[Nonviolenza] Donna, vita, liberta'. 91



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DONNA, VITA, LIBERTA'
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A sostegno della lotta nonviolenta delle donne per la vita, la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani
a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXIV)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt at gmail.com
Numero 91 del primo aprile 2023

In questo numero:
1. Fermare la guerra, salvare le vite
2. Raniero La Valle: Eroi di uno scempio millenario
3. Anna Bravo: Guerre evitate, esplose, contrastate (parte prima)

1. L'ORA. FERMARE LA GUERRA, SALVARE LE VITE

Insorgano nonviolentemente i popoli contro la guerra onnicida.
Insorgano nonviolentemente i popoli per salvare tutte le vite.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Salvare le vite e' il primo dovere.

2. RIFLESSIONE. RANIERO LA VALLE: EROI DI UNO SCEMPIO MILLENARIO
[Dalla newsletter di "Costituente Terra" n. 110 del 29 marzo 2023 (e-mail: notizieda at costituenteterra.com, sito:www.costituenteterra.it ) riprendiamo e diffondiamo]

Cari amici,
A Zelensky che chiede sempre nuove armi, l'Inghilterra ha risposto annunziando l'invio di un milione di proiettili all'uranio impoverito. Non risulta che Zelensky li abbia rifiutati, mentre al fronte ispeziona i carri armati tedeschi giunti in Ucraina a combattere la Russia come i panzer tedeschi che la attraversarono per la loro invasione nella seconda guerra mondiale. Intanto tornano al campo di battaglia i militari ucraini inviati in Germania, in Inghilterra e in Italia per imparare l'arte delle nuove tecnologie dell'industria di guerra.
I proiettili ad uranio impoverito sono armi anticarro a bassa potenzialita' nucleare, come di ridotta radioattivita' sono le armi atomiche tattiche rispetto a quelle strategiche. Come ha spiegato il 23 marzo il Corriere della Sera, giornale che sostiene la fornitura di armi all'Ucraina, l'uranio impoverito, il "DU (depleted uranium)" causa "un aerosol micidiale che permane nell'ambiente migliaia di anni e intossica chi lo inala o lo ingerisce, e si sospetta che arrivi a modificare il DNA causando linfomi, leucemie e malformazioni dei feti". Noi conosciamo questi effetti nei soldati italiani contaminati nelle missioni all'estero, come quella in Bosnia Erzegovina e Kosovo, e sono note le conseguenze a lungo termine delle atomiche sul Giappone; e fu per l'orrore di quelle armi che l'Imperatore del Giappone decise di porre termine alla guerra. Ma qui non c'e' nessun imperatore che pensa alla sorte del popolo, e non sappiamo che cosa accadra' nella annunciata battaglia di primavera nel teatro di guerra del Donbass, che l'Ucraina vuole riconquistare come condizione per mettere fine alla guerra; ma se pure l'uranio impoverito non arrivera' a contaminare il resto d'Europa, certamente produrra' lo scempio previsto e potra' permanere per migliaia di anni nella popolazione del Donbass. E allora perche' preferire che muoia pur di non perderla, devastarla per farla stare da una parte o dall'altra del confine? Si vede qui tutta la nequizia, che noi gia' conosciamo, del nazionalismo irredentista: per far sventolare una bandiera si mandano al macero centinaia di migliaia (e in una guerra mondiale, milioni) di persone.
Tutto cio' mette a nudo la mistificazione di cui la povera Ucraina e' vittima. Si esalta infatti il popolo ucraino che combatte fino alla morte (come viene celebrato in Televisione e nei collegamenti da remoto) per la sua indipendenza e liberta', ragione per cui si rifiutano i negoziati e il cessate il fuoco, perche', come dice Biden e sulla sua scia dicono gli ucraini, non servirebbero ad altro che a permettere alla Russia di riorganizzare le sue truppe per l'invasione del Paese e magari di altri pezzi d'Europa. Ma tutti sanno che la posta in gioco di un negoziato e della pace non e' affatto l'indipendenza, la sovranita' e la propensione europea dell'Ucraina, ma sono la sua neutralita' tra la Russia e la NATO, lo statuto definitivo del Donbass, la fine del contenzioso sulla Crimea e la garanzia della inoffensivita' della Russia.
Non e' dunque per l'esistenza stessa dell'Ucraina, per la liberta' e la felicita' del suo popolo che l'Ucraina e' vittima di una guerra a cui non si vuole porre fine; altri sono i moventi di ciascuno dei protagonisti: si combatte per il dominio mondiale della coalizione atlantica, per la frustrazione dell'Europa interessata piu' ai motori a scoppio che alla pace, per l'intransigenza di chi ritiene cosi' di difendere la Patria aggredita. Ma non si combatte per le persone gettate nella fornace, non per cittadini immolati a ideali artefatti e non veri, non per un mondo che guarda attonito alla strage ed e' a rischio di una guerra planetaria.
Percio' e' tempo della pace.
Pubblichiamo nel sito l'articolo del Corriere della Sera sull'uranio impoverito e un articolo di Raniero La Valle, "Ahi serva Europa", uscito oggi su "Il Fatto quotidiano".
Con i piu' cordiali saluti,
Costituente Terra (Raniero La Valle)

3. MAESTRE. ANNA BRAVO: GUERRE EVITATE, ESPLOSE, CONTRASTATE (PARTE PRIMA)
[Dal libro di Anna Bravo, La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato, Laterza, Roma-Bari 2013, riportiamo il capitolo secondo "Guerre evitate, esplose, contrastate" (pp. 18-52).
Anna Bravo, storica e docente universitaria, ha insegnato Storia sociale. Si e' occupata di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; ha fatto parte della Societa' italiana delle storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni culturali. Luminosa figura della nonviolenza in cammino, della forza della verita', e' deceduta l'8 dicembre 2019 a Torino, la citta' dove era nata nel 1938. Tra le opere di Anna Bravo: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall'Italia, Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003; A colpi di cuore, Laterza, Roma-Bari 2008; (con Federico Cereja), Intervista a Primo Levi, ex deportato, Einaudi, Torino 2011; La conta dei salvati, Laterza, Roma-Bari 2013; Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014]

Un prima e un dopo
L'interpretazione di una guerra - la piu' complicata delle operazioni storiografiche, la piu' influente sulla riscrittura del passato e sulla prefigurazione del futuro - e' di diretto interesse per la nonviolenza. Non si tratta solo di denunciare lo spargimento di sangue, le sofferenze di militari e civili, ma di capire come quel conflitto e' scoppiato, proseguito, terminato, come si sarebbe potuto evitarlo o contenerne la carica devastante.
Vale in particolare per la grande guerra, la prima guerra totale, "moderna", di massa, in cui convergono caratteri e elementi che fino allora non si erano mai presentati congiuntamente e in forma cosi' radicale: un sistema economico che indirizza le sue immense risorse allo sforzo militare; un uso quasi illimitato di scienza e tecnica a fini bellici (1); l'esplosione demografica degli ultimi decenni del XIX secolo che rende disponibile una quantita' impensabile di uomini; i sistemi di coscrizione universale che ingigantiscono gli eserciti come mai era avvenuto. E' il debutto della societa' di massa nelle sue linee di tendenza principali, incluso l'accesso alla sfera pubblica di settori ampi di popolo - all'insegna della distruttivita'.
Con i suoi 60 milioni di combattenti e 9,7 milioni di morti, con una nuova carta d'Europa, questa guerra segna uno spartiacque che divide la storia e la memoria moderna in un prima - fiducia nella migliorabilita' del mondo e nella sua razionalita' - e un dopo - realta' come "scherzo del destino", rivincita di forme di pensiero e di comportamento mitico-magiche (2). Eppure e' anche l'occasione in cui una parte, sia pure minoritaria, di quelle moltitudini riesce a fare storia in vari modi. Fra i quali c'e' si' l'esplosione rivoluzionaria, ma nello stesso tempo lo sforzo di risparmiare il sangue.
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Inevitabile
Sulla grande guerra la storiografia offre molto. Attraverso milioni di documenti scritti, orali, sonori, visivi, ufficiali e non, da quasi un secolo si studiano i contesti, le tappe, i soggetti, le forze in gioco. E soprattutto le origini, su cui si e' accumulata una mole di giudizi divergenti, quando non opposti. Il groviglio di questioni era (e') tale che secondo uno storico britannico interessato alla didattica, Robert Pearce, chiedere a uno studente "quali sono le cause della prima guerra mondiale" e' un atto di sadismo (3). Sarcasmo giustificato. "Il dibattito fra esperti e' insieme voluminoso e incompleto. Spiegare esattamente come l'Europa arriva alla guerra e' piu' un punto di confusione che di contrapposizione, specialmente perche' dalla nostra prospettiva nessun obiettivo di una guerra sembra commensurabile ai costi per ottenerlo" (4). Nel 1969, un altro storico aveva scelto la boutade: "things happen because they happen" (5).
Gia' nei primi anni Trenta, l'affievolirsi delle passioni politiche e il desiderio di maggiore unita' di fronte alla grande depressione avevano indebolito le interpretazioni "patriottiche", che facevano rimbalzare l'accusa di aver provocato la catastrofe da uno schieramento all'altro, infestando l'opinione pubblica e la scuola (6). Alla vigilia della seconda guerra mondiale, un buon numero di studiosi concordava in linea di massima su alcuni punti. Il primo: la responsabilita' andava divisa fra tutte le potenze. Il secondo: il conflitto non era stata pianificato a freddo da singole istituzioni, Stati, uomini politici, il cui torto era piuttosto non aver saputo impedire la degenerazione della crisi. Il terzo: di fronte ai principali cambiamenti di fine Ottocento-inizi Novecento - l'acuirsi della competizione coloniale, la creazione di due blocchi di Stati contrapposti - il sistema internazionale aveva rivelato i suoi limiti strutturali e i suoi punti ciechi, confermando le critiche del presidente americano Wilson: diplomazia segreta, diffidenza verso l'istituto dell'arbitrato, corsa agli armamenti, permeabilita' alle retoriche nazionaliste. Fattore chiave, la rigidezza delle alleanze, che come in un gioco del domino avrebbe trasformato una crisi bilaterale in scontro generale. Sulla scorta di Lenin, gli studiosi marxisti mettevano invece sotto accusa il modello capitalistico in se stesso, lo sfruttamento interno, la lotta per il dominio del mondo lo rendevano incompatibile con la pace. In tutti e due i casi, si evocavano grandi forze sovrapersonali, innescate dall'uomo ma ormai fuori dal suo controllo, che avrebbero reso il conflitto probabile, probabilissimo, inevitabile - lo scriveva gia' Tucidide per le guerre del Peloponneso.
Sebbene nei decenni successivi nuove ricerche mettessero in discussione anche radicalmente i primi due punti (7), il terzo sostanzialmente reggeva. La guerra poteva essere stata "la piu' stupida e la meno necessaria" (8), "il piu' grande errore della storia moderna" (9), ma il fatto che non si fosse riusciti a scongiurarla finiva per confermare la sua aura di fatalita'. E si riverberava sul passato. Le ricostruzioni storiche privilegiavano i momenti di irrigidimento rispetto ai momenti di moderazione, le crisi alle soluzioni, le scelte avventate rispetto a quelle tendenti al compromesso, il fallimento finale ai risultati raggiunti in precedenza (10): l'intera storia delle relazioni internazionali fra il 1870 e il 1914 veniva cosi' ridotta a preludio del conflitto, l'attentato di Sarajevo a puro pretesto per iniziarlo. Grosso modo fino agli anni Ottanta, uno studente si abituava a pensare a quella guerra come allo sbocco logico di tensioni che non potevano non esplodere prima o poi. Se non nel 1914, "in qualche altro momento del primo Novecento" (11).
Il paradosso e' che quello fra il 1871 e il 1914 e' uno dei piu' lunghi periodi di pace - beninteso una pace europea, ottenuta a costi spaventosi per le popolazioni africane e asiatiche. Ma quei quarantaquattro anni restano uno strano antefatto: o le crisi non erano state cosi' gravi da degenerare, oppure le relazioni fra Stati contemplavano meccanismi che erano in grado di riassorbirle, e che avrebbero potuto agire anche nel 1914.
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"Nessuna guerra e' inevitabile finche' non scoppia" (12)
Alla fine degli anni Novanta qualche storico sensibile alla contraddizione rovescia il punto di vista. Non solo quella guerra non era inscritta nel destino dell'umanita', ma all'epoca alcuni la ritenevano improbabile o addirittura impossibile. Le tensioni non si erano forse risolte senza spargimento di sangue? Piuttosto che sulle origini del conflitto, scriveva gia' nel 1972 Paul Schroeder, si sarebbe dovuto studiare il modo in cui era stata mantenuta la pace (13) - ottimo contrappeso all'effetto "buco nero" tipico delle guerre.
Argomentata in termini convincenti, la tesi dello scontro evitabile ha ricevuto piu' critiche che consensi e resta minoritaria. Peccato, in primo luogo per la scuola. E' vero (ed e' importante) che nei libri di testo si parla sempre piu' di origini, sempre meno di cause, che il cliche' della ineluttabilita' vacilla, ma rimane un abisso fra lo spazio dedicato alla grande guerra e le poche righe con cui si trattano le crisi risolte e i conflitti limitati. Che del resto occupano si' e no l'1% della ricerca sul periodo, di contro al 99% riservato al conflitto.
Percentuali non indolori. E' la gerarchia dei temi di ricerca che da' una veste parascientifica alla visione del mondo secondo cui la guerra sarebbe una componente normale della storia, e i popoli si dedicherebbero a massacrarsi in un crescendo di barbarie esasperato dalla modernita' e postmodernita'. Per estensione, la violenza puo' apparire il tratto prevalente della specie umana, e nello stesso tempo un oggetto di per se' degno di interesse, mentre la normalita' avrebbe ben poco da dire.
Dietro l'assuefazione al sangue e al vilipendio dei corpi, di cui si getta la responsabilita' su internet, sui fumetti, sul cinema, sulla tv, c'e', anche, questo filo nero che corre dal passato al presente. Per quanto esistano controspinte potenti, siamo gia' piuttosto avanti sulla strada verso la normalizzazione dei conflitti - a patto che si tengano lontani da casa nostra.
Il detto di Gandhi: "Se la storia dell'universo fosse cominciata con le guerre, non un solo uomo sarebbe vivo oggi" andrebbe affisso in tutte le scuole. Perche' la sua visione del mondo insegna un benefico scetticismo verso le ideologie catastrofiche, e una benefica curiosita' per i tentativi di conservare la pace, per l'impegno a risparmiare il sangue anche nel pieno di un conflitto.
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Churchill: guerre ritardate, guerre evitate
Non so se fra quanti sostengono la tesi della guerra evitabile qualcuno sia amico della nonviolenza, ne' penso che i molti convinti della sua fatalita' subiscano il fascino del sangue. Semplicemente, i primi non sembrano disponibili a etichettare un intero ciclo storico sulla base di un evento successivo, quasi che di per se' non avesse alcun significato. A chi come me e' arrivato al tema attraverso l'interesse per la nonviolenza, autori come questi offrono una chiave di lettura preziosa (14), che da' valore ai modi in cui si sono affrontate crisi a alto rischio di guerra intereuropea (15). Decenni prima Churchill, certamente non imputabile di filopacifismo, aveva difeso la diplomazia pre-1914 con queste parole: "Non bisogna scordare che una guerra ritardata significa spesso una guerra evitata per la rapidita' con cui le situazioni vengono a mutare, con cui si formano nuovi aggruppamenti e con cui nuovi interessi sopraffanno gli antichi" (16).
Gia' gli ultimi due decenni dell'Ottocento avevano visto frizioni gravissime: per esempio tra Francia e Gran Bretagna per l'Egitto (17), fra britannici e russi sulla Cina e in seguito sui Dardanelli. Tre guerre che potevano scoppiare, e vengono scongiurate. Il nuovo secolo inizia con una crisi russo-tedesca in Cina, ma i focolai di tensione si trovano principalmente nel Nordafrica e nei Balcani, dove si sta consumando l'agonia dell'impero ottomano, "il grande malato d'Europa".
Nel 1905 divampa la prima crisi marocchina. La Francia, potenza dominante, chiede al sultano nuove prerogative commerciali e militari. La Germania risponde con lo sbarco a Tangeri del Kaiser Guglielmo II, una mossa vistosissima a favore dell'indipendenza marocchina e contro la politica francese. Il risentimento tedesco e' ricambiato a Londra e Parigi, che dal 1904 sono unite nell'Entente cordiale. In una situazione tesissima, il ministro degli Esteri britannico Grey sperimenta la sua diplomazia delle intese: prova a distogliere la Germania dall'attaccare, ventilando un aiuto del Regno Unito alla Francia, contemporaneamente invita la Francia a un compromesso alludendo a un mancato aiuto se avesse provocato una guerra.
Il metodo funziona, e non solo perche' i tedeschi non sono disposti ad aprire le ostilita' per la questione marocchina, ma perche' alla conferenza di Algeciras organizzata per sciogliere la crisi, la sola Austria-Ungheria sostiene la Germania, e tiepidamente: gli Asburgo non hanno intenzione di essere coinvolti in un conflitto "per i supposti interessi dei loro alleati in Nordafrica" (18) - la dissuasione funziona anche nello schieramento della Triplice Alleanza. Un'altra guerra evitata (19), e un precedente cruciale per le relazioni intereuropee.
Il Marocco torna in primo piano nell'11, quando l'Italia, "piccola grande" potenza preoccupata di essere esclusa dall'intero Nordafrica, porta la guerra in Cirenaica e Tripolitania, mentre la Francia preme per ottenere il protettorato sul Marocco. La Germania reagisce platealmente mandando una cannoniera nel porto di Agadir. Ma nel momento in cui questa seconda crisi marocchina minaccia di precipitare, Lloyd George pronuncia un duro discorso alla Mansion House in cui manifesta il suo pieno appoggio alla Francia, mentre l'Austria-Ungheria si mostra ancora una volta indisponibile a sostenere fino in fondo la posizione tedesca. La Germania deve ripiegare, i negoziati ricominciano e si concludono il 4 novembre 1911: Parigi ottiene il riconoscimento del protettorato, Berlino alcuni territori appartenenti al Congo francese.
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La guerra in Europa
Terreno elettivo di scontro intereuropeo, i Balcani erano una regione sussultoria, dove l'impero ottomano stentava a mantenere il controllo sui suoi - ormai teorici - possedimenti, e i nazionalismi locali incalzavano. Fra Otto e Novecento si erano susseguiti colpi di Stato e di mano, rivolte, guerre commerciali, e ogni crisi aveva minacciato di portare a uno scontro fra Russia e Austria-Ungheria, le due potenze piu' influenti nella penisola sia direttamente sia attraverso i loro Stati-clienti.
Nel luglio del 1908 un gruppo di ufficiali turchi si ribella al sultano, chiedendo il ripristino della Costituzione e riforme modernizzanti. Si apre una fase burrascosa, che incoraggia l'Austria-Ungheria ad annettersi la Bosnia-Erzegovina, che il Congresso di Berlino del 1878 le aveva dato in amministrazione, ma lasciandola formalmente sotto l'autorita' turca. Mentre a Belgrado, in Montenegro, a Praga si manifesta contro la mossa austriaca, la Serbia mobilita 100.000 soldati, il principato autonomo della Bulgaria, nominalmente ancora dipendente dalla Turchia, dichiara la piena indipendenza, e l'Italia chiede una compensazione territoriale.
Le potenze hanno interessi diversi in questa occasione. Tendono a sostenere la sopravvivenza dell'impero ottomano i paesi che non avrebbero grandi vantaggi dalla sua frantumazione, la Francia, la Gran Bretagna e inizialmente la Germania. Russia e Austria-Ungheria vedono invece la possibilita' di guadagnare territori e prestigio; in piu', la prima spera di ottenere, in cambio del consenso all'annessione, un aggiustamento dell'accordo sugli Stretti, che negava il passaggio alle sue navi da guerra attraverso i Dardanelli; la seconda teme che le ambizioni nazionaliste destabilizzino lo stesso impero asburgico. Tutte e due fanno una politica di forza, con preparativi militari e mobilitazioni parziali. La guerra sembra una prospettiva concreta.
Ma la diplomazia di entrambe le parti sa che la Russia non e' preparata a uno scontro. Proprio su questo conta la Germania quando, per vendicare il fallimento di Algeciras e rompere l'asse franco-anglo-russo, manda un ultimatum a San Pietroburgo perche' accetti l'annessione; la Gran Bretagna e la Francia, che ha spiegato chiaramente di non volere supportare le richieste russe nei Balcani, invitano alla moderazione sia la Russia, loro alleata dal 1907, sia la Serbia, spingendole a un compromesso. Come avverra'.
Solo che nel frattempo, invocando affinita' etnico-religiose, Serbia, Bulgaria, Montenegro e Grecia ribadiscono le loro pretese su Macedonia, Rumelia orientale e Tracia; e nel 1912, dopo lunghi negoziati, si uniscono nella Lega balcanica. Stavolta Russia e Austria cooperano al di la' dei blocchi per prevenire un conflitto nella regione. Fallendo. Secondo il leader greco Venizelos, le grandi potenze ormai non sarebbero che "venerabili vecchie donne" (20) occupate a rimuginare "viete formule" (21). La Lega non e' interessata a rafforzare l'uno o l'altro schieramento, vuole innanzitutto scacciare gli ottomani.
La guerra inizia a ottobre, e' rapida e, a dispetto delle previsioni, rovinosa per la Turchia; viene interrotta da un armistizio a dicembre; a gennaio 1913 ha una nuova fiammata; si conclude con il Trattato di Londra, firmato dagli ambasciatori delle grandi potenze, che fanno rivivere il Concerto europeo rivendicando il diritto a decidere sulle questioni in sospeso. La Russia lascia cadere le aspirazioni serbe a un porto sull'Adriatico, e accetta il nuovo principato albanese come Stato cuscinetto, venendo incontro alle richieste di Austria-Ungheria e Italia. Che a loro volta acconsentono all'ingrandimento della Serbia. Anche se non intendono prostrarsi alle vecchie signore, di fronte alla perdurante tenuta del loro sistema di potere, gli Stati balcanici sono costretti a cedere.
Ma le tensioni continuano. La lotta per l'assegnazione di alcuni territori ex-ottomani sbocca a giugno 1913 nella seconda guerra balcanica, fra la Bulgaria e tutti gli altri riuniti in coalizione. Accerchiata, la Bulgaria viene disfatta nel giro di un mese, e il trattato di Bucarest del 1913 la penalizza duramente, senza peraltro accontentare del tutto Serbia e Grecia.
Dietro questo arco di vicende, ci sono dinamiche intricate, in cui si mischiano problemi strategici, politica interna, interessi economici, idiosincrasie ed errori personali, fraintendimenti - e il caso. Ne esistono analisi in dettaglio e in profondita' (22). Per chi e' amico della nonviolenza, l'aspetto piu' importante e' il rifiuto della grandi potenze a lasciarsi coinvolgere nella guerra.
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Uomini
Guardando a quei quarantaquattro anni dal punto di vista della pace mantenuta, molte cose cambiano aspetto. A cominciare dall'immagine di alcuni politici, militari, sovrani. Anziche' malefici guerrafondai, come vuole un potente luogo comune, appaiono, spesso, negoziatori, piu' o meno efficaci, a volte incapaci. Sono anche adepti della pace?
Per qualcuno sembra di si'. Quando nel '12, alla vigilia della conferenza degli ambasciatori, Grey propone insieme ai delegati francesi che le potenze diffondano una dichiarazione di disinteresse per i problemi britannici, l'ambasciatore tedesco a Londra, principe Lichnowsky, lo appoggia nonostante il rifiuto della Germania, e critica la propria diplomazia, che "ogni qualvolta i francesi cominciano a dimenticarsi della revanche, glielo [ricorda] sempre con gli stivali dei militari" (23); nel '14 si impegnera' allo stremo per la pace; al suo ritorno in patria sara' accusato di essersi fatto manipolare da Grey.
Per moltissimi, dipende dalle circostanze. Nel '14-'15, Giolitti lotta contro l'intervento italiano, e lo paga con una violentissima campagna di odio da parte dei nazionalisti, "manifestazione terziaria della sifilide dannunziana" (24); ma nell'11 aveva avallato la guerra in Nordafrica. Guglielmo II, che "trovava la vita impossibile se la Prussia non l'applaudiva una volta al giorno, la Germania una alla settimana, e l'Europa ogni due settimane" (25), fino alla grande guerra non usurpa il soprannome di Kaiser della pace, ma si produce in impennate pericolosissime. Lloyd George, pur non essendo affatto un militarista, nell'11 aveva corso il massimo azzardo ventilando la guerra contro la Germania.
Che i politici abbiano un'idea di pace piuttosto selettiva e' evidente nei Balcani. Di quei popoli, Guglielmo II aveva scritto sprezzantemente: "Lasciate che se la sbrighino da soli. Si prenderanno una bella batosta o altrimenti la daranno, e sara' quello il momento di mettersi a discutere [...]. Lasciateli proseguire indisturbati nella loro guerra. Gli Stati balcanici mostreranno allora cio' che sanno fare [...] le grandi potenze devono stendere un cordone intorno al campo di battaglia in cui avra' luogo questo conflitto e dentro il quale deve essere delimitato" (26). Il sangue balcanico era evidentemente meno pregiato di quello delle grandi potenze, se anche Kiderlen, ministro degli Esteri tedesco, non vedeva l'ora che "i bravi turchi dessero finalmente una buona lezione ai predoni del basso Danubio" (27); e se, come ricorda Poincare', presidente della Repubblica francese allo scoppio della guerra, la preoccupazione di tutte le potenze era evitare un conflitto paneuropeo - i Balcani sono Europa, ma evidentemente un po' meno Europa del resto del continente. Lo stesso vale oggi per la Cecenia: "dopo due guerre e un genocidio, gli europei stentano ad ammettere che Grozny e' in Europa" (28).
In generale, scrive Mulligan, "i governi ebbero molte meno esitazioni a fare ricorso alla violenza al di fuori della loro cerchia, e la violenza non fece distinzioni tra uomini bianchi e altre razze, come scoprirono a loro spese i boeri e gli spagnoli" (29).
Ma il compito principale della storia non e' guardare come le persone sono fatte dentro, o, per usare le parole dello storico tedesco Gustav Droysen, scrutare nel sacrario della coscienza. E' descrivere il campo di possibilita' in cui si muovono, ed e' qui che le interpretazioni attente alla pace scoprono quel che i fautori della guerra inevitabile non potevano vedere: che il sistema internazionale non necessariamente produce conflitti, al contrario ha un potenziale stabilizzante.
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Sistemi
La deprecata divisione dell'Europa in due sistemi di alleanze non e' in realta' cosi' rigida: sia pure con piu' o meno forti difficolta', Stati fra i quali esiste un contenzioso, come Austria-Ungheria e Italia, sono uniti nella stesso schieramento; paesi collocati in versanti opposti possono stringere intese bilaterali o collaborare su punti secondari, ma utili ad allentare le tensioni; o possono trovarsi dalla stessa parte in una controversia - gli interessi geopolitici non sempre corrispondono ai blocchi.
Le alleanze non impediscono fasi di apertura reciproca, come la distensione anglo-tedesca del '12-'13, ne' la cooperazione economica e finanziaria. Nel '14, per esempio, la Gran Bretagna era il miglior partner commerciale della Germania, che riceveva anche il 44% delle esportazioni russe e mandava in Russia il 47% delle proprie. Le trattative anglo-tedesche sulla ferrovia di Bagdad si erano concluse con un accordo appena prima della crisi di luglio. Fattori diplomatici minori, come le commissioni internazionali sui confini e lo statuto di neutralita' di alcune vie d'acqua e di terra, disegnavano una fitta rete di accordi fra le grandi potenze; le compensazioni coloniali erano usate per controbilanciare battute di arresto e perdite territoriali.
La dissuasione e il contenimento, le reti di relazioni trasversali - e la violenza contro Stati asiatici e africani - non sono episodici. E' attraverso questi strumenti e pratiche che le alleanze riescono a non innescare reazioni a catena, possono anzi bloccarle. Nate principalmente per offrire sicurezza e mutuo sostegno militare, spingono i paesi che non vogliono essere trascinati in una guerra estranea alle loro strategie a distogliere i loro partner da scelte irreparabili (30) - come avviene lungo questi decenni. Il ricorrere delle crisi nelle stesse aree, Balcani, Nordafrica, Estremo Oriente, suggerisce che le soluzioni si basavano su compromessi, destinati a evitare una divisione netta fra vincitori e vinti e a contenere i rancori degli Stati meno favoriti (31).
Alla vigilia dell'attentato di Sarajevo, le dispute coloniali e commerciali che avevano contribuito a infiammare l'Europa erano risolte o in via di soluzione. Anche se le ambizioni imperiali entravano in collisione nel mondo, gli interessi vitali in contrasto erano relativamente pochi, e - punto cruciale - la guerra era considerata una scelta estrema.
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Da pace a guerra
Eppure nel '14, le condizioni che avevano mantenuto la pace non fermano la guerra. Alcuni elementi del sistema delle alleanze erano di per se' problematici: il confine tra la dissuasione efficace e la forzatura era incerto, e ambigui i concetti di equilibrio dei poteri e di interessi vitali di una nazione, diversi da fase e fase e altamente manipolabili.
Non solo. La serie di crisi e guerre circoscritte iniziata nel 1911 aveva rivelato i limiti del controllo delle potenze sui fatti europei, la rivalita' austro-russa nei Balcani aveva svuotato il Concerto delle nazioni, nella seconda meta' del 1913 il ruolo di mediazione delle alleanze vacillava. Temendo di perdere il loro status di grande potenza, Austria, Russia e Germania avevano ormai optato per una politica piu' intransigente. La distensione anglo-tedesca, uno dei principali fattori di stabilizzazione, era stata indebolita nella primavera del 1914 da una convenzione navale anglo-russa - per Grey un aggiustamento minore, ma un colpo per la Germania. Che decide di affidare la propria sicurezza alla sola alleanza con l'Austria, mentre la Russia non intende piu' essere limitata da Francia e Gran Bretagna. I blocchi diventano cosi' piu' rigidi, e insieme meno efficaci.
L'ultimatum austriaco alla Serbia fa schierare la Russia con il suo primo alleato nei Balcani, la pressione di Grey per affidare la soluzione al Concerto della nazioni viene respinta dalla Germania e dall'Austria, che mobilita l'esercito, seguita dalla Russia il 30 luglio, e immediatamente dopo dalla Germania, che inizia l'invasione del neutrale Belgio. E' per questo, ufficialmente, che il 4 agosto la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania. Vero, ma almeno altrettanto conta la volonta' di preservare gli equilibri di potere.
Nonostante le mobilitazioni, la guerra si sarebbe potuta ancora evitare, o circoscrivere a Serbia e Austria-Ungheria, come fa capire il clima "disperato, frenetico, isterico, convulso" di fine luglio, quando nelle capitali si cerca una via d'uscita in extremis. "Il contagio mondiale e' il risultato di un accavallarsi di decisioni ognuna delle quali, presa singolarmente, non era pensata per provocare un conflitto, ma che interagirono una con l'altra" (32), in una bancarotta delle norme diplomatiche e politiche del passato. Il che non vuol dire che la guerra fosse inevitabile, ma che si erano affievoliti - si era permesso che si affievolissero - i vincoli alla pace. In primo luogo la riluttanza a iniziare una guerra fra grandi potenze per controversie coloniali, pubblici affronti, o per l'acquisizione di un territorio, inclusa l'Alsazia-Lorena o il Trentino.
Nessuno dei maggiori Stati voleva un conflitto generale nel 1914; ma tutti erano disposti a rischiarne uno - il che segna la differenza rispetto alle crisi precedenti, dove al massimo uno Stato o un blocco avevano scelto di rischiare.
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Una guerra indesiderata
La prima tragedia di questa guerra e' che in nessuno dei paesi coinvolti esistono pressioni insostenibili in suo favore. La sinistra internazionalista e' dovunque piu' forte della destra e dell'estrema destra, cui alcuni politici conservatori guardavano con disprezzo - "con questi idioti", aveva detto il cancelliere tedesco Bethmann-Hollweg, "non si puo' condurre una politica estera" (33). In Gran Bretagna il partito liberale vince tre elezioni consecutive contro un'opposizione conservatrice manifestamente piu' bellicosa. In Germania l'Spd, il partito socialdemocratico, ottiene il suo maggiore successo elettorale nel 1912, facendo una campagna contro "il rincaro del pane a causa del militarismo"; e conta nelle sue file grandi teorici internazionalisti come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. In Francia alle elezioni dell'aprile 1914 torna una maggioranza di sinistra. In Russia piu' di un milione di lavoratori, circa il 60% degli operai dell'industria, sono coinvolti negli scioperi del 1914. In Belgio il partito cattolico fa opposizione ai progetti di aumento delle spese per la difesa.
E' vero che il "pacifismo" dichiarato aveva poco peso politico in quegli anni, anche perche' era diviso fra socialisti, contrari a mischiarsi con i pacifisti della borghesia e dell'aristocrazia, e quanti pensavano invece che "persino i re" avrebbero dovuto dare un contributo. Ma, come scrive Churchill nelle sue memorie, in Gran Bretagna, e non solo, "l'idea della pace era entrata ormai nella mente di ognuno" (34). Dunque il militarismo non era affatto la forza dominante della politica europea alla vigilia della grande guerra. Al contrario, era in declino, in buona parte come diretta conseguenza della democratizzazione politica.
Neppure il nazionalismo aveva un seguito di massa. La "comunita' d'agosto", l'ondata di entusiasmo innescata dalla prospettiva della guerra, era giovanile, cittadina, di classe media, maschile, e assolutamente minoritaria. In Germania, secondo alcuni studiosi, "l'euforia per la guerra e' in larga parte un mito postbellico creato da politici e propagandisti di destra nel periodo di Weimar per contrabbandare un'immagine di unanime passione nazionale, poi distrutta dall'attivismo antimilitarista dei socialisti" (35).Tranne che in Italia e Russia, i nazionalisti erano piu' fragorosi che influenti. Del resto prima del 1914 il principio di nazionalita' era contraddetto da vecchi e nuovi Stati plurietnici e plurilingue, e da minoranze che non aspiravano alla sovranita' - i cechi, gli slovacchi, gli scozzesi, gli ebrei.
I militari di rado riuscivano a manovrare i governi, anche se in Russia e Germania sono decisivi nell'ultima fase della crisi - il capo di stato maggiore russo Nikolaj Januskevic addirittura "stacca il telefono" per impedire a chiunque (per esempio allo zar) di dargli contrordini che avrebbero bloccato la mobilitazione (36).
Fra i banchieri, gli industriali e gli uomini d'affari molti erano terrorizzati dalla prospettiva di una guerra che avrebbe sconvolto il sistema tendenzialmente globalizzato da cui avevano tratto profitti enormi (37). L'antipatia popolare fra tedeschi e inglesi era scemata, mentre rimanevano stretti i rapporti fra socialdemocratici e fabiani - quando scoppia la guerra, Sidney e Beatrice Webb erano sul punto di partire per la Germania, dove avrebbero studiato i sindacati, la cooperazione e le forme dell'intervento statale. Fra i diplomatici e i politici, la soluzione delle crisi fra l'11 e il '13 aveva favorito una certa fiducia nel fatto che la precipitazione si potesse evitare.
Per quali strade passa allora la guerra?
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Note
1. In realta' c'e' un uso simultaneo di ritrovati modernissimi (in parte gia' impiegati nelle guerre balcaniche) e di armi non molto diverse dagli attrezzi dell'agricoltura e della caccia: filo spinato come quello per recintare i campi, le cesoie per tagliare i reticolati, coltelli variamente adattati.
2. E' una delle tesi clou di Paul Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, trad. it., il Mulino, Bologna 1984. Per Arno J. Mayer (Il potere dell'Ancien Regime fino alla prima guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari 1999) solo con la guerra scompaiono i residui aristocratici, premoderni, persino "feudali" della societa' europea.
3. Robert Pearce, The Origins of the First World War, in "History Review", 27, March 1997.
4. Michael S. Neiberg (a cura di), The World War I Reader. Primary and Secondary Sources, New York University Press, New York 2007, p. 8.
5. A.J.P. Taylor, War by Time-Table: How the First World War Began, Macdonald & Co., London 1969, cit. in Pearce, The Origins of the First World War cit.
6. Gli argomenti erano simili a quelli usati nella crisi di luglio, quando le potenze avevano pubblicato immediatamente i "libri colorati", in cui si denunciavano i germi bellicosi della politica degli avversari - il revanchismo francese, il materialismo mercantile della Gran Bretagna, il militarismo della Germania, l'ostinazione dell'Austria-Ungheria, il panslavismo russo.
7. Nel 1961, Fritz Fischer (Assalto al potere mondiale, trad. it., Einaudi, Torino 1965) sostiene che nel 1914 i leader tedeschi avevano perseguito deliberatamente una politica estera aggressiva. In precedenza una tesi simile si trovava, fra gli altri, in Luigi Albertini, Le origini della guerra del 1914, Fratelli Bocca, Milano 1942, e in parte in Taylor, The Struggle For Mastery cit. Secondo Niall Ferguson, invece (La verita' taciuta. La Prima guerra mondiale: il piu' grande errore della storia moderna [1999], trad. it., Corbaccio, Milano 2002), la politica britannica prima del 1914 aveva accettato la virtuale certezza di una guerra con la Germania.
8. E' il giudizio del banchiere Albert Ballin, cit. in Albertini, Le origini della guerra cit., vol. I, p. 342.
9. Cfr. sopra il sottotitolo di Ferguson, La verita' taciuta cit.
10. William Mulligan, Le origini della prima guerra mondiale, trad. it., Salerno, Roma 2012, p. 301.
11. James J. Sheehan, L'eta' post-eroica. Guerra e pace nell'Europa contemporanea, trad. it., Laterza, Roma-Bari 2009, p. 67. Sulla e per la scuola ha lavorato molto un maestro della nonviolenza, Johan Galtung: vedi, per esempio, Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare, trad. it., Plus - Pisa University Press, Pisa 2008.
12. A.J.P. Taylor, The Struggle for Mastery in Europe: 1848-1918, Oxford University Press, New York 1954, p. 518.
13. Paul Schroeder, World War I as Galloping Gertie, in "The Journal of Modern History", 44, 3, September 1972, pp. 319-345, cit. in Mulligan, Le origini cit., p. 26.
14. Il testo di gran lunga piu' pertinente e suggestivo e' quello sopra citato di Mulligan, da cui riprendo varie riflessioni.
15. Anche se Giappone e soprattutto Stati Uniti sono fra le potenze mondiali, e' in Europa che tutto inizia, e molto finisce.
16. Winston Churchill, Crisi mondiale e Grande Guerra 1911-1922, trad. it., il Saggiatore, Milano 1968, p. 51. Nelle memorie dei leader politici lo scarto fra vita vissuta e vita raccontata puo' essere accentuato dal desiderio di sostenere le ragioni proprie, del proprio paese, partito, clan, e di ridefinire se stessi alla luce della sopravvenuta esecrazione della guerra. Ma, come ha sottolineato un dibattito ampio, lo scarto e' connaturato alle fonti personali, che, da qualsiasi soggetto provengano, sono interpretazioni, non specchi del passato.
17. Occupando militarmente l'Egitto nel 1882, la Gran Bretagna aveva innescato una controversia diplomatica di lungo periodo, che la costrinse "fra il 1882 e il 1922 a promettere non meno di 66 volte il ritiro", cfr. Ferguson, La verita' taciuta cit., p. 86, e l'intero paragrafo Guerre evitate, pp. 86-92.
18. Mulligan, Le origini cit., pp. 81 e 87.
19. La Francia riesce a proteggere i suoi progetti in Marocco, mentre la Germania vede garantiti i propri interessi economici da una politica di liberta' del traffico.
20. Charles Seymour, The Diplomatic Background of the War, 1870-1914, Yale University Press, New Haven 1916, p. 238.
21. Alessandro De Bosdari, Delle guerre balcaniche, della grande guerra e di alcuni fatti precedenti ad esse (appunti diplomatici), Mondadori, Milano 1928, p. 58. Il testo descrive i retroscena, abboccamenti, bluff, impuntature della diplomazia europea nel 1911-13.
22. Richard C. Hall, The Balkan Wars, 1912-1913: Prelude to the First World War, Routledge, London-New York 2000, dove si esamina il contenzioso fra gli Stati balcanici e con l'impero ottomano.
23. La battuta e' di un diplomatico austriaco, citata da Karl Max von Lichnowsky, My Mission to London 1912-14 (1916), online in WW1 Document Archive (http://wwi.lib.byu.edu), trad. it., La mia missione a Londra, 1912-14, Treves, Milano 1918.
24. Secondo la definizione di Croce (cfr. Benedetto Croce e Giuseppe Prezzolini, Le lettere di Croce a Prezzolini, a cura di Giovanni Spadolini, Archivio Storico Ticinese, Bellinzona 1981, p. 139). Sull'ingresso in guerra, Gian Enrico Rusconi, L'azzardo del 1915. Come l'Italia decide la sua guerra, il Mulino, Bologna 2009.
25. L'espressione e' del cancelliere tedesco Bethmann-Hollweg, citato in Michael Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, trad. it., il Saggiatore, Milano 1968, p. 399.
26. Ivi, pp. 437-438.
27. L'espressione e' riferita dall'ex cancelliere tedesco Bernhard von Buelow, Memorie 1849-1920, trad. it., Mondadori, Milano 1930-31, vol. III: Guerra mondiale e catastrofe: 1909-1920, p. 113, dove denuncia anche che ai turchi fu lasciato credere che non si sarebbe in nessun caso toccato lo status quo, e che anzi li si incoraggio' alla lotta.
28. Adriano Sofri, Chi e' il mio prossimo, Sellerio, Palermo 2007, p. 325.
29. Mulligan, Le origini cit., p. 305.
30. Una certa duttilita' si deve anche alla posizione della Gran Bretagna, che ha perso il ruolo di controllo e di mediazione svolto a partire dal congresso di Vienna, ma resta la potenza piu' solida e autorevole.
31. Norman Angell (in Peace Theories and the Balkan War, Marshall & Son, London 1912, p. 58) invitava i paesi europei a capire che l'interdipendenza fra i vari Stati rendeva impossibile che un conflitto si concludesse con dei vincitori assoluti.
32. Mulligan, Le origini cit., p. 308
33. Ferguson, La verita' taciuta cit., p.68
34. Churchill, Crisi mondiale cit., p. 48.
35. Richard Ned Lebow, Forbidden Fruit: Counterfactuals and International Relations, Princeton University Press, Princeton 2010, p. 70.
36. Ferguson, La verita' taciuta cit., p. 228.
37. Alcuni banchieri, come Ballin e Cassel, usano fino all'ultimo i loro contatti diplomatici per cercare di evitare la guerra.
(Parte prima - segue)

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DONNA, VITA, LIBERTA'
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A sostegno della lotta nonviolenta delle donne per la vita, la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani
a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXIV)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: centropacevt at gmail.com
Numero 91 del primo aprile 2023
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Il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo e' una struttura nonviolenta attiva dagli anni '70 del secolo scorso che ha sostenuto, promosso e coordinato varie campagne per il bene comune, locali, nazionali ed internazionali. E' la struttura nonviolenta che oltre trent'anni fa ha coordinato per l'Italia la piu' ampia campagna di solidarieta' con Nelson Mandela, allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano. Nel 1987 ha promosso il primo convegno nazionale di studi dedicato a Primo Levi. Dal 2000 pubblica il notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e' in cammino". Dal 2021 e' particolarmente impegnata nella campagna per la liberazione di Leonard Peltier, l'illustre attivista nativo americano difensore dei diritti umani di tutti gli esseri umani e dell'intero mondo vivente, da 47 anni prigioniero innocente.
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