[Nonviolenza] Telegrammi. 2045



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2045 del 15 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com

 

Sommario di questo numero:

1. Arturo Paoli

2. "La letteratura come colloquio civile e pratica di liberazione". Un incontro di riflessione a Viterbo

3. Una proposta di azione contro il razzismo

4. Stefano Bartezzaghi e Domenico Scarpa presentano "Una telefonata con Primo Levi" di Stefano Bartezzaghi (2012) (parte seconda e conclusiva)

5. Segnalazioni librarie

6. La "Carta" del Movimento Nonviolento

7. Per saperne di piu'

 

1. LUTTI. ARTURO PAOLI

 

E' deceduto Arturo Paolo, un maestro, un compagno, un fratello.

"Giusto tra le nazioni", una delle figure piu' vive della nonviolenza in cammino.

 

2. INCONTRI. "LA LETTERATURA COME COLLOQUIO CIVILE E PRATICA DI LIBERAZIONE". UN INCONTRO DI RIFLESSIONE A VITERBO

 

Si e' svolto la sera di martedi' 14 luglio 2015 a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" un incontro di riflessione sul tema: "La letteratura come colloquio morale e civile e come pratica di solidarieta' e di liberazione".

All'incontro ha preso parte Paolo Arena.

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Paolo Arena, critico e saggista, studioso di cinema, arti visive, weltliteratur, sistemi di pensiero, processi culturali, comunicazioni di massa e nuovi media, e' uno dei principali collaboratori del "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo e fa parte della redazione di "Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta", un'esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che per anni si sono svolti con cadenza settimanale a Viterbo; nel 2010 insieme a Marco Ambrosini e Marco Graziotti ha condotto un'ampia inchiesta sul tema "La nonviolenza oggi in Italia" con centinaia di interviste a molte delle piu' rappresentative figure dell'impegno nonviolento nel nostro paese. Ha tenuto apprezzate conferenze sul cinema di Tarkovskij all'Universita' di Roma "La Sapienza" e presso biblioteche pubbliche. Negli scorsi anni ha animato cicli di incontri di studio su Dante e su Seneca. Negli ultimi anni ha animato tre cicli di incontri di studio di storia della sociologia, di teoria del diritto, di elementi di economia politica. Fa parte di un comitato che promuove il diritto allo studio con iniziative di solidarieta' concreta.

 

3. INIZIATIVE. UNA PROPOSTA DI AZIONE CONTRO IL RAZZISMO

 

E' necessario e urgente un impegno contro il razzismo in Italia. Ed invero vi sono gia' molte iniziative in corso. Quella che vorremmo proporre potrebbe essere agevole da condurre e produrre qualche risultato.

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Un ragionamento

Due sono gli obiettivi: il primo: ottenere, se possibile, risultati limitati ma concreti che vadano nella direzione del riconoscimento dei diritti fondamentali per il maggior numero possibile di esseri umani almeno nel nostro paese; il secondo: contrastare con le nostre voci e la nostra azione il discorso e la prassi dominanti, che sono il discorso e la prassi dei dominatori razzisti e schiavisti, dei signori della guerra e della barbarie.

L'idea e' di provare ad attivare alcune risorse istituzionali per contrastare il razzismo istituzionale.

La proposta e' di premere sui Comuni e sul Parlamento con una progressione degli obiettivi.

Alcuni provvedimenti - quelli che proponiamo ai Comuni - sono agevolmente ottenibili se si creano localmente dei gruppi (persone, associazioni, rappresentanze istituzionali...) capaci di premere nonviolentemente in modo adeguato e con la necessaria empatia e perseveranza; e sono agevolmente ottenibili perche' molti Comuni d'Italia li hanno gia' deliberati e realizzati, e quindi nulla osta in via di principio al fatto che altri Comuni li adottino a loro volta.

Le cose che chiediamo al Parlamento sono meno facilmente ottenibili, ma la nostra voce puo' comunque contribuire se non altro a suscitare una riflessione, a promuovere la coscientizzazione, a spostare i rapporti di forza, ad opporsi a ulteriori violenze smascherando la disumanita' delle scelte razziste e indicando cio' che invece sarebbe bene fare.

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Un metodo

Noi suggeriremmo a chi ci legge e condivide questa proposta di cominciare scrivendo di persona agli amministratori comunali ed ai parlamentari; poi proponendo ad altre persone di fare altrettanto; poi se possibile coinvolgendo anche associazioni e media ed attraverso essi sensibilizzando e coinvolgendo altre persone ancora; poi chiedendo incontri con i rappresentanti istituzionali; e perseverando.

Non vediamo bene un'iniziativa piramidale con un "coordinamento nazionale" e le modalita' burocratiche che ne conseguono. Preferiremmo un'iniziativa policentrica, in cui ogni persona possa agire da se', e meglio ancora con le persone con cui sente un'affinita', e meglio ancora se si riesce ad organizzare un coordinamento locale, ma tra pari e senza deleghe ed in cui le decisioni si prendono con la tecnica nonviolenta del metodo del consenso.

Una sola condizione poniamo come preliminare e ineludibile: la scelta della nonviolenza.

Proponiamo di cominciare e vedere cosa viene fuori. Comunque non sara' tempo sprecato.

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Ed ecco le proposte:

1. Quattro richieste ai Comuni:

1.1. affinche' il sindaco - qualora non lo abbia gia' fatto - informi, inviando loro una lettera, tutte le persone straniere diciottenni residenti o domiciliate nel territorio del Comune che siano nate in Italia ed in Italia legalmente residenti senza interruzioni fino al compimento del diciottesimo anno di eta', che la vigente legislazione prevede che nel lasso di tempo tra il compimento del diciottesimo ed il compimento del diciannovesimo anno di eta' hanno la possibilita' di ottenere la cittadinanza italiana facendone richiesta davanti all'Ufficiale di Stato Civile del Comune di residenza con una procedura alquanto piu' semplice, rapida e meno dispendiosa di quella ordinaria per tutte le altre persone aventi diritto;

1.2. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - attribuisca la cittadinanza onoraria alle bambine e ai bambini non cittadine e cittadini italiani con cui la comunita' locale ha una relazione significativa e quindi impegnativa (ovvero a) tutte le bambine e tutti i bambini nate e nati nel territorio comunale da genitori non cittadini italiani; b) tutte le bambine e tutti i bambini non cittadine e cittadini italiani che vivono nel territorio comunale; c) tutte le bambine e tutti i bambini i cui genitori non cittadini italiani vivono nel territorio comunale ed intendono ricongiungere le famiglie affinche' alle bambine ed ai bambini sia riconosciuto il diritto all'affetto ed alla protezione della propria famiglia, ed affinche' i genitori possano adeguatamente adempiere ai doveri del mantenimento e dell'educazione delle figlie e dei figli);

1.3. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la "Consulta comunale delle persone straniere residenti nel Comune";

1.4. affinche' il Comune - qualora non lo abbia gia' fatto - istituisca la presenza in Consiglio Comunale dei "consiglieri comunali stranieri aggiunti".

2. Quattro richieste al Parlamento:

2.1. affinche' legiferi il diritto di voto nelle elezioni amministrative per tutte le persone residenti;

2.2. affinche' legiferi l'abolizione dei Cie e di tutte le forme di detenzione di persone che non hanno commesso reati;

2.3. affinche' legiferi l'abolizione di tutte le ulteriori misure palesemente razziste ed incostituzionali purtroppo tuttora presenti nell'ordinamento;

2.4. affinche' legiferi il riconoscimento del diritto di tutti gli esseri umani di giungere in modo legale e sicuro in Italia.

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Naturalmente

Sono naturalmente disponibili alcuni modelli di lettera (e molti materiali di riferimento) per ognuno di questi punti, che chi vuole prender parte all'iniziativa puo' riprodurre e adattare.

 

4. LIBRI. STEFANO BARTEZZAGHI E DOMENICO SCARPA PRESENTANO "UNA TELEFONATA CON PRIMO LEVI" DI STEFANO BARTEZZAGHI (2012) (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)

[Dal sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (www.primolevi.it) riprendiamo la seguente presentazione di "Una telefonata con Primo Levi" di Stefano Bartezzaghi. In occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino, l'11 maggio 2012 e' stato presentato Una telefonata con Primo Levi, il volume di Stefano Bartezzaghi tratto dalla terza Lezione Primo Levi e pubblicato da Einaudi in edizione bilingue italiano/inglese. Di seguito proponiamo il testo dell'incontro.

Stefano Bartezzaghi (Milano, 20 luglio 1962) e' un giornalista e scrittore italiano. Si e' laureato al Dams (Discipline delle Arti, Musica e Spettacolo della Facolta' di Lettere e Filosofia dell'Universita' di Bologna) con Umberto Eco. e' figlio di Piero Bartezzaghi, famoso enigmista, e fratello di Alessandro Bartezzaghi, condirettore della "Settimana Enigmistica", e di Paolo, redattore della "Gazzetta dello Sport". Dal 1987 ha tenuto rubriche sui giochi, sui libri, sul linguaggio; collabora con il quotidiano "La Repubblica", per il quale pubblica le rubriche "Lessico e Nuvole", "Lapsus", "Fuori di Testo", e con il settimanale "l'Espresso", con la rubrica di critica linguistica "Come dire". Dal 2010 e' docente a contratto presso la Iulm - Libera Universita' di Lingue e Comunicazione di Milano, dove insegna "Teorie della creativita'" e "Semiotica". Al tema della creativita' ha dedicato il libro Il falo' delle novita', nel quale prende in esame il rapporto tra creativita', linguaggio e nuovi media. Svolge altre varie attivita'. Tra le opere di Stefano Bartezzaghi: Come risolvere facilmente i giochi enigmistici in versi, De Vecchi, 1984; Come risolvere i cruciverba, De Vecchi, 1985; Accavallavacca, Bompiani, 1992; Anno Sabbatico, Bompiani, 1995; Sfiga all'Ok Corral, Einaudi, 1998; Lezioni di enigmistica, Einaudi, 2001; Incontri con la Sfinge, Einaudi, 2004; Non ne ho la piu' squallida idea, Mondadori, 2006; La posta in gioco, Einaudi, 2007; L'orizzonte verticale, Einaudi, 2007; L'elmo di Don Chisciotte, Laterza, 2009; Il libro dei giochi per le vacanze, Mondadori, 2009; Scrittori giocatori, Einaudi, 2010; Non se ne puo' piu'. Il libro dei tormentoni, Mondadori, 2010; Sedia a sdraio, Salani, 2011; Come dire. Galateo della comunicazione, Mondadori, 2011; Una telefonata con Primo Levi, Einaudi, 2012; Dando buca a Godot, Einaudi, 2012; Il teatro della Sfinge e altri mitodrammi. Variazioni sul mito, scritture per la scena (con Monica Centanni e Daniela Sacco), Libreria Editrice Cafoscarina, 2013; Il falo delle novita'. La creativita' al tempo dei cellulari intelligenti, Utet, 2013; M. Una metronovela, Einaudi, 2015.

Domenico Scarpa (1965) e' consulente letterario-editoriale del Centro studi Primo Levi di Torino. Ha pubblicato Italo Calvino (Bruno Mondadori, 1999), Storie avventurose di libri necessari (Gaffi, 2010), Natalia Ginzburg. Pour un portrait de la tribu (Cahiers de l'Hotel de Galliffet, 2010), Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini (:duepunti, 2011) e, con Ann Goldstein, In un'altra lingua (Lezioni Primo Levi - Einaudi, 2015). Ha curato il terzo volume della Grande Opera Atlante della letteratura italiana. Dal Romanticismo a oggi, edito da Einaudi (2012).

Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel 1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto, fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita' umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu' alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi: fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano 1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994; Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Anna Bravo, Raccontare per la storia, Einaudi, Torino 2014; Massimo Dini, Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992; Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica, Einaudi, Torino 1997; Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia, Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta, Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di Primo Levi, Mursia, Milano 1976. Cfr. anche il sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi (www.primolevi.it)]

 

- Domenico Scarpa: Mah, c'e' anche una forma di allenamento in questo, cioe' gli scrittori - uno se li immagina a tutto tondo, come delle statue - gli scrittori si muovono e si allenano. C'e' una piccola parte, postuma, dell'opera di Pasolini che si chiama L'hobby del sonetto: lui la mattina si svegliava e componeva un sonetto. Provateci voi, magari, come esercizio... Primo Levi aveva ovviamente l'hobby del rebus, ne faceva per uso privato, ne costruiva, ne disegnava di rebus cosi' come disegnava palindromi.

Ma volendo passare a un gioco diverso, di quelli che praticava lui, Primo Levi, ma che soprattutto pratica Stefano: l'anagramma. L'anagramma di Primo Levi, un anagramma possibile, viene fuori che e' "l'impervio", Primo Levi uguale l'impervio. [risa] Sviluppa!

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- Stefano Bartezzaghi: Si', e' un anagramma che anche io avevo trovato molti anni fa, mi ha sempre fatto sorridere perche' come scrittore, se c'e' uno scrittore non impervio e' proprio Primo Levi, perche' lo si percorre, no? Impervio e' la via che non puoi percorrere, invece Primo Levi lo si percorre in maniera cosi', cosi' liscia, cosi' piacevole. Io me ne sono reso conto la prima volta quando ho letto le prime opere che non fossero Se questo e' un uomo e La tregua, quindi dove il contenuto di quanto io leggevo non appariva troppo vivido, troppo da mandare a memoria e, insomma, quasi oscurando il modo in cui erano state scritte. Quando uno va su, diciamo, il Primo Levi piu' affabile allora si rende meglio conto della qualita' della scrittura. Non certo perche' gli altri libri siano scritti meglio, ecco, ma semplicemente perche' risalta di piu'.

E allora esistono, nella tradizione degli anagrammi, gli anagrammi che dicono il contrario della cosa vera. Ci sono degli anagrammi come quello di Marco Antonio che, con le stesse lettere, diventa "antico romano". E questa e' la verita' storica, no? Si considera molto vero anche "bibliotecario", l'anagramma e' "beato coi libri", o "bibliotecaria", "beata coi libri", funziona anche al femminile. E io su questo ho dei dubbi perche' conosco dei bibliotecari che di libri non ne possono piu', non sempre, insomma, pero' idealmente un bibliotecario dovrebbe essere beato coi libri, almeno lo speriamo per lui. Nella tradizione enigmistica anglofona, questi anagrammi si chiamano aptagram, cioe' anagrammi adatti, opportuni. Poi ci sono anche gli antigram: antigram sono anagrammi che dicono il contrario del vero. "Funeral, real fun", cioe' funerale, vero spasso, grande divertimento. Ecco, io ho sempre pensato che Primo Levi l'impervio fosse un bell'esempio di antigram perche' e' tutt'altro che impervio. Poi mi sono anche invece reso conto, proprio lavorando per la Lezione Levi, che in realta' l'anagramma e' un aptagram perche' l'impervio non e' lui, e' quello che lui aveva di fronte.

Proprio in termini di potenzialita' della letteratura, cosa fa lo scrittore? Lo scrittore non e' uno che ci racconta sempre le cose che sappiamo gia', perche' quello fa parte di una combinatoria nota - certo qui al Salone e' pieno di roba gia' vista, comprese probabilmente le cose che dico io: libri fatti di roba riciclata, un poco come gli anagrammi, nuove combinazioni di cose che si sanno gia'. Ma il vero scrittore e' colui che ci racconta una cosa che fino a quel momento noi non sapevamo che potesse essere detta, non sapevamo che le cose stessero cosi'. Questo puo' essere per un'invenzione formale, puo' essere per... pero' l'importante e' quello: dire qualcosa che non poteva essere detto che in quel modo li' e quindi perche' fosse possibile dirlo doveva nascere quella persona.

Questo, per esempio, e' la cosa che in fondo mette piu' vicino nel mio scaffale mentale - forse e' un po' folle, e scusatemi - appunto Levi a David Foster Wallace. Perche' David Foster Wallace e' morto molto giovane, quindi uno scrittore della generazione che adesso ha cinquant'anni e l'abbiamo visto venire fuori, insomma, con le traduzioni ovviamente, con quel po' di decalage, uscivano tanti libri e poi c'erano anche i libri di Wallace. Era diverso! E tutti lo ammettono questo fatto qua. Quest'anno non e' stato dato il Pulitzer, per la prima volta, penso, perche' non si sono messi d'accordo, perche' dovevano darlo a Foster Wallace, al libro postumo di Wallace, che pero' e' un libro che lui non ha scritto, e' la raccolta delle cose che lui ha lasciato, insomma, un progetto di libro, come Petrolio di Pasolini. Come fai a premiare un libro che lui non ha materialmente licenziato? E' una cosa molto difficile, si sono paralizzati. Gli scrittori americani, gli amici di Wallace, non fanno altro che scrivere libri in cui c'e' dentro Wallace come personaggio e poi dicono: "No, no, ma non e' lui, no, no, no, sono coincidenze superficiali!". E' perche' quando e' arrivato Wallace era uno che diceva qualcosa che non poteva che essere detto che in quel modo e quella, secondo me, e' la letteratura vera, quando noi lettori ci accorgiamo che e' venuto in atto qualcosa che era solo potenziale e noi non ce ne saremmo mai accorti e ci voleva quello, quella scrittura, e a quel punto io accetto anche di parlare di genio, che e' una parola che, peraltro, non mi piace molto, pero' a quel punto si', li' si'.

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- Domenico Scarpa: Beh, ma allora, proviamo a fare una domanda che ci faccia muovere un passo piu' in la' o un tratto di linea telefonica piu' in la'. Facciamo ronzare un altro nome. Tu citi una frase molto bella di un linguista russo - russo ma che parlava una decina di lingue e pure le scriveva - Roman Jakobson, il quale dice - lo dice in latino, io ve la dico in italiano: "Sono un linguista, nulla di ciò che e' linguistico mi e' alieno". E Stefano dice, giustamente, che questa frase si adatta perfettamente a Primo Levi, al suo interesse appassionato e anche un po' nevrotico per le parole, questa insistenza nel toccarle, nell'accarezzarle, nello scavarle, nel metterle alla prova, nel saggiarle - Il Saggiatore di Galileo -, nel metterle alla prova. Ecco, se Primo Levi si trova di fronte l'impervio, dove arriva, fin dove puo' arrivare per Primo Levi il linguaggio? Esiste qualche cosa che, per sua natura, non e' linguistico? Esiste qualcosa che, per sua natura, non puo' o non deve essere espresso in linguaggio? Oppure che non si deve assolutamente esprimere? C'e' qualcosa che e' intraducibile, c'e' qualcosa che non e' linguistico, contrariamente a quello che lui dice o vorrebbe o desidererebbe?

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- Stefano Bartezzaghi: Ricordo anche che questa frase Jakobson la dice in un saggio che e' la sbobinatura di un intervento a un convegno di linguistica e antropologia e la cosa e' significativa perche' la frase riprende Terenzio che dice "homo sum", non e' piu' linguista ma e' uomo, sono uomo e quindi nulla di cio' che e' umano mi e' estraneo. Io non ritengo estraneo nulla di cio' che e' umano a me. E Jakobson dice "sono linguista", nulla che appartiene alla lingua mi e' estraneo. La cosa che dico io e' che per Levi le due frasi e' come se collassassero una sull'altra, cioe' "sono linguista, quindi nulla di cio' che e' umano mi e' estraneo" e "sono uomo, nulla di cio' che e' linguistico mi e' estraneo". Sono praticamente la stessa cosa.

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- Domenico Scarpa: Ti interrompo perche', visto che abbiamo citato Terenzio, c'e' un punto dell'opera di Primo Levi - e puo' essere interessante dirlo adesso - in cui Levi fa un calco dal latino - le fonti saranno noiose ma sono divertenti - di Terenzio, e dice piu' o meno: "Uomo sono, a intervalli ho scritto anch'io poesie". Uomo sono. Levi fa questo calco nel risvolto di copertina delle sue poesie Ad ora incerta, quindi in realta' l'"uomo sono", il "linguista sono", sono due frasi gia' inscritte nella testualita' di Levi. Questo, Stefano, e' un rilancio.

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- Stefano Bartezzaghi: E' un rilancio, ma hai risposto da solo alla tua domanda perche' cio' che non si puo' dire, cio' che non si riesce a dire, eh, c'e' la poesia! E' la poesia, e' il poetico, e' la materia della poesia, e' cio' che non puo' essere detto in prosa, cio' che non puo' essere detto altro che in poesia. E' quello l'aspetto oscuro. Levi, ci sono proprio dei punti in cui lui dice: "Mi si e' aperta davanti agli occhi una scena indescrivibile", dopodiche' la descrive. Ma come? Era indescrivibile! Eh no, siamo qui per quello, siamo scrittori potenziali e quindi siamo al lavoro e la potenzialita' diventa atto.

E' questo lo spettacolo, proprio il motore continuo, incessante dell'opera di Levi. Non riesce a dormire e cosa fa? Fa dei rebus, si mette a pensare dei rebus. Lui racconta a Dossena - dentro il libro c'e' anche appunto questo testo semi-inedito in cui Dossena racconta gli incontri che aveva con Primo Levi - e questi rebus lui li faceva prima di dormire. Anziche' dormire, diciamo. E, tra l'altro, questo e' molto bello perche' il rebus e' proprio legato al sogno, alla dimensione del sogno fin dall'antichita', fin dai primi interpreti di sogni, dicevano questi sono un po' come dei rebus, delle mescolanze di linguaggio e cose. E anche Freud dice: "Il sogno e' un indovinello figurato", cioe' un rebus. Non dice "e' come", dice proprio "e' un indovinello figurato".

Levi li' cosa fa? Incomincia a pensare a dei rebus oppure fa i palindromi, e il suo protagonista dei racconti dei palindromi dice: "Mah, guardate un po', mi viene questo palindromo, e' un doppio decasillabo, bello, sonante, e' un palindromo perfetto, e ha anche un po' di senso". Perche' il senso poi viene anche dopo, lo si trova alla fine il senso. Ecco, c'e' questa macchina inesausta che, secondo me, secondo Levi, e' l'uomo, che continua a esperire il mondo e a descriverlo o costruirlo attraverso la propria scrittura e il proprio linguaggio, e che e' sempre in rapporto con il linguaggio. Quando l'uomo guarda a se stesso, come dice "l'inquilino del piano di sotto", intendendo l'inconscio, trova delle cose difficili da dire, indicibili forse, delle cose inspiegabili, che non si riescono a condurre a ragione, e allora li' ci sono dei linguaggi speciali. Ecco, per esempio, la poesia o, nei momenti di particolare relax, il gioco.

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- Domenico Scarpa: Ecco, io volevo citarlo per esteso quel palindromo al quale Stefano ha alluso, il decasillabo sonante e neanche privo di senso perche'... "Eroina motore in Italia / ai latini erotomani or e'". Un palindromo, come potete sentire a orecchio e poi lo vedete de visu, visto che abbiamo deciso di parlare in latino, e' una frase che si puo' leggere in entrambi i sensi. Da sinistra a destra, come facciamo di solito, e da destra a sinistra. Altra parola difficile, una frase "bustrofedica", va avanti e indietro come i buoi quando tracciano i solchi nei campi, trascinando l'aratro.

Levi tracciava spesso i solchi sul campo della scrittura, in un verso e nell'altro, all'incontrario. Li tracciava con un'altra figura di cui vorrei parlare adesso, visto che stiamo parlando della lingua di Primo Levi. Vorrei parlare dell'ossimoro e vorrei parlare di un ossimoro che sta in un grande romanzo poliziesco che e' di Simenon e si intitola Maigret e i testimoni reticenti. Levi e' un testimone reticente? In lui c'e' anche questo ossimoro? Quando lo e' (e se lo e'), e' opportuno che lo sia, un "testimone reticente"?

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- Stefano Bartezzaghi: Eh, qui Levi seleziona. Lui ha proprio un'immagine della composizione letteraria come di qualcosa che vada costruito in maniera molto attenta. Anche se dice di aver scritto alcuni dei suoi libri, tra cui Se questo e' un uomo, in maniera molto fluida; un conto e' la fluidita' di scrittura quando stai scrivendo, un conto e' la costruzione. E nella costruzione, per esempio, noi lo vediamo perche' nella piu' recente - per ora - edizione delle opere complete di Primo Levi, per Einaudi ovviamente, Marco Belpoliti ha costruito una tabella e questa tabella e' molto affascinante perche' e' l'ipertesto di Se questo e' un uomo: sono tutti gli scritti, i punti in cui Primo Levi si riferisce a Se questo e' un uomo in tutto il resto della sua opera.

Molto spesso lui ha continuato a scrivere fino all'ultimo racconti, aneddoti, e quasi anche dei bozzetti, no?, dei piccoli racconti significativi di cose successe durante la sua deportazione o, diciamo, nel periodo poi coperto da La tregua, della liberazione, pero' questo status di prigioniero in Russia in viaggio verso l'Italia. E in alcuni di questi racconti che lui ha fatto anche molto dopo ha detto,questo non c'e' entrato in Se questo e' un uomo, e' entrato negli altri libri perche' evidentemente in quei libri lui cercava, ha selezionato le cose da raccontare proprio per dare un'efficacia alla sua testimonianza. Noi non dobbiamo pensare che la sincerita' consista nel dire tutto, come viene viene - questa e' una forma di sciatteria della letteratura e della saggistica contemporanea: quest'idea della spontaneita', che e' un'idea sbagliatissima, e' veramente un grosso arretramento sul piano culturale. La testimonianza non e' inficiata dal fatto di essere montata, pensata, selezionata, questo lo racconto, questo non lo racconto. Perche' non e' che la reticenza sia una censura... ah, questo non si puo' mettere! Dipende da cosa si racconta: se uno non racconta le cose che lo mettono in cattiva luce, per esempio, questo puo' essere umanamente comprensibile pero' inficia la testimonianza. Mentre invece se un magistrato, un giudice sotto giuramento mi chiede di descrivere i miei rapporti con Domenico Scarpa io non e' che gli faccio la storia totale delle volte che ci siamo visti e parlati... scelgo qualcosa, no?, per significare, per dare un'idea di questo rapporto. Lo stesso ha fatto Primo Levi perche' ha selezionato, ha raccontato alcune cose, altre cose non le ha raccontate perche' riguardavano delle persone ancora viventi e, insomma, ha deciso volta per volta cosa andasse raccontato o cosa no. Non c'e' nulla, secondo me, che lui non abbia raccontato perche' non ha potuto, perché cioe' non ha avuto lo strumento espressivo. Ecco, questa cosa della ineffabilita' io non ci credo: lui poteva "effare" tutto, non ha scelto di "effare", cioè catturare e mettere sulla pagina tutto e, ovviamente, dobbiamo rispettare questa sua decisione.

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- Domenico Scarpa: Ecco, c'e' una frase che a un certo punto tu scrivi che, piu' o meno, fa parte di questa area del libro, del trattamento degli episodi vissuti, del trattamento della realta', dell'esperienza come uno la trasforma in scrittura, come uno esprime. E tu, addirittura, a questa frase dai un certo risalto perche' la isoli fra due "a capo". Ve la leggo, e' brevissima perche' e' isolata: "La Musa" - maiuscolo - "e' sempre riarrangiata dal Mestiere" - mestiere sempre maiuscolo.

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- Stefano Bartezzaghi: Beh, si' perche', appunto, c'e' un rapporto tra l'ispirazione, tra cio' che viene dettato dalla Musa - la Musa puo' essere anche memoria - e la sua traduzione sulla pagina. Io penso che sia un'esperienza, anche per chi compone un tema scolastico, no?, si pensa di avere tante cose o, al contrario, nulla da dire e succede qualcosa tra il pensiero e la scrittura perche' poi scrivendo succede sempre qualcosa o in piu' o in meno. Ovviamente, quando a scrivere e' uno scrittore, esiste anche il mestiere.

Queste due parole - Musa e Mestiere - erano maiuscole anche perche' M ed M e' un'allitterazione ed e' un'allitterazione che Levi fa in una lettera a Gianpaolo Dossena. Dossena giocava a poker con i versi della letteratura italiana, no? Per cui "amor ch'a nullo amato amar perdona" [conta sottovoce] sono quattro ed e' un poker di A che metteva in maiuscolo. Si chiamano allitterazioni - in termini dotti sarebbe un poker. E ne aveva trovati anche nell'opera di Primo Levi e Primo Levi allora scrive a Dossena e dice: "Mi aiuti a capire, io faccio questa cosa ma non so perche' la faccio. Mi aiuta a capire se viene dalla Musa o se viene dal mestiere?". Cioe' e' una cosa che mi viene, appunto, da un'ispirazione oppure e' proprio il mio lavoro di poeta che me lo fa fare? E, dicendo cosi', aveva fatta un'altra allitterazione, tra Musa e Mestiere. Sono le due polarita', non esiste scrittore a cui ne manchi una, insomma, se uno ha la Musa e non ha il Mestiere non scrive, se uno ha il Mestiere e non ha la Musa forse scrive ma noi non lo leggiamo.

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- Domenico Scarpa: Ecco, noi che cerchiamo di essere piu' modesti non arriviamo al poker, facciamo tris perlomeno, quindi Musa, Mestiere, un'altra e' Metafora. Io cercherei di, piu' o meno, finire con questo. Metafora: portare al di la', fare il salto oltre una barriera. Primo Levi e le metafore, tema della M ad libitum.

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- Stefano Bartezzaghi: Primo Levi e le metafore. Primo Levi aveva un fecondo rapporto con la retorica, non pensava appunto che la retorica fosse un accidente, un accessorio - o forse poteva essere un accessorio ma abbiamo visto all'inizio che aveva un'idea forte della importanza degli accessori. E la metafora, regina delle figure retoriche, e' il carburante ovvio, insomma, per un'immaginazione letteraria. Perche' la metafora ci costringe a pensare qualcosa in maniera figurata, a dare una figura a quello che noi stiamo dicendo, a dare quindi un esempio pratico per tradurre quello che noi vogliamo dire e renderlo comprensibile agli altri, indicare una sensazione.

Levi aveva dei depositi, diciamo, di figure retoriche e il maggiore era sicuramente costituito da Dante Alighieri. Ecco, in Dante lui trova, nell'immagine - soprattutto, io ho trovato nell'ultimo canto del Paradiso, quindi l'ultimo canto dell'intera Commedia - il problema proprio dello scrittore che deve scrivere qualcosa. Per Dante e' Dio, e' la visione di Dio, e' questa visione che gia' la visione lui non l'ha capita e poi, comunque, quello che ha capito non ha le parole per dirlo e combatte proprio contro la limitatezza dell'animo, dell'ingegno, dell'intelletto umano. C'e' un testo che Levi scrive per una rivista di chimici in cui spiega ai chimici come e' che in realta' lui continua a essere chimico anche facendo lo scrittore. Si chiama Ex chimico e, per una volta, e' una specie di paradosso, e' un'autocontraddizione; e dice: sapete, noi chimici conosciamo la materia, normalmente la gente ha in mente tre o quattro azzurri diversi, il cielo, il mare, ma noi quindi quando diciamo "azzurro" di azzurri ne abbiamo tantissimi di piu' perche' lavoriamo proprio con la materia. La materia, tra l'altro, e' cio' che non e' metafora, e' la fonte della metafora, sono due polarita'. Allora, per lui ecco che la metafora diventa uno strumento conoscitivo, e' sempre in rapporto con la conoscenza della realta', non e' quindi un ornamento, ma e' come se fosse uno strumento ottico, la metafora, per vedere la realta'. E li', parlando con i chimici e spiegando queste cose ai chimici, fa un passaggio, fa una citazione senza neanche dirlo, fa una citazione da Dante. Com'e' possibile? Come pensava che loro potessero cogliere questa cosa? Per lui Dante era una cosa che faceva parte del territorio, del repertorio comune, proprio dell'enciclopedia che in quanto italiani condividiamo, una presenza quotidiana.

Ma proprio li' si trova una chiave, che poi e' sparsa in tutta l'opera di Levi, per le cose che dicevamo all'inizio, ecco. Perche' poi la maggiore delle metafore e' proprio quella dell'"effabilita'", del fatto di prendere con il linguaggio delle esperienze che magari sono capitate soltanto a noi o che noi soltanto ci sentiamo in grado di descriverle e, nel caso di Dante, proprio anche di esperienze immaginarie di costruzione.

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- Domenico Scarpa: Bene, direi che cosi' abbiamo chiuso il cerchio, perche' abbiamo dimostrato la necessita' per Primo Levi, in Primo Levi, di cio' che e' accessorio. E quindi, io direi alle persone presenti, che ringrazio di esserci state: procuratevi questo accessorio per leggere l'opera di Primo Levi. Intanto, vi annuncio la quarta Lezione Primo Levi che si terra' l'otto novembre - c'e' un piccolo intervento, ma intanto io termino la frase per non lasciarla a meta' se no il palindromo non lo riusciamo a fare neanche stavolta - e l'otto novembre verra' a parlare con noi, sempre nell'aula magna della Facolta' di Chimica, Mario Barenghi dell'Universita' di Milano-Bicocca, con un titolo che lasciamo in sospeso fino a novembre, un titolo che vi attanagliera' di curiosita': Perche' crediamo a Primo Levi?

Intervento!

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- Bruno Contini, dal pubblico: Se mi consentite vorrei raccontare di una telefonata con Primo Levi che ho avuto credo pochi mesi - non mi ricordo esattamente che anno fosse - pochi mesi prima della sua morte. Primo mi ha telefonato - io faccio il mestiere di economista - Primo mi ha telefonato dicendo: "Senti, Bruno, vorrei scrivere qualche cosa sull'economia di scambio dentro al lager". Economia di scambio vuol dire baratto, no?, baratto di quelle piccole cose che alcuni riuscirono meglio di altri a procurarsi. Lui si procurava qualche cosa in quanto lavorava nella fabbrica chimica, ma c'erano tante altre persone che, in qualche modo, riuscirono a racimolare questo. E quindi c'era un baratto continuo dentro la... "Mi dai una mano? Mi aiuti a scrivere questo saggio?". Allora ci siamo visti una volta e io ho capito cosa avesse in mente Primo, ho pensato, gli ho detto: "Guarda, Primo, fammici pensare, secondo me la persona piu' adatta per aiutarti non sono io che mi occupo di tutt'altro, ma e' Mario Ferrero", che e' un altro suo giovane amico. Lui ha detto: "Va bene, ci penso, parlo con Mario Ferrero". Per quel che ne so io con Mario non ha mai parlato e dopo pochi mesi, mi sembra dopo pochi mesi, Primo si e' tolto la vita.

Questo, secondo me, e' un aspetto totalmente nuovo, e forse Primo avrebbe voluto in qualche modo chiarire. Io mi dolgo molto di non aver aderito alla sua proposta. [applausi]

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- Domenico Scarpa: Grazie a tutti!

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- Stefano Bartezzaghi: Posso dire solo una...

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- Domenico Scarpa: Di', Stefano, dai!

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- Stefano Bartezzaghi: Un minuto soltanto per dire che sono molto contento di questa testimonianza perche', lavorando per questo - e una piccola traccia c'e' nel libro - io mi sono accorto, a un certo punto, che avrei voluto ri-rileggere tutto Primo Levi per prendere tutte le citazioni che riguardano il commercio perche' in - per quanto riguarda il lager, ma non soltanto, pensiamo anche a quando parla dei suoi antenati negozianti tessili - il commercio e' una vera semiotica all'interno della mentalita' di Primo Levi. E poi, a un certo punto, ho rinunciato, perche' mi sono reso conto che stavo facendo una seconda lezione e, quindi, se verro' rinvitato una volta parlero' del commercio in Primo Levi e potro' aggiungere anche questa testimonianza che mi sembra molto significativa ed e' un rimpianto in piu', ecco, per le cose che Primo Levi non e' riuscito a scrivere. Grazie!

 

5. SEGNALAZIONI LIBRARIE

 

Riletture

- Seneca, Questioni naturali, Rcs, Milano 2004, 2009, pp. 598. A cura di Rossana Mugellesi, testo latino a fronte.

 

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

7. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 2045 del 15 luglio 2015

Telegrammi quotidiani della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza (anno XVI)

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it , centropacevt at gmail.com , sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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