[Nonviolenza] Telegrammi. 2047



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2047 del 17 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com

 

Sommario di questo numero:

1. Una proposta di azione contro il razzismo

2. Commemorato a Viterbo Heinrich Boell nel trentesimo anniversario della scomparsa

3. Anna Bravo: La deportazione per motivi razzisti

4. Segnalazioni librarie

5. La "Carta" del Movimento Nonviolento

6. Per saperne di piu'

 

1. INIZIATIVE. UNA PROPOSTA DI AZIONE CONTRO IL RAZZISMO

 

E' necessario e urgente un impegno contro il razzismo in Italia. Ed invero vi sono gia' molte iniziative in corso. Quella che vorremmo proporre potrebbe essere agevole da condurre e produrre qualche risultato.

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Un ragionamento

Due sono gli obiettivi: il primo: ottenere, se possibile, risultati limitati ma concreti che vadano nella direzione del riconoscimento dei diritti fondamentali per il maggior numero possibile di esseri umani almeno nel nostro paese; il secondo: contrastare con le nostre voci e la nostra azione il discorso e la prassi dominanti, che sono il discorso e la prassi dei dominatori razzisti e schiavisti, dei signori della guerra e della barbarie.

L'idea e' di provare ad attivare alcune risorse istituzionali per contrastare il razzismo istituzionale.

La proposta e' di premere sui Comuni e sul Parlamento con una progressione degli obiettivi.

Alcuni provvedimenti - quelli che proponiamo ai Comuni - sono agevolmente ottenibili se si creano localmente dei gruppi (persone, associazioni, rappresentanze istituzionali...) capaci di premere nonviolentemente in modo adeguato e con la necessaria empatia e perseveranza; e sono agevolmente ottenibili perche' molti Comuni d'Italia li hanno gia' deliberati e realizzati, e quindi nulla osta in via di principio al fatto che altri Comuni li adottino a loro volta.

Le cose che chiediamo al Parlamento sono meno facilmente ottenibili, ma la nostra voce puo' comunque contribuire se non altro a suscitare una riflessione, a promuovere la coscientizzazione, a spostare i rapporti di forza, ad opporsi a ulteriori violenze smascherando la disumanita' delle scelte razziste e indicando cio' che invece sarebbe bene fare.

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Un metodo

Noi suggeriremmo a chi ci legge e condivide questa proposta di cominciare scrivendo di persona agli amministratori comunali ed ai parlamentari; poi proponendo ad altre persone di fare altrettanto; poi se possibile coinvolgendo anche associazioni e media ed attraverso essi sensibilizzando e coinvolgendo altre persone ancora; poi chiedendo incontri con i rappresentanti istituzionali; e perseverando.

Non vediamo bene un'iniziativa piramidale con un "coordinamento nazionale" e le modalita' burocratiche che ne conseguono. Preferiremmo un'iniziativa policentrica, in cui ogni persona possa agire da se', e meglio ancora con le persone con cui sente un'affinita', e meglio ancora se si riesce ad organizzare un coordinamento locale, ma tra pari e senza deleghe ed in cui le decisioni si prendono con la tecnica nonviolenta del metodo del consenso.

Una sola condizione poniamo come preliminare e ineludibile: la scelta della nonviolenza.

Proponiamo di cominciare e vedere cosa viene fuori. Comunque non sara' tempo sprecato.

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Ed ecco le proposte:

1. Quattro richieste ai Comuni:

1.1. affinche' il sindaco - qualora non lo abbia gia' fatto - informi, inviando loro una lettera, tutte le persone straniere diciottenni residenti o domiciliate nel territorio del Comune che siano nate in Italia ed in Italia legalmente residenti senza interruzioni fino al compimento del diciottesimo anno di eta', che la vigente legislazione prevede che nel lasso di tempo tra il compimento del diciottesimo ed il compimento del diciannovesimo anno di eta' hanno la possibilita' di ottenere la cittadinanza italiana facendone richiesta davanti all'Ufficiale di Stato Civile del Comune di residenza con una procedura alquanto piu' semplice, rapida e meno dispendiosa di quella ordinaria per tutte le altre persone aventi diritto;

1.2. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - attribuisca la cittadinanza onoraria alle bambine e ai bambini non cittadine e cittadini italiani con cui la comunita' locale ha una relazione significativa e quindi impegnativa (ovvero a) tutte le bambine e tutti i bambini nate e nati nel territorio comunale da genitori non cittadini italiani; b) tutte le bambine e tutti i bambini non cittadine e cittadini italiani che vivono nel territorio comunale; c) tutte le bambine e tutti i bambini i cui genitori non cittadini italiani vivono nel territorio comunale ed intendono ricongiungere le famiglie affinche' alle bambine ed ai bambini sia riconosciuto il diritto all'affetto ed alla protezione della propria famiglia, ed affinche' i genitori possano adeguatamente adempiere ai doveri del mantenimento e dell'educazione delle figlie e dei figli);

1.3. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la "Consulta comunale delle persone straniere residenti nel Comune";

1.4. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la presenza in Consiglio Comunale dei "consiglieri comunali stranieri aggiunti".

2. Quattro richieste al Parlamento:

2.1. affinche' legiferi il diritto di voto nelle elezioni amministrative per tutte le persone residenti;

2.2. affinche' legiferi l'abolizione dei Cie e di tutte le forme di detenzione di persone che non hanno commesso reati;

2.3. affinche' legiferi l'abolizione di tutte le ulteriori misure palesemente razziste ed incostituzionali purtroppo tuttora presenti nell'ordinamento;

2.4. affinche' legiferi il riconoscimento del diritto di tutti gli esseri umani di giungere in modo legale e sicuro in Italia.

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Naturalmente

Sono naturalmente disponibili alcuni modelli di lettera (e molti materiali di riferimento) per ognuno di questi punti, che chi vuole prender parte all'iniziativa puo' riprodurre e adattare.

 

2. INCONTRI. COMMEMORATO A VITERBO HEINRICH BOELL NEL TRENTESIMO ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA

 

Si e' svolto giovedi' 16 luglio 2015 a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" un incontro di commemorazione di Heinrich Boell, nel trentesimo anniversario della scomparsa dell'illustre scrittore ed uomo di pace, una delle piu' luminose figure della nonviolenza in cammino, Premio Nobel per la letteratura, straordinario lottatore contro tutte le guerre e tutte le oppressioni, difensore nitido e intransigente della vita, della dignita' e dei diritti di tutti gli esseri umani.

Il responsabile della struttura nonviolenta viterbese ne ha ricostruito la figura e l'opera, ricordandone i libri di forte impegno morale e civile (riassumendone i contenuti e leggendone qualche passo), cosi' come le indimenticabili iniziative per la pace e i diritti umani.

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Heinrich Boell e' nato a Colonia il 21 dicembre 1917, testimone degli orrori del secolo, uomo di tenace, intransigente impegno morale e civile, una delle figure piu' belle dell'impegno per la pace e la dignita' umana. Premio Nobel per la letteratura nel 1972. E' scomparso il 16 luglio 1985. La sua bonta' dovrebbe passare in proverbio. Opere di Heinrich Boell: tra le opere di narrativa (che sono sempre anche di testimonianza) piu' volte ristampate: Il treno era in orario (Mondadori), Viandante, se giungi a Spa... (Mondadori), Dov'eri, Adamo? (Bompiani), E non disse nemmeno una parola (Mondadori), Racconti umoristici e satirici (Bompiani), Il nano e la bambola (Einaudi), Opinioni di un clown (Mondadori), Foto di gruppo con signora (Einaudi), L'onore perduto di Katharina Blum (Einaudi), Vai troppo spesso a Heidelberg (Einaudi), Assedio preventivo (Einaudi), Il legato (Einaudi), La ferita (Einaudi), Donne con paesaggio fluviale (Einaudi). Tra le raccolte di saggi e interventi: Rosa e dinamite, Einaudi, Torino 1979; Lezioni francofortesi, Linea d'ombra, Milano 1990; Terreno minato, Bompiani, Milano 1990; Fraternita' difficile, Edizioni e/o, Roma 1999. Tra le opere su Heinrich Boell: Italo Alighiero Chiusano, Heinrich Boell, La Nuova Italia, Firenze 1974; Lucia Borghese, Invito alla lettura di Boell, Mursia, Milano 1990. Si vedano anche i testi di Cristina Ricci ne "La nonviolenza e' in cammino", nn. 1484-1486, e "La domenica della nonviolenza", n. 100.

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Nel ricordo di Heinrich Boell proseguiamo nell'azione nonviolenta per la pace e i diritti umani; contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni.

Ogni vittima ha il volto di Abele.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.

Vi e' una sola umanita' in un unico mondo vivente casa comune dell'umanita' intera.

Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' e la biosfera.

 

3. RIFLESSIONE. ANNA BRAVO: LA DEPORTAZIONE PER MOTIVI RAZZISTI

[Dal libro di Anna Bravo, Raccontare per la storia / Narratives for History, Einaudi, Torino 2014, riportiamo il capitolo primo "La deportazione per motivi razzisti" nel solo testo italiano (pp. 7-27). Ringraziamo di cuore l'autrice.

Anna Bravo, storica e docente universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha insegnato Storia sociale. Si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del Piemonte; fa parte della Societa' italiana delle storiche, e dei comitati scientifici dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, della Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni culturali. Luminosa figura della nonviolenza in cammino, della forza della verita'. Tra le opere di Anna Bravo: (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall'Italia,  Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia), Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza, Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta Scaraffia), Storia sociale delle donne nell'Italia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003; A colpi di cuore, Laterza, Roma-Bari 2008; (con Federico Cereja), Intervista a Primo Levi, ex deportato, Einaudi, Torino 2011; La conta dei salvati, Laterza, Roma-Bari 2013; Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014.

Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel 1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto, fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita' umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu' alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi: fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano 1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994; Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014; Massimo Dini, Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992; Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia, Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano 1976. Cfr. anche il sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (www.primolevi.it)]

 

La confusione del dopoguerra

Oggi il termine deportazione richiama immediatamente Auschwitz, il luogo e la parola simbolo della persecuzione e dello sterminio degli ebrei. Non e' sempre stato cosi'. Nell'immediato dopoguerra e per anni e anni ancora, il deportato e' essenzialmente il politico - partigiano, militante antifascista. Per capire quel che Primo Levi ha offerto alla storia, bisogna partire da allora.

E' cosa nota che la consapevolezza del genocidio come fulcro dell'ideologia nazista e del sistema concentrazionario non e' stata tempestiva ne' generale. Lo mostrano varie ricerche sull'Italia e la Francia, a cominciare dal bellissimo (e colpevolmente non tradotto in italiano) Deportation et genocide (1) di Annette Wieviorka.

All'origine del ritardo ci sono motivi concreti. Di fronte all'afflusso caotico di persone in arrivo da Germania e Polonia, distinguere i reduci di Auschwitz e i deportati nei Lager dai militari prigionieri in Germania e dai lavoratori cosiddetti liberi era piu' complicato di quanto si possa pensare ora. E alla preminenza dei politici contribuiva un dato di fatto elementare: erano tornati piu' uomini da Buchenwald o Mauthausen e donne da Ravensbrueck di quanti non fossero tornati da Auschwitz, e il ruolo di campi-simbolo era ricaduto sui primi piu' che sul secondo (2). Fino a far identificare tutti i deportati come politici.

Premevano anche ragioni tattiche e ideologiche. Alcune generose: in quegli anni la dicotomia fascismo/antifascismo come spartiacque del passato e del presente e' cosi' totalizzante, cosi' "intoccabile", che distinguere un'esperienza da quello sfondo equivarrebbe in un certo senso a svalutarla; mentre dichiararla non politica significherebbe confinarla alla sfera privata, allora ritenuta storicamente irrilevante. Il rischio e' che una gerarchia delle cause dell'arresto scivoli in una gerarchia delle sofferenze.

Probabilmente a essere decisivo e' il calcolo politico. Per alcuni paesi, e' prioritario in questa fase costruire/ricostruire un'identita' nazionale che le scelte del tempo di guerra hanno leso o frantumato, e la deportazione puo' esserne un tassello in positivo o in negativo. Mettere al centro la persecuzione degli ebrei avrebbe imposto di fare i conti con la vergogna del passato - la Francia con Vichy, l'Italia con la primogenitura del fascismo, con la guerra, con la repubblica di Salo'; e tutti e due i paesi, con lo zelo antiebraico delle istituzioni e di una parte dei cittadini. Al contrario, ampliare il fronte di resistenza antifascista grazie all'inserimento di tutti i reduci non poteva che giovare all'immagine nazionale (e ai partiti che puntavano a infoltire i ranghi del fronte resistenziale di riferimento). E' la strada che si sceglie nell'immediato dopoguerra.

Lo sforzo di unificare i deportati in una sola categoria ha pero' un prezzo alto: la persecuzione degli ebrei rischia di essere ricondotta a una specificita' religiosa o "etnica" interna alla guerra nazista contro l'antifascismo e la resistenza, mentre si perde la distinzione fra deportazione e genocidio, come se il secondo fosse una fattispecie estrema della prima. Nel dibattito politico francese si arriva al punto che una disposizione di legge prevede la restituzione alle famiglie dei corpi delle vittime (3) - e quelli degli ebrei inceneriti a Auschwitz?

Da queste tensioni irrisolte prende origine in Francia una vera e propria contesa fra le diverse rappresentazioni della deportazione: quella politica, quella nazional-patriottica, quella delle comunita' ebraiche. In Italia la creazione precoce di un'associazione unica degli ex deportati riflette e propizia un dialogo politico imparagonabile allo scontro che in Francia contrappone le organizzazioni di simpatia gollista, dunque di orientamento conservatore, e quelle di filiazione comunista (4).

Resta il fatto che quando Levi scrive Se questo e' un uomo la voce degli ebrei e' ancora confusa fra quelle degli altri prigionieri. Se fra gli autori dei primi memoriali non mancano ebrei, e' soprattutto nella loro qualita' di politici che si rappresentano, aprendo le testimonianze con una storia di partigianato sfociata poi nel Lager - come molti dei loro compagni non ebrei, con cui condividono la robusta vocazione a un universalismo laico e progressista. E' un modello di racconto forte e suggestivo, che insiste sulla doppia identita' di partigiano e deportato - quasi che la seconda da sola sembrasse monca, o troppo debole in confronto alla prima.

In parte sara' proprio cosi'. Nelle rappresentazioni ufficiali e nell'immaginario diffuso, partigiano e' chi, dopo aver combattuto in montagna, ne e' sceso nei giorni della Liberazione, si e' scontrato con gli ultimi fascisti e tedeschi, ha sfilato in corteo nelle citta', incarnando anche visivamente l'irrompere del nuovo nelle istituzioni e nella quotidianita'. Altra cosa i deportati, meno "spettacolari", meno numerosi, arrivati per cosi' dire a festa ampiamente finita, portatori di significati senza uguali - e forse proprio per questo visti semplicemente come vittime di un orrore impreciso e lontano. Lo stesso Primo Levi rientra a Torino il 19 ottobre 1945, circa sei mesi dopo la Liberazione.

Anche nello schieramento antifascista e fra i partigiani si fatica a staccarsi da questa visione. Se nel dopoguerra tanti deportati evitano di raccontare, e' essenzialmente perche' il paese, concentrato sulle proprie vicissitudini e sulla ricostruzione, non presta ascolto; perche' temono l'incredulita'; perche' loro stessi cercano di dimenticare, o vogliono proteggere le famiglie dal trauma di sapere - e per qualsivoglia altro motivo.

Ma certo conta il protagonismo straripante fra quelli cui i deportati si sentono piu' vicini, i partigiani - il che non legittima pero' il luogo comune secondo cui i superstiti non avrebbero parlato e scritto, e dunque non avrebbero offerto materiali alla storia. Alcuni lo hanno fatto da subito; moltissimi, dopo aver atteso a lungo, hanno raccontato appena l'atmosfera gli e' apparsa favorevole. Se c'e' un soggetto collettivo che si e' sforzato di fornire informazioni per una ricostruzione complessiva, questi sono gli ex deportati. A adottare il silenzio sono stati piuttosto gli studiosi, che ne hanno fatto scivolare la responsabilita' da se stessi ai protagonisti, e dalla storiografia alla memoria.

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Levi, deportato ebreo

Dal modello narrativo "resistenziale" Primo Levi scarta nettamente. Minimizza la sua esperienza in montagna, mette in primo piano il suo essere ebreo. E' un fare parte a se' anche rispetto a compagni amati, anche a costo di pregiudicare uno sbocco editoriale di rilievo. Chissa' se Einaudi sarebbe stato piu' disponibile alla pubblicazione di fronte a un Se questo e' un uomo piu' partigiano, piu' militante, piu' epico, piu' "eroico" (5) - questi sono gli anni in cui il grande Giacomo Debenedetti scrive: "E se un giorno, a questi caduti, si vorra' dare una ricompensa al valore, non certo noi, gli ebrei sopravvissuti, la rifiuteremo; ma non si conino apposite medaglie, non si stampino speciali diplomi: siano le medaglie e i diplomi degli altri soldati". E rivendica quel titolo di soldato per il bambino "Chaim Blumenthal, di anni cinque, caduto a Leopoli, in mezzo alla sua famiglia, mentre, con le mani legate dietro la schiena, ancora difendeva, ancora testimoniava la causa della liberta'" (6).

Ma Levi sa di non essere un soldato, non desidera quel titolo - e forse non lo considera un blasone. Anche questa e' una rottura, e delle piu' interessanti. Sebbene nella resistenza e nello stato che ne nasce la spinta al rinnovamento tocchi aspetti politico-istituzionali decisivi, rimane ancora saldo, sul piano simbolico, uno dei fondamenti tradizionali della cittadinanza: il legame che subordina la sua pienezza alla prerogativa del portare le armi, facendo degli inermi per necessita' o per scelta - in primo luogo delle donne - figure minori, cittadini in seconda. E' il modello consegnato alla modernita' dalla rivoluzione francese e dalle sue leve di massa, paradigma maschile e guerriero del rapporto individuo/stato.

Lidia Beccaria Rolfi, sopravvissuta di Ravensbrueck, ricordera' in seguito l'atteggiamento di alcuni compagni, forse influenzati dall'equazione sovietica fra prigioniero e traditore, o dall'assimilazione prigioniero/disertore propagandata durante la Grande guerra (7): "quando tu tentavi di raccontare la tua avventura, tiravano sempre fuori l'atto eroico: '... pero' noi!'. I tedeschi li avevano ammazzati loro, i fascisti li avevano fatti fuori loro... e noi eravamo prigionieri" (8). Dove l'ironia prende di mira, insieme all'autocelebrazione, i valori celebrati: orgoglio militare, enfasi sulla morte, primato del combattente in armi.

Alla "scoperta" storiografica della Shoah ci si avvicina lungo gli anni Cinquanta grazie a pochi grandi libri e all'impegno di intellettuali, comunita' ebraiche, centri di ricerca. Finche', nel '61, si arriva alla svolta del processo a Adolf Eichmann, che con la sua enorme risonanza mediatica getta la verita' in faccia al mondo intero, facendo giustizia della tendenza a sorvolare sui crimini di una Germania passata da paese ex nemico a baluardo dell'Occidente. Al nuovo interesse contribuisce la violentissima querelle scoppiata intorno al resoconto delle udienze pubblicato da Hannah Arendt, e sulla sua definizione di Eichmann: non un essere demoniaco, ma un grigio burocrate senza coraggio e senza immaginazione. Gia' nell'aprile 1952, Levi aveva messo in guardia dal considerare "belve romantiche" quelli che erano "freddi dementi morali, cannibali in mezze maniche" (9). Senza sapere uno dell'altra, l'uomo che ha vissuto e la donna che ha ascoltato convergono nella lotta contro la visione ottocentesca del criminale/peccatore come angelo ribelle arrivato al mondo da profondita' abissali. Quelli del Novecento sono demoni mediocri (10): per fare un grande male non c'e' bisogno di essere grandi uomini.

Anche per l'Italia dei primi anni Sessanta il processo Eichmann e' cruciale, ma il cammino verso l'emersione storica della Shoah era gia' iniziato, con l'uscita per Einaudi, nel 1958, di Se questo e' un uomo, in una nuova edizione da allora ininterrottamente ristampata. L'anno dopo, a una mostra sulla deportazione organizzata a Torino dall'Associazione nazionale ex deportati, Levi viene assediato da giovani che gli chiedono di raccontare la sua storia - e' il metro del successo che il libro ha incontrato immediatamente.

Diversi anni prima dell'evento Eichmann, prima della traduzione italiana di La banalita' del male di Hannah Arendt, del Prezzo della vita di Bruno Bettelheim, del dramma L'istruttoria di Peter Weiss, del romanzo L'ultimo dei Giusti di Andre' Schwarz-Bart; prima delle polemiche scoppiate intorno a un altro testo teatrale, Il Vicario di Rolf Hochhuth (11), Levi mette a fuoco e divulga l'immagine del deportato ebreo, il colpevole di essere nato, l'ultimo degli ultimi nella gerarchia interna ai prigionieri, fratello dei politici, ma distinto da loro. Vale la pena ricordare che la stesura di Se questo e' un uomo e' del 1945-'46, anni in cui le stesse organizzazioni ebraiche erano inclini a rifiutare specificazioni e separazioni, in cui anche fra gli ebrei c'era bisogno di tempo per capire, tempo per vincere il timore che sottolineare la propria appartenenza riservasse altre insidie; tempo per esaurire, dopo lo stigma della diversita', il desiderio di comunanza con tutte le vittime, di uguaglianza con tutti i cittadini. Si potrebbe aggiungere, per il nostro paese, quella condizione di "prigionieri della speranza" in cui lo storico H. Stuart Hughes ha visto il tratto proprio degli ebrei italiani, cosi' vicini ai non ebrei da rischiare il rarefarsi dell'appartenenza, cosi' feriti dalla discriminazione da vivere divisi fra il bisogno del risarcimento e quello del silenzio (12).

Per Levi il percorso sembra diverso. Cosi' come non si accasa fra i suoi compagni politici, non si accasa neppure fra quanti si sentono prima cittadini italiani (francesi, tedeschi), poi ebrei. Perche' essere ebreo non e' piu' la "piccola anomalia allegra" che gli era sembrata nell'adolescenza (13), e' un numero tatuato sul braccio. Cosi' anche Hannah Arendt, cosmopolita, agnostica, costretta da Auschwitz a dichiararsi innanzitutto ebrea.

E' la prima delle lezioni di Levi alla storia.

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Lentezze della storiografia

Certo, la strada e' rimasta a lungo in salita. Nella primavera del 1960 si tiene a Torino un corso di lezioni su "Trent'anni di storia d'Italia", cosi' seguito, specie fra i giovani, che lo si deve spostare in un teatro, e neppure il teatro bastera'. Peccato che non una delle lezioni sia dedicata alla deportazione e allo sterminio. I ragazzi torinesi sono stati piu' lesti a capire di intellettuali, istituzioni, studiosi. In un altro ciclo, tenuto a Milano l'anno dopo, a introdurre per la prima volta in un corso di storia i campi di sterminio e' Piero Caleffi (14), dirigente del partito socialista e in precedenza membro del Partito d'azione, reduce da Mauthausen, non da Auschwitz.

Ma neppure la deportazione politica ha una buona sorte storiografica in quei decenni, e lo si avverte appieno confrontandola agli studi sulla resistenza, che a partire dagli anni Sessanta vedono crescere una mole di ricerche locali e nazionali, di riflessioni, convegni, programmi universitari.

La deportazione e' invece rimasta a lungo marginale - e la intendo qui nel suo insieme, sia quella politica o assimilata alla politica, sia quella per motivi razzisti - e l'incremento della ricerca negli anni Ottanta non ha sanato la disparita': a quarant'anni dalla guerra, una superstite di Ravensbrueck faceva notare che per la resistenza "sappiamo pietra su pietra tutti i posti dove si e' sparato un colpo di fucile, [ma] [...] non sappiamo ancora niente di completo sulla deportazione" (15).

Anche in altri paesi l'attenzione e' stata inferiore alle aspettative dei sopravvissuti. Ma da noi la sordita' sembra particolarmente forte. Oltre che le tesi "innocentiste" che minimizzano le responsabilita' italiane, pesano il lungo primato storiografico dei temi politico-istituzionali e, nell'immediato dopoguerra, una concezione accesamente "militante" del rapporto ricerca storica/lotta politica. Uno studioso della resistenza ed ex partigiano lo descrivera' cosi': "L'intellettuale impegnato [...] non poteva [...] fermarsi sulla deprecazione dell'orrore quale scaturiva dalla vicenda dei Lager, e sulla descrizione dello snaturamento dell'uomo dall'uomo. Negli anni della speranza, cultura e politica insieme dovevano [...] gettarsi su una vicenda, come la guerra partigiana, nella quale aveva campeggiato il prender parte con la ribellione non solo individuale ma collettiva, lo scegliere consapevolmente di costruire in attivo e in positivo l'embrione di una umanita' diversa" (16). E' una concezione su cui converge, salvo rare eccezioni, il ceto intellettuale vicino al partito comunista, che si avvia a diventare una centrale egemonica capace di competere con quella cattolica. Deportazione e sterminio sembrano poco utilizzabili come esempio/strumento per il presente.

Per piu' di un decennio la letteratura di testimonianza puo' contare esclusivamente su piccoli e piccolissimi editori, capaci di far prevalere l'impegno umano e politico sulla logica di mercato, ma troppo deboli per garantire ai testi una buona diffusione e una vita non effimera.

Non e' un caso, probabilmente, che l'interesse per la deportazione abbia cominciato a crescere lungo gli anni Ottanta, quando il predominio della storia politico-istituzionale sfuma, e la resistenza come oggetto storiografico privilegiato vive una crisi destinata a durare. La caduta del muro di Berlino crea e diffonde energie per uno sguardo piu' libero.

Fino ad allora, il compito di trasmettere l'esperienza della deportazione, sia degli ebrei sia politica, e' ricaduto quasi per intero sulla memoria, in particolare nella forma del racconto orale. Che sara' destinatario di uno degli insegnamenti centrali di Levi.

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Note

1. Annette Wieviorka, Deportation et genocide: entre la memoire et l'oubli, Plon, Paris 1992.

2. Pierre Vidal-Naquet, L'uso perverso della storia, in "Una citta'", II (giugno 1993), n. 2, pp. 10-11.

3. Al rapporto resistenza-deportazione e' dedicato l'intero capitolo "Les statuts des deportes", in A. Wieviorka, Deportation et genocide cit., pp. 141-58.

4. Non solo: in Italia l'enfasi patriottica e la retorica celebrativa sono piu' contenute, mentre il partito comunista ha aperture sconosciute al Pcf. Ma e' anche molto minore l'attenzione prestata alla deportazione e sono minimi i riconoscimenti materiali e simbolici attribuiti ai superstiti.

5. Einaudi nel '47 rifiuta il testo, che uscira' da De Silva nell'ottobre di quell'anno, grazie soprattutto a Franco Antonicelli, che per primo ne coglie il valore.

6. Giacomo Debenedetti, Otto ebrei [1944], in 16 ottobre 1943, Einaudi, Torino 2001, p. 79.

7. Questa costruzione propagandistica contribuisce a spiegare il totale abbandono in cui i prigionieri italiani vengono deliberatamente lasciati dai governi e dai capi militari, secondo i quali la morte di massa (piu' di 100.000 soldati prigionieri deceduti) e' il miglior deterrente alla diserzione e al passaggio al nemico e, nello stesso tempo, una efficace punizione per i presunti disertori. Cfr. Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande guerra, Editori Riuniti, Roma 1993. La tenuta dello stereotipo e' tale che ancora nel 1941-'42 vengono richiesti "ai vari distretti militari, da parte dell'Ufficio storico dello stato maggiore dell'esercito, i fascicoli personali di tutti gli ufficiali di complemento o della milizia territoriale fatti prigionieri prima, durante e dopo Caporetto" (p. 360).

8. Testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi, in Anna Bravo e Daniele Jalla (a cura di), La vita offesa. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, Angeli, Milano 1986, p. 383.

9. Primo Levi, La perversione razionale nei campi di sterminio, in "Resistenza", VI (aprile 1952), n. 4, p. 4. La scoperta di questo straordinario scritto si deve a Domenico Scarpa.

10. Demoni mediocri e' il titolo della seconda parte del libro di Simona Forti, I nuovi demoni. Ripensare oggi male e potere, Feltrinelli, Milano 2012.

11. Hannah Arendt, La banalita' del male: Eichmann a Gerusalemme [Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil, 1963], Feltrinelli, Milano 1964; Bruno Bettelheim, Il prezzo della vita [The Informed Heart. Autonomy in a Mass Age, 1960], Adelphi, Milano 1965; Peter Weiss, L'istruttoria: oratorio in undici canti [Die Ermittlung. Oratorium in 11 Gesangen, 1965], Einaudi, Torino 1966; Andre' Schwarz-Bart, L'ultimo dei Giusti [Le Dernier des Justes, 1959], Feltrinelli, Milano 1960; Rolf Hochhuth, Il Vicario [Der Stellvertreter, 1963], Feltrinelli, Milano 1964.

12. Henry Stuart Hughes, Prigionieri della speranza [Prisoners of Hope. The Silver Age of the Italian Jews 1924-1974, 1983], il Mulino, Bologna 1983: in particolare il capitolo "Due prigionieri di nome Levi".

13. La definizione e' nel racconto "Zinco" del Sistema periodico; cfr. Primo Levi, Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997, vol. I, p. 770. Il sistema periodico era apparso nel 1975.

14. Piero Caleffi, I campi di sterminio, in Fascismo e antifascismo (1918-1936). Lezioni e testimonianze, Feltrinelli, Milano 1962, vol. II, pp. 432-35.

15. Testimonianza di Lidia Beccaria Rolfi cit., in A. Bravo e D. Jalla (a cura di), La vita offesa cit., p. 384.

16. Guido Quazza, Un problema: storiografia sulla deportazione e strutture della ricerca, in Federico Cereja e Brunello Mantelli (a cura di), La deportazione nei campi di sterminio nazisti. Studi e testimonianze, Angeli, Milano 1986, pp. 59-60.

 

4. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, 2005, pp. LXII + 1858.

- Sylvia Plath, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2013, pp. LXIV + 886.

 

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

6. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2047 del 17 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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