimonia religiosa non doveva toccare il corpo di un essere umano nelle ventiquattro ore precedenti la cerimonia stessa. E in qualche caso cominciamo a chiederci se forse per caso non stessero andando a Gerusalemme, o piuttosto a Gerico, per fondare un'Associazione per il perfezionamento della strada di Gerico. Potrebbe anche darsi. Magari pensavano che fosse meglio affrontare il problema partendo dalle radici, dalle cause, invece che lasciarsi impantanare in un risultato su scala individuale.
Ma io voglio raccontarvi che cosa mi suggerisce la mia immaginazione. Potrebbe darsi che quei due uomini abbiano avuto paura. Vedete, la strada di Gerico e' una strada pericolosa. Ricordo quando sono andato per la prima volta a Gerusalemme, insieme alla signora King. Avevamo noleggiato una macchina e viaggiavamo da Gerusalemme a Gerico. E appena arrivammo su quella strada io dissi a mia moglie: "Ora capisco perche' Gesu' ha scelto questo posto per ambientare la sua parabola". E' una strada tutta curve; proprio l'ideale per un agguato. E' una strada pericolosa. All'epoca di Gesu' aveva preso il nome di "Passo del sangue'. E allora, capite, puo' darsi che il sacerdote e il levita abbiano gettato un'occhiata a quell'uomo steso in terra e si siano chiesti se i briganti fossero ancora nei paraggi. Oppure, magari hanno pensato che l'uomo steso a terra facesse finta; che fingesse di essere stato derubato e ferito, per saltar loro addosso, che volesse attirarli per un assalto veloce e facile. Ah, si'. E quindi, la prima domanda che il sacerdote si fa, la prima domanda che il levita si fa, e' questa: "Se mi fermo a soccorrere quest'uomo, che cosa mi capitera'?".
Ma poi e' passato il buon samaritano, e ha rovesciato la domanda: "Se non mi fermo a soccorrere quest'uomo, che cosa gli succedera'?".
Ecco la domanda che avete di fronte stasera. Non e' "se mi fermo a dare una mano agli operai della nettezza urbana, che cosa succedera' al mio lavoro?". Non e' "se mi fermo a dare una mano agli operai della nettezza urbana, che cosa ne sara' delle ore che di solito passo nel mio studio di pastore tutti i giorni e tutte le settimane?". La domanda non e' "se mi fermo per soccorrere quest'uomo nel bisogno, che cosa mi accadra'?". La domanda e': "se non mi fermo per aiutare gli operai della nettezza urbana, che cosa accadra' a loro?". Questa e' la domanda.
Questa sera alziamoci con maggiore disponibilita'. Prendiamo posizione con maggiore determinazione. E continuiamo ad avanzare in queste giornate di grande potenza, in queste giornate di sfida, per far si' che l'America diventi come dovrebbe essere. Abbiamo l'occasione di rendere l'America migliore. E io voglio ringraziare Dio, ancora una volta, per avermi concesso di esser qui con voi.
*
Sapete, parecchi anni fa mi trovavo a New York per firmare le copie del mio primo libro. E mentre stavo seduto tutto preso da dediche e autografi, si avvicino' una donna nera, un'alienata. L'unica cosa che le sentii dire fu: "E' lei Martin Luther King?". Io guardavo in basso, perche' stavo scrivendo, e risposi: "Si'".
E un attimo dopo sentii qualcosa che mi dava un colpo sul petto. Prima che me ne rendessi conto, quella donna pazza mi aveva pugnalato. Mi portarono di corsa allo Harlem Hospital. Era un sabato pomeriggio, era gia' buio. La lama era andata in profondita', e dalla radiografia si vide che la punta sfiorava l'aorta, l'arteria principale. Se ti perforano l'aorta, anneghi nel tuo stesso sangue; sei finito. La mattina dopo, sul "New York Times" scrissero che se avessi anche solo starnutito, sarei morto.
Ebbene, a tre o quattro giorni dall'operazione, dopo che mi avevano aperto il torace e avevano estratto la lama, mi permisero di andare in giro per l'ospedale sulla sedia a rotelle. Mi lasciarono leggere un po' della posta che era arrivata per me: da tutti gli stati e dall'estero erano arrivate lettere gentili. Ne lessi qualcuna, ma ce n'e' una che non dimentichero' mai. Mi avevano scritto anche il presidente e il vicepresidente, ma ho dimenticato che cosa dicevano i loro telegrammi. Il governatore dello stato di New York era venuto a trovarmi e mi aveva scritto una lettera, ma ho dimenticato che cosa diceva la sua lettera.
C'era invece un'altra lettera, scritta da una bambina, una ragazzina che studiava al liceo di White Plains. Io guardai la sua lettera e non la dimentichero' mai. Diceva semplicemente: "Gentile professor King, frequento la quarta ginnasio nel liceo di White Plains". E continuava: "Non dovrebbe avere importanza, ma vorrei dire che sono bianca. Ho letto sul giornale della sua disgrazia e delle sue sofferenze. E ho letto anche che se avesse starnutito, sarebbe morto. E le scrivo semplicemente per dirle che sono tanto contenta che non abbia starnutito".
Vorrei dire che anch'io sono contento di non avere starnutito. Perche', se avessi starnutito, non mi sarei trovato da queste parti nel 1960, quando in tutto il Sud gli studenti cominciarono a prendere posto ai banchi delle caffetterie. E io sapevo che proprio mettendosi a sedere in realta' si stavano schierando a favore della parte migliore del sogno americano, e riportavano il paese a quelle grandi sorgenti della democrazia scavate dai padri fondatori nella Dichiarazione di indipendenza e nella Costituzione.
Se avessi starnutito, non mi sarei trovato da queste parti nel 1961, quando decidemmo di cominciare un viaggio per la liberta' e per mettere fine al segregazionismo sui mezzi di trasporto da uno stato all'altro.
Se avessi starnutito, non sarei stato da queste parti nel 1962, quando i neri di Albany, in Georgia, decisero di drizzare la schiena: e ogni volta che uomini e donne drizzano la schiena, riescono ad arrivare da qualche parte, perche' se stai diritto e non pieghi la schiena nessuno ti puo' montare addosso.
Se avessi starnutito, non sarei stato da queste parti nel 1963, quando la popolazione nera di Birmingham, nell'Alabama, e' riuscita a risvegliare la coscienza di questo paese e ottenere l'approvazione della legge sui diritti civili.
Se avessi starnutito, un po' piu' tardi in quello stesso anno, in agosto, non avrei avuto l'occasione di raccontare all'America di un sogno che avevo avuto.
Se avessi starnutito, non sarei stato a Selma, nell'Alabama, e non avrei assistito al grande movimento che si e' avuto in quella citta'.
Se avessi starnutito, non sarei venuto a Memphis per vedere una comunita' che si stringe intorno ai fratelli e alle sorelle che soffrono. Sono proprio contento di non avere starnutito.
*
Ho lasciato Atlanta stamani, e mentre stavamo per partire - sull'aereo eravamo in sei - il pilota ci ha detto, attraverso l'interfono: "Scusate il ritardo, ma abbiamo sull'aereo il professor Martin Luther King. E per assicurarci che tutte le valigie fossero state controllate, e per essere sicuri che sull'aeroplano fosse tutto in ordine, abbiamo dovuto verificare con cura tutto quanto. E abbiamo tenuto l'aereo sotto protezione e sorvegliato per tutta la notte".
Poi sono arrivato a Memphis. E alcuni hanno cominciato a riferire le minacce, o a parlare delle minacce che erano state fatte, o a dire quel che mi sarebbe potuto accadere a causa di qualche nostro fratello bianco malato.
Ebbene, non so che cosa accadro' d'ora in poi; ci aspettano giornate difficili. Ma davvero, per me non ha importanza, perche' sono stato sulla cima della montagna. E non m'importa. Come chiunque, mi piacerebbe vivere a lungo: la longevita' ha i suoi lati buoni. Ma adesso non mi curo di questo. Voglio fare soltanto la volonta' di Dio. E Lui mi ha concesso di salire fino alla vetta. Ho guardato al di la', e ho visto la terra promessa. Forse non ci arrivero' insieme a voi. Ma stasera voglio che sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. E stasera sono felice. Non c'e' niente che mi preoccupi, non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria dell'avvento del Signore.
5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 25 dell'11 maggio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 25 dell'11 maggio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. E' l'ora del disarmo per la salvezza dell'umanita'
2. Alcune parole per Vito Ferrante
3. Aldo Capitini: Principi dell'addestramento alla nonviolenza
4. Martin Luther King: Sono stato sulla cima della montagna
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. E' L'ORA DEL DISARMO PER LA SALVEZZA DELL'UMANITA'
Mentre tutti i regimi guerrafondai magnificano la potenza dei loro arsenali e dichiarano che i loro paesi produrranno piu' armi e sempre piu' letali, ancor piu' necessaria e' un'insurrezione nonviolenta dei popoli per ottenere il disarmo e cosi' salvare l'umanita' dalla catastrofe in corso, dall'annientamento incombente.
Nel mondo vi sono gia' armi sufficienti a distruggere l'intera umanita' piu' e piu' volte: invece di costruire nuove armi occorre smontare, smantellare, demolire e cosi' rendere innocue quelle gia' esistenti.
La pace, la fine delle uccisioni, e' possibile: e' possibile attraverso il disarmo e la smilitarizzazione.
La pace, la fine delle uccisioni, il disarmo e la smilitarizzazione sono possibili: sono possibili grazie alla nonviolenza.
Occorre scegliere la nonviolenza per liberare e salvare l'umanita' e il mondo vivente.
La nonviolenza e' la politica necessaria per la salvezza dell'umanita' e del mondo vivente.
Nonviolenza o barbarie.
2. AMICIZIE. ALCUNE PAROLE PER VITO FERRANTE
[Ricostruite a memoria il giorno dopo, queste sono all'incirca le parole dette da un suo vecchio amico per commemorare Vito Ferrante il 9 maggio 2026 alla Fattoria di Alice, dopo la benedizione delle spoglie mortali, e prima del risuonare delle note del Silenzio]
Vorrei dire innanzitutto a Ivana, ad Antonella, ad Antonio, a Claudia, a Francesco, a Filippo e a Vania, al fratello Paolo e alla sorella Chiara, a tutti i familiari di Vito, ed insieme a loro anche alle amiche e agli amici dell'Afesopsit, che anche loro sono la famiglia di Vito, vorrei dirvi l'amicizia e l'affetto di tutti noi che siamo qui e di tutti quelli che Vito hanno conosciuto ed amato.
La morte nell'arco di pochi giorni vi ha strappato prima Vittoria e poi Vito, e non so immaginare uno strazio piu' grande.
Il vostro dolore e' anche il nostro dolore.
*
Vito una volta fece un sogno, il sogno di una cosa.
Ma questo sogno ve lo raccontero' alla fine.
*
Un uomo una volta racconto' di una persona che svegliatasi dal sonno si scopri' trasformata in uno scarafaggio: ma naturalmente non era uno scarafaggio, era una persona, solo che gli altri la guardavano e la trattavano come se fosse uno scarafaggio.
Ecco, per tutta la vita Vito ha lottato perche' nessuna persona fosse guardata e trattata come uno scarafaggio, ma ogni persona venisse riconosciuta persona, splendente di verita', di luce e di bellezza. Ogni persona, tutte le persone. E le persone che Vito incontrava, e che qualche volta loro stesse si erano convinte di essere scarafaggi, Vito le baciava - come fanno le principesse coi rospi nelle fiabe - e quelle persone tornavano a riconoscersi esseri umani, persone libere, persone forti, persone belle.
*
Quell'uomo raccontava anche la storia di una persona che non aveva fatto niente di male, eppure le facevano un processo, le volevano togliere la liberta' senza neppure dirgli perche' (e un perche' non c'era), e alla fine veniva uccisa.
Ecco, per tutta la vita Vito ha lottato perche' nessuna persona venisse uccisa, nessuna persona venisse imprigionata, nessuna persona venisse perseguitata; perche' nessun innocente, inerme, fragile (e tutti gli esseri umani sono fragili) subisse violenza. E so che sembra incredibile, ma tante e tante persone ha salvato, lui che non aveva alcun potere, lui che non aveva ne' ricchezze ne' potenza, tante e tante ne ha salvate.
*
E sempre quell'uomo raccontava la storia di un castello inaccessibile, dal quale padroni potentissimi e invisibili dominavano su tutte le terre e su chi ci viveva. E chi in quelle terre viveva non poteva ne' avvicinarsi al castello, ne' disobbedire agli ordini crudeli e incomprensibili degli invisibili inaccessibili padroni.
Ecco, Vito ha lottato per tutta la vita per far crollare le mura di quel castello malvagio e per rovesciare quei sovrani invisibili e crudeli; ha lottato per tutta la vita in difesa della vita, della dignita' e dei diritti di tutti gli esseri umani. Questa lotta per la liberazione di tutte e tutti Vito e io la chiamavamo con un nome preciso (tante volte tradito e sfigurato): comunismo, mettere in comune tutto il bene e tutti i beni, abbattere tutti i poteri oppressivi, abolire tutte le carceri e le schiavitu', realizzare giustizia e liberta', misericordia e condivisione, da ciascuna persona secondo le sue capacita' e a ciascuna persona secondo i suoi bisogni.
*
Vi e' nel mondo una tragica realta': la sofferenza, il dolore, la paura, la solitudine, il male; gli antichi lo chiamavano "mysterium iniquitatis", il mistero dell'iniquita', il mistero dell'ingiustizia: perche' l'ingiustizia e' un mistero, dal momento che ogni persona ragionevole preferirebbe la giustizia. E invece c'e' l'ingiustizia, il male, la solitudine, la paura, il dolore, la sofferenza.
In una vecchia storia questo mysterium iniquitatis, questa presenza del male, ha un simbolo possente e tremendo: una balena bianca.
E un uomo forte e rabbioso decide di affrontarla e ucciderla, e ne va alla caccia con altri uomini forti. Ma nonostante tutta la sua forza e tutta la sua rabbia, la balena lo uccide, ed uccide tutti gli altri uomini che erano con lui, e si salva solo uno per poterlo raccontare.
Ecco, Vito sapeva che nella lotta contro il male la prima cosa che devi fare e' evitare di fare altro male, e' evitare di far soffrire e morire altre persone oltre le tante che gia' soffrono tanto e le tante che sono gia' morte.
Cosa fare, allora? Come combattere il male senza accrescerlo?
C'e' una parola per questo: questa parola e' nonviolenza, che e' la lotta la piu' nitida e intransigente, la piu' concreta e coerente contro tutte le violenze e le oppressioni, ovvero la lotta contro il male che non fa altro male ma fa solo il bene e che cosi', facendo il bene, affronta e sconfigge il male. Per tutta la vita Vito e' stato un esempio della nonviolenza in azione, della nonviolenza in cammino.
*
Il mondo in cui viviamo, quest'unico mondo che abbiamo, quest'unico mondo vivente, e' colmo di dolore.
Un uomo antico, di cui non sappiamo neppure il nome, che e' ricordato solo con la definizione di quello che sta facendo: "la persona che parla nell'assemblea" (in ebraico: Qoelet), diceva che tutto e' inutile, che tutto e' vanita', che tutto e' niente. Ma quell'uomo antico diceva anche che e' meglio essere in due che uno solo, perche' la persona sola che cade lungo la strada non ha nessuno che la aiuti a rialzarsi, se invece c'e' qualcun altro, una compagna o un compagno vicino a te, ti aiuta a rialzarti, ti aiuta a continuare insieme il cammino.
Ecco, Vito e' stato quel compagno (compagno e' un'antica parola che significa la persona che condivide il suo pane con te), quel compagno che ti aiuta a rialzarti; e' stato questo per tante persone che oggi qui lo ricordano con amore inestinguibile.
*
Era un uomo che aiutava tutti e sembrava che avesse energie infinite. Invece anche le persone buone faticano e soffrono, sono assalite dai dubbi e dagli scrupoli, sperimentano le perdite, i limiti, gli errori e i fallimenti, subiscono gli scacchi; e molto spesso solo poche persone di quelle che che gli stanno vicino se ne accorgono e gli dicono una parola buona, gli prestano il loro ascolto che e' il primo aiuto. Per questo una persona buona una sera disse alle persone che lo ascoltavano che quando sarebbero tornate a casa si ricordassero di accarezzare le persone che amavano, e cosi' ricordatevene anche voi.
Anche le persone buone soffrono. Come quel Giobbe che subisce ogni sofferenza, eppure resiste, con una infinita pazienza, con una infinita fiducia, perche' sa che tutto gli puo' essere tolto ma non la sua verita', non la sua bonta'.
Ecco, le tante sofferenze che Vito ha subito, e per ultima la perdita dell'amatissima figlia Vittoria, non gli hanno mai tolto la sua bonta'.
*
Se io dovessi dire in una sola parola chi era Vito, dovrei prima raccontarvi una storia, una vecchia storia che si ripete ogni giorno.
Un uomo andava per strada tra Gerusalemme e Gerico quando fu aggredito dai briganti, che gli rubarono tutto, lo pestarono a sangue, e lo lasciarono per terra piu' morto che vivo. Passo' una persona di quelle che sanno tutto e a tutti fanno la predica, vide per terra quell'uomo massacrato, si guardo' intorno, vide che non c'era nessuno, e tiro' via; passo' poi uno di quelli che contano, di quelli importanti, che stanno nelle istituzioni, che di mestiere si occupano delle decisioni politiche, della sanita', dei servizi sociali: anche lui vide per terra quell'uomo massacrato, si guardo' intorno, vide che non c'era nessuno, e tiro' via anche lui. E quell'uomo massacrato era li' per terra e stava per morire. Poi arrivo' Vito.
Poi arrivo' Vito, si fermo', lo medico', se lo carico' sulle spalle, lo porto' in salvo; gli salvo' la vita.
Ecco chi era Vito: Vito era quel buon samaritano che aiuta chiunque ha bisogno di aiuto, senza chiedergli niente in cambio e anzi dandogli tutto: lo aiuta perche' e' giusto aiutare chi ha bisogno di aiuto. Questo era Vito, uno che salvava le vite, e tante persone che sono oggi qui possono testimoniarlo.
*
Dovrei dirvi adesso anche di cosa abbiano significato per noi, per Vito e per me, nel nostro dialogo che e' durato piu' di quarant'anni e che adesso la sua morte interrompe per sempre, dovrei dirvi cosa hanno significato per noi Franco Basaglia, Primo Levi, Nelson Mandela, Alfio Pannega (e un anno fa Vito ha scritto una poesia bellissima dedicata ad Alfio), Teresa Blasi, Marco Scipioni, le donne di Erinna, le compagne e i compagni del centro sociale occupato autogestito Valle Faul, le amiche e gli amici dell'Afesopsit, ma credo che basti aver detto i loro nomi, e magari un'altra volta potremo parlarne a lungo.
*
Ancora una cosa mi preme dire, e poi vi dico di quel sogno di cui dicevo all'inizio.
C'e' una parola che mi ha sempre affascinato e turbato, la parola "persona"; e' una parola latina che significa sia la pienezza di dignita' e virtu' di ogni essere umano, ma significa anche la maschera che nasconde il volto, e significa anche "nessuno".
Ed ogni persona si ricorda e si riconosce in quell'Ulisse che dice a Polifemo, il gigantesco mangiatore di uomini che gli chiede come si chiami, che il suo nome e' Nessuno. E sottile e' il confine tra essere qualcuno ed essere nessuno, e puo' bastare un soffio per precipitare nell'abisso, ma anche di questo parleremo un'altra volta.
Ebbene, in Portogallo vi e' stata una persona che di cognome faceva proprio "persona", che in portoghese si dice Pessoa. Fernando Pessoa si chiamava, ed era un poeta (poeta e' un'antica parola di origine greca, "poietes", che significa la persona che fa le cose, che le sa fare e quindi le fa, e Vito era una persona che sapeva fare tutto e tutto faceva, ognuno di noi lo sa bene). Ha scritto una poesia, Fernando Pessoa, che so a memoria e che vorrei tradurvi dal portoghese un po' alla buona, un po' troppo alla buona. Dice cosi':
Il poeta e' uno che finge, che fa finta
Fa finta cosi' bene, cosi' completamente
che arriva a far finta che sia dolore
il dolore che davvero sente.
E quelli che leggono quello che ha scritto
nel dolore letto sentono bene
non i due dolori, quello vero e quello finto, che il poeta ha sentito
ma solo quello che loro non hanno
(perche' loro hanno un altro dolore, il loro dolore, il loro doppio dolore).
E cosi' va girando in tondo
illudendo la ragione
questo trenino a molla
che chiamiamo cuore.
Che grande cuore ha avuto Vito, che grande poeta e' stato, che grande amico e compagno ci ha lasciato.
*
Ecco, detto tutto questo adesso vorrei dirvi quel sogno di Vito.
Sogno' di essere l'umanita' come dovrebbe essere: un'umanita' capace di fare la cosa giusta, di prendersi cura di ogni persona senza abbandonarne nessuna, affinche' tutte le persone potessero vivere libere e per quanto possibile felici, di quella sobria felicita' che e' un'aspirazione e un diritto di tutti gli esseri umani.
Sogno' di essere una persona buona e giusta, una di quelle trenta persone che un'antica storia dice che senza saperlo tengono insieme il mondo, e se una di loro mancasse allora il mondo si disgregherebbe. ed e' per questo che devi essere tu a prendere il posto di Vito, devi essere tu a fare quello che faceva Vito, adesso che Vito non c'e' piu'.
Fece questo sogno Vito, di essere l'umanita' come dovrebbe essere.
Ed e' certo un grande mistero, ma anche un'evidente verita', che ci riusci'. Riusci' ad essere l'umanita' come dovrebbe essere.
Per questo ne sentiamo la perdita cosi' profondamente.
Per questo gli siamo grati cosi' infinitamente.
Per questo ci lascia un esempio e un appello cosi' forti.
Che noi tutti si possa essere degni, si sappia essere capaci, di continuare la sua lotta.
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Allegato: Una minima notizia su Vito Ferrante
Vito Ferrante, persona di straordinario rigore morale e di sconfinata generosita', e' stato il presidente e l'anima dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (Afesopsit), una fondamentale esperienza di solidarieta', di partecipazione, di democrazia, di difesa nitida e intransigente dei diritti umani. Gia' consigliere comunale di Viterbo, apprezzatissimo scultore, Vito Ferrante e' stato una delle personalita' piu' stimate nell'ambito del volontariato e dell'impegno sociale e civile, promotore di innumerevoli iniziative di solidarieta' concreta, diuturnamente impegnato nel recare aiuto a chi piu' ne ha bisogno; e' stato a Viterbo un luminoso punto di riferimento per la societa' civile, per le esperienze di solidarieta' e di liberazione, per i movimenti democratici, per i servizi pubblici impegnati nell'assistenza rispettosa e promotrice della dignita' e dei diritti umani.
3. MAESTRI. ALDO CAPITINI: PRINCIPI DELL'ADDESTRAMENTO ALLA NONVIOLENZA
[Riproponiamo ancora una volta il testo del capitolo ottavo, "Principi dell'addestramento alla nonviolenza", del libro di Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Libreria Feltrinelli, Milano s. d. (ma 1967). Successivamente il libro e' stato ristampato nel 1989 da Linea d'ombra edizioni, Milano (con minimi tagli nella nota bibliografica). E' stato poi integralmente incluso in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992 (alle pp. 253-347)]
Una parte del metodo nonviolento, tra la teoria e la pratica, spetta all'addestramento alla nonviolenza. Le ragioni principali per cui e' necessaria questa parte sono queste:
a) l'attuazione della nonviolenza non e' di una macchina, ma di un individuo, che e' un insieme fisico, psichico e spirituale;
b) la lotta nonviolenta e' senza armi, quindi c'e' maggior rilievo per i modi usati, per le qualita' del carattere che si mostra;
c) una campagna nonviolenta e' di solito lunga, e percio' e' utile un addestramento a reggerla, a non cedere nemmeno per un istante;
d) la lotta nonviolenta porta spesso sofferenze e sacrifici; bisogna gia sapere che cosa sono, bisogna che il subconscio non se li trovi addosso improvvisamente con tutto il loro peso;
e) le campagne nonviolente sono spesso condotte da pochi, pochissimi, talora una persona soltanto; bisogna che uno si sia addestrato a sentirsi in minoranza, e talora addirittura solo, e perfino staccato dalla famiglia.
I maestri di nonviolenza si sono trovati davanti al problema dell'addestramento, sia per riprodurre nel combattente nonviolento le qualita' fondamentali del "soldato", sia per trarre dal principio della nonviolenza cio' che essa ha di specifico. Si sa che le qualita' del guerriero sono formate e addestrate fin dai tempi della preistoria e si ritrovano perfino al livello della vita animale. Le qualita' del nonviolento hanno avuto una formazione piu' incerta, meno consistente ed energica, per la stessa ragione che la strategia della pace e' meno sviluppata della strategia della guerra. Ma, prima che Gandhi occupasse il campo della nonviolenza con il suo insegnamento, il piu' preciso e articolato che mai fosse avvenuto, indubbiamente ci sono stati addestramenti alla nonviolenza, contrapposti a quelli violenti; esempi di monaci buddisti, i primi cristiani, i francescani, che hanno lasciato indicazioni preziose in questo campo, che qui non e' possibile elencare. Ma basti pensare all'armonia della posizione di Gesu' Cristo espressa in quella raccolta di passi che e' detta "il discorso della montagna", dove e' il suscitamento di energia per resistere, per incassare i colpi, ricordando il "servo di Dio" come era stato espresso da Isaia (cap. LIII): "Maltrattato, tutto sopportava umilmente"; l'enunciazione del rapporto con le cose, del valore della prassi, ma anche l'elemento contemplativo, come un mondo migliore gia' dato in vista all'immaginazione nelle beatitudini, messe giustamente in principio perche' sono l'elemento piu' efficace nell'addestramento, anche piu' della preghiera.
Gli Esercizi spirituali di Sant'Ignazio, il fondatore della Compagnia dei Gesuiti, sono un testo famoso di addestramento spirituale, e il loro esame puo' essere utile per vedere il carattere di quell'addestramento incentrato sulla persona di Gesu' Cristo, sull'istituzione della Chiesa romana, sull'obbedienza assoluta come se si fosse cadaveri: tali caratteri vanno posti insieme con quelli dell'addestramento militare, che e' chiuso nell'immedesimazione con un Capo o Sovrano, nella difesa di un'istituzione che e' lo Stato, nell'obbedienza che e' rinuncia a scelte e ad iniziative; "chiuso", perche' il metodo nonviolento non discende da un Capo, ma e' aperto a immedesimarsi con tutte le persone, a cominciare dalle circostanti: non fa differenza tra compagni e non compagni, perche' e' aperto anche agli avversari che considera uniti nella comune realta' di tutti; ne' puo' fare dell'obbedienza un principio di assoluto rilievo, perche' l'addestramento nonviolento tende a formare abitudini di consenso e di cooperazione, riducendo l'obbedienza a periodi non lunghi per i quali essa venga concordata, per condurre un'azione particolare.
I piu' grandi valori spirituali escono da una concezione aperta, non chiusa; essi sono per tutti, non per un numero chiuso di persone. Cosi e' per es. la musica; essa parla come da un centro, ma il suo raggio e' infinito, oltre il cerchio di coloro che in quel momento sono presenti: ci sono altri che l'ascoltano per radio e altri, infinitamente, che potranno ascoltarla. Cosi' e' l'azione nonviolenta: essa e' compiuta da un centro, che puo' essere di una persona o di un gruppo di persone; ma essa e' presentata e offerta affettuosamente al servizio di tutti: essa e' un contributo e un'aggiunta alla vita di tutti. Questo animo e' fondamentale nell'addestramento alla nonviolenza: sentirsi centro rende modesti e pazienti, toglie la febbre di voler vedere subito i risultati, toglie la sfiducia che l'azione non significhi nulla. Anche se non si vede tutto, l'azione nonviolenta e' come un sasso che cade nell'acqua e causa onde che vanno lontano. Questo animo di operare da un centro genera a poco a poco il sentimento della realta' di tutti., dell'unita' che c'e' tra tutti gli esseri, un sentimento molto importante per la nonviolenza, che e' incremento continuo del rapporto con tutti.
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Elementi storici, ideologici, psicologici dell'addestramento
Entriamo ora nell'esame dei vari elementi che compongono l'addestramento. E vediamo come primi due elementi storici, uno particolare ed uno generale:
a) nella situazione storica in cui si vive bisogna accertare cio' contro cui si deve lottare nonviolentemente: un'oppressione, uno sfruttamento, un'ingiustizia, un'invasione ecc.; questo accertamento e' uno stimolo per raccogliere le energie e per indurre ad un attento esame della concreta situazione;
b) l'elemento storico generale e' la persuasione del posto che oggi ha la nonviolenza nella storia dell'umanita': se si tiene presente il quadro generale attuale si vede che ai grandi Stati-Imperi politico-militari che si stanno formando, bisogna contrapporre, come al tempo dei primi cristiani, un agire assolutamente diverso, una valutazione dell'individuo, una fede che congiunge persone diverse e lontane. Sentire che questo e' il momento per l'apparizione e il collegamento del mondo nonviolento fa capire che oggi non valgono piu' le vecchie ideologie che assolutizzavano la patria: oggi la patria suprema e' la realta' di tutti, da cui viene il rifiuto di divinizzare gli Stati e i loro Capi, di bruciare il granello d'incenso in loro onore.
Anche gli elementi ideologici sono essenziali nell'addestramento:
a) lo studio delle teorie della nonviolenza, la lettura dei grandi episodi e delle grandi campagne, l'escogitazione di casi in cui uno potrebbe trovarsi per risolverli con la nonviolenza; l'informazione su cio' che e' stato finora fatto con il metodo nonviolento e le frequenti discussioni con gruppi nonviolenti e anche con estranei alla nonviolenza, per ricevere obbiezioni, critiche, disprezzo o ridicolo;
b) il mutamento della considerazione abituale della vita come amministrazione tranquilla del benessere: il sapere bene che in questa societa' sbagliata i nonviolenti sono in un contrasto, che la loro vita sara' scomoda, che e' normale per loro ricevere colpi, essere trattati male, veder distrutti oggetti propri.
Da questi due elementi ideologici conseguono due tipi di esercizi:
1. il primo e' la meditazione (che puo' essere fatta dalla persona singola o dal gruppo nonviolento in circolo silenzioso) di qualche evento culminante delle passate affermazioni della nonviolenza. Esempi: Gesu' Cristo al momento dell'arresto, quando riaffermo' chiaramente la sua differenza dal metodo della rivolta armata; la marcia del sale effettuata da Gandhi; la visita di San Francesco al Sultano per superare le crociate sanguinose; l'angoscia dell'aviatore di Hiroshima;
2. il secondo e' la scuola di nonviolenza istituita appositamente (come hanno fatto i negri d'America) per abituarsi a ricevere odio, offese, ingiurie, colpi (esempi: parolacce, percosse, oggetti lanciati; essere arrestato, legato).
Vediamo ora alcuni elementi psicologici:
a) il nonviolento e' convinto che la cosa principale non e' vincere gli altri, ma comportarsi secondo nonviolenza; nelle dispute il nonviolento non vuota tutto il sacco delle critiche, delle accuse, degli argomenti a proprio vantaggio, e lascia sempre qualche cosa di non detto, come un silenzioso regalo all'avversario; naturalmente evita le ingiurie, quelle che si imprimono per sempre come fuoco nell'animo dell'avversario, e che pare aspettassero il momento adatto per esser dette. Il nonviolento pensa che l'avversario e' un compagno di viaggio; e puo' avere fermezza e chiarezza, senza amareggiarlo;
b) il nonviolento e' convinto che non e' la fretta a vincere, ma la tenacia, l'ostinazione lunga, come la goccia che scava la pietra, come la cultura che cresce a poco a poco, come il corallo (il paragone e' del Gregg) si forma lentamente ed e' durissimo. La pressione nonviolenta e' lenta e instancabile: e' difficile che se e' cosi, non riesca. Perde chi cede, chi si stanca, chi ha paura;
c) il persuaso della nonviolenza, formandosi, viene collocando la nonviolenza al contro delle passioni, degli altri affetti, dei sentimenti; cioe' non e' necessario che egli faccia il vuoto nel mondo dei suoi sentimenti, perche' il vuoto potrebbe inaridire la stessa nonviolenza; ma egli stabilisce, con un lungo esercizio di scelte e di freni, la prospettiva che mette al centro lo sviluppo della nonviolenza, e tutto il resto ai lati;
d) l'interno ordine psicologico puo' essere aiutato dalla persuasione che la nonviolenza conta su una forza diversa da quella dei meccanismi naturali (la scienza non dice di aver esaurito l'elenco delle forze che agiscono sulla realta'): questa forza diversa puo' essere chiamata lo Spirito, puo' essere personificata in Dio, e la preghiera e' uno dei modi per stabilire e rafforzare il proprio ordine interno;
e) un altro elemento di forza interiore e' quello conseguito con decisione come voti, rinunce, digiuni: sono eventi importanti che influiscono sulla psiche, le danno il senso di una tensione elevata, la preparano a situazioni di impegno.
Da questi elementi psicologici conseguono importanti modi di comportamento:
1. la costante gentilezza e pronta lealta' verso tutti; la gentilezza e' un'espressione della vita nonviolenta, come una volta l'eremitismo era una posizione della vita religiosa; gentilezza vuol dire anche tono generalmente calmo e chiaro della voce;
2. la cura della pulizia personale, degli abiti, delle cose circostanti; essa suscita rispetto verso se stessi e rispetto negli altri verso il nonviolento, mentre e' facile destare violenza contro chi e' sporco, puzza, non si lava ed e' trascurato nel vestito e nelle sue cose;
3. un buon umore e spesso lo humor (dice giustamente il Gregg che corrisponde alla "umilta'" raccomandata un tempo). Insomma il nonviolento lascia ridere gli altri su di se', e si associa spesso a loro;
4. l'attenzione a mantenersi in buona salute e capaci di resistere agli sforzi, mediante la sobrieta', regole igieniche, cure, e' utile al nonviolento per possedere una riserva di energia per affrontare prove straordinarie.
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Gli elementi sociali
Gli elementi sociali hanno importanza preminente nell'addestramento. Vediamone alcuni:
a) Una prova di apertura sociale e' la nonmenzogna. E' noto quanta importanza abbia la veracita' nei voti gandhiani, nei voti francescani. San Francesco una volta accetto' che fosse messo un pezzo di pelliccia all'interno della tonaca dove questa urtava sulla sua piaga, purche' un identico pezzo di pelliccia fosse messo all'esterno, nella parte corrispondente. La nonmenzogna rende gli altri potenzialmente presenti alla propria vita, stabilisce che cio' che uno pensa, e' potenzialmente di tutti.
b) Un addestramento di alta qualita' sociale e' l'unirsi con altri per costituire assemblee periodiche per la discussione dei problemi locali e generali, per esercitare il controllo dal basso su tutte le amministrazioni pubbliche. I nonviolenti sono i primi animatori di questa attivita' aperta che comprende tutti, e fa bene a tutti, e che si realizza con la regola del dialogo di "ascoltare e parlare".
c) Un'attivita' particolare esercitano i nonviolenti per diffondere tra tutti la lotta contro la guerra, la sua preparazione e la sua esecuzione.
d) I nonviolenti impiantano un'attivita' continua di aiuto sociale nel mondo circostante, sia associandosi nei Pronti Soccorsi, sia realizzando iniziative di visite ai carcerati, di aiuto agli ex-carcerati, di visitare malati, di educazione e ricreazione dei fanciulli, di educazione degli adulti, di cura dei vecchi, di aiuto alla salute pubblica, di amicizia con i miseri. I nonviolenti fanno le loro campagne nonviolente, movendo da una normale attivita' di servizio sociale precedente alla campagna e tornando ad essa, appena finita la campagna con successo o no: e' anche un modo per ritemprare le forze, per non incassare inerti una sconfitta.
e) Il Gregg ha molto insistito, anche in un saggio speciale, sull'importanza del lavoro manuale nell'addestramento alla nonviolenza perche' crea un senso di fratellanza nel fare qualche cosa con gli altri ben visibilmente, e abitua alla disciplina, a sottomettersi pazientemente ad uno scopo.
f) Un altro elemento sociale e' il cantare insieme, fare balli popolari, passeggiate ed esecuzioni e sport collettivi, mangiare insieme.
g) Qualcuno suggerisce anche di sostituire a quello che e' l'orgoglio dei soldati per le glorie del loro "reggimento", l'affermazione di cio' che il gruppo nonviolento ha fatto. Ma fondamentale e' far comprendere che le azioni nonviolente sono per tutti, e, non soltanto per il centro che le promuove.
h) Affiancata all'addestramento nella nonviolenza, e' la conoscenza di leggi, per il caso dell'urto con la polizia o lo Stato, con arresti, processi, prigionia.
L'addestramento e' necessario per dare una solida preparazione alle situazioni. I nonviolenti debbono avere una serie di abitudini consolidate e possedere una serie di previsioni di probabili conseguenze delle loro azioni nonviolente. Il Gregg cita l'utilita' dell'imparare a nuotare come segno dei passaggio al possesso di un'abitudine, della paura iniziale e dell'aiuto venuto anche da altri nell'addestramento. Chi ha provato che cosa sia la prigione per un notevole periodo, sa quanto sarebbe utile prepararsi a. sdrammatizzare l'avvenimento nel proprio animo, visitando le prigioni, aiutando gli ex-carcerati ecc. Anche la nonviolenza e' certamente danneggiata dagli improvvisatori, da coloro che pretendono di creare tutto sul momento; che sono quelli che si stancano prima. E la nonviolenza, se per un quarto e' amorevolezza, e per un altro quarto e' conoscenza, per due quarti e' coraggiosa pazienza.
E' stato detto giustamente che gli iniziatori del metodo scientifico non potevano prevedere quali risultati esso avrebbe dato; e cosi' sara' del metodo nonviolento.
4. MAESTRI. MARTIN LUTHER KING: SONO STATO SULLA CIMA DELLA MONTAGNA
[Nuovamente riproduciamo il seguente testo e nuovamente ringraziamo l'indimenticabile amico Fulvio Cesare Manara. Il testo seguente e' quello dell'intervento tenuto nel tempio del vescovo Charles J. Mason, a Memphis, Tennessee, il 3 aprile 1968; Martin Luther King fu assassinato il giorno dopo]
E sapete, se mi trovassi al principio dei tempi, e avessi la possibilita' di godere della visione generale e panoramica di tutta la storia umana fino a oggi, e l'Onnipotente mi dicesse: "Martin Luther King, in quale epoca ti piacerebbe vivere?", io con la mente volerei sull'Egitto, e guarderei i figli di Dio compiere il loro meraviglioso tragitto dalle buie carceri dell'Egitto attraverso il Mar Rosso, nel deserto, e avanti verso la terra promessa. E nonostante la magnificenza della visione, non mi fermerei.
Proseguirei verso la Grecia, e con la mente mi rivolgerei al monte Olimpo. E vedrei Platone, Aristotele, Socrate, Euripide e Aristofane riuniti intorno al Partenone, e li guarderei passeggiare mentre dibattono gli eterni e grandi problemi della realta'. Ma non mi fermerei.
Andrei ancora avanti, fino all'epoca della massima fioritura dell'impero romano, e vedrei come si svolgono gli eventi, da un imperatore all'altro, da un condottiero all'altro. Ma non mi fermerei.
Passerei all'epoca del Rinascimento, per avere un rapido quadro di cio' che quel periodo ha fatto per la vita culturale ed estetica dell'uomo. Ma non mi fermerei.
Vorrei anche percorrere i luoghi dove ha vissuto l'uomo di cui porto il nome, e osserverei Martin Lutero affiggere le sue novantacinque tesi sul portale del duomo di Wittenberg. Ma non mi fermerei.
Poi arriverei al 1863, vedrei un presidente titubante di nome Abraham Lincoln arrivare finalmente alla conclusione di dover firmare il Proclama dell'emancipazione. Ma non mi fermerei.
Tornerei ai primi anni Trenta, e vedrei un uomo lottare per risolvere i problemi provocati dallo stato di bancarotta della nazione, e uscirsene con una eloquente esclamazione: "Non abbiamo da temere nient'altro che la nostra stessa paura". Ma non mi fermerei.
Cosa strana, mi rivolgerei all'Onnipotente e gli direi: "Se mi permetterai soltanto di vivere qualche anno nella seconda meta' del Ventesimo secolo, saro' contento".
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Ebbene, e' un'affermazione strana, questa, perche' il mondo e' tutto sottosopra. Il paese e' malato; la terra e' in pena, c'e' grande confusione. E' un'affermazione strana. Ma in qualche modo io so che le stelle si possono vedere soltanto se e' abbastanza buio. E in questo periodo del XX secolo io vedo l'azione di Dio. Nel nostro mondo accade qualcosa; le masse si stanno sollevando; e oggi, dovunque si radunino, che sia a Johannesburg in Sudafrica; a Nairobi in Kenya; ad Accra nel Ghana; a New York; ad Atlanta in Georgia; a Jackson nel Mississippi; o a Memphis nel Tennessee, il grido e' sempre uguale: "Vogliamo essere liberi".
E c'e' un'altra ragione per cui sono contento di vivere nel nostro tempo: siamo stati costretti ad arrivare a un punto in cui dovremo affrontare i problemi che gli uomini hanno cercato di risolvere lungo tutta la storia. La sopravvivenza esige che li affrontiamo. Da anni ormai gli uomini parlano di guerra e di pace; ma ormai non possono piu' limitarsi a parlarne. A questo mondo non e' piu' questione di scegliere tra violenza e nonviolenza; si tratta di scegliere: o nonviolenza o nonesistenza. Ecco a che punto siamo oggi.
E anche nella rivoluzione dei diritti umani, se non si fa qualcosa, e in fretta, per far uscire i popoli di colore del mondo dai loro lunghi anni di poverta', dai lunghi anni in cui sono stati feriti e messi da parte, il mondo intero e' destinato alla rovina. Ebbene, io sono proprio contento che Dio mi abbia concesso di vivere in quest'epoca, di vedere lo svolgersi degli eventi. E sono contento che mi abbia concesso di essere qui a Memphis.
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Ricordo, ricordo bene quando i neri si limitavano ad andare in giro, come ha detto tante volte Ralph, grattandosi dove non prudeva e ridendo quando nessuno faceva loro il solletico. Ma quei tempi sono finiti. Adesso facciamo sul serio, e siamo determinati a ottenere il posto che ci spetta di diritto nel mondo che Dio ha creato. E proprio qui sta il punto. Non abbiamo intrapreso una campagna di protesta negativa, non abbiamo intrapreso discussioni negative con nessuno; diciamo che siamo determinati a essere uomini; siamo determinati a essere popolo. Diciamo che siamo figli di Dio. E se siamo figli di Dio, non dobbiamo vivere come siamo costretti a vivere.
E dunque, che cosa significa tutto questo nella grande epoca storica che stiamo vivendo? Significa che dobbiamo restare uniti. Dobbiamo restare uniti e conservare l'unita'. Sapete, ogni volta che il faraone voleva prolungare il tempo della schiavitu' in Egitto, per riuscirci ricorreva al suo espediente prediletto. Quale era? Faceva in modo che gli schiavi combattessero fra loro. Ma ogni volta che gli schiavi sono uniti, nella corte del faraone succede qualcosa, e lui non riesce piu' a tenere schiavi gli schiavi. Quando gli schiavi si mettono insieme, comincia l'uscita dalla schiavitu'. Allora, conserviamo l'unita'.
Non permetteremo ai manganelli di fermarci. Nel nostro movimento nonviolento siamo maestri nel disarmare le forze di polizia; loro non sanno piu' che cosa fare. L'ho visto succedere tante volte. Mi ricordo a Birmingham, in Alabama, durante quella magnifica lotta, quando tutti i giorni partivamo dalla chiesa battista della sedicesima strada. Uscivamo dalla chiesa a centinaia, e Bull Connor ordinava di sguinzagliare i cani, e i cani arrivavano. Ma noi andavamo incontro ai cani cantando: "Non permettero' a nessuno di farmi tornare indietro". Poi Bull Connor diceva: "Aprite gli idranti". E, come vi dicevo l'altra sera, Bull Connor non conosceva la storia. Conosceva una specie di fisica che non so perche' non aveva nessun rapporto con la metafisica che conoscevamo noi. Si trattava del fatto che esiste un genere di fuoco che nessun'acqua riesce a spegnere. E noi andavamo incontro agli idranti. Noi conoscevamo l'acqua. Se eravamo battisti, o appartenevamo a qualche altra confessione cristiana, eravamo stati battezzati per immersione. Se eravamo metodisti, o di qualche altra confessione, eravamo stati spruzzati: ma in ogni modo, conoscevamo l'acqua. Non poteva fermarci.
Cosi', continuavamo a camminare incontro ai cani, e li guardavamo; e andavamo avanti, incontro agli idranti, e li guardavamo. E non facevamo altro che continuare a cantare: "Sopra la mia testa, nell'aria, vedo la liberta'".
E poi ci prendevano e ci mettevano nei cellulari, e a volte ci stavamo pigiati come sardine. E ci buttavano dentro, e il vecchio Bull diceva: "Portateli via". Loro lo facevano, e noi salivamo nel cellulare cantando "We Shall Overcome". E di tanto in tanto finivamo in prigione, e vedevamo i carcerieri guardare attraverso gli spioncini e commuoversi per le nostre preghiere e per le nostre parole e le nostre canzoni. C'era un potere in questo, al quale Bull Connor non riusciva ad abituarsi, e cosi' abbiamo finito col trasformare Bull [toro] in un vitello, e abbiamo vinto la nostra lotta di Birmingham.
Dobbiamo dedicarci a questa lotta fino alla fine. Non ci sarebbe tragedia peggiore che fermarsi a questo punto, a Memphis. Dobbiamo andare fino in fondo. Quando faremo la nostra marcia, dovete partecipare. Anche se vuol dire lasciare il lavoro, anche se vuol dire lasciare la scuola, venite lo stesso. Forse voi non siete in sciopero, ma o andremo su' insieme, o finiremo giu' insieme. Cerchiamo di sviluppare una specie pericolosa di altruismo.
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Un giorno un uomo ando' a trovare Gesu', perche' voleva discutere con lui su argomenti riguardanti le questioni fondamentali della vita. Voleva tendere un trabocchetto a Gesu', e dimostrargli che lui sapeva qualcosa di piu' di Gesu', per riuscire a confonderlo. La questione sarebbe potuta senz'altro finire in una disputa filosofica e teologica. Invece Gesu' la fece subito scendere dalle nuvole, e la colloco' nella situazione di una curva pericolosa della strada fra Gerusalemme e Gerico. E si mise a parlare di un uomo che si era imbattuto nei briganti. Ricorderete che un levita e un sacerdote passarono sull'altro lato della strada: non si fermarono per aiutarlo. Alla fine, passo' un uomo di un'altra razza. Smonto' dalla cavalcatura, e decise di non essere compassionevole per procura. Si chino' su di lui, invece, gli presto' i primi soccorsi, aiuto' quell'uomo nel bisogno. Gesu' conclude dicendo che era lui l'uomo buono, era lui il grande uomo, perche' era capace di proiettare l'"io" nel "tu", e di prendersi cura del proprio fratello.
Ebbene, sapete, noi esercitiamo molta immaginazione nel tentativo di stabilire come mai il sacerdote e il levita non si sono fermati. A volte diciamo che avevano fretta di arrivare a un'assemblea ecclesiale, a un raduno di religiosi, e dovevano affrettarsi verso Gerusalemme per non arrivare in ritardo alla riunione. In altri casi possiamo ipotizzare che ci fosse una legge religiosa, per cui chi doveva svolgere una cerimonia religiosa non doveva toccare il corpo di un essere umano nelle ventiquattro ore precedenti la cerimonia stessa. E in qualche caso cominciamo a chiederci se forse per caso non stessero andando a Gerusalemme, o piuttosto a Gerico, per fondare un'Associazione per il perfezionamento della strada di Gerico. Potrebbe anche darsi. Magari pensavano che fosse meglio affrontare il problema partendo dalle radici, dalle cause, invece che lasciarsi impantanare in un risultato su scala individuale.
Ma io voglio raccontarvi che cosa mi suggerisce la mia immaginazione. Potrebbe darsi che quei due uomini abbiano avuto paura. Vedete, la strada di Gerico e' una strada pericolosa. Ricordo quando sono andato per la prima volta a Gerusalemme, insieme alla signora King. Avevamo noleggiato una macchina e viaggiavamo da Gerusalemme a Gerico. E appena arrivammo su quella strada io dissi a mia moglie: "Ora capisco perche' Gesu' ha scelto questo posto per ambientare la sua parabola". E' una strada tutta curve; proprio l'ideale per un agguato. E' una strada pericolosa. All'epoca di Gesu' aveva preso il nome di "Passo del sangue'. E allora, capite, puo' darsi che il sacerdote e il levita abbiano gettato un'occhiata a quell'uomo steso in terra e si siano chiesti se i briganti fossero ancora nei paraggi. Oppure, magari hanno pensato che l'uomo steso a terra facesse finta; che fingesse di essere stato derubato e ferito, per saltar loro addosso, che volesse attirarli per un assalto veloce e facile. Ah, si'. E quindi, la prima domanda che il sacerdote si fa, la prima domanda che il levita si fa, e' questa: "Se mi fermo a soccorrere quest'uomo, che cosa mi capitera'?".
Ma poi e' passato il buon samaritano, e ha rovesciato la domanda: "Se non mi fermo a soccorrere quest'uomo, che cosa gli succedera'?".
Ecco la domanda che avete di fronte stasera. Non e' "se mi fermo a dare una mano agli operai della nettezza urbana, che cosa succedera' al mio lavoro?". Non e' "se mi fermo a dare una mano agli operai della nettezza urbana, che cosa ne sara' delle ore che di solito passo nel mio studio di pastore tutti i giorni e tutte le settimane?". La domanda non e' "se mi fermo per soccorrere quest'uomo nel bisogno, che cosa mi accadra'?". La domanda e': "se non mi fermo per aiutare gli operai della nettezza urbana, che cosa accadra' a loro?". Questa e' la domanda.
Questa sera alziamoci con maggiore disponibilita'. Prendiamo posizione con maggiore determinazione. E continuiamo ad avanzare in queste giornate di grande potenza, in queste giornate di sfida, per far si' che l'America diventi come dovrebbe essere. Abbiamo l'occasione di rendere l'America migliore. E io voglio ringraziare Dio, ancora una volta, per avermi concesso di esser qui con voi.
*
Sapete, parecchi anni fa mi trovavo a New York per firmare le copie del mio primo libro. E mentre stavo seduto tutto preso da dediche e autografi, si avvicino' una donna nera, un'alienata. L'unica cosa che le sentii dire fu: "E' lei Martin Luther King?". Io guardavo in basso, perche' stavo scrivendo, e risposi: "Si'".
E un attimo dopo sentii qualcosa che mi dava un colpo sul petto. Prima che me ne rendessi conto, quella donna pazza mi aveva pugnalato. Mi portarono di corsa allo Harlem Hospital. Era un sabato pomeriggio, era gia' buio. La lama era andata in profondita', e dalla radiografia si vide che la punta sfiorava l'aorta, l'arteria principale. Se ti perforano l'aorta, anneghi nel tuo stesso sangue; sei finito. La mattina dopo, sul "New York Times" scrissero che se avessi anche solo starnutito, sarei morto.
Ebbene, a tre o quattro giorni dall'operazione, dopo che mi avevano aperto il torace e avevano estratto la lama, mi permisero di andare in giro per l'ospedale sulla sedia a rotelle. Mi lasciarono leggere un po' della posta che era arrivata per me: da tutti gli stati e dall'estero erano arrivate lettere gentili. Ne lessi qualcuna, ma ce n'e' una che non dimentichero' mai. Mi avevano scritto anche il presidente e il vicepresidente, ma ho dimenticato che cosa dicevano i loro telegrammi. Il governatore dello stato di New York era venuto a trovarmi e mi aveva scritto una lettera, ma ho dimenticato che cosa diceva la sua lettera.
C'era invece un'altra lettera, scritta da una bambina, una ragazzina che studiava al liceo di White Plains. Io guardai la sua lettera e non la dimentichero' mai. Diceva semplicemente: "Gentile professor King, frequento la quarta ginnasio nel liceo di White Plains". E continuava: "Non dovrebbe avere importanza, ma vorrei dire che sono bianca. Ho letto sul giornale della sua disgrazia e delle sue sofferenze. E ho letto anche che se avesse starnutito, sarebbe morto. E le scrivo semplicemente per dirle che sono tanto contenta che non abbia starnutito".
Vorrei dire che anch'io sono contento di non avere starnutito. Perche', se avessi starnutito, non mi sarei trovato da queste parti nel 1960, quando in tutto il Sud gli studenti cominciarono a prendere posto ai banchi delle caffetterie. E io sapevo che proprio mettendosi a sedere in realta' si stavano schierando a favore della parte migliore del sogno americano, e riportavano il paese a quelle grandi sorgenti della democrazia scavate dai padri fondatori nella Dichiarazione di indipendenza e nella Costituzione.
Se avessi starnutito, non mi sarei trovato da queste parti nel 1961, quando decidemmo di cominciare un viaggio per la liberta' e per mettere fine al segregazionismo sui mezzi di trasporto da uno stato all'altro.
Se avessi starnutito, non sarei stato da queste parti nel 1962, quando i neri di Albany, in Georgia, decisero di drizzare la schiena: e ogni volta che uomini e donne drizzano la schiena, riescono ad arrivare da qualche parte, perche' se stai diritto e non pieghi la schiena nessuno ti puo' montare addosso.
Se avessi starnutito, non sarei stato da queste parti nel 1963, quando la popolazione nera di Birmingham, nell'Alabama, e' riuscita a risvegliare la coscienza di questo paese e ottenere l'approvazione della legge sui diritti civili.
Se avessi starnutito, un po' piu' tardi in quello stesso anno, in agosto, non avrei avuto l'occasione di raccontare all'America di un sogno che avevo avuto.
Se avessi starnutito, non sarei stato a Selma, nell'Alabama, e non avrei assistito al grande movimento che si e' avuto in quella citta'.
Se avessi starnutito, non sarei venuto a Memphis per vedere una comunita' che si stringe intorno ai fratelli e alle sorelle che soffrono. Sono proprio contento di non avere starnutito.
*
Ho lasciato Atlanta stamani, e mentre stavamo per partire - sull'aereo eravamo in sei - il pilota ci ha detto, attraverso l'interfono: "Scusate il ritardo, ma abbiamo sull'aereo il professor Martin Luther King. E per assicurarci che tutte le valigie fossero state controllate, e per essere sicuri che sull'aeroplano fosse tutto in ordine, abbiamo dovuto verificare con cura tutto quanto. E abbiamo tenuto l'aereo sotto protezione e sorvegliato per tutta la notte".
Poi sono arrivato a Memphis. E alcuni hanno cominciato a riferire le minacce, o a parlare delle minacce che erano state fatte, o a dire quel che mi sarebbe potuto accadere a causa di qualche nostro fratello bianco malato.
Ebbene, non so che cosa accadro' d'ora in poi; ci aspettano giornate difficili. Ma davvero, per me non ha importanza, perche' sono stato sulla cima della montagna. E non m'importa. Come chiunque, mi piacerebbe vivere a lungo: la longevita' ha i suoi lati buoni. Ma adesso non mi curo di questo. Voglio fare soltanto la volonta' di Dio. E Lui mi ha concesso di salire fino alla vetta. Ho guardato al di la', e ho visto la terra promessa. Forse non ci arrivero' insieme a voi. Ma stasera voglio che sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. E stasera sono felice. Non c'e' niente che mi preoccupi, non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria dell'avvento del Signore.
5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 25 dell'11 maggio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
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