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[Nonviolenza] Preferirei di no. 9
- Subject: [Nonviolenza] Preferirei di no. 9
- From: Centro di ricerca per la pace Centro di ricerca per la pace <centropacevt at gmail.com>
- Date: Tue, 27 Jan 2026 13:44:21 +0100
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"PREFERIREI DI NO"
Foglio per il "no" referendario alla "riforma della giustizia" Gelli-Berlusconi
Numero 9 del 27 gennaio 2026
*
Difendiamo la Costituzione repubblicana, lo stato di diritto, la democrazia
Votiamo "no" al referendum del 22-23 marzo 2026
*
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it, sito: https://lists.peacelink.it/nonviolenza/
Sommario di questo numero:
1. Il 27 gennaio, "Giorno della memoria", si realizzino ovunque iniziative di studio, di riflessione, di testimonianza e d'impegno
2. Alcuni testi di Primo Levi
3. Nel Giorno della memoria. Un incontro a Viterbo
4. Giuseppe Battarino: Le parole giuste per dire NO
1. REPETITA IUVANT. IL 27 GENNAIO, "GIORNO DELLA MEMORIA", SI REALIZZINO OVUNQUE INIZIATIVE DI STUDIO, DI RIFLESSIONE, DI TESTIMONIANZA E D'IMPEGNO
Il 27 gennaio, "Giorno della memoria", si realizzino ovunque iniziative di studio, di riflessione, di testimonianza e d'impegno.
*
Testo della Legge 20 luglio 2000, n. 211: "Istituzione del Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"
Art. 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche' coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto e' accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinche' simili eventi non possano mai piu' accadere.
*
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
Il razzismo e' un crimine contro l'umanita'.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Siamo una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.
Opporsi alla guerra e a tutte le uccisioni, opporsi al razzismo e a tutte le persecuzioni, opporsi al maschilismo e a tutte le oppressioni.
Salvare le vite e' il primo dovere.
2. MAESTRI. ALCUNI TESTI DI PRIMO LEVI
[Riproponiamo ancora una volta i seguenti testi]
Primo Levi: Shema'
[Da Primo Levi, Ad ora incerta (ma e' anche l'epigrafe che apre Se questo e' un uomo), ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 525]
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo e' un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si' o per un no.
Considerate se questa e' una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza piu' forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo e' stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
10 gennaio 1946
*
Primo Levi: Alzarsi
[Da Primo Levi, Ad ora incerta (ma e' anche l'epigrafe che apre La tregua), ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 526]
Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finche' suonava breve sommesso
Il comando dell'alba:
"Wstawac":
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre e' sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
E' tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
"Wstawac".
11 gennaio 1946
*
Primo Levi: Si immagini ora un uomo...
[Da Primo Levi, Se questo e' un uomo, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, p. 21]
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sara' un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignita' e discernimento, poiche' accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potra' a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinita' umana; nel caso piu' fortunato, in base ad un puro giudizio di utilita'. Si comprendera' allora il duplice significato del termine "Campo di annientamento"...
*
Primo Levi: Che appunto perche'...
[Da Primo Levi, Se questo e' un uomo, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, p. 35]
Che appunto perche' il Lager e' una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si puo' sopravvivere, e percio' si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere e' importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l'impalcatura, la forma della civilta'. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facolta' ci e' rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perche' e' l'ultima: la facolta' di negare il nostro consenso.
*
Primo Levi: Verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945
[Da Primo Levi, La tregua, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, pp. 205-206]
La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla (...).
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi (...).
Non salutavano, non sorridevano, apparivano oppressi, oltre che da pieta', da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volonta' buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
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Primo Levi: Hurbinek
[Da Primo Levi, La tregua, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, p. 216]
Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senzanome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek mori' ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.
*
Primo Levi: Approdo
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 542]
Felice l'uomo che ha raggiunto il porto,
Che lascia dietro se' mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati;
E siede e beve all'osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l'uomo come una fiamma spenta,
Felice l'uomo come sabbia d'estuario,
Che ha deposto il carico e si e' tersa la fronte
E riposa al margine del cammino.
Non teme ne' spera ne' aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.
10 settembre 1964
*
Primo Levi: La bambina di Pompei
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 549]
Poiche' l'angoscia di ciascuno e' la nostra
Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
Che ti sei stretta convulsamente a tua madre
Quasi volessi ripenetrare in lei
Quando al meriggio il cielo si e' fatto nero.
Invano, perche' l'aria volta in veleno
E' filtrata a cercarti per le finestre serrate
Della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
Lieta gia' del tuo canto e del tuo timido riso.
Sono passati i secoli, la cenere si e' pietrificata
A incarcerare per sempre codeste membra gentili.
Cosi' tu rimani tra noi, contorto calco di gesso,
Agonia senza fine, terribile testimonianza
Di quanto importi agli dei l'orgoglioso nostro seme.
Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
Della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
La sua cenere muta e' stata dispersa dal vento,
La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli,
Vittima sacrificata sull'altare della paura.
Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
Tristi custodi segreti del tuono definitivo,
Ci bastano d'assai le afflizioni donate dal cielo.
Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.
20 novembre 1978
*
Primo Levi: Non ci sono demoni...
[Da Primo Levi, La ricerca delle radici, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 1519]
Non ci sono demoni, gli assassini di milioni di innocenti sono gente come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano. Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno infilato, consapevolmente o no, una strada rischiosa, la strada dell'ossequio e del consenso, che e' senza ritorno.
*
Primo Levi: Partigia
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 561]
Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
Quelli che restano hanno i capelli bianchi
E raccontano ai figli dei figli
Come, al tempo remoto delle certezze,
Hanno rotto l'assedio dei tedeschi
La' dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
Altri rosicchiano la pensione dell'Inps
O si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c'e' congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
Lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
Con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sara' duro,
Ci sara' duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
Diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
Perche' nell'alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e' nemico di ognuno,
Spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
La mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e' mai finita.
23 luglio 1981
*
Primo Levi: Il superstite
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 576]
a B. V.
Since then, at an uncertain hour,
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c'e'.
"Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno e' morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non e' mia colpa se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni".
4 febbraio 1984
*
Primo Levi: Contro il dolore
[Da Primo Levi, L'altrui mestiere, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 675]
E' difficile compito di ogni uomo diminuire per quanto puo' la tremenda mole di questa "sostanza" che inquina ogni vita, il dolore in tutte le sue forme; ed e' strano, ma bello, che a questo imperativo si giunga anche a partire da presupposti radicalmente diversi.
*
Primo Levi: Canto dei morti invano
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 615]
Sedete e contrattate
A vostra voglia, vecchie volpi argentate.
Vi mureremo in un palazzo splendido
Con cibo, vino, buoni letti e buon fuoco
Purche' trattiate e contrattiate
Le vite dei vostri figli e le vostre.
Che tutta la sapienza del creato
Converga a benedire le vostre menti
E vi guidi nel labirinto.
Ma fuori al freddo vi aspetteremo noi,
L'esercito dei morti invano,
Noi della Marna e di Montecassino
Di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima:
E saranno con noi
I lebbrosi e i tracomatosi,
Gli scomparsi di Buenos Aires,
I morti di Cambogia e i morituri d'Etiopia,
I patteggiati di Praga,
Gli esangui di Calcutta,
Gl'innocenti straziati a Bologna.
Guai a voi se uscirete discordi:
Sarete stretti dal nostro abbraccio.
Siamo invincibili perche' siamo i vinti.
Invulnerabili perche' gia' spenti:
Noi ridiamo dei vostri missili.
Sedete e contrattate
Finche' la lingua vi si secchi:
Se dureranno il danno e la vergogna
Vi annegheremo nella nostra putredine.
14 gennaio 1985
*
Primo Levi: Agli amici
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 623]
Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purche' fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.
Dico per voi, compagni d'un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L'anima, l'animo, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo
Prima che s'indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l'impronta
Dell'amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l'augurio sommesso
Che l'autunno sia lungo e mite.
16 dicembre 1985
*
Primo Levi: La vergogna del mondo
[Da Primo Levi, I sommersi e i salvati, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, pp. 1157-1158]
E c'e' un'altra vergogna piu' vasta, la vergogna del mondo. E' stato detto memorabilmente da John Donne, e citato innumerevoli volte, a proposito e non, che "nessun uomo e' un'isola", e che ogni campana di morte suona per ognuno. Eppure c'e' chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, cosi' da non vederla e non sentirsene toccato: cosi' hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell'illusione che il non vedere fosse un non sapere, e che il non sapere li alleviasse dalla loro quota di complicita' o di connivenza. Ma a noi lo schermo dell'ignoranza voluta, il "partial shelter" di T. S. Eliot, e' stato negato: non abbiamo potuto non vedere. Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava, ed il suo livello e' salito di anno in anno fino quasi a sommergerci. Era inutile chiudere gli occhi o volgergli le spalle, perche' era tutto intorno, in ogni direzione fino all'orizzonte. Non ci era possibile, ne' abbiamo voluto, essere isole; i giusti fra noi, non piu' ne' meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perche' sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai piu'; avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore e' la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.
*
Primo Levi: Il nocciolo di quanto abbiamo da dire
[Da Primo Levi, I sommersi e i salvati, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, pp. 1149-1150]
L'esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti e' estranea alle nuove generazioni dell'Occidente, e sempre piu' estranea si va facendo a mano a mano che passano gli anni (...).
Per noi, parlare con i giovani e' sempre piu' difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perche' inaspettato, non previsto da nessuno. E' avvenuto contro ogni previsione; e' avvenuto in Europa; incredibilmente, e' avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler e' stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. E' avvenuto, quindi puo' accadere di nuovo: questo e' il nocciolo di quanto abbiamo da dire.
*
Primo Levi: Al visitatore
[Da Primo Levi, testo pubblicato per l'inaugurazione del Memorial in onore degli italiani caduti nei campi di sterminio nazisti, ora in Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, pp. 1335-1336]
La storia della Deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo, non puo' essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dai primi incendi delle Camere del Lavoro nell'Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania del 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto. E' vecchia sapienza, e gia' cosi' aveva ammonito Heine, ebreo e tedesco: chi brucia libri finisce col bruciare uomini, la violenza e' un seme che non si estingue.
E' triste ma doveroso rammentarlo, agli altri ed a noi stessi: il primo esperimento europeo di soffocazione del movimento operaio e di sabotaggio della democrazia e' nato in Italia. E' il fascismo, scatenato dalla crisi del primo dopoguerra, dal mito della "vittoria mutilata", ed alimentato da antiche miserie e colpe; e dal fascismo nasce un delirio che si estendera', il culto dell'uomo provvidenziale, l'entusiasmo organizzato ed imposto, ogni decisione affidata all'arbitrio di un solo.
Ma non tutti gli italiani sono stati fascisti: lo testimoniamo noi, gli italiani che siamo morti qui. Accanto al fascismo, altro filo mai interrotto, e' nato in Italia, prima che altrove, l'antifascismo. Insieme con noi testimoniano tutti coloro che contro il fascismo hanno combattuto e che a causa del fascismo hanno sofferto, i martiri operai di Torino del 1923, i carcerati, i confinati, gli esuli, ed i nostri fratelli di tutte le fedi politiche che sono morti per resistere al fascismo restaurato dall'invasore nazionalsocialista.
E testimoniano insieme a noi altri italiani ancora, quelli che sono caduti su tutti i fronti della II Guerra Mondiale, combattendo malvolentieri e disperatamente contro un nemico che non era il loro nemico, ed accorgendosi troppo tardi dell'inganno. Sono anche loro vittime del fascismo: vittime inconsapevoli.
Noi non siamo stati inconsapevoli. Alcuni fra noi erano partigiani; combattenti politici; sono stati catturati e deportati negli ultimi mesi di guerra, e sono morti qui, mentre il Terzo Reich crollava, straziati dal pensiero della liberazione cosi' vicina.
La maggior parte fra noi erano ebrei: ebrei provenienti da tutte le citta' italiane, ed anche ebrei stranieri, polacchi, ungheresi, jugoslavi, cechi, tedeschi, che nell'Italia fascista, costretta all'antisemitismo dalle leggi di Mussolini, avevano incontrato la benevolenza e la civile ospitalita' del popolo italiano. Erano ricchi e poveri, uomini e donne, sani e malati.
C'erano bambini fra noi, molti, e c'erano vecchi alle soglie della morte, ma tutti siamo stati caricati come merci sui vagoni, e la nostra sorte, la sorte di chi varcava i cancelli di Auschwitz, e' stata la stessa per tutti. Non era mai successo, neppure nei secoli piu' oscuri, che si sterminassero esseri umani a milioni, come insetti dannosi: che si mandassero a morte i bambini e i moribondi. Noi, figli di cristiani ed ebrei (ma non amiamo queste distinzioni) di un paese che e' stato civile, e che civile e' ritornato dopo la notte del fascismo, qui lo testimoniamo.
In questo luogo, dove noi innocenti siamo stati uccisi, si e' toccato il fondo delle barbarie. Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento: fa che il frutto orrendo dell'odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, ne' domani ne' mai.
3. INCONTRI. NEL GIORNO DELLA MEMORIA. UN INCONTRO A VITERBO
La mattina di martedi' 27 gennaio 2026 a Viterbo, presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera", si e' tenuto un incontro in ricordo delle vittime della Shoah.
Nel corso dell'incontro sono stati letti e commentati alcuni indimenticabili testi di Primo Levi e di altre ed altri testimoni e studiosi della Shoah.
Il responsabile della storica struttura nonviolenta viterbese ha aperto l'incontro con un discorso di cui di seguito riportiamo una minima sintesi.
*
"Come a molti della mia generazione e' capitato anche a me di conoscere alcuni sopravvissuti dei campi di sterminio, e alla loro scomparsa di provarne non solo un lutto immedicabile ma anche un sentimento di cui si e' in imbarazzo a dire: il sentimento che con la morte dei testimoni della Shoah passasse a noi che li abbiamo ascoltati, che abbiamo parlato ed anche lottato con loro, che abbiamo letto ed amato le loro opere, il compito di farci messaggeri di quanto ci hanno raccontato, testimoniato, insegnato. Ecco, l'ho detto pur sapendo l'incolmabile sproporzione tra il racconto del testimone e il racconto di chi il testimone ha ascoltato e ci ha condiviso qualcosa o molte cose.
Per questo per me il Giorno della memoria non e' uno dei tanti riti civili cui si partecipa con maggiore o minor convinzione, e sempre con un'interiore amarezza nel percepire quanto di superficiale, stereotipato e fin consumista vi sia sovente nelle celebrazioni ufficiali; e' anche questo, ma e' anche molto di piu', ed ancora una volta mi e' difficile dire cosa.
E' il rinnovarsi di un dolore dalle molte sfaccettature: l'orrore per la Shoah, il dolore infinito per tutte le vittime, certamente; ma anche il ricordo di persone da cui ho molto imparato e che so che non vedro' mai piu'; e il timore che la loro scomparsa contribuisca a cancellare non solo la memoria di quanto accaduto, ma anche il loro insegnamento e il loro appello all'impegno intellettuale, morale e civile affinche' l'orrore non torni a prevalere.
In questi anni in cui la guerra e' tornata a divampare finanche nel cuore d'Europa, in cui si sono dati pogrom e atti di genocidio, in cui il razzismo, il militarismo e il fascismo sono al potere in tanta parte del mondo, in cui uno stoltissimo e scelleratissimo riarmo ci avvicina ogni giorno di piu' al baratro della distruzione dell'umanita', in cui il trionfo di stupidita', avidita' e violenza divora incessantemente quest'unico mondo vivente, ebbene, il Giorno della memoria e' un appello alla lotta nonviolenta contro tutte le guerre, le uccisioni, le persecuzioni, le devastazioni; e' un appello alla lotta nonviolenta in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani; e' un appello alla lotta nonviolenta in difesa di quest'unico mondo vivente unica casa comune dell'umanita' intera".
4. LIBRI. GIUSEPPE BATTARINO: LE PAROLE GIUSTE PER DIRE NO
[Dal sito di "Questione giustizia" (www.questionegiustizia.it) riprendiamo e diffondiamo la seguente recensione del 24 gennaio 2026, il cui autore e' un magistrato emerito]
Le parole giuste per dire NO
Il libro di Nello Rossi e Armando Spataro, Le ragioni del No. La posta in gioco nel referendum costituzionale (Editori Laterza, 2026) esplora in forma accessibile e chiara, con ricchezza argomentativa, mediante un'esposizione ordinata e logica, non solo le questioni su cui saremo chiamati a votare ma anche qual e' la posta in gioco e quale il reale contesto in cui la riforma costituzionale si colloca.
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Nel momento piu' intenso del confronto sul referendum costituzionale, Nello Rossi e Armando Spataro con l'agile libro Le ragioni del No. La posta in gioco nel referendum costituzionale (Editori Laterza, 2026), ci offrono uno strumento per acquisire gli strumenti di conoscenza necessari a comprendere di che cosa parliamo quando parliamo della sostituzione di sette articoli della Costituzione, della disarticolazione del Csm, dell'erosione dell'indispensabile equilibrio tra poteri dello Stato.
Nessun neutralismo, sin dal titolo, bensi' la consapevolezza della posta in gioco.
I due autori spendono utilmente a favore dei lettori la loro profonda competenza nella materia che viene trattata: entrambi magistrati per decenni, titolari di posizioni organizzative rilevanti da cui la giurisdizione si osserva nella sua realta', da sempre generosamente immersi nell'elaborazione culturale della magistratura.
Ne deriva una scrittura scorrevole ma non semplificatoria, competente ma tutt'altro che cattedratica o apodittica.
Caratterizza il lavoro di Nello Rossi e Armando Spataro la ricchezza argomentativa, espressa in un'esposizione ordinata e logica (finalmente, visti e considerati i confusionari profluvi di luoghi comuni in cui ci si imbatte nell'informazione e nella comunicazione politica su questo tema) e assistita da un importante lavoro di documentazione.
Utile anche a rivelare "perle nascoste", come una dichiarazione del ministro Nordio (a Stresa, l'11 novembre 2023) in cui, come si legge, "ha affermato di voler realizzare una radicale metamorfosi del magistrato del pubblico ministero, trasformandolo in avvocato dell'accusa, privo di poteri di coordinamento dell'attivita' degli investigatori nella fase delle indagini preliminari, e chiamato a sostenere in giudizio le tesi accusatorie delle forze di polizia sulla base delle risultanze delle loro autonome indagini". Dunque un pubblico ministero "il cui ruolo sara' ridotto a sostenere in giudizio tesi accusatorie maturate negli uffici delle polizie, nei cui confronti assumerebbe inevitabilmente una posizione sussidiaria, servente e subalterna".
Gli autori individuano immediatamente i presupposti politici (o storico-politici) che qualificano la riforma costituzionale governativa.
La chiave fondamentale e' quella del revanscismo degli "esclusi" dall'elaborazione del patto costituzionale, i quali, anche a prescindere da un'azione politica collocata nell'ambito della democrazia, si sono sempre sentiti estranei ai valori della Costituzione visti organicamente e nel loro equilibrio istituzionale e culturale.
E' dunque fondamentale il richiamo contenuto nel libro alle parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in occasione della celebrazione dei 75 anni dall'entrata in vigore ha detto che la Costituzione "scritta con saggezza, resta sempre attuale" e l'ha definita "la guida del nostro agire [...] l'architrave dell'ordinamento giuridico che sostiene il nostro modello sociale".
Sulla base della premessa di "estraneita'" si comprendono le anomalie gravi del percorso della riforma costituzionale, che, scrivono gli autori, "era sin dall'origine cosi' perfetta da non aver bisogno di alcuna modifica, integrazione o correzione sulla base delle indicazioni dei tanti studiosi che hanno partecipato alle audizioni parlamentari o alla vivace discussione pubblica svoltasi nel Paese": nessuna modifica e' stata consentita al Parlamento.
Ecco allora che il referendum costituzionale assume il significato non solo per le conseguenze sul merito della riforma e dunque sulla difesa dell'assetto costituzionale ma anche perche' rappresenta un momento essenziale di recupero della dimensione democratica.
E, per altro ed essenziale aspetto, se la riforma costituzionale della magistratura dovesse superare la prova referendaria, l'ottenuto indebolimento del potere giudiziario incoraggera' l'attuale maggioranza di governo a procedere ulteriormente in direzione di una modifica in senso autoritario dello Stato.
Dunque e' bene, come ci suggerisce da subito la lettura, usare le parole giuste: parlare di "riforma della magistratura" e non, come spesso avviene nella comunicazione pubblica, di "riforma della giustizia".
Perche' la sostituzione di sette articoli della Costituzione non ha niente a che vedere con i problemi della giustizia.
"Non snellisce i processi, lenti e farraginosi anche per il succedersi continuo di leggi spesso contraddittorie; non ammoderna l'amministrazione giudiziaria, immettendo in essa nuove tecnologie; non si occupa di mezzi o di personale. E percio' non riduce l'irragionevole durata dei processi civili e penali, che e' il primo e forse piu' grande dei mali della giustizia italiana. In una parola, non ci si puo' attendere che il processo di revisione costituzionale rinnovi e migliori la giurisdizione, snodo istituzionale nevralgico per la tutela dei diritti, della liberta' e dell'eguaglianza di tutti i cittadini e, in particolare, di quelli senza potere".
Lo scopo della riforma - anche dichiarato, come diverse puntuali citazioni contenute nel libro ci ricordano - e' quello di rendere la magistratura "piu' debole e meno difesa da aggressioni di altri poteri che divengono via via sempre piu' veementi e che sono indirizzate non piu' solo ai pubblici ministeri, ma anche ai giudici di merito civili e penali, ai giudici internazionali, perfino alla Corte di cassazione, in sostanza a qualunque giudice adotti provvedimenti sgraditi al potere di maggioranza".
In un certo senso incuriosisce l'adesione di avvocati a questo disegno, se appena si considera che "alla lunga le insidie ai giudici finiranno con il minare anche il ruolo, prezioso e insostituibile, degli avvocati, che rischia di essere inevitabilmente compromesso da un'opera di svalutazione della tutela giurisdizionale dei diritti"; incuriosisce, e turba, pensare che degli avvocati possano desiderare affidare una trasformazione della giurisdizione - bene comune di tutti i cittadini; e, per gli operatori del diritto, luogo di esercizio dei loro elevati compiti - a un personale politico che deride "gli avvocati sul barcone", che moltiplica senza freni l'uso del diritto penale ("sconsideratamente amplificato per dare risposte, in larga misura illusorie, al sentimento di insicurezza dei cittadini"), che censura violentemente i magistrati che si permettono di scarcerare o non incarcerare, che di fatto considera il delicato equilibrio tra liberta' e sicurezza, garantito dal sistema penale e dai suoi attori, un fastidioso orpello da sacrificare al consenso.
Ma questo accade anche - come ci suggeriscono piu' passaggi del libro - perche' e' poco considerata la centralita', negli effetti della riforma, delle leggi di attuazione, demandate a un governo e a una maggioranza parlamentare che hanno dimostrato di non considerare nemmeno la possibilita' di un confronto istituzionale.
Come e' detto con efficace immagine, gli elettori "vedranno, infatti, solo lo scheletro in cemento armato del nuovo edificio costituzionale ma non disporranno di adeguate indicazioni sulle caratteristiche dei singoli piani e dei diversi appartamenti (metratura, distribuzione dei vani, luci) e sulla funzionalita' e vivibilita' del nuovo ambiente della giurisdizione".
Di qui l'ambizione di "informare non solo sui "pieni" ma anche sui "vuoti" del progetto costituzionale, illuminando i molti angoli bui e inesplorati della inedita costruzione che si propone al Paese e discutendo i dettagli nei quali si puo' nascondere "il diavolo" della riduzione delle garanzie e dei diritti dei cittadini".
Sulla base di questa prospettiva vengono esaminate tutte le questioni poste dalla riforma costituzionale.
E' di particolare significato l'invito alla freddezza, che apre il capitolo in cui si esamina il tema della separazione delle carriere, e che in effetti nel testo caratterizza l'esame della questione, accompagnando il lettore nello "sforzo cognitivo" necessario ma tutt'altro che proibitivo (se non impedito dalla confusione propagandistica).
Il puntuale esame dei dati statistici dimostra come, quantomeno dal 2006, i passaggi di funzione siano stati in numero irrisorio.
Il tema diviene allora quello della "difesa della concezione unitaria della funzione giurisdizionale tra giudici e pm a garanzia dei cittadini".
Sotto questo profilo risulta evidente che ai "separatisti" (termine sintetico e utilmente evocativo) non interessa "la difesa della unicita' della cultura giurisdizionale, che pure dovrebbe coinvolgere allo stesso grado magistrati e avvocati".
Forse bisognerebbe arrivare a un completo rovesciamento della narrazione separatista, a favore di una nuova visione unitaria della cultura della giurisdizione.
C'e' da chiedersi pero' se ancora vi siano margini per togliere combustibile a quello che gia' molti anni fa Alessandro Pizzorusso definiva un "dibattito invelenito" in cui "gli argomenti sembrano avere perso ogni capacita' di persuasione e la rivendicazione della separazione delle carriere viene agitata come una clava, senza tener conto nemmeno del fatto che un pubblico ministero assolutamente indipendente e rigorosamente gerarchizzato (con la polizia ai suoi ordini) costituirebbe il potere dello Stato piu' forte che si sia mai avuto in alcun ordinamento costituzionale dell'epoca contemporanea".
Tra le molte appropriate e pertinenti citazioni, colpisce un passaggio di quella, recente, dell'avvocato penalista e professore Franco Coppi, che, esaminando le fallacie di una riforma definita "inutilmente ideologica" la qualifica altresi' come "un'enorme spendita di quattrini, di mezzi, una cosa mostruosamente difficile".
Agli autori bisogna anche essere grati per avere affrontato la "questione Giovanni Falcone". Il magistrato vittima della mafia viene impropriamente arruolato come presunto sostenitore della riforma.
Ma mai egli ebbe l'idea di una istituzione per via costituzionale di una corporazione separata dei pubblici ministeri (vogliamo chiamarla cosi' senza cadere nella truffa delle etichette separatiste?).
"Falcone credeva solo che, con l'avvento del nuovo codice di procedura penale e l'abolizione della figura del giudice istruttore, vi fosse accentuato bisogno di un sapere specialistico e che le conoscenze necessarie a un pm per svolgere efficacemente il suo lavoro non coincidessero con quelle del giudice".
Del resto la piu' sicura conferma della sua contrarieta' alla separazione delle carriere la diede Falcone stesso chiedendo, e ottenendo, piu' volte, di passare dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa; un percorso professionale composito come quello, tra gli altri, di magistrati vittime di mafia e terrorismo, come Paolo Borsellino e Guido Galli.
Altro "idolo" ordinatamente smontato e' quello comparatistico.
Intanto si ricorda come nella relazione di accompagnamento al ddl costituzionale si trovi scritto nero su bianco: "Sui temi della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, della esistenza e regolamentazione di Consigli superiori, nonche' sulla materia disciplinare, le soluzioni adottate da parte di altri Stati membri dell'Unione Europea sono variegate e non emergono linee prevalenti. Sono assai varie anche le scelte normative dei diversi Stati, risultando la materia oggetto di disciplina articolata a livello nazionale con interazione di disposizioni costituzionali, ordinamentali e di rito processuale".
La puntuale (diremmo: fondatamente puntigliosa) analisi comparatistica fa giustizia della stanca ripetizione da parte dei sostenitori della riforma costituzionale governativa del "cosi' fan tutti" in Europa.
Ma dimostra anche come, pur nella diversita' degli ordinamenti, l'interscambio delle conoscenze, delle competenze e delle esperienze tra giuristi in diverse funzioni, sia un bene per l'intera giurisdizione.
E semmai anche in cio' che riguarda l'assetto della giurisdizione e' la Costituzione italiana ad essere un modello: come si legge in una dichiarazione del novembre del 2025 di solidarieta' ai magistrati italiani da parte del Sindicato dos Magistrados do Ministerio Publico del Portogallo (che si inserisce in una serie di prese di posizione sovranazionali di cui nel libro si da' puntualmente conto) "il modello italiano e' sempre stato un esempio di equilibrio tra l'autonomia funzionale e l'indipendenza costituzionale dei magistrati, caratterizzato da un solido quadro normativo capace di garantire, da un lato, la liberta' di determinazione nella conduzione da parte dei magistrati dei procedimenti e, dall'altro, un'efficace protezione contro possibili interferenze esterne, comprese quelle politiche, assicurando cosi' l'esercizio della funzione giudiziaria con piena imparzialita' e nel rigoroso rispetto dei principi dello Stato di diritto".
Un'altra delle forme di sbriciolamento dell'assetto costituzionale della magistratura e' il sorteggio dei componenti togati dei nuovi tre organi che dovrebbero sostituire l'attuale Consiglio.
In questo caso la difficolta' argomentativa deriva dalla distanza siderale dell'ipotesi da ogni ragionevolezza; nel libro l'argomento e' tuttavia affrontato con un proficuo sforzo di razionalizzazione.
L'idea che i magistrati della Repubblica siano minus habens rispetto agli abitanti di un condominio che possono scegliere il loro amministratore o agli studenti delle superiori che possono scegliere i loro rappresentanti, passa attraverso la negazione della funzione del Csm.
Ma gli autori ci forniscono subito l'insuperabile argomento costituzionale: "i costituenti vollero impedire ogni futura deriva autoritaria e ogni strumentalizzazione della giurisdizione, vietando l'istituzione di nuovi giudici speciali, garantendo che giudici e pubblici ministeri godessero di una piena "indipendenza" e che la magistratura nel suo complesso fosse "autonoma" dagli altri poteri dello Stato. A garanzia di questi valori introdussero e disciplinarono in Costituzione un originale organismo di governo della magistratura".
Una soluzione studiata e imitata nei paesi europei che nel corso del tempo hanno recuperato la democrazia.
Torna percio', anche in questo passaggio della riforma, il tema generale e presupposto: chi la propone non si riconosce nei fondamenti della Costituzione repubblicana, afferma - e pratica - la propria estraneita' ad essa, in vista di un modello politico diverso da quello che ha garantito sinora la coesione sociale e le liberta'.
Come dimostra l'analisi della riforma su questo punto, il sorteggio - "asimmetrico" tra togati e laici - svela le finalita' di svalutazione, burocratizzazione e atomizzazione della magistratura.
Di particolare interesse risultano per il lettore i dettagliati richiami agli "inconsistenti precedenti storici" invocati per il sorteggio e ai concreti precedenti parlamentari a partire da una proposta di Giorgio Almirante; coso' come l'inapplicabilita' alla varieta' e complessita' di funzioni di governo autonomo della magistratura di istituti applicati in altri contesti.
Anche in questo caso pesa enormemente l'affidamento alle leggi di attuazione del riempimento - che sara' decisivo per le sorti dell'ordinamento - dei "vuoti" del progetto costituzionale.
La "cascata di danni collaterali" di cui parlano gli autori non fara' che portare a compimento "una pluriennale e incessante campagna di denigrazione", della quale la propaganda a cui stiamo assistendo appare come il naturale e intensificato prolungamento.
Tornando a uno dei punti logici essenziali: "solo l'elezione puo' garantire che nel governo autonomo della magistratura sia rispettato il principio del pluralismo culturale e ideale e sia garantita la presenza di diverse categorie di magistrati, nonche' di differenti visioni della giurisdizione e dei suoi problemi".
Il "terzo Csm" ottenuto nel disegno riformatore dalla disarticolazione dell'attuale Consiglio e' l'Alta Corte disciplinare.
Tanto alta da lasciare il dubbio (che gli autori affrontano tecnicamente) di veder negare al magistrato che ne fosse giudicato il diritto costituzionale al ricorso per cassazione, garantito invece a tutti gli altri cittadini.
L'attuale esercizio della giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati e' serrato, trasparente, efficiente: "il raffronto tra gli esiti dei giudizi disciplinari dei magistrati e quelli delle procedure disciplinari di tutti gli altri corpi dello Stato mostra il maggior rigore della disciplina dei magistrati [...] per non parlare del confronto - impietoso - con la giustizia disciplinare degli avvocati" i cui dati non vengono certo propagandati.
Dunque non sembrerebbe necessaria alcuna riforma, tale addirittura da intaccare la Costituzione: ma appare qui piu' che altrove chiaro il mood vendicativo degli ideatori della riforma costituzionale, destinata ai soli magistrati ordinari mentre per le altre categorie di magistrati (amministrativi, contabili, tributari, militari), per i dipendenti pubblici, per gli appartenenti a ordini professionali, nulla di simile sara' previsto.
Semmai la vendetta potra' essere completata, ancora una volta, riempiendo i "vuoti" della riforma con leggi ordinarie: "la riscrittura del codice disciplinare e dell'ordinamento giudiziario da parte del governo di destra promette, dunque, di essere un nuovo pesante colpo di maglio sferrato per alterare, a tutto vantaggio dell'esecutivo, l'equilibrio dei poteri dello Stato".
Si trova, nel libro di Nello Rossi e Armando Spataro, un'espressione fulminante, che qualifica l'intera riforma: "inutile e anacronistica".
Caratteristiche che faticano a emergere nel mare magnum inquinato della comunicazione pubblica, in cui la partita politica viene giocata mediante una tambureggiante propaganda produttrice di una nebbia avvelenata, nella quale si muove un intero impianto denigratorio di orientamento dei cittadini (compresa la "la grande terra di nessuno di quanti non si informano e non discutono mai di politica, per disinteresse o sfiducia"): alimentato da garlascheide, boscheide di bambini, palamareide o miserrimi tentativi di contrapporre servitori dei cittadini nelle forze di polizia e servitori dei cittadini nella giurisdizione.
Una nebbia che la chiarezza di questo libro puo' senz'altro contribuire a diradare: per chi lo leggera' e per chi, dopo averlo letto, crediamo, provera' il desiderio di comunicare ad altri qual e' la posta in gioco.
"PREFERIREI DI NO"
Foglio per il "no" referendario alla "riforma della giustizia" Gelli-Berlusconi
Numero 9 del 27 gennaio 2026
*
Difendiamo la Costituzione repubblicana, lo stato di diritto, la democrazia
Votiamo "no" al referendum del 22-23 marzo 2026
*
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it, sito: https://lists.peacelink.it/nonviolenza/
Foglio per il "no" referendario alla "riforma della giustizia" Gelli-Berlusconi
Numero 9 del 27 gennaio 2026
*
Difendiamo la Costituzione repubblicana, lo stato di diritto, la democrazia
Votiamo "no" al referendum del 22-23 marzo 2026
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Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it, sito: https://lists.peacelink.it/nonviolenza/
Sommario di questo numero:
1. Il 27 gennaio, "Giorno della memoria", si realizzino ovunque iniziative di studio, di riflessione, di testimonianza e d'impegno
2. Alcuni testi di Primo Levi
3. Nel Giorno della memoria. Un incontro a Viterbo
4. Giuseppe Battarino: Le parole giuste per dire NO
1. REPETITA IUVANT. IL 27 GENNAIO, "GIORNO DELLA MEMORIA", SI REALIZZINO OVUNQUE INIZIATIVE DI STUDIO, DI RIFLESSIONE, DI TESTIMONIANZA E D'IMPEGNO
Il 27 gennaio, "Giorno della memoria", si realizzino ovunque iniziative di studio, di riflessione, di testimonianza e d'impegno.
*
Testo della Legge 20 luglio 2000, n. 211: "Istituzione del Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"
Art. 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonche' coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
Art. 2. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto e' accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinche' simili eventi non possano mai piu' accadere.
*
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
Il razzismo e' un crimine contro l'umanita'.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Siamo una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.
Opporsi alla guerra e a tutte le uccisioni, opporsi al razzismo e a tutte le persecuzioni, opporsi al maschilismo e a tutte le oppressioni.
Salvare le vite e' il primo dovere.
2. MAESTRI. ALCUNI TESTI DI PRIMO LEVI
[Riproponiamo ancora una volta i seguenti testi]
Primo Levi: Shema'
[Da Primo Levi, Ad ora incerta (ma e' anche l'epigrafe che apre Se questo e' un uomo), ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 525]
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo e' un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un si' o per un no.
Considerate se questa e' una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza piu' forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo e' stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
10 gennaio 1946
*
Primo Levi: Alzarsi
[Da Primo Levi, Ad ora incerta (ma e' anche l'epigrafe che apre La tregua), ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 526]
Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finche' suonava breve sommesso
Il comando dell'alba:
"Wstawac":
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre e' sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
E' tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
"Wstawac".
11 gennaio 1946
*
Primo Levi: Si immagini ora un uomo...
[Da Primo Levi, Se questo e' un uomo, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, p. 21]
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sara' un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignita' e discernimento, poiche' accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potra' a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinita' umana; nel caso piu' fortunato, in base ad un puro giudizio di utilita'. Si comprendera' allora il duplice significato del termine "Campo di annientamento"...
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Primo Levi: Che appunto perche'...
[Da Primo Levi, Se questo e' un uomo, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, p. 35]
Che appunto perche' il Lager e' una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si puo' sopravvivere, e percio' si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere e' importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l'impalcatura, la forma della civilta'. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facolta' ci e' rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perche' e' l'ultima: la facolta' di negare il nostro consenso.
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Primo Levi: Verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945
[Da Primo Levi, La tregua, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, pp. 205-206]
La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla (...).
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi (...).
Non salutavano, non sorridevano, apparivano oppressi, oltre che da pieta', da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volonta' buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
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Primo Levi: Hurbinek
[Da Primo Levi, La tregua, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, p. 216]
Hurbinek, che aveva tre anni e forse era nato in Auschwitz e non aveva mai visto un albero; Hurbinek, che aveva combattuto come un uomo, fino all'ultimo respiro, per conquistarsi l'entrata nel mondo degli uomini, da cui una potenza bestiale lo aveva bandito; Hurbinek, il senzanome, il cui minuscolo avambraccio era pure stato segnato col tatuaggio di Auschwitz; Hurbinek mori' ai primi giorni del marzo 1945, libero ma non redento. Nulla resta di lui: egli testimonia attraverso queste mie parole.
*
Primo Levi: Approdo
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 542]
Felice l'uomo che ha raggiunto il porto,
Che lascia dietro se' mari e tempeste,
I cui sogni sono morti o mai nati;
E siede e beve all'osteria di Brema,
Presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l'uomo come una fiamma spenta,
Felice l'uomo come sabbia d'estuario,
Che ha deposto il carico e si e' tersa la fronte
E riposa al margine del cammino.
Non teme ne' spera ne' aspetta,
Ma guarda fisso il sole che tramonta.
10 settembre 1964
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Primo Levi: La bambina di Pompei
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 549]
Poiche' l'angoscia di ciascuno e' la nostra
Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna
Che ti sei stretta convulsamente a tua madre
Quasi volessi ripenetrare in lei
Quando al meriggio il cielo si e' fatto nero.
Invano, perche' l'aria volta in veleno
E' filtrata a cercarti per le finestre serrate
Della tua casa tranquilla dalle robuste pareti
Lieta gia' del tuo canto e del tuo timido riso.
Sono passati i secoli, la cenere si e' pietrificata
A incarcerare per sempre codeste membra gentili.
Cosi' tu rimani tra noi, contorto calco di gesso,
Agonia senza fine, terribile testimonianza
Di quanto importi agli dei l'orgoglioso nostro seme.
Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella,
Della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura
Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani:
La sua cenere muta e' stata dispersa dal vento,
La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito.
Nulla rimane della scolara di Hiroshima,
Ombra confitta nel muro dalla luce di mille soli,
Vittima sacrificata sull'altare della paura.
Potenti della terra padroni di nuovi veleni,
Tristi custodi segreti del tuono definitivo,
Ci bastano d'assai le afflizioni donate dal cielo.
Prima di premere il dito, fermatevi e considerate.
20 novembre 1978
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Primo Levi: Non ci sono demoni...
[Da Primo Levi, La ricerca delle radici, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 1519]
Non ci sono demoni, gli assassini di milioni di innocenti sono gente come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano. Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno infilato, consapevolmente o no, una strada rischiosa, la strada dell'ossequio e del consenso, che e' senza ritorno.
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Primo Levi: Partigia
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 561]
Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?
Molti dormono in tombe decorose,
Quelli che restano hanno i capelli bianchi
E raccontano ai figli dei figli
Come, al tempo remoto delle certezze,
Hanno rotto l'assedio dei tedeschi
La' dove adesso sale la seggiovia.
Alcuni comprano e vendono terreni,
Altri rosicchiano la pensione dell'Inps
O si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c'e' congedo.
Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
Lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
Con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sara' duro,
Ci sara' duro il giaciglio, duro il pane.
Ci guarderemo senza riconoscerci,
Diffidenti l'uno dell'altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
Perche' nell'alba non ci sorprenda il nemico.
Quale nemico? Ognuno e' nemico di ognuno,
Spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
La mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e' mai finita.
23 luglio 1981
*
Primo Levi: Il superstite
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 576]
a B. V.
Since then, at an uncertain hour,
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
A notte menano le mascelle
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c'e'.
"Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno e' morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non e' mia colpa se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni".
4 febbraio 1984
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Primo Levi: Contro il dolore
[Da Primo Levi, L'altrui mestiere, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 675]
E' difficile compito di ogni uomo diminuire per quanto puo' la tremenda mole di questa "sostanza" che inquina ogni vita, il dolore in tutte le sue forme; ed e' strano, ma bello, che a questo imperativo si giunga anche a partire da presupposti radicalmente diversi.
*
Primo Levi: Canto dei morti invano
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 615]
Sedete e contrattate
A vostra voglia, vecchie volpi argentate.
Vi mureremo in un palazzo splendido
Con cibo, vino, buoni letti e buon fuoco
Purche' trattiate e contrattiate
Le vite dei vostri figli e le vostre.
Che tutta la sapienza del creato
Converga a benedire le vostre menti
E vi guidi nel labirinto.
Ma fuori al freddo vi aspetteremo noi,
L'esercito dei morti invano,
Noi della Marna e di Montecassino
Di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima:
E saranno con noi
I lebbrosi e i tracomatosi,
Gli scomparsi di Buenos Aires,
I morti di Cambogia e i morituri d'Etiopia,
I patteggiati di Praga,
Gli esangui di Calcutta,
Gl'innocenti straziati a Bologna.
Guai a voi se uscirete discordi:
Sarete stretti dal nostro abbraccio.
Siamo invincibili perche' siamo i vinti.
Invulnerabili perche' gia' spenti:
Noi ridiamo dei vostri missili.
Sedete e contrattate
Finche' la lingua vi si secchi:
Se dureranno il danno e la vergogna
Vi annegheremo nella nostra putredine.
14 gennaio 1985
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Primo Levi: Agli amici
[Da Primo Levi, Ad ora incerta, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 623]
Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purche' fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.
Dico per voi, compagni d'un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L'anima, l'animo, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo
Prima che s'indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l'impronta
Dell'amico incontrato per via;
In ognuno la traccia di ognuno.
Per il bene od il male
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite,
A voi tutti l'augurio sommesso
Che l'autunno sia lungo e mite.
16 dicembre 1985
*
Primo Levi: La vergogna del mondo
[Da Primo Levi, I sommersi e i salvati, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, pp. 1157-1158]
E c'e' un'altra vergogna piu' vasta, la vergogna del mondo. E' stato detto memorabilmente da John Donne, e citato innumerevoli volte, a proposito e non, che "nessun uomo e' un'isola", e che ogni campana di morte suona per ognuno. Eppure c'e' chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, cosi' da non vederla e non sentirsene toccato: cosi' hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell'illusione che il non vedere fosse un non sapere, e che il non sapere li alleviasse dalla loro quota di complicita' o di connivenza. Ma a noi lo schermo dell'ignoranza voluta, il "partial shelter" di T. S. Eliot, e' stato negato: non abbiamo potuto non vedere. Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava, ed il suo livello e' salito di anno in anno fino quasi a sommergerci. Era inutile chiudere gli occhi o volgergli le spalle, perche' era tutto intorno, in ogni direzione fino all'orizzonte. Non ci era possibile, ne' abbiamo voluto, essere isole; i giusti fra noi, non piu' ne' meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perche' sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai piu'; avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore e' la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.
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Primo Levi: Il nocciolo di quanto abbiamo da dire
[Da Primo Levi, I sommersi e i salvati, ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, pp. 1149-1150]
L'esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti e' estranea alle nuove generazioni dell'Occidente, e sempre piu' estranea si va facendo a mano a mano che passano gli anni (...).
Per noi, parlare con i giovani e' sempre piu' difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perche' inaspettato, non previsto da nessuno. E' avvenuto contro ogni previsione; e' avvenuto in Europa; incredibilmente, e' avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler e' stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. E' avvenuto, quindi puo' accadere di nuovo: questo e' il nocciolo di quanto abbiamo da dire.
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Primo Levi: Al visitatore
[Da Primo Levi, testo pubblicato per l'inaugurazione del Memorial in onore degli italiani caduti nei campi di sterminio nazisti, ora in Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. I, pp. 1335-1336]
La storia della Deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo, non puo' essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dai primi incendi delle Camere del Lavoro nell'Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania del 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto. E' vecchia sapienza, e gia' cosi' aveva ammonito Heine, ebreo e tedesco: chi brucia libri finisce col bruciare uomini, la violenza e' un seme che non si estingue.
E' triste ma doveroso rammentarlo, agli altri ed a noi stessi: il primo esperimento europeo di soffocazione del movimento operaio e di sabotaggio della democrazia e' nato in Italia. E' il fascismo, scatenato dalla crisi del primo dopoguerra, dal mito della "vittoria mutilata", ed alimentato da antiche miserie e colpe; e dal fascismo nasce un delirio che si estendera', il culto dell'uomo provvidenziale, l'entusiasmo organizzato ed imposto, ogni decisione affidata all'arbitrio di un solo.
Ma non tutti gli italiani sono stati fascisti: lo testimoniamo noi, gli italiani che siamo morti qui. Accanto al fascismo, altro filo mai interrotto, e' nato in Italia, prima che altrove, l'antifascismo. Insieme con noi testimoniano tutti coloro che contro il fascismo hanno combattuto e che a causa del fascismo hanno sofferto, i martiri operai di Torino del 1923, i carcerati, i confinati, gli esuli, ed i nostri fratelli di tutte le fedi politiche che sono morti per resistere al fascismo restaurato dall'invasore nazionalsocialista.
E testimoniano insieme a noi altri italiani ancora, quelli che sono caduti su tutti i fronti della II Guerra Mondiale, combattendo malvolentieri e disperatamente contro un nemico che non era il loro nemico, ed accorgendosi troppo tardi dell'inganno. Sono anche loro vittime del fascismo: vittime inconsapevoli.
Noi non siamo stati inconsapevoli. Alcuni fra noi erano partigiani; combattenti politici; sono stati catturati e deportati negli ultimi mesi di guerra, e sono morti qui, mentre il Terzo Reich crollava, straziati dal pensiero della liberazione cosi' vicina.
La maggior parte fra noi erano ebrei: ebrei provenienti da tutte le citta' italiane, ed anche ebrei stranieri, polacchi, ungheresi, jugoslavi, cechi, tedeschi, che nell'Italia fascista, costretta all'antisemitismo dalle leggi di Mussolini, avevano incontrato la benevolenza e la civile ospitalita' del popolo italiano. Erano ricchi e poveri, uomini e donne, sani e malati.
C'erano bambini fra noi, molti, e c'erano vecchi alle soglie della morte, ma tutti siamo stati caricati come merci sui vagoni, e la nostra sorte, la sorte di chi varcava i cancelli di Auschwitz, e' stata la stessa per tutti. Non era mai successo, neppure nei secoli piu' oscuri, che si sterminassero esseri umani a milioni, come insetti dannosi: che si mandassero a morte i bambini e i moribondi. Noi, figli di cristiani ed ebrei (ma non amiamo queste distinzioni) di un paese che e' stato civile, e che civile e' ritornato dopo la notte del fascismo, qui lo testimoniamo.
In questo luogo, dove noi innocenti siamo stati uccisi, si e' toccato il fondo delle barbarie. Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento: fa che il frutto orrendo dell'odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, ne' domani ne' mai.
3. INCONTRI. NEL GIORNO DELLA MEMORIA. UN INCONTRO A VITERBO
La mattina di martedi' 27 gennaio 2026 a Viterbo, presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera", si e' tenuto un incontro in ricordo delle vittime della Shoah.
Nel corso dell'incontro sono stati letti e commentati alcuni indimenticabili testi di Primo Levi e di altre ed altri testimoni e studiosi della Shoah.
Il responsabile della storica struttura nonviolenta viterbese ha aperto l'incontro con un discorso di cui di seguito riportiamo una minima sintesi.
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"Come a molti della mia generazione e' capitato anche a me di conoscere alcuni sopravvissuti dei campi di sterminio, e alla loro scomparsa di provarne non solo un lutto immedicabile ma anche un sentimento di cui si e' in imbarazzo a dire: il sentimento che con la morte dei testimoni della Shoah passasse a noi che li abbiamo ascoltati, che abbiamo parlato ed anche lottato con loro, che abbiamo letto ed amato le loro opere, il compito di farci messaggeri di quanto ci hanno raccontato, testimoniato, insegnato. Ecco, l'ho detto pur sapendo l'incolmabile sproporzione tra il racconto del testimone e il racconto di chi il testimone ha ascoltato e ci ha condiviso qualcosa o molte cose.
Per questo per me il Giorno della memoria non e' uno dei tanti riti civili cui si partecipa con maggiore o minor convinzione, e sempre con un'interiore amarezza nel percepire quanto di superficiale, stereotipato e fin consumista vi sia sovente nelle celebrazioni ufficiali; e' anche questo, ma e' anche molto di piu', ed ancora una volta mi e' difficile dire cosa.
E' il rinnovarsi di un dolore dalle molte sfaccettature: l'orrore per la Shoah, il dolore infinito per tutte le vittime, certamente; ma anche il ricordo di persone da cui ho molto imparato e che so che non vedro' mai piu'; e il timore che la loro scomparsa contribuisca a cancellare non solo la memoria di quanto accaduto, ma anche il loro insegnamento e il loro appello all'impegno intellettuale, morale e civile affinche' l'orrore non torni a prevalere.
In questi anni in cui la guerra e' tornata a divampare finanche nel cuore d'Europa, in cui si sono dati pogrom e atti di genocidio, in cui il razzismo, il militarismo e il fascismo sono al potere in tanta parte del mondo, in cui uno stoltissimo e scelleratissimo riarmo ci avvicina ogni giorno di piu' al baratro della distruzione dell'umanita', in cui il trionfo di stupidita', avidita' e violenza divora incessantemente quest'unico mondo vivente, ebbene, il Giorno della memoria e' un appello alla lotta nonviolenta contro tutte le guerre, le uccisioni, le persecuzioni, le devastazioni; e' un appello alla lotta nonviolenta in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani; e' un appello alla lotta nonviolenta in difesa di quest'unico mondo vivente unica casa comune dell'umanita' intera".
4. LIBRI. GIUSEPPE BATTARINO: LE PAROLE GIUSTE PER DIRE NO
[Dal sito di "Questione giustizia" (www.questionegiustizia.it) riprendiamo e diffondiamo la seguente recensione del 24 gennaio 2026, il cui autore e' un magistrato emerito]
Le parole giuste per dire NO
Il libro di Nello Rossi e Armando Spataro, Le ragioni del No. La posta in gioco nel referendum costituzionale (Editori Laterza, 2026) esplora in forma accessibile e chiara, con ricchezza argomentativa, mediante un'esposizione ordinata e logica, non solo le questioni su cui saremo chiamati a votare ma anche qual e' la posta in gioco e quale il reale contesto in cui la riforma costituzionale si colloca.
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Nel momento piu' intenso del confronto sul referendum costituzionale, Nello Rossi e Armando Spataro con l'agile libro Le ragioni del No. La posta in gioco nel referendum costituzionale (Editori Laterza, 2026), ci offrono uno strumento per acquisire gli strumenti di conoscenza necessari a comprendere di che cosa parliamo quando parliamo della sostituzione di sette articoli della Costituzione, della disarticolazione del Csm, dell'erosione dell'indispensabile equilibrio tra poteri dello Stato.
Nessun neutralismo, sin dal titolo, bensi' la consapevolezza della posta in gioco.
I due autori spendono utilmente a favore dei lettori la loro profonda competenza nella materia che viene trattata: entrambi magistrati per decenni, titolari di posizioni organizzative rilevanti da cui la giurisdizione si osserva nella sua realta', da sempre generosamente immersi nell'elaborazione culturale della magistratura.
Ne deriva una scrittura scorrevole ma non semplificatoria, competente ma tutt'altro che cattedratica o apodittica.
Caratterizza il lavoro di Nello Rossi e Armando Spataro la ricchezza argomentativa, espressa in un'esposizione ordinata e logica (finalmente, visti e considerati i confusionari profluvi di luoghi comuni in cui ci si imbatte nell'informazione e nella comunicazione politica su questo tema) e assistita da un importante lavoro di documentazione.
Utile anche a rivelare "perle nascoste", come una dichiarazione del ministro Nordio (a Stresa, l'11 novembre 2023) in cui, come si legge, "ha affermato di voler realizzare una radicale metamorfosi del magistrato del pubblico ministero, trasformandolo in avvocato dell'accusa, privo di poteri di coordinamento dell'attivita' degli investigatori nella fase delle indagini preliminari, e chiamato a sostenere in giudizio le tesi accusatorie delle forze di polizia sulla base delle risultanze delle loro autonome indagini". Dunque un pubblico ministero "il cui ruolo sara' ridotto a sostenere in giudizio tesi accusatorie maturate negli uffici delle polizie, nei cui confronti assumerebbe inevitabilmente una posizione sussidiaria, servente e subalterna".
Gli autori individuano immediatamente i presupposti politici (o storico-politici) che qualificano la riforma costituzionale governativa.
La chiave fondamentale e' quella del revanscismo degli "esclusi" dall'elaborazione del patto costituzionale, i quali, anche a prescindere da un'azione politica collocata nell'ambito della democrazia, si sono sempre sentiti estranei ai valori della Costituzione visti organicamente e nel loro equilibrio istituzionale e culturale.
E' dunque fondamentale il richiamo contenuto nel libro alle parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in occasione della celebrazione dei 75 anni dall'entrata in vigore ha detto che la Costituzione "scritta con saggezza, resta sempre attuale" e l'ha definita "la guida del nostro agire [...] l'architrave dell'ordinamento giuridico che sostiene il nostro modello sociale".
Sulla base della premessa di "estraneita'" si comprendono le anomalie gravi del percorso della riforma costituzionale, che, scrivono gli autori, "era sin dall'origine cosi' perfetta da non aver bisogno di alcuna modifica, integrazione o correzione sulla base delle indicazioni dei tanti studiosi che hanno partecipato alle audizioni parlamentari o alla vivace discussione pubblica svoltasi nel Paese": nessuna modifica e' stata consentita al Parlamento.
Ecco allora che il referendum costituzionale assume il significato non solo per le conseguenze sul merito della riforma e dunque sulla difesa dell'assetto costituzionale ma anche perche' rappresenta un momento essenziale di recupero della dimensione democratica.
E, per altro ed essenziale aspetto, se la riforma costituzionale della magistratura dovesse superare la prova referendaria, l'ottenuto indebolimento del potere giudiziario incoraggera' l'attuale maggioranza di governo a procedere ulteriormente in direzione di una modifica in senso autoritario dello Stato.
Dunque e' bene, come ci suggerisce da subito la lettura, usare le parole giuste: parlare di "riforma della magistratura" e non, come spesso avviene nella comunicazione pubblica, di "riforma della giustizia".
Perche' la sostituzione di sette articoli della Costituzione non ha niente a che vedere con i problemi della giustizia.
"Non snellisce i processi, lenti e farraginosi anche per il succedersi continuo di leggi spesso contraddittorie; non ammoderna l'amministrazione giudiziaria, immettendo in essa nuove tecnologie; non si occupa di mezzi o di personale. E percio' non riduce l'irragionevole durata dei processi civili e penali, che e' il primo e forse piu' grande dei mali della giustizia italiana. In una parola, non ci si puo' attendere che il processo di revisione costituzionale rinnovi e migliori la giurisdizione, snodo istituzionale nevralgico per la tutela dei diritti, della liberta' e dell'eguaglianza di tutti i cittadini e, in particolare, di quelli senza potere".
Lo scopo della riforma - anche dichiarato, come diverse puntuali citazioni contenute nel libro ci ricordano - e' quello di rendere la magistratura "piu' debole e meno difesa da aggressioni di altri poteri che divengono via via sempre piu' veementi e che sono indirizzate non piu' solo ai pubblici ministeri, ma anche ai giudici di merito civili e penali, ai giudici internazionali, perfino alla Corte di cassazione, in sostanza a qualunque giudice adotti provvedimenti sgraditi al potere di maggioranza".
In un certo senso incuriosisce l'adesione di avvocati a questo disegno, se appena si considera che "alla lunga le insidie ai giudici finiranno con il minare anche il ruolo, prezioso e insostituibile, degli avvocati, che rischia di essere inevitabilmente compromesso da un'opera di svalutazione della tutela giurisdizionale dei diritti"; incuriosisce, e turba, pensare che degli avvocati possano desiderare affidare una trasformazione della giurisdizione - bene comune di tutti i cittadini; e, per gli operatori del diritto, luogo di esercizio dei loro elevati compiti - a un personale politico che deride "gli avvocati sul barcone", che moltiplica senza freni l'uso del diritto penale ("sconsideratamente amplificato per dare risposte, in larga misura illusorie, al sentimento di insicurezza dei cittadini"), che censura violentemente i magistrati che si permettono di scarcerare o non incarcerare, che di fatto considera il delicato equilibrio tra liberta' e sicurezza, garantito dal sistema penale e dai suoi attori, un fastidioso orpello da sacrificare al consenso.
Ma questo accade anche - come ci suggeriscono piu' passaggi del libro - perche' e' poco considerata la centralita', negli effetti della riforma, delle leggi di attuazione, demandate a un governo e a una maggioranza parlamentare che hanno dimostrato di non considerare nemmeno la possibilita' di un confronto istituzionale.
Come e' detto con efficace immagine, gli elettori "vedranno, infatti, solo lo scheletro in cemento armato del nuovo edificio costituzionale ma non disporranno di adeguate indicazioni sulle caratteristiche dei singoli piani e dei diversi appartamenti (metratura, distribuzione dei vani, luci) e sulla funzionalita' e vivibilita' del nuovo ambiente della giurisdizione".
Di qui l'ambizione di "informare non solo sui "pieni" ma anche sui "vuoti" del progetto costituzionale, illuminando i molti angoli bui e inesplorati della inedita costruzione che si propone al Paese e discutendo i dettagli nei quali si puo' nascondere "il diavolo" della riduzione delle garanzie e dei diritti dei cittadini".
Sulla base di questa prospettiva vengono esaminate tutte le questioni poste dalla riforma costituzionale.
E' di particolare significato l'invito alla freddezza, che apre il capitolo in cui si esamina il tema della separazione delle carriere, e che in effetti nel testo caratterizza l'esame della questione, accompagnando il lettore nello "sforzo cognitivo" necessario ma tutt'altro che proibitivo (se non impedito dalla confusione propagandistica).
Il puntuale esame dei dati statistici dimostra come, quantomeno dal 2006, i passaggi di funzione siano stati in numero irrisorio.
Il tema diviene allora quello della "difesa della concezione unitaria della funzione giurisdizionale tra giudici e pm a garanzia dei cittadini".
Sotto questo profilo risulta evidente che ai "separatisti" (termine sintetico e utilmente evocativo) non interessa "la difesa della unicita' della cultura giurisdizionale, che pure dovrebbe coinvolgere allo stesso grado magistrati e avvocati".
Forse bisognerebbe arrivare a un completo rovesciamento della narrazione separatista, a favore di una nuova visione unitaria della cultura della giurisdizione.
C'e' da chiedersi pero' se ancora vi siano margini per togliere combustibile a quello che gia' molti anni fa Alessandro Pizzorusso definiva un "dibattito invelenito" in cui "gli argomenti sembrano avere perso ogni capacita' di persuasione e la rivendicazione della separazione delle carriere viene agitata come una clava, senza tener conto nemmeno del fatto che un pubblico ministero assolutamente indipendente e rigorosamente gerarchizzato (con la polizia ai suoi ordini) costituirebbe il potere dello Stato piu' forte che si sia mai avuto in alcun ordinamento costituzionale dell'epoca contemporanea".
Tra le molte appropriate e pertinenti citazioni, colpisce un passaggio di quella, recente, dell'avvocato penalista e professore Franco Coppi, che, esaminando le fallacie di una riforma definita "inutilmente ideologica" la qualifica altresi' come "un'enorme spendita di quattrini, di mezzi, una cosa mostruosamente difficile".
Agli autori bisogna anche essere grati per avere affrontato la "questione Giovanni Falcone". Il magistrato vittima della mafia viene impropriamente arruolato come presunto sostenitore della riforma.
Ma mai egli ebbe l'idea di una istituzione per via costituzionale di una corporazione separata dei pubblici ministeri (vogliamo chiamarla cosi' senza cadere nella truffa delle etichette separatiste?).
"Falcone credeva solo che, con l'avvento del nuovo codice di procedura penale e l'abolizione della figura del giudice istruttore, vi fosse accentuato bisogno di un sapere specialistico e che le conoscenze necessarie a un pm per svolgere efficacemente il suo lavoro non coincidessero con quelle del giudice".
Del resto la piu' sicura conferma della sua contrarieta' alla separazione delle carriere la diede Falcone stesso chiedendo, e ottenendo, piu' volte, di passare dalla funzione requirente a quella giudicante e viceversa; un percorso professionale composito come quello, tra gli altri, di magistrati vittime di mafia e terrorismo, come Paolo Borsellino e Guido Galli.
Altro "idolo" ordinatamente smontato e' quello comparatistico.
Intanto si ricorda come nella relazione di accompagnamento al ddl costituzionale si trovi scritto nero su bianco: "Sui temi della separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, della esistenza e regolamentazione di Consigli superiori, nonche' sulla materia disciplinare, le soluzioni adottate da parte di altri Stati membri dell'Unione Europea sono variegate e non emergono linee prevalenti. Sono assai varie anche le scelte normative dei diversi Stati, risultando la materia oggetto di disciplina articolata a livello nazionale con interazione di disposizioni costituzionali, ordinamentali e di rito processuale".
La puntuale (diremmo: fondatamente puntigliosa) analisi comparatistica fa giustizia della stanca ripetizione da parte dei sostenitori della riforma costituzionale governativa del "cosi' fan tutti" in Europa.
Ma dimostra anche come, pur nella diversita' degli ordinamenti, l'interscambio delle conoscenze, delle competenze e delle esperienze tra giuristi in diverse funzioni, sia un bene per l'intera giurisdizione.
E semmai anche in cio' che riguarda l'assetto della giurisdizione e' la Costituzione italiana ad essere un modello: come si legge in una dichiarazione del novembre del 2025 di solidarieta' ai magistrati italiani da parte del Sindicato dos Magistrados do Ministerio Publico del Portogallo (che si inserisce in una serie di prese di posizione sovranazionali di cui nel libro si da' puntualmente conto) "il modello italiano e' sempre stato un esempio di equilibrio tra l'autonomia funzionale e l'indipendenza costituzionale dei magistrati, caratterizzato da un solido quadro normativo capace di garantire, da un lato, la liberta' di determinazione nella conduzione da parte dei magistrati dei procedimenti e, dall'altro, un'efficace protezione contro possibili interferenze esterne, comprese quelle politiche, assicurando cosi' l'esercizio della funzione giudiziaria con piena imparzialita' e nel rigoroso rispetto dei principi dello Stato di diritto".
Un'altra delle forme di sbriciolamento dell'assetto costituzionale della magistratura e' il sorteggio dei componenti togati dei nuovi tre organi che dovrebbero sostituire l'attuale Consiglio.
In questo caso la difficolta' argomentativa deriva dalla distanza siderale dell'ipotesi da ogni ragionevolezza; nel libro l'argomento e' tuttavia affrontato con un proficuo sforzo di razionalizzazione.
L'idea che i magistrati della Repubblica siano minus habens rispetto agli abitanti di un condominio che possono scegliere il loro amministratore o agli studenti delle superiori che possono scegliere i loro rappresentanti, passa attraverso la negazione della funzione del Csm.
Ma gli autori ci forniscono subito l'insuperabile argomento costituzionale: "i costituenti vollero impedire ogni futura deriva autoritaria e ogni strumentalizzazione della giurisdizione, vietando l'istituzione di nuovi giudici speciali, garantendo che giudici e pubblici ministeri godessero di una piena "indipendenza" e che la magistratura nel suo complesso fosse "autonoma" dagli altri poteri dello Stato. A garanzia di questi valori introdussero e disciplinarono in Costituzione un originale organismo di governo della magistratura".
Una soluzione studiata e imitata nei paesi europei che nel corso del tempo hanno recuperato la democrazia.
Torna percio', anche in questo passaggio della riforma, il tema generale e presupposto: chi la propone non si riconosce nei fondamenti della Costituzione repubblicana, afferma - e pratica - la propria estraneita' ad essa, in vista di un modello politico diverso da quello che ha garantito sinora la coesione sociale e le liberta'.
Come dimostra l'analisi della riforma su questo punto, il sorteggio - "asimmetrico" tra togati e laici - svela le finalita' di svalutazione, burocratizzazione e atomizzazione della magistratura.
Di particolare interesse risultano per il lettore i dettagliati richiami agli "inconsistenti precedenti storici" invocati per il sorteggio e ai concreti precedenti parlamentari a partire da una proposta di Giorgio Almirante; coso' come l'inapplicabilita' alla varieta' e complessita' di funzioni di governo autonomo della magistratura di istituti applicati in altri contesti.
Anche in questo caso pesa enormemente l'affidamento alle leggi di attuazione del riempimento - che sara' decisivo per le sorti dell'ordinamento - dei "vuoti" del progetto costituzionale.
La "cascata di danni collaterali" di cui parlano gli autori non fara' che portare a compimento "una pluriennale e incessante campagna di denigrazione", della quale la propaganda a cui stiamo assistendo appare come il naturale e intensificato prolungamento.
Tornando a uno dei punti logici essenziali: "solo l'elezione puo' garantire che nel governo autonomo della magistratura sia rispettato il principio del pluralismo culturale e ideale e sia garantita la presenza di diverse categorie di magistrati, nonche' di differenti visioni della giurisdizione e dei suoi problemi".
Il "terzo Csm" ottenuto nel disegno riformatore dalla disarticolazione dell'attuale Consiglio e' l'Alta Corte disciplinare.
Tanto alta da lasciare il dubbio (che gli autori affrontano tecnicamente) di veder negare al magistrato che ne fosse giudicato il diritto costituzionale al ricorso per cassazione, garantito invece a tutti gli altri cittadini.
L'attuale esercizio della giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati e' serrato, trasparente, efficiente: "il raffronto tra gli esiti dei giudizi disciplinari dei magistrati e quelli delle procedure disciplinari di tutti gli altri corpi dello Stato mostra il maggior rigore della disciplina dei magistrati [...] per non parlare del confronto - impietoso - con la giustizia disciplinare degli avvocati" i cui dati non vengono certo propagandati.
Dunque non sembrerebbe necessaria alcuna riforma, tale addirittura da intaccare la Costituzione: ma appare qui piu' che altrove chiaro il mood vendicativo degli ideatori della riforma costituzionale, destinata ai soli magistrati ordinari mentre per le altre categorie di magistrati (amministrativi, contabili, tributari, militari), per i dipendenti pubblici, per gli appartenenti a ordini professionali, nulla di simile sara' previsto.
Semmai la vendetta potra' essere completata, ancora una volta, riempiendo i "vuoti" della riforma con leggi ordinarie: "la riscrittura del codice disciplinare e dell'ordinamento giudiziario da parte del governo di destra promette, dunque, di essere un nuovo pesante colpo di maglio sferrato per alterare, a tutto vantaggio dell'esecutivo, l'equilibrio dei poteri dello Stato".
Si trova, nel libro di Nello Rossi e Armando Spataro, un'espressione fulminante, che qualifica l'intera riforma: "inutile e anacronistica".
Caratteristiche che faticano a emergere nel mare magnum inquinato della comunicazione pubblica, in cui la partita politica viene giocata mediante una tambureggiante propaganda produttrice di una nebbia avvelenata, nella quale si muove un intero impianto denigratorio di orientamento dei cittadini (compresa la "la grande terra di nessuno di quanti non si informano e non discutono mai di politica, per disinteresse o sfiducia"): alimentato da garlascheide, boscheide di bambini, palamareide o miserrimi tentativi di contrapporre servitori dei cittadini nelle forze di polizia e servitori dei cittadini nella giurisdizione.
Una nebbia che la chiarezza di questo libro puo' senz'altro contribuire a diradare: per chi lo leggera' e per chi, dopo averlo letto, crediamo, provera' il desiderio di comunicare ad altri qual e' la posta in gioco.
"PREFERIREI DI NO"
Foglio per il "no" referendario alla "riforma della giustizia" Gelli-Berlusconi
Numero 9 del 27 gennaio 2026
*
Difendiamo la Costituzione repubblicana, lo stato di diritto, la democrazia
Votiamo "no" al referendum del 22-23 marzo 2026
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Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it, sito: https://lists.peacelink.it/nonviolenza/
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