[Nonviolenza] La nonviolenza contro il razzismo. 25



 

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LA NONVIOLENZA CONTRO IL RAZZISMO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

Numero 25 del 17 luglio 2015

 

In questo numero:

1. Una proposta di azione contro il razzismo

2. Domenico Scarpa (a cura di): Una breve notizia delle edizioni italiane delle opere di Primo Levi (parte prima)

3. In memoria di Bartolome' de Las Casas e di Alfonso Gatto

 

1. INIZIATIVE. UNA PROPOSTA DI AZIONE CONTRO IL RAZZISMO

 

E' necessario e urgente un impegno contro il razzismo in Italia. Ed invero vi sono gia' molte iniziative in corso. Quella che vorremmo proporre potrebbe essere agevole da condurre e produrre qualche risultato.

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Un ragionamento

Due sono gli obiettivi: il primo: ottenere, se possibile, risultati limitati ma concreti che vadano nella direzione del riconoscimento dei diritti fondamentali per il maggior numero possibile di esseri umani almeno nel nostro paese; il secondo: contrastare con le nostre voci e la nostra azione il discorso e la prassi dominanti, che sono il discorso e la prassi dei dominatori razzisti e schiavisti, dei signori della guerra e della barbarie.

L'idea e' di provare ad attivare alcune risorse istituzionali per contrastare il razzismo istituzionale.

La proposta e' di premere sui Comuni e sul Parlamento con una progressione degli obiettivi.

Alcuni provvedimenti - quelli che proponiamo ai Comuni - sono agevolmente ottenibili se si creano localmente dei gruppi (persone, associazioni, rappresentanze istituzionali...) capaci di premere nonviolentemente in modo adeguato e con la necessaria empatia e perseveranza; e sono agevolmente ottenibili perche' molti Comuni d'Italia li hanno gia' deliberati e realizzati, e quindi nulla osta in via di principio al fatto che altri Comuni li adottino a loro volta.

Le cose che chiediamo al Parlamento sono meno facilmente ottenibili, ma la nostra voce puo' comunque contribuire se non altro a suscitare una riflessione, a promuovere la coscientizzazione, a spostare i rapporti di forza, ad opporsi a ulteriori violenze smascherando la disumanita' delle scelte razziste e indicando cio' che invece sarebbe bene fare.

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Un metodo

Noi suggeriremmo a chi ci legge e condivide questa proposta di cominciare scrivendo di persona agli amministratori comunali ed ai parlamentari; poi proponendo ad altre persone di fare altrettanto; poi se possibile coinvolgendo anche associazioni e media ed attraverso essi sensibilizzando e coinvolgendo altre persone ancora; poi chiedendo incontri con i rappresentanti istituzionali; e perseverando.

Non vediamo bene un'iniziativa piramidale con un "coordinamento nazionale" e le modalita' burocratiche che ne conseguono. Preferiremmo un'iniziativa policentrica, in cui ogni persona possa agire da se', e meglio ancora con le persone con cui sente un'affinita', e meglio ancora se si riesce ad organizzare un coordinamento locale, ma tra pari e senza deleghe ed in cui le decisioni si prendono con la tecnica nonviolenta del metodo del consenso.

Una sola condizione poniamo come preliminare e ineludibile: la scelta della nonviolenza.

Proponiamo di cominciare e vedere cosa viene fuori. Comunque non sara' tempo sprecato.

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Ed ecco le proposte:

1. Quattro richieste ai Comuni:

1.1. affinche' il sindaco - qualora non lo abbia gia' fatto - informi, inviando loro una lettera, tutte le persone straniere diciottenni residenti o domiciliate nel territorio del Comune che siano nate in Italia ed in Italia legalmente residenti senza interruzioni fino al compimento del diciottesimo anno di eta', che la vigente legislazione prevede che nel lasso di tempo tra il compimento del diciottesimo ed il compimento del diciannovesimo anno di eta' hanno la possibilita' di ottenere la cittadinanza italiana facendone richiesta davanti all'Ufficiale di Stato Civile del Comune di residenza con una procedura alquanto piu' semplice, rapida e meno dispendiosa di quella ordinaria per tutte le altre persone aventi diritto;

1.2. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - attribuisca la cittadinanza onoraria alle bambine e ai bambini non cittadine e cittadini italiani con cui la comunita' locale ha una relazione significativa e quindi impegnativa (ovvero a) tutte le bambine e tutti i bambini nate e nati nel territorio comunale da genitori non cittadini italiani; b) tutte le bambine e tutti i bambini non cittadine e cittadini italiani che vivono nel territorio comunale; c) tutte le bambine e tutti i bambini i cui genitori non cittadini italiani vivono nel territorio comunale ed intendono ricongiungere le famiglie affinche' alle bambine ed ai bambini sia riconosciuto il diritto all'affetto ed alla protezione della propria famiglia, ed affinche' i genitori possano adeguatamente adempiere ai doveri del mantenimento e dell'educazione delle figlie e dei figli);

1.3. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la "Consulta comunale delle persone straniere residenti nel Comune";

1.4. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la presenza in Consiglio Comunale dei "consiglieri comunali stranieri aggiunti".

2. Quattro richieste al Parlamento:

2.1. affinche' legiferi il diritto di voto nelle elezioni amministrative per tutte le persone residenti;

2.2. affinche' legiferi l'abolizione dei Cie e di tutte le forme di detenzione di persone che non hanno commesso reati;

2.3. affinche' legiferi l'abolizione di tutte le ulteriori misure palesemente razziste ed incostituzionali purtroppo tuttora presenti nell'ordinamento;

2.4. affinche' legiferi il riconoscimento del diritto di tutti gli esseri umani di giungere in modo legale e sicuro in Italia.

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Naturalmente

Sono naturalmente disponibili alcuni modelli di lettera (e molti materiali di riferimento) per ognuno di questi punti, che chi vuole prender parte all'iniziativa puo' riprodurre e adattare.

 

2. LIBRI. DOMENICO SCARPA (A CURA DI): UNA BREVE NOTIZIA DELLE EDIZIONI ITALIANE DELLE OPERE DI PRIMO LEVI (PARTE PRIMA)

[Dal sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (www.primolevi.it) riprendiamo la seguente notizia delle edizioni italiane delle opere di Primo Levi, curata da Domenico Scarpa.

Domenico Scarpa (1965) e' consulente letterario-editoriale del Centro studi Primo Levi di Torino. Ha pubblicato Italo Calvino (Bruno Mondadori, 1999), Storie avventurose di libri necessari (Gaffi, 2010), Natalia Ginzburg. Pour un portrait de la tribu (Cahiers de l'Hotel de Galliffet, 2010), Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini (:duepunti, 2011) e, con Ann Goldstein, In un'altra lingua (Lezioni Primo Levi - Einaudi, 2015). Ha curato il terzo volume della Grande Opera Atlante della letteratura italiana. Dal Romanticismo a oggi, edito da Einaudi (2012).

Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel 1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto, fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita' umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu' alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi: fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano 1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994; Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014; Massimo Dini, Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992; Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia, Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano 1976. Cfr. anche il sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (www.primolevi.it)]

 

Nel corso di tutta la sua esperienza letteraria Primo Levi ha pubblicato quasi solo presso l'editore Einaudi di Torino. Fanno eccezione la prima edizione di Se questo e' un uomo nel 1947 e le raccolte di poesia.

[Di seguito] brevi descrizioni delle singole opere (scrittura e selezione dei testi a cura di Domenico Scarpa).

Libri: Se questo e' un uomo; La tregua; Se questo e' un uomo - versione drammatica 1966; Storie naturali; Vizio di forma; L'osteria di Brema; Il sistema periodico; La chiave a stella; Lilit; La ricerca delle radici; Se non ora, quando?; Ad ora incerta; Primo Levi - Tullio Regge, Dialogo; L'altrui mestiere; Racconti e saggi; I sommersi e i salvati; Opere, a cura di Marco Belpoliti; Conversazioni e interviste 1963-1987, a cura di Marco Belpoliti; L'ultimo Natale di guerra, a cura di Marco Belpoliti; L'asimmetria e la vita, a cura di Marco Belpoliti; Se questo e' un uomo - edizione commentata a cura di Alberto Cavaglion.

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Se questo e' un uomo

Se questo e' un uomo e' il primo libro pubblicato da Primo Levi, che lo scrisse dopo essere sopravvissuto al Lager di sterminio di Auschwitz e dopo aver attraversato l'Europa intera in un viaggio di ritorno durato piu' di otto mesi. Alla fine del testo l'autore indica due luoghi e due date, "Avigliana-Torino, dicembre 1945 - gennaio 1947": ad Avigliana c'era la sede della fabbrica dove lo avevano appena assunto come chimico, a Torino la casa dov'era nato e dove avrebbe abitato per tutta la sua vita. Levi ando' scrivendo quel suo primo libro in qualsiasi ritaglio di tempo disponibile, e quando non scriveva raccontava a voce la propria esperienza a chiunque incontrasse: il raccontare era per lui un bisogno primario come il cibo.

La prima edizione del libro venne stampata da una piccola casa editrice torinese, la De Silva, diretta da Franco Antonicelli, dopo che alcuni grandi editori, fra cui Einaudi, avevano rifiutato il manoscritto. Usci' nell'autunno del 1947, in 2.500 copie; Antonicelli decise di sostituire, al titolo scelto da Levi, I sommersi e i salvati, il fortunatissimo Se questo e' un uomo. L'opera ebbe alcune recensioni autorevoli, la piu' entusiasta delle quali fu quella di Italo Calvino, che lo defini' il libro piu' bello uscito dall'esperienza della deportazione. Ci vollero poi molti decenni affinche' Levi venisse considerato uno scrittore dalla statura pari a quella del testimone. Anni dopo, nel 1958, Se questo e' un uomo fu ristampato da Einaudi, nella collana "Saggi", con alcune varianti (tra cui un capitolo nuovo, Iniziazione) e con un risvolto non firmato ma steso da Calvino, che qui viene riprodotto. Da quel momento in poi e' stato tradotto in decine di lingue, ed e' ormai considerato una delle opere piu' alte sullo sterminio ebraico, sia per la precisione della testimonianza sia per il suo risultato letterario. Con un esercizio di attenzione assoluta, Levi ha visto e conosciuto Auschwitz fino in fondo, e ne ha saputo comunicare tanto l'essenza quanto i minimi dettagli.

In Se questo e' un uomo Levi svolge il racconto di un intero anno, dal febbraio 1944 al 27 gennaio 1945, trascorso nel Lager di Buna-Monowitz. La Buna era uno dei quarantaquattro campi satelliti di Auschwitz, in Alta Slesia, nel territorio polacco; doveva il suo nome a una fabbrica di gomma sintetica - la Buna, per l'appunto - che, come Levi racconta, non pote' mai entrare in funzione. La storia comincia con l'internamento dell'autore nel campo per ebrei di Fossoli, presso Carpi, e termina con la liberazione di Auschwitz da parte dell'esercito russo. Levi riusci' a sopravvivere grazie al cibo supplementare procuratogli segretamente da un operaio italiano, Lorenzo, e grazie al fatto che i tedeschi intendevano cominciare a Monowitz la produzione della gomma sintetica: laureato in chimica, venne "assunto" dopo uno sconcertante esame che figura tra i vertici del racconto, e pote' trascorrere alcuni mesi nel laboratorio industriale del campo, al riparo dal gelo e dai lavori pesanti.

Secondo la testimonianza dell'autore, le varie parti di Se questo e' un uomo non vennero scritte in ordine cronologico, ma secondo l'urgenza del raccontare: l'ultimo capitolo, Storia di dieci giorni, che e' steso in forma di diario, nacque per primo. Pochi altri libri portano impresso come questo il segno della necessita' assoluta. Non per niente l'opera si apre con una poesia (Shema', in ebraico: "Ascolta"), che dopo aver chiesto al lettore di considerare se ancora si possa definire "uomo" colui "Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un si' o per un no", gli comanda attenzione e memoria per quanto gli sara' riferito. Levi non chiede compassione, ma consapevolezza e vigilanza morale: e infatti, dopo questa poesia, che e' modellata sulla preghiera fondamentale della religione ebraica e che rappresenta un vero e proprio scoppio d'ira biblica collocato subito prima del racconto vero e proprio, il tono di Levi si mantiene inflessibilmente mite. La sua e' una voce che non giudica e non odia, ma nemmeno e' disposta a perdonare gli aguzzini; il suo intento e' "fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano".

Levi descrive senza morbosita', quindi con efficacia moltiplicata, una realta' indescrivibile: "per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo". La deportazione nei carri bestiame, le percosse senza ragione, gli ordini urlati in una lingua straniera, il lavoro da schiavi, l'inedia, le selezioni per mandare in gas gli inabili al lavoro, la guerra di ciascuno contro ciascuno, le gerarchie visibili e invisibili, le figure dei privilegiati (Prominenten) e dei morti viventi (Muselmaenner: "Mussulmani"), l'abbrutimento assoluto e l'etica fondata sul raggiro e la sopraffazione, ma anche i rari amici, e i compagni di prigionia che Levi delinea da straordinario ritrattista fisiognomico-morale.

Il Lager appare come un mostruoso esperimento antropologico, che rivela cosa sia connaturato e cosa sia invece acquisito nell'animo umano. La voce, la lingua, lo sguardo, l'orecchio di Levi sono insieme quelli dello scienziato e dell'umanista. La sua sintassi e' modellata sui classici latini e italiani, il respiro epico ha la schiettezza arcaica di Omero, l'energia metaforica proviene da Dante (celeberrimo l'episodio in cui traduce a memoria per un compagno francese - il "Pikolo" - il canto di Ulisse), l'arguzia e l'inventiva linguistica sono ispirate, paradossalmente, da Folengo e Rabelais: persino nel Lager, infatti, Levi riesce a venare di savio umorismo la sua prosa. Testimone e artista, Levi offre questo libro come uno specchio per le vittime, per i carnefici e per i comuni lettori.

Se questo e' un uomo e' diviso in diciotto brevi capitoli e conta meno di duecento pagine a stampa. Nel 1976 Levi gli aggiunse una Appendice, nella quale rispondeva alle domande che gli venivano poste piu' spesso nelle scuole dove andava a raccontare la sua esperienza: questo testo di riflessione e' il primo nucleo de I sommersi e i salvati, l'estrema riflessione di Levi sul Lager, che sara' pubblicata nel 1986.

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"C'era un sogno, racconta Primo Levi, che tornava spesso ad angustiare le notti dei prigionieri dei campi di annientamento: il sogno di essere tornati a casa e di cercar di raccontare ai famigliari e agli amici le sofferenze passate, ed accorgersi con un senso di pena desolata ch'essi non capiscono, non riescono a rendersi conto.

Per fatti come i campi di annientamento sembra che qualsiasi libro debba essere troppo da meno della realta' per poterla reggere. Pure, oggi, traendo un bilancio della letteratura 'concentrazionaria' europea, vediamo che in essa emergono almeno due libri tra i piu' alti del nostro tempo. Uno e' francese: La specie umana di Robert Antelme, gia' tradotto nelle nostre edizioni; l'altro e' italiano: Se questo e' un uomo di Primo Levi, pubblicato per la prima volta nel 1947 nelle edizioni De Silva di Torino e da tempo esaurito. Siamo lieti di poterlo ripresentare a un piu' vasto pubblico, come un testo d'esemplare valore della nostra letteratura.

Primo Levi, un chimico torinese, fu deportato ad Auschwitz al principio del '44 insieme col contingente d'ebrei italiani del campo di concentramento di Fossoli. Il libro si apre appunto con la scena biblica della partenza da Fossoli, e prosegue col viaggio e l'arrivo ad Auschwitz e, altra scena di struggente potenza, la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, che non rivedranno piu'. Null-Achtzen, "zero-diciotto", il compagno di lavoro che ormai e' come un automa che non reagisce piu' e marcia senza ribellarsi verso la morte, e' il tipo umano cui i piu' si modellano, in quel lento processo d'annientamento morale e fisico che porta inevitabilmente alle camere a gas. Suo termine antitetico e' il 'Prominenten', il privilegiato, l'uomo che 's'organizza', che riesce a trovare il modo d'aumentare il suo cibo quotidiano di quel tanto che basta per non essere eliminato, che riesce ad acquistare una posizione di predominio sugli altri; tutte le sue facolta' sono tese a uno scopo: sopravvivere. Primo Levi ci disegna figure che sono veri e propri personaggi: l'ingegner Alfred L. che continua a mantenere nel campo la posizione d'autorita' che aveva nella vita civile; quell'assurdo Elias, che pare nato nel fango del Lager e che e' impossibile immaginare come uomo libero; il dottor Pannwitz, dall'agghiacciante fanatismo scientifico. Certe scene ci ricostruiscono tutta un'atmosfera e un mondo: il suono della banda musicale che accompagna ogni mattina i forzati al lavoro, fantomatico simbolo di quella geometrica follia; e le notti angosciose nella stretta cuccetta, coi piedi del compagno vicino al volto; e la terribile scena della scelta degli uomini da mandare  alle camere a gas, e quella dell'impiccagione di chi, in quell'inferno di rassegnazione e d'annientamento, trova ancora il coraggio di cospirare e di resistere, fino a quel grido sulla forca: 'Kameraden, ich bin der Letzte!' Compagni, io sono l'ultimo!

Questo e' il solo libro scritto da Primo Levi, nato a Torino nel 1919, laureato in chimica, e che attualmente esercita a Torino la sua professione".

[Risvolto dell'edizione Einaudi 1958, collana "Saggi", anonimo ma scritto da Italo Calvino]

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La tregua

La tregua, uscito nel 1963 da Einaudi, e' la seconda opera di Primo Levi. Al termine del libro, che giunge sedici anni dopo la prima edizione di Se questo e' un uomo, troviamo stampata una cartina. Vi e' tracciato un itinerario tortuoso, che parte da Auschwitz e arriva a Torino dopo aver attraversato ben sette Paesi: Polonia, Unione Sovietica (Bielorussia e Ucraina), Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Austria (due volte), Germania. E' la traccia del viaggio di ritorno al quale Levi fu costretto dopo la liberazione di Auschwitz.

Dopo l'Iliade mortale del Lager, questo libro descrive l'Odissea del ritorno: ed e' una storia affollata, rumorosa di personaggi e di voci che si accavallano in tutte le lingue. La tregua e' il racconto di una peregrinazione irragionevole, ma carica di energia, attraverso la vita che ricomincia: un racconto corposo, impregnato insieme di ansia e di gioia. Prima di allontanarsi dal Lager, Levi lascia inciso sulla pagina l'emblema piu' straziante del dolore: Hurbinek, il bambino di tre anni nato ad Auschwitz, che non ha mai visto un albero e che ripete un'unica parola incomprensibile, vittima innocente e testimone assoluto di cui nessuno sapra' comprendere il linguaggio. Di qui in poi comincia il viaggio, l'interminabile percorso attraverso l'Europa sconvolta dalla guerra. Vedremo la concitazione piu' frenetica alternarsi alla stasi piu' snervante, e incontreremo lungo il percorso figure indimenticabili. Due personaggi spiccano su tutti: il greco Mordo Nahum e il romano Cesare. Il Greco e' l'uomo dal multiforme ingegno (commerciale, innanzitutto), capace di sopravvivere in ogni frangente avendo capito che "guerra e' sempre". Cesare e' il grande amico di Primo, dotato di vitalita' e astuzia senza fine, ma anche della tendenza a cacciarsi in situazioni assurde tirandosene fuori con pensate sbalorditive. Primo gli fa da spalla nell'episodio piu' divertente del libro, la trattativa a gesti per l'acquisto di una gallina in un villaggio di contadine russe.

Primo Levi e' il personaggio che racconta: un essere umano magro, schivo, attentissimo e ironico, avido di cibo e di storie. Levi e' un grande osservatore e ritrattista di uomini, luoghi, animali, oggetti. Il suo stile e' una tenaglia, che stringe il massimo dell'espressivita' in una morsa di concisione; l'attrattiva morale della Tregua consiste in questo modo distaccato e insieme solidale di partecipare alle vicende dei propri simili.

La tregua e' un libro che ha il respiro collettivo dei popoli e dei paesi: a cominciare dalla Russia, che prende forma sotto lo sguardo del lettore con il suo culto dell'arbitrario e dell'impuro, con la sua cieca forza biologica, con l'eccesso dei suoi appetiti e l'ingovernabilita' della burocrazia. Nella Tregua, la Russia si manifesta come una sorta di anti-Germania. Ma e' proprio sotto il segno della prigionia tedesca che il libro si conclude: dopo i mesi passati a traversare il continente, Levi ritrova il letto della sua casa di Torino, ma il suo sogno ricorrente consiste nel trovarsi ancora ad Auschwitz. Nel sogno, l'ex deportato sente che il Lager e' la vera e unica realta', e attende da un momento all'altro la parola polacca che all'alba impartisce il comando della sveglia, Wstawac.

La tregua vinse nel 1963 la prima edizione del premio Campiello. Dal libro e' stato tratto nel 1997 un film per la regia di Francesco Rosi, protagonista John Turturro.

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"La tregua, libro del ritorno, odissea dell'Europa tra guerra e pace, e' il seguito di Se questo e' un uomo, il libro che resta fra i piu' belli della letteratura europea nata nei campi di sterminio. Se quel primo libro di Primo Levi (che continua a considerarsi 'scrittore d'occasione' ed esercita la professione di chimico a Torino, dove e' nato nel 1919) era stato scritto subito dopo il ritorno, quasi a scopo di liberazione interiore, come necessaria testimonianza, per essere egli stato uno dei pochi ebrei sopravvissuti al Lager, e in obbedienza al bisogno urgente ed immediato 'di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi', questo secondo libro invece e' stato scritto a distanza dagli avvenimenti, in un clima piu' pacato e disteso. E come il miracolo di Se questo e' un uomo era una classica equanimita' di fronte alla materia atroce del racconto, qui, nella Tregua, in questa storia movimentata e variopinta d'una non piu' sperata primavera di liberta', la nota piu' struggente e' quella d'una stretta angoscia, d'una non piu' medicabile tristezza.

Seguiamo, ne La tregua, come l'avventura medio-europea di Levi non si conchiuse con la liberazione di Auschwitz per mano russa. Per ragioni mai chiarite appieno, o forse in virtu' di pura negligenza o disordine burocratico, il rimpatrio di Levi, e di molti altri italiani con lui, ebbe luogo molto tardi, alla fine del 1945, dopo un lungo viaggio attraverso la Polonia, la Russia Bianca, l'Ucraina, la Romania e l'Ungheria. Questo volume e' il diario del viaggio, che ha inizio nelle nebbie di Auschwitz, appena liberata e ancor piena di morte, e si dipana attraverso scenari inediti dell'Europa in tregua, uscita dall'incubo della guerra e dell'occupazione nazista, non ancora paralizzata dalle nuove angosce della guerra fredda: i mercati clandestini di Cracovia e di Katowice; gli acquartieramenti e le tradotte bibliche e zingaresche dell'Armata Rossa in smobilitazione; la terra russa sterminata, pervasa di gloria, di miseria, di oblio e di vigore vitale; paludi e foreste intatte; le baldorie corali dei russi ubriachi di vittoria; le camerate piene di sogni degli italiani sulla incerta via del ritorno.

Ritroviamo in questa pagine il gusto di Primo Levi per il ritratto conciso, sapido, alla maniera dei moralisti: il Greco, ligio al suo straordinario codice anarchico e mercantile; Cesare, "figlio del sole, amico di tutto il mondo", che persegue con grande senso pratico i suoi propositi folli; il Moro di Venezia, il gran vecchio blasfemo che sembra uscito dalla Apocalisse; Hurbinek, il bimbo nato ad Auschwitz 'che non aveva ma' visto un albero'. Sotto questi due segni si svolge l'intero arco del libro: il perdurare, sotto cento aspetti palesi o segreti, 'della pestilenza che aveva prostrato l'Europa'; e la scoperta di una nuova Russia, vista di prima mano e dal di dentro, volta a volta ridente o tragica, picaresca o epica o oblomoviana, lontana da ogni schematismo ideologico, assai piu' vicina alle rappresentazioni famose di Puskin, di Gogol e di Tolstoj".

[Risvolto della prima edizione Einaudi 1963, collana "I coralli", anonimo ma scritto da Italo Calvino]

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Se questo e' un uomo - Versione drammatica

Prima di questa versione teatrale, Levi aveva gia' scritto una versione radiofonica di Se questo e' un uomo, che fu messa in onda il 24 aprile 1964. Il copione per il teatro venne scritto due anni piu' tardi, in collaborazione con l'attore Pieralberto Marche' (pseudonimo di Pieralberto Marchesini), e che fu allestito dal Teatro Stabile di Torino con la regia di Gianfranco De Bosio. La prima nazionale era prevista a Prato, ma a causa dell'alluvione di Firenze (4 novembre 1966) venne spostata al Carignano di Torino. Lo spettacolo ando' in scena il 18 novembre, suscitando grande impressione per la potenza corale dispiegata da un folto insieme di attori - svariate decine -, che provenivano da vari teatri stabili di tutta Europa e che diedero vita a un suggestivo quanto traumatico impasto multilingue. Le SS non comparivano mai: la loro voce si scaricava, rabbiosa e incomprensibile, da altoparlanti disposti in teatro. Levi non era presente come personaggio: il suo ruolo era affidato alla figura di Aldo, narratore di quanto accadeva dinanzi allo sguardo del pubblico, chimico come lui nella finzione scenica. Il copione venne stampato da Einaudi contemporaneamente allo spettacolo, con un testo introduttivo di Levi.

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Storie naturali

"I quindici 'divertimenti' che compongono questo libro ci invitano a trasferirci in un futuro sempre piu' sospinto dalla molla frenetica del progresso tecnologico, e quindi teatro di esperimenti inquietanti o utopistici, in cui agiscono macchine straordinarie e imprevedibili. Eppure non e' sufficiente classificare queste pagine sotto l'etichetta della fantascienza. Vi si possono trovare satira e poesia, nostalgia del passato e anticipazione dell'avvenire, epica e realta' quotidiana, impostazione scientifica e attrazione dell'assurdo, amore dell'ordine naturale e gusto di sovvertirlo con giochi combinatori, umanesimo ed educata malvagita'. L'autore e' un chimico, e la sua professione traspare nell'interesse per come sono fatte le cose dentro, per come si riconoscono e si analizzano. Ma e' un chimico che sa le passioni umane non meno di quanto sappia la legge dell'azione di massa, e smonta e rimonta i segreti meccanismi che governano le vanita' umane, ammiccando dalle ironiche allegorie, dalle sorridenti moralita' che ci propone. Ci pare tuttavia che il miglior modo di presentarle sia riportare uno stralcio di una lettera recente dell'autore:

"Parlare dei miei racconti mi mette in un certo imbarazzo; ma forse la stessa descrizione ed analisi di questo imbarazzo potra' servire a rispondere alla sue domande.

Ho scritto una ventina di racconti e non so se ne scrivero' altri. Li ho scritti per lo piu' di getto, cercando di dare forma narrativa ad una intuizione puntiforme, cercando di raccontare in altri termini (se sono simbolici lo sono inconsapevolmente) una intuizione oggi non rara: la percezione di una smagliatura nel modo in cui viviamo, di una falla piccola o grossa, di un 'vizio di forma' che vanifica uno od un altro aspetto della nostra civilta' o del nostro universo morale. Non so se siano belli o brutti: piacciono a molti alcuni che dispiacciono a me, molti ne rifiutano alcuni di cui io mi sento fiero. Certo, nell'atto in cui li scrivo provo un vago senso di colpevolezza, come di chi commette consapevolmente una piccola trasgressione.

Quale trasgressione? Vediamo. Forse e' questa: chi ha coscienza di un 'vizio', di qualcosa che non va, dovrebbe approfondirne l'esame e lo studio, dedicarcisi, magari con sofferenza e con errori, e non liberarsene scrivendo un racconto. O forse ancora: io sono entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento; non sta a me giudicarne il valore, ma erano senza dubbio libri seri, dedicati a un pubblico serio. Proporre a questo pubblico un volume di racconti-scherzo, di trappole morali, magari divertenti ma distaccate, fredde: non e' questa frode in commercio, come chi vendesse vino nelle bottiglie dell'olio? Sono domande che mi sono posto, all'atto dello scrivere e del pubblicare queste 'storie naturali'. Ebbene, non le pubblicherei se non mi fossi accorto (non subito, per verita') che fra il Lager e queste invenzioni una continuita', un ponte esiste: il Lager, per me, e' stato il piu' grosso dei 'vizi', degli stravolgimenti di cui dicevo prima, il piu' minaccioso dei mostri generati dal sonno della ragione"".

[Risvolto della prima edizione Einaudi 1966, collana "Coralli", uscita con lo pseudonimo Damiano Malabaila. Il risvolto e' anonimo ma attribuibile a Italo Calvino (cfr. Opere I, a cura di M. Belpoliti, 1997, p. 1434)]

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Storie naturali usci' dunque presso Einaudi, nel 1966, sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila, cognome che in piemontese vuol dire "cattiva balia"; e in verita', rifletteva l'autore, "mi pare che da molti dei miei racconti spiri un vago odore di latte girato a male, di nutrimento che non e' piu' tale, insomma di sofisticazione, di contaminazione e di malefizio". Il risvolto di copertina qui riportato e' anonimo, ma indizi di stile inducono ad attribuirlo a Italo Calvino, che segui' l'iter redazionale dell'opera.

Solo formalmente questo libro e' la prima raccolta di racconti di Primo Levi: anche Se questo e' un uomo e La tregua erano, di fatto, raccolte di testi brevi. Ora la vocazione dello scrittore alle forme modulari si fa piu' sfaccettata, in un periodo in cui Levi - come dichiarera' in alcune interviste - crede di non avere piu' nulla da dire su Auschwitz.

Scritti nell'arco di vent'anni (1946-1966), i quindici racconti di Storie naturali ci parlano, quale piu' quale meno, di altrettante gravidanze di una ragione dormiente che si risolvono in parti mostruosi. Ma e' l'autore medesimo di questo libro a percepire se stesso come una creatura paradossale; non per niente sceglie pudicamente un nome di penna e non per niente s'identifica volentieri con il centauro Trachi: il protagonista di quella Quaestio de Centauris che e' la storia piu' riuscita del volume. Il centauro diventera' da allora in poi l'emblema pubblico di Levi-Malabaila: centauresca e' l'immagine dello "scrittore non scrittore", narratore e chimico, ex deportato e uomo della strada, ebreo e italiano, testimone di Auschwitz e scrittore d'invenzione.

In Storie naturali troviamo l'anello forte che salda la produzione "concentrazionaria" di Levi a quella liberamente inventiva; non per nulla molte delle Storie sono ambientate in una vaga Germania, suggerita dall'onomastica dei luoghi e delle persone, e da poco altro. Piu' che praticare la fantascienza, Levi descrive scenari che alcuni anni piu' tardi egli stesso definira' di "futuro anteriore": un minaccioso avvenire del quale si possono gia' cogliere i segni nell'oggi, sviluppandoli a lume di ragione e portandoli alle estreme conseguenze. Le Storie naturali sono i racconti estremi di un uomo mite: la follia dell'eugenetica, la conversione del dolore in piacere, la realta' virtuale che risucchia e tritura la vita mentale e fisiologica di chiunque se ne lasci tentare... Ma sono anche i racconti nei quali, dopo La Tregua, Levi conferma la sua vocazione di grande umorista e di giocoliere della lingua. Il radiodramma Il versificatore e la "vera" storia dei conciliaboli e dei quiproquo piu' o meno divini legati alla creazione dell'uomo (Il sesto giorno) sono due prove di virtuosismo. Cosi' come e' un bizzarro e inquietante virtuoso l'agente di commercio della Natca, quel signor Simpson che ci propone le invenzioni della sua azienda come altrettanti pomi staccati dall'albero del bene e del male: dal versificatore al Mimete duplicatore al "calometro" misuratore di bellezza, fino ai nastri del Total Recorder con le loro esperienze virtuali di progressiva - e reale - perdizione.

Nel 1967 Storie naturali vinse un antico e prestigioso premio milanese, il Premio Bagutta.

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Vizio di forma

Vizio di forma e' la seconda raccolta di racconti fanta-tecnologici e fanta-biologici di Primo Levi; a differenza di Storie naturali, pubblicato cinque anni prima sotto pseudonimo, porta il suo nome in copertina. I racconti sono venti, scritti tra il 1968 e il 1970. Diamo qui il risvolto della prima edizione, uscita nel 1971 da Einaudi nella collana "I coralli": e' anonimo, ma lo si puo' attribuire con ottima probabilita' all'autore. Di seguito offriamo un testo firmato Primo Levi: la parte conclusiva della Lettera 1987 indirizzata all'editore in occasione di una ristampa del volume, pubblicata poche settimane prima della sua scomparsa.

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"Ci saranno storici futuri, diciamo nel prossimo secolo? Non e' del tutto certo: l'umanita' potrebbe aver perduto ogni interesse per il passato, occupata come sara' sicuramente a dipanare il gomitolo del futuro; o perduto il gusto per le opere dello spirito in generale, essendo intesa unicamente a sopravvivere; o cessato di esistere. Ma se storici si troveranno, si dedicheranno assai poco alle guerre puniche, o alle crociate, o a Waterloo, ed invece porranno al centro della loro attenzione questo ventesimo secolo, e piu' precisamente il decennio che e' appena incominciato.

Sara' un decennio unico. Nel giro di pochi anni, quasi da un giorno all'altro, ci siamo accorti che qualcosa di definitivo e' successo, o sta per succedere: come chi, navigando per un fiume tranquillo, si avvedesse d'un tratto che le rive stanno fuggendo all'indietro, l'acqua si e' fatta piena di vortici, e si sente ormai vicino il tuono della cascata. Non c'e' indice che non si sia impennato: la popolazione mondiale, il Ddt nel grasso dei pinguini, l'anidride carbonica nell'atmosfera, il piombo nelle nostre vene. Mentre meta' del mondo attende ancora i benefici della tecnica, l'altra meta' ha toccato il suolo lunare, ed e' intossicata dai rifiuti accumulati in pochi lustri: ma non c'e' scelta, all'Arcadia non si ritorna, ancora dalla tecnica, e solo da essa, potra' venire la restaurazione dell'ordine planetario, l'emendamento del 'vizio di forma'. Davanti all'urgenza di questi problemi, gli interrogativi politici impallidiscono. E' questo il clima in cui, letteralmente od in ispirito, si collocano i venti racconti di Primo Levi che presentiamo. Al di la' del velo dell'ironia, e' vicino a quello dei suoi libri precedenti: vi si respira un'aura di tristezza non disperata, di diffidenza per il presente, e ad un tempo di sostanziale confidenza per il futuro: l'uomo fabbro di se stesso, inventore ed unico detentore della ragione, sapra' fermarsi a tempo nel suo cammino 'verso l'occidente'".

[Risvolto della prima edizione Einaudi 1971, collana "Coralli", anonimo ma scritto probabilmente da Primo Levi]

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"La tua proposta, di ristampare dopo piu' di quindici anni Vizio di forma, mi rattrista e mi rallegra insieme.

[...] Mi rallegra perche' rivive cosi' il piu' trascurato dei miei libri, il solo che non e' stato tradotto, che non ha vinto premi, e che i critici hanno accettato a collo torto, accusandolo appunto di non essere abbastanza catastrofico. Se lo rileggo oggi, accanto a parecchie ingenuita' ed errori di prospettiva, ci trovo qualcosa di buono. I bambini sintetici sono una realta', anche se l'ombelico ce l'hanno. Sulla luna ci siamo andati, e la terra vista di lassu' deve proprio assomigliare a quella che io ho descritta; peccato che i Seleniti non esistano, ne' siano mai esistiti. Gli aiuti ai paesi del terzo mondo incontrano spesso il destino che ho delineato nella doppietta Recuenco. Col dilagare del terziario, i "lumini rossi" sono aumentati di numero, ed e' addirittura apparsa sui giornali, nel 1981, la notizia di un sensore identico a quello che io avevo descritto. Siamo ancora lontani da una realizzazione del racconto A fini di bene ma ("cosi' s'osserva in me lo contrappasso") dopo alcune esitazioni la Sip ha assegnato alla mia seconda casa un numero telefonico che e' l'esatto anagramma del mio di Torino.

Quanto a Ottima e' l'acqua, poco dopo la sua pubblicazione lo "Scientific American" ha riportato la notizia, di fonte sovietica, di una "poliacqua" viscosa e tossica, simile per molti versi a quella da me anticipata: per fortuna di tutti, le esperienze relative si sono dimostrate non riproducibili e tutto e' finito in fumo. Mi lusinga il pensiero che questa mia lugubre invenzione abbia avuto un effetto retroattivo e apotropaico. Si rassicuri quindi il lettore: l'acqua, magari inquinata, non diventera' mai viscosa, e tutti i mari conserveranno le loro onde.

Primo Levi

Torino, gennaio 1987"

[Brano tratto dalla Lettera 1987 all'Editore premessa alla ristampa Einaudi 1987, collana "Nuovi Coralli"]

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L'osteria di Brema

Levi pubblico' per la prima volta le sue poesie in forma privata: un volumetto anonimo e privo di titolo, con la copertina in cartoncino e i testi - ventitre' - battuti con la macchina da scrivere; era il 1970, la tiratura fu di trecento copie. Cinque anni piu' tardi si affido' a un editore piccolo e prestigioso, il milanese Vanni Scheiwiller. Il libro raccoglieva questa volta ventisette testi, era stampato in 1.500 esemplari e la data del "finito di stampare" era il 25 aprile 1975, trentesimo anniversario della Liberazione. La poesia piu' antica era Crescenzago, datata febbraio 1943 e destinata ad aprire nel 1984 la raccolta Ad ora incerta, dove ritroveremo tutti i testi accolti nell'Osteria di Brema.

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Il sistema periodico

I ventuno testi de Il sistema periodico sono intitolati ciascuno a un elemento chimico: Idrogeno, Zinco, Potassio, Nichel e cosi' via, fino a comporre una sintesi della tavola periodica degli elementi fissata nel 1869 dal chimico russo Dmitrij Mendeleev: di qui proviene infatti il titolo del volume. Di volta in volta, l'elemento che da' il titolo alla storia ne e' anche il materiale protagonista, o per meglio dire il catalizzatore della sua energia morale e narrativa. Soltanto nel racconto che apre il libro, Argon, la presenza dell'elemento non e' concreta ma simbolica: Levi incomincia raccontandoci la storia dei suoi antenati, una bizzarra quanto ramificata tribu' di ebrei piemontesi. L'argon, gas perfetto e raro il cui nome significa in greco antico "l'Inoperoso", e' l'emblema del carattere di queste persone sfaccendate e argute, portate a discussioni oziose e capziose, dotate di paradossali virtu' e di abitudini eccentriche. Una volta fissato sulla carta il lessico famigliare di questa specie rara, condannata di li' a qualche decennio allo sterminio per mano nazista, Levi intreccia tra loro - saltando di elemento in elemento - ben tre macrostorie: la storia sua personale, dalla prima adolescenza fino all'eta' adulta; la storia della sua generazione calpestata dal fascismo, dalle leggi razziali approvate nel 1938, dalla guerra mondiale, da una breve e inesperta lotta partigiana e infine dalla deportazione nei Lager; la terza e ultima macrostoria e' quella dei chimici "appiedati", che lottano corpo a corpo con la materia per carpirne i segreti e piegarla, procedendo per prove ed errori. Levi racconta storie di chimici artigiani che si arrangiano adoperando i cinque sensi piu' il buonsenso, e disegna in questo modo un'autobiografia personale e collettiva.

Il sistema periodico e' il libro piu' completo e composito di Levi: il piu' "primoleviano" di tutti, come lo ha definito Italo Calvino. In queste pagine la testimonianza storica e' offerta al lettore con uno stile letterario di smagliante felicita', nel quale troviamo fuse la forza morale, l'umorismo e il gioco linguistico. Grande pedagogo, Levi ci offre gli insegnamenti della sua esperienza con una energia persuasiva che e' animata dalla levita' e dall'ironia: per questa ragione, il Sistema e' il libro nel quale possiamo contemplare intera la sua persona fisica e morale; intera, e insieme scomposta nei suoi elementi primi, cosi' come promette il titolo.

Se, imitando il suo esempio, proviamo ad analizzare questo libro, ci troveremo moltissimi caratteri e vicende di Levi: ci troveremo persino, nei racconti intitolati al Piombo e al Mercurio, la sua preistoria di scrittore adolescente, "prima di Auschwitz". Troveremo il piu' pudico e commovente ritratto morale che egli abbia mai disegnato, quello dell'amico alpinista e partigiano Sandro Delmastro (Ferro). Ci troveremo la sua educazione professionale e sentimentale maturata in anni politicamente bui. Troveremo congiunte l'attesa della morte e l'energia di sopravvivenza nel racconto Oro, dove Levi ci descrive - con sorprendenti dettagli comici - la sua cattura da parte dei fascisti dopo poche settimane di esperienza partigiana. Troveremo ancora, dopo la liberazione dal Lager (in Auschwitz e' ambientato un solo racconto, Cerio), la liberta' del dopoguerra, la gioia di lavorare e di raccontare; e rivedremo le ombre di Auschwitz che tornano a inquietare e incuriosire in un racconto come Vanadio. Troveremo, infine, l'omaggio al suo doppio legame con la chimica e la scrittura, alla propria vocazione di uomo che ricorda, testimonia, lavora e racconta, nella storia dell'atomo di Carbonio, sulla quale il libro si conclude.

Il sistema periodico vinse nel 1975 il Premio Prato.

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"Con questo suo nuovo libro, Primo Levi ci dimostra come in lui la vocazione di scrittore-testimone non si sia esaurita nella pagine mirabili di Se questo e' un uomo e di La tregua.

A prima vista, si tratta qui dell'autobiografia di un chimico, articolata in ventun 'momenti' ognuno dei quali trae spunto da un elemento: l'azoto, il carbonio, il piombo, il nichel e cosi' via. Sono dunque altrettanti incontri con la materia, vista volta a volta come madre o come nemica, davanti a cui si rinnova la condizione atavica dell'uomo cacciatore in lotta col mondo intorno a lui per conoscerlo e per sopravvivere: storie di un mestiere 'che e' poi un caso particolare, una versione piu' strenua, del mestiere di vivere'; ricco di sconfitte di vittorie e di miserie, di avventure e di incontri, capace di impegnare in pari misura la ragione e la fantasia.

Ma il libro racconta anche la storia di una generazione, qui rappresentata nei suoi esponenti migliori (si veda la splendida figura di Sandro Delmastro). Ne esce ricostruita la vicenda di una formazione civile maturata negli anni del fascismo, poi nelle drammatiche vicende della guerra, della lotta partigiana, della deportazione, del reinserimento nella faticosa ripresa del dopoguerra: e' la storia esemplare di chi, partendo dalla concretezza del mestiere di chimico, si autoeduca a capire le cose e gli uomini, a prendere posizione, a misurarsi, con una ironia ed una autoironia che non escludono la fermezza.

O forse il libro puo' essere letto come un apologo: la sfida ininterrotta con la materia inerte o malevola e' una metafora conradiana dell'esistenza, della sua opacita' di fondo, su cui emergono stranezze, fallimenti e riuscite imprevedibili. Come in tutti i libri di Primo Levi, anche qui la serenita' del giudizio morale fa tutt'uno con una scrittura di classica precisione; si ritrova, trasferita in un campo meno disumano, l'esigenza di testimoniare a favore della ragione e della dignita'".

[Risvolto della prima edizione Einaudi 1975, collana "Supercoralli Nuova serie"]

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"The author of this book - a series of essays each named after a chemical element - is an organic chemist. The book, however, is not about chemistry but about the personal and emotional development of the author. Levi is a Jew and a famous Italian writer, best known for two books entitled Survival in Auschwitz and The Re-awakening in English translation. Both are expressions of human survival by dignity and of Jewish humor without pathos - a combination rare among American Jewish writers.

The present book is again a terse, low-key, but intensely serious document of life under stress - either the stress of a youth curbed by fascism or the stress of a chemist struggling with stubbornly defective reagents. The names of chemical elements are used sometimes as metaphors, sometimes more literally to provide occasions for sharp vignettes of the author's early life. As a Jewish student in a fascist society that made Jews openly pariahs; as a climber who found relief in fighting mountain slopes instead of the unapproachable fascist rulers; as a partisan facing the Nazi enemy in those same mountains; and finally as a young chemist learning to deal with the incompetence or worse of the industrial world - Levi sustains an evenness of mood through which shines the consciousness of a hard personal integrity.

Among the essays the first, Argon, depicts the little-known society of Piedmontese Jews, in which both Levi and this reviewer were raised, a culture that for a long time hardly interacted with the surrounding Christian world (hence behaving like the noble gas argon in air) yet made some outstanding contributions to Italian intellectual life. Anthropologists may be interested in this essay, which reveals a hitherto neglected facet of Italian society.

The essay called Gold is both personal and symbolic. In prison as a partisan, his life in immediate danger, Levi found relief in consorting with a professional smuggler who had at some time eked a living by collecting a few flakes of gold from a mountain river. The implied message: there is some gold to be found in a human being, or in a river, or in prison if you are alert to it.

Other essays are closer to natural science. Potassium - set in 1941 - tells of a brief courtship the author had with physics as a possible vocation. The immediate impetus was apparently the willingness of a young physics teacher of philosophical bent to take seriously the intellectual eagerness of a student whom chemistry teachers had, not surprisingly, left unstimulated. This reviewer, who a few years earlier had found among Italian physicists the intellectual stimulus liberating him from a humdrum medical education, can vouch almost to the last comma for the authenticity of the experience described by Levi.

Arsenic is a vignette that could easily have been turned into a crime investigation in the hands of a less sensitive author. One of his first clients brings to Levi a pound of sugar which he suspects of having been doctored. Levi analyzes it and finds plenty of arsenic. For the rest of the day he goes on with other work. Next day the client returns, hears the verdict, explains calmly that a competitor - a cobbler like himself - has been making his life hard and now has apparently attempted to poison him. No fuss, no police; the cobbler, a quiet Piedmontese, will return the sugar to his enemy and "explain two or three things" to him. Levi's philosophy of constructive faith in reasoning reminds me, here and elsewhere in the book, of Diderot's trust in human common sense.

Vanadium is the story of a more recent event. While dealing with a German firm concerning a batch of imported resin (which misbehaved because of a vanadium salt impurity) Levi discovered that his German correspondent was the same man who had been his boss in the Auschwitz camp. The exchanges that ensue illustrate the conflicts of an honest man divided between the forgiveness demanded by personal self-respect and the contempt felt for a Nazi colleague - truly an impurity in the scientific milieu.

In all 18 essays the writing has an immediacy achieved without sacrifice of sophisticated literary skill. The English translation manages to keep the freshness of the original Italian best seller. Primo Levi succeeds in transforming chemical concepts and processes into metaphorical comments on life. He also achieves the more difficult feat of writing autobiographical stories without either self-effacement or self-congratulation. These essays are in fact, as the author calls them in the essay called Nickel, "tales of militant chemistry"".

[S. E. Luria, Themes Beyond Chemistry, "Science", CCXXVIII, 4695, 5 aprile 1985]

(Parte prima - segue)

 

3. ANNIVERSARI. IN MEMORIA DI BARTOLOME' DE LAS CASAS E DI ALFONSO GATTO

 

Ricorre oggi, 17 luglio, l'anniversario della scomparsa di Bartolome' de Las Casas (11 novembre 1474 - 17 luglio 1566), il grande difensore dei diritti umani degli indios e denunciatore della violenza genocida della conquista europea dell'America, e l'anniversario della nascita di Alfonso Gatto (17 luglio 1909 - 6 marzo 1976), poeta e antifascista.

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Nel ricordo di Bartolome' de Las Casas e di Alfonso Gatto proseguiamo nell'azione nonviolenta per la pace e i diritti umani; contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' e la biosfera.

 

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LA NONVIOLENZA CONTRO IL RAZZISMO

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" (anno XVI)

Numero 25 del 17 luglio 2015

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it, centropacevt at gmail.com, centropaceviterbo at outlook.it, web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/