Telegrammi. 611



 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 611 del 9 luglio 2011

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

 

Sommario di questo numero:

1. Se non ti opponi tu a questa guerra

2. Alcuni testi del mese di ottobre 2002 (parte prima)

3. Una lettera aperta al Presidente della Repubblica

4. Otto cose da fare contro la guerra, che puo' essere impedita

5. Una piccola proposta

6. Un errore in cui non perseverare

7. La guerra puo' essere impedita

8. Perche' non scorra il sangue per le vie di Firenze

9. Verantwortung e satyagraha, o della gratitudine

10. Sulla sciagurata persistenza di alcuni tratti di pregiudizio antiebraico che purtroppo si presentano anche nella sinistra italiana

11. Opporci alla guerra

12. Sei pensieri piu' uno

13. Quel che non basta

14. Contro la guerra e contro la rassegnazione

15. Cinque note per Franco Fortini

16. La "Carta" del Movimento Nonviolento

17. Per saperne di piu'

 

1. EDITORIALE. SE NON TI OPPONI TU A QUESTA GUERRA

 

Se non ti opponi tu a questa guerra

chi si opporra'? Se all'orda dei malvagi

tu non ti opponi, ed alle loro stragi,

quale restera' speme sulla terra?

 

Se anche la tua mente trema ed erra

e non contrasta del male i contagi

cedendo a inganni, corruzione e plagi,

chi si opporra' all'orror che tutto afferra?

 

Le stragi che la Nato sta compiendo

tu sai che un crimine son mostruoso:

e sarai complice di un tal tremendo

 

e vile male, cosi' infame e odioso?

Non senti che tu devi a questo orrendo

opporti scempio, e non darti riposo?

 

2. HERI DICEBAMUS. ALCUNI TESTI DEL MESE DI OTTOBRE 2002 (PARTE PRIMA)

 

Riproponiamo alcuni testi apparsi sul nostro notiziario nel mese di ottobre 2002.

 

3. HERI DICEBAMUS. UNA LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

Signor Presidente,

1. La guerra e' sempre omicidio di massa (Gandhi).

2. Di tutti gli atti volti a terrorizzare, ovvero terroristici, la guerra e' il massimo.

3. Di tutti i crimini l'uccidere e' il piu' crudele, e la guerra e' l'esecuzione di questo crimine nelle forme piu' ampie.

4. La guerra e' nemica dell'umanita' poiche' consistendo nell'annientare vite umane essa minaccia e colpisce gli esseri umani tutti in cio' che hanno di proprio e comune: la dignita' umana, l'appartenenza all'umanita', il diritto a vivere.

5. Nell'epoca aperta dalla bomba di Hiroshima la guerra mette in pericolo la sopravvivenza stessa della civilta' umana: "E noi stiamo qui a questionare se al soldato sia lecito o no distruggere la specie umana?" (don Milani).

6. Non ci si trastulli con macabri gioco di parole: la guerra non e' mai "umanitaria" per le persone che da essa vengono assassinate, e la guerra consiste appunto nell'assassinare delle persone; la guerra non e' mai "preventiva", poiche "in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione e non difesa" (don Milani); la guerra non e' mai "necessaria", sia perche' esistono sempre delle alternative ad essa, sia perche' essa non puo' essere annoverata tra le alternative ammissibili a fronte di alcuna situazione di crisi poiche' tutti i conflitti essa aggrava, e fa seminagione di vittime, di devastazione, di odio, e corrode e distrugge il passato con le distruzioni che compie, il presente con le uccisioni di cui consiste, il futuro con i traumi, i rancori, le paure e le vendette che provoca. E' incombente il pericolo di una catastrofe planetaria: se non per saggezza e misericordia, almeno per istinto di sopravvivenza il ripudio della guerra s'impone ad ogni persona ragionevole, ad ogni umano consorzio, all'umanita' intera.

7. Per buona fortuna del nostro paese la legge fondamentale dello stato, la Costituzione della Repubblica Italiana, tra i principi fondamentali all'art. 11 recita: "L'italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Per buona fortuna la nostra legge fondamentale proibisce all'Italia di prendere parte alla guerra che va profilandosi. E se il governo e il parlamento scelleratamente decidessero l'avallo e la partecipazione italiana alla guerra sarebbero dei fuorilegge e dei golpisti, le loro decisioni non sarebbero legittime ma criminali, e coloro che avrebbero adottato e sostenuto decisioni assassine andrebbero messi in condizione di non nuocere e puniti ai sensi di legge.

Lei non ignora tutto cio'.

Perche' allora non leva la sua voce in difesa della pace e della Costituzione?

Perche' permette che sia presentata come cosa in discussione una cosa che la legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico proibisce?

Perche' non invia un messaggio al parlamento e ai cittadini in cui chiarisca, nella sua veste di supremo garante della Costituzione, che l'Italia e' assolutamente contro la guerra, non vi prendera' parte ne' l'appoggera', ed anzi e' impegnata affinche' la guerra non venga scatenata?

Sia difensore della legalita', sia presidente della repubblica, sia essere umano tra esseri umani.

L'ora e' grave, atteggiamenti equivoci non sono ammissibili, autorevoli personalita' del governo e del parlamento hanno detto cose sciagurate ed espresso intenzioni criminali: il silenzio sarebbe complicita'. Lei non puo' tacere.

 

4. HERI DICEBAMUS. OTTO COSE DA FARE CONTRO LA GUERRA,CHE PUO' ESSERE IMPEDITA

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

Tutti sembrano dar per scontato che la guerra si fara'. E invece no. Dobbiamo impedirla. E possiamo impedirla. Se Bush e Blair sono cosi' spasmodicamente alla ricerca di consensi e' perche' l'orientamento delle altre potenze conta. E noi possiamo influire fortemente almeno su uno degli stati su cui Bush e Blair vorrebbero poter contare, l'Italia.

Per questo la nostra azione per la pace non deve essere lagnosa e supina, da reduci e prefiche, da dissenzienti e da sbandati. No. La nostra azione per la pace deve essere persuasa e combattiva, convinta e convincente, deve essere ispirata alla nonviolenza. Alla nonviolenza dei forti. E deve essere ispirata alla Costituzione italiana. Che come legge proibisce la guerra.

E quindi non ci fasciamo la testa prima di esserci battuti; non percepiamoci e non presentiamoci come sconfitti; non accontentiamoci di testimoniare il nostro chiamarci fuori come se il governo fosse legittimato a fare quel che vuole e noi potessimo solo rincantucciarci a esprimere un "dissenso", una "disobbedienza". No. Dobbiamo impedire il golpe della guerra; dobbiamo dir forte al governo, al parlamento, al presidente della repubblica che non permetteremo loro di violare la Costituzione, che non permetteremo loro di fare la guerra.

E dunque il dispiegarsi dell'azione del movimento pacifista hic et nunc non deve essere meramente testimoniale ma volersi e sentirsi egemone e decisivo, non lamentoso ma vigoroso: un movimento di massa consapevole di star lottando per salvare vite umane, per il diritto internazionale, per la democrazia e la legalita' costituzionale in Italia; erede della Resistenza e della sua statuizione giuridica; consapevole e proclamatore della verita' che chi volesse la guerra e' criminale, fedifrago e fuorilegge; e che quanti investiti di pubblici poteri si adoperassero per la guerra andrebbero perseguiti ai sensi di legge, dovranno renderne conto dinanzi alla magistratura ordinaria, e vanno messi in condizione di non nuocere.

Se il governo, se il parlamento, se il capo dello stato dovessero esser dominati dalla follia della guerra e della violazione della legalita' costituzionale, sappiano fin d'ora che delle loro decisioni dovranno render conto in tribunale, e che comunque quelle loro criminali e illegali decisioni saranno rese inoperanti dall'opposizione delle leggi italiane e del popolo italiano.

Per questo occorre agire subito, con la saldezza del diritto e della fiducia che dobbiamo e quindi possiamo impedire l'avallo italiano alla guerra, e cosi' contrastare con efficacia la sua preparazione, e cosi' fare quanto in nostro potere perche' la guerra non sia scatenata.

Molte sono le cose da fare, non ve ne e' una sola. Molte sono le iniziative utili, nessuna da sola e' dirimente. Quindi diamoci da fae nelle forme e nelle direzioni ragionevoli che sappiamo e possiamo.

1. Gli appelli servono, serve farli circolare.

Serve scrivere direttamente ai parlamentari italiani, ma anche a quelli americani e inglesi (molti appelli sono gia' stati diffusi in tal senso).

Serve scrivere all'Onu.

Serve chiedere pronunciamenti alle istituzioni (dal Comuni in su') ed alle organizzazioni democratiche tutte (dai partiti ai sindacati, alle associazioni tutte).

Serve scrivere ai mezzi d'informazione.

2. E naturalmente serve promuovere manifestazioni pubbliche, stare in piazza, parlare e invitare a una riflessione condivisa, promuovere la presa di coscienza, la partecipazione democratica, l'esercizio del fondamentale diritto umano di capire e di esprimersi.

3. Ma perche' tutto cio' sia efficace occorre la scelta della nnviolenza.

Occorre l'opposizione integrale alla guerra, alle dittature, alle uccisioni.

Occorre essere onesti e leali nel parlare e nell'ascoltare, occorre rinunciare alle semplificazioni, alle furbizie e alle bugie della propaganda. Gia' molte sciocchezze (e non sempre in buona fede) sono state dette, facciamola finita.

Ha scritto una volta Danilo Dolci: "Ciascuno umilmente s'informi". Noi per primi dobbiamo farlo. L'opposizione alla guerra puo' vincere solo se fondata sulla nonviolenza, sulla nonmenzogna, sulla forza della verita'.

Ma oltre agli appelli ed alle iniziative pubbliche di sensibilizzazione e riflessione piu' semplici, occorre una strategia che abbia anche elementi piu' qualificanti e articolati tra loro; lo diciamo ancora una volta:

4. occorre anche predisporsi all'azione diretta nonviolenta (vera, seria, non le caricature di essa).

Prepararsi perche' non sara' cosa facile; ed occorre cominciare a pensare alle sue possibili estrinsecazioni (nel '99 sapemmo pensarne una e una sola, ma efficace - ed e' un rammarico grande non essere riusciti a persuadere un ampio movimento ad impegnarsi ad essa, quella delle mongolfiere della pace con cui bloccare i decolli dei bombardieri; ma questa volta occorrera' pensare altre forme).

5. Occorre anche promuovere una campagna di disobbedienza civile di massa qualora governo, parlamento e capo dello stato attuassero il golpe di infrangere la Costituzione nell'art. 11 e precipitassero l'Italia nell'avallo o peggio nella partecipazione alla guerra.

Ed anche questa campagna va pensata, programmata ed eseguita con piena consapevolezza e preparazione (non talune irresponsabili follie o talune ridicolaggini ad uso mass-mediatico che sovente ingenui sesquipedali o piccoli avventurieri spacciano sotto questo nome).

6. Occorre anche avanzare la prospettiva dello sciopero generale contro la guerra e in difesa della legalita' costituzionale.

Lo sciopero generale contro la guerra: e non per un afflato di tradizione e identita', ma per la sua forza e la sua efficacia concrete, pedagogiche, giuriscostituenti.

7. Ed occorre, ancora e innanzitutto, soccorrere le vittime (della guerra che si prepara; e dell'embargo genocida tuttora in corso la cui abolizione e' indispensabile).

8. Ed occorre, ancora, accogliere tutti i profughi. Accogliere tutti i profughi. Accogliere tutti i profughi.

Tutti gli esseri umani in fuga dalla fame e la morte hanno il diritto di essere accolti in qualunque area dell'unica terra che abbiamo: poiche' siamo una sola umanita'.

Molto e' da fare. Ciascuno puo' fare qualcosa. La guerra puo' essere impedita.

 

5. HERI DICEBAMUS. UNA PICCOLA PROPOSTA

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

Tra le molte cose che si possono fare per opporsi alla guerra e per difendere la legalita' costituzionale c'e' quella, assai semplice eppure utile, di scrivere lettere alle istituzioni (dai Comuni alle Province, dalle Regioni al Parlamento, dal governo al Presidente della Repubblica) ed esprimere loro la propria opposizione alla guerra e la propria fedelta' alla Costituzione che la guerra proibisce, e per chiedere anche ad esse di prendere analoga posizione (peraltro dovuta, poiche' la fonte di legittimita' delle istituzioni e' proprio la loro fedelta' alla Costituzione).

Utile e' anche inviare lettere simili (o le medesime) ai mezzi d'informazione.

Va da se' che tali lettere devono essere gentili e ragionevoli, poiche' il loro scopo e' di convincere e non di offendere (chi utilizzasse il pretesto dell'attuale terribile situazione per dar sfogo ai risentimenti ed esibirsi in ingiurie sarebbe uno sciocco che col suo agire aiuta proprio coloro che la guerra illegale e immorale vorrebbero).

Ad un soggetto almeno sarebbe bene che tutti i cittadini italiani esprimessero la richiesta di un suo impegno esplicito e definitivo contro la guerra stante il suo ruolo istituzionale di supremo garante della Costituzione: il Presidente della Repubblica, a cui si puo' inviare una e-mail all'indirizzo: Presidenza.Repubblica at quirinale.it

 

6. HERI DICEBAMUS. UN ERRORE IN CUI NON PERSEVERARE

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

E' quello di subire l'infernale mania del sondaggio su cose che non sono sottoponibili a sondaggio ai fini delle decisioni da prendere. La Costituzione della Repubblica Italiana proibisce in modo assoluto che l'Italia aderisca alla guerra che si sta preparando. Punto e basta. Non ci puo' essere discussione su questo. Quand'anche il 99,9 per cento della popolazione italiana, colto da un impeto di follia, fosse favorevole alla guerra, la legge alla base del nostro ordinamento giuridico la vieta: prima devono fare il colpo di stato.

Si mette forse in discussione se l'omicidio meriti un premio? Si fa forse un sondaggio per sentire se il popolo italiano e' favorevole o contrario alla propagazione della peste? Si apre il dibattito sull'opportunita' di un genocidio? Si lascia nelle mani del governo il potere di mandare persone alle camere a gas?

E allora: non cadiamo nella trappola di dover stare a discutere cio' che non puo' e non deve essere messo in discussione: la legge fondamentale del nostro paese proibisce la guerra, chi e' favorevole ad essa e' un fuorilegge e un golpista, oltre che un propugnatore di omicidi di massa.

Se governo e parlamento e presidente della Repubblica rispettivamente proporranno e delibereranno e permetteranno l'avallo e la partecipazione dell'Italia alla guerra che si va preparando, occorrera' allora che siano messi in condizione di non nuocere, giudicati da una corte di giustizia, e condannati alla pena edittale per il crimine grande commesso.

Quale che sia il voto del pubblico del festival di Sanremo.

 

7. HERI DICEBAMUS. LA GUERRA PUO' ESSERE IMPEDITA

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

E' possibile impedire che questa nuova guerra venga scatenata. E' possibile isolare i guerrafondai e metterli in condizione di non nuocere. Ma per questo serve che l'impegno per la pace delle istituzioni e dei movimenti democratici, delle donne e degli uomini di volonta' buona prosegua e si intensifichi.

Continuiamo a promuovere iniziative di pace, continuiamo a chiedere agli stati e alle istituzioni di esser fedeli alla Carta delle Nazioni Unite e per quel che riguarda l'Italia alla Costituzione della Repubblica. La guerra puo' essere impedita.

 

8. HERI DICEBAMUS. PERCHE' NON SCORRA IL SANGUE PER LE VIE DI FIRENZE

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

Perche' non scorra il sangue per le vie di Firenze: non permettiamo gesti irresponsabili. Occorre la scelta della nonviolenza.

Basta con le provocazioni.

Basta con le ambiguita'.

Basta con le complicita'.

Proporre di occupare alcune banche a Firenze durante i giorni dell'incontro europeo dei movimenti impegnati per la globalizzazione dei diritti significa rischiare di far morire delle persone.

Non e' bastato cio' che e' successo a Praga, e poi a Goteborg, e poi a Genova, in un crescendo di violenza ed orrore?

Non e' chiaro che le provocazioni effettuate per strappare qualche visibilita' sui mass-media (con azioni che chi le compie ritiene astute e sono invece le piu' subalterne al sistema di potere e all'ideologia dominanti che presume di combattere ed in realta' riproduce) espongono al rischio di lesioni e di morte i partecipanti a generose manifestazioni democratiche?

Non e' chiaro che aver permesso per mesi che si cianciasse di una palese follia come l'invasione della "zona rossa" a Genova ha contribuito in misura decisiva a creare le condizioni per cui alcuni sadici in divisa, che si sono sentiti favoreggiati da un governo autoritario e illegalitario, potessero commettere criminali, bestiali violenze su persone del tutto inermi?

Non e' chiaro che i dirigenti delle tante associazioni pacifiste, della solidarieta' e amiche della nonviolenza che hanno scelto di cooperare con i provocatori, scandalosamente sottovalutando le fin troppo prevedibili conseguenze di certe azioni, diventano cosi' complici di gesti irresponsabili che possono dar luogo a irreversibili lutti?

Possibile che nessuno di coloro che hanno avuto responsabilita' decisionali, organizzative e di effettuale direzione del "movimento di movimenti" nella preparazione delle giornate di Genova senta il dovere di fare un esame di coscienza e di ridiscutere atteggiamenti e scelte che hanno contribuito a che si scatenasse la violenza dei teppisti e golpisti in divisa e di governo e a che si verificasse l'episodio terribile che ha portato alla morte di un giovane?

Sia chiaro: sono ovviamente ben diverse le responsabilita' di chi commette una violenza e di chi ha contribuito a creare le condizioni perche' essa si desse. Ma l'una, gravissima, non cancella l'altra, certo assai piu' lieve; e la seconda ha cooperato a consentire lo scatenamento della prima.

Non e' chiaro che occorre che il movimento che vuole impegnarsi affinche' a tutti gli esseri umani siano riconosciuti tutti i diritti umani faccia una scelta limpida ed intransigente per la nonviolenza?

La nonviolenza deve essere la discriminante.

Gli irresponsabili, i provocatori, cosi' come tutti i violenti, devono essere isolati. Non isolarli e' peggio che ipocrisia: e' complicita'. Limitarsi a chiedere alle forze dell'ordine di mantenere i nervi saldi e di rispettare la legalita' (cosa che e' giusta, doverosa, necessaria) e' essere strabici. Occorre che anche da parte nostra facciamo quanto e' in nostro potere perche' la violenza non trovi appiglio alcuno per scatenarsi.

Non si puo' essere ambigui: chi e' ambiguo e' complice.

Ci sta a cuore la vita e l'integrita' di ogni essere umano.

 

9. HERI DICEBAMUS. VERANTWORTUNG E SATYAGRAHA, O DELLA GRATITUDINE

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

Verantwortung, in tedesco, significa responsabilita', ed e' il concetto chiave di un'etica all'altezza dei problemi che la civilta' contemporanea pone ad ogni essere umano (c'e' un grande libro di Hans Jonas, Il principio responsabilita', con cui il confronto e' ineludibile; ma la reponsabilita', il rispondere all'altro, il rispondere dell'altro, l'essere responsabile per l'altro, e' anche il cuore della riflessione di Emmanuel Levinas, non meno luminosa).

Satyagraha e', con ahimsa, uno dei termini coniati da Gandhi per definire la proposta nonviolenta: il suo campo semantico e' assai vasto e ricco di risonanze, ma una traduzione non infelice e' quella piu' nota: forza della verita', adesione alla verita' (ma molte altre sono possibili);ed insieme ad ahimsa (che potremmo tradurre: contrario della violenza, ovvero opposizione alla violenza, in-nocenza, rifiuto di nuocere, lotta contro il male) definisce molto bene alcuni aspetti, ed alcune radici, ed alcune direzioni di ricerca, della scelta nonviolenta.

Responsabilita' ed amore del vero e del buono possano ispirare il nostro agire sempre. Abbiamo cercato di farlo promuovendo l'appello "perche' non scorra il sangue per le vie di Firenze": esso ha gia' suscitato alcune riflessioni ed alcuni consentimenti di amiche ed amici molto cari, che qui vogliamo tutti ringraziare per le lettere personali che ci hanno inviato: oltre a Salvatore Baiocchi che ha avuto la squisita gentilezza di scrivere un ampio intervento che pubblichiamo qui sopra, gli amici dell'associazione "Martin Buber", Andrea Ferrante dell'Arci, Pierluigi Ontanetti dell'Agesci, Paolo Finzi di "A. rivista anarchica", il senatore Fiorello Cortiana, Ettore Masina, Mao Valpiana di "Azione nonviolenta", Lidia Menapace, Carlo Schenone, Arianna Marullo, Enzo Orsomarso: ognuno con la sua sensibilita', e tutti ugualmente cari al nostro cuore.

Postilla per sorridere: non e' mancato qualche anonimo buontempone; dopo la diffusione di quell'appello ci stanno arrivando in continuazione messaggi di posta elettronica recanti virus, in quantita' cosi' abnorme da sembrarci non casuale e verosimilmente da mettere in relazione con l'agire volontario di qualcuno che non ci apprezza ed insieme non ci dimentica (un po' come quel giovine Catullo): pazienza.

 

10. HERI DICEBAMUS. SULLA SCIAGURATA PERSISTENZA DI ALCUNI TRATTI DI PREGIUDIZIO ANTIEBRAICO CHE PURTROPPO SI PRESENTANO ANCHE NELLA SINISTRA ITALIANA

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

Un cosi' lungo titolo e' indice di un'angoscia, osservo' uno che passava di la'. E diceva bene. Anche l'organizzazione formale di questo articolo ha funzione di difesa dello sguardo dinanzi a una materia incandescente. Si vede. Lo diciamo.

*

Primo: Andante con moto

Troviamo necessario condannare la politica di Sharon. Ma vogliamo farlo con le parole luminose di Primo Levi, non con l'iconografia infame de "La difesa della razza".

Troviamo necessario sostenere il popolo palestinese, ma vogliamo farlo sulle posizioni di Ali Rashid o di Edward Said, non del fondamentalismo terrorista.

Troviamo necessario contrastare la destra razzista al potere (in Israele, come in Italia), ma vogliamo farlo senza dire idiozie e senza commettere orrori.

Troviamo necessario il rispetto di tutte le opinioni, tranne quelle opinioni che negano ad altri esseri umani il diritto di esistere.

Troviamo che il modo migliore di aiutare gli esseri umani che sbagliano e' di denunciare e combattere i loro errori.

E questo per cominciare.

*

Secondo: Minuetto

Che la destra italiana al potere sia connotata dal razzismo e' un dato di fatto.

La legge Bossi-Fini e' solo l'ultimo atto di un'azione ideologica e pratica che per alcuni partiti al potere e' addirittura costitutiva (il fenomeno leghista), per altri e' identita' di lungo periodo e profonda (pochi ricordano che il basamento della fiamma del simbolo dell'Msi - che ancora fa bella mostra nel simbolo di An - rappresentava per convinzione comune dei fascisti che in quel partito si riunirono la tomba di Mussolini da cui scaturisce la fiamma dell'identita' nazionale), per altri ancora e' richiamo a quanto vi e' di peggio nella tradizione di potere cattolica (quella parte peggiore contro di cui anche tanti cattolici si sono battuti, e tra essi primo e principe l'indimenticabile papa Giovanni XXIII), ed infine per il partito del presidente dubbio non v'e' che chi aderisce a un movimento fondato sul "fuhrerprinzip", un residuo di ideologia propria dei movimenti autoritari indagati da Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo e' pressoche' di prammatica (quali fantasmi si agitano nell'inconscio individuale e collettivo di quanti ritengono che il loro scopo nella vita sia l'identificazione con l'attuale capo del governo? Misteri della psiche umana, e come diceva Thomas Mann: profondo e' il pozzo dell'animo umano).

E non v'e' dubbio che la destra razzista al governo va contrastata nel modo piu' limpido ed intransigente, per difendere i dirtti umani di tutti gli esseri umani, per difendere la democrazia e la civile convivenza.

Ma qui e' della sinistra italiana che vogliamo dire, e di noi stessi in quanto in questo schieramento ci collochiamo.

Dobbiamo avere da qualche parte una vecchia lettera di Livia Turco, all'epoca ministro, che rispondeva all'incirca a una nostra in cui se la memoria non ci inganna le chiedevamo conto di cio' che il governo di cui era membro aveva fatto e non fatto in relazione alla sorte degli esseri umani che in fuga dalla fame e dalla morte arrivavano in Italia. Livia Turco e' persona d'onore. Ma quella legge che porta anche il suo nome (la cosiddetta "Turco-Napolitano"), ha riaperto i campi di concentramento in Italia.

Se la condizione fatta ai fratelli e alle sorelle immigrate e' oggi cosi' turpe, tale che noi - che pur abbiamo cercato nella poverta' dei nostri mezzi e nella pochezza delle nostre persone di fare qualcosa - proviamo vergogna di noi stessi in quanto cittadini di questo paese che imbarbarisce, ebbene, e' anche perche' le rappresentanze politiche della sinistra italiana, quando erano al governo, hanno ceduto al razzismo. Certo, una parte della sinistra: un'altra - pensiamo al movimento anarchico in primo luogo, a istituzioni e movimenti d'ispirazione religiosa, ed a tante esperienze di solidarieta' capillarmente diffuse ancorche' prepolitiche o di una politica con molti aspetti purtroppo ambigui - non ha ceduto, e li ammiriamo per questo e li sentiamo piu' vicini al nostro cuore.

Son cose tristi, ma dobbiamo pur dircele.

Ma e' di altro che qui vogliamo dire.

*

Terzo: Farandola

Crediamo che non aiutino il popolo palestinese quanti pensando di esprimere ad esso solidarieta' si abbandonano a ragionamenti, atteggiamenti e gesti di effettuale antisemitismo che quanto piu' sono inconsapevoli, tanto piu' sono gravi  e inquietanti.

Lo diciamo con strazio: nel corso della nostra vita abbiamo conosciuto amici palestinesi, militanti politici della Resistenza palestinese, che annoveriamo tra le persone che ammiriamo di piu' e per la cui sorte trepidiamo e la cui parola conta per noi come e' giusto che conti la parola dei buoni e dei saggi. Non abbiamo mai avuto dubbi sul fatto che il popolo palestinese avesse ed abbia diritto a un paese in cui vivere libero e solidale.

Ma non abbiamo mai ammesso la falsificazione delle vicende storiche che per comodita' di propaganda certi personaggi nostrani compiono credendo di aiutare di piu' la causa palestinese con qualche penosa menzogna, ed invece danneggiandola molto.

E sarebbe interessante ricostruire la storia delle posizioni che le sinistre di palazzo e quelle di piazza hanno avuto nel corso dei decenni sulla situazione mediorientale per scoprirne, ahinoi, delle belle. Sono cose che chi ha la nostra eta' ricorda, ma che un po' tutti fanno finta di non ricordare, col risultato che i piu' giovani che oggi si affacciano all'impegno politico ricevono idee false e crescono in un brodo di coltura che agevola il ritorno dell'antisemitismo come tratto ricorrente in diversi movimenti sociali radicali europei.

Il popolo palestinese merita la nostra solidarieta' piu' profonda e nitida. La sua sorte e' figura della nostra, di quella dell'intera umanita'. In questo senso cosi' come Dietrich Bonhoeffer seppe dire che chi non aiutava il popolo ebraico perseguitato dal nazismo non aveva diritto di cantare il gregoriano, noi dobbiamo dire che chi non aiuta il popolo palestinese non ha diritto di chiamarsi amico della nonviolenza.

Si', Il popolo palestinese merita la nostra solidarieta' piu' profonda e nitida. Invece certi sedicenti amici del popolo palestinese non meritano rispetto alcuno.

E vanno smascherati. E dobbiamo smascherarli noi, e non permettere che le loro sconcezze diventino arma nelle mani delle destre razziste come quella oggi al potere nei palazzi della politica e della comunicazione in Italia (in tutti: noi non siamo di quelli che pensano che la democrazia consista nel difendere sempre e solo i boiardi entrati alla Rai con le lottizzazioni pregresse).

Certi slogan, striscioni, vignette, che riciclano il piu' infame armamentario dell'antisemitismo europeo, e che fanno disgustosa mostra di se' in tante manifestazioni odierne, ebbene, rivelano quanto persistente e pervasiva sia la tradizione dell'antsemitismo nel continente in cui e' avvenuta la Shoah. E il fatto che chi quegli slogan esibisce e propala non se ne accorga, ebbene, rivela la profondita' - diremmo: la radicalita' - di questa inquietante presenza all'interno di esperienze, culture e ragionamenti che pure a livello conscio sono del tutto nemiche dell'hitlerismo, ma forse non abbastanza della bimillenaria tradizione di pregiudizio e persecuzione antiebraica in Europa.

E qui le ideologie islamiste non c'entrano un bel niente: e' l'antisemitismo (per usare questa definizione - che sappiamo imprecisa e inadeguata - per descrivere la persecuzione antiebraica) europeo: romano prima, cristiano poi, quindi scientista e reazionario, ed infine nazista; l'antisemitismo europeo contro cui la lotta e' ancora aperta, e nessuno puo' illudersi che sia un rudere di un immondo passato che non potra' tornare mai piu'.

Sentire un segretario di partito (di un partito che ha anche meriti grandi e militanti valorosi) che in una massima assise della sua organizzazione urla orwellianamente all'incirca "noi siamo ebrei, noi siamo palestinesi, noi siamo questo e quello" (e "noi", naturalmente, e' il Partito, che si pretende totalita' e nega cosi' la concreta esistenza delle diversita' e il loro diritto a persistere come tali) significa l'esposizione di un totalitarismo mentale che pretende di tutto divorare ed a tutto sostituirsi, negando l'identita' altrui nella pretesa di partecipare di tutto, di tutto sussumere a se', di rappresentare tutto, anzi di "essere" tutto, cosi' facendo la stessa operazione di chi pensava di essere la classe, la storia, eccetera, ed usava i gulag per chi non si sentiva rappresentato dal partito che e' tutto e ne stava al di fuori (ed in effetti secondo questo ragionamento se il partito e' tutto e tutti, chi e' al di fuori non esiste: ergo i gulag).

Una cosa e' il motto "siamo tutti ebrei polacchi" detto dai giovani piu' generosi in solidarieta' con una persona perseguitata; una cosa e' dire che "Marcos" e' gay a S. Francisco, nero in Sudafrica e asiatico in Europa per dire che tutti gli oppressi del mondo subiscono una sostanzialmente analoga denegazione di umanita' ed aspirano tutti ad una umanita' di liberi ed eguali nel rispetto della diversita' di ognuno; e una cosa di segno opposto e' un prominente personaggio del panorama politico italiano che ricicla e degrada uno schema retorico senza avvedersene metamorfosandolo in totalitario.

Leggere di Israele definito come "mostro americano" da parte di un vecchio amico e compagno (anche di partito, un partito che si suicido' un paio di decenni fa) sul giornale cui piu' siamo legati (sebbene assistiamo con pena a come sia stato pervaso di volgarita' e irresponsabilita') ci rattrista e incupisce.

Leggere nei notiziari di certe ong (che pure fanno un lavoro grande di solidarieta' concreta e di riflessione critica; beninteso: largamente usando di soldi pubblici, ed e' bene non dimenticarlo) la definizione di "martiri" per i terroristi suicidi, e' peggio che un errore di traduzione, e' la riproduzione di un'ideologia.

Leggere certe giustificazioni che in guisa di "excusatio non petita" taluni intellettuali e militanti si sentono in dovere di addurre, e nelle quali cio' che emerge accecante e' ancora una volta il non rendersi conto di quanto sia privo di rispetto per l'altrui dolore il riempirsi la bocca di proclami secondo cui ai figli delle vittime dei campi neppure il diritto di rivendicare la loro condizione di addolorati resta, poiche' essa stessa si pretende di loro sottrarre come peculiarmente sentita (ancora per il vizio di fondo di essere la sinistra che rappresenta la totalita' e chi non si sente rappresentato e' un eretico o peggio un nemico del popolo); e si sorvola frattanto sul fatto che Israele - e non solo nella percezione dei superstiti dei campi di sterminio -  e' anche, oltre che tante altre cose su cui discutere e' piu' che lecito doveroso, l'ultimo rifugio per i sopravvissuti dell'episodio piu' satanico della storia dell'umanita', quella Shoah di cui intera e ineludibile la responsabilita' grava sull'Europa; ebbene, tutto questo non ci dice nulla di terribile su noi stessi?

Non sara' necessario rifletterci sopra, discuterne apertamente, smascherare pregiudizi e ipocrisie?

E naturalmente non parliamo neppure di chi sistematicamente agisce la provocazione per comparire in tivu': non a caso finisce in tivu', poiche' e' il prediletto dei potenti che allo scardinamento dello stato di diritto sovrintendono e che a tal fine sono ben lieti di servirsi di personaggi che non degli "utili idioti" ma dei furbastri di tre cotte sono, e che ai piani berlusconiani cooperano con la massima alacrita' mentre proclamano di essere il rappresentante designato di tot miliardi di esseri umani che non hanno mai dato loro alcuna delega (noi almeno non gliela abbiamo mai data).

*

Quarto: Presto con fuoco

L'aiuto che possiamo e dobbiamo dare al popolo palestinese e' anche questo: combattere l'antisemitismo che e' in noi, perche' solo cosi' il nostro aiuto sara' comprensibile ed efficace. E non per equilibrismo, ma per dovere morale ed anche per necessita' pratica.

Solidali col popolo palestinese e il suo diritto alla vita e a uno stato; solidali col popolo israeliano e il suo diritto alla vita e a uno stato. Su questa base si potra' costruire poi una societa' senza stati e senza classi nel mondo intero, ma frattanto questi diritti minimi esatti da popoli che hanno subito persecuzioni immani nessuno deve negarli.

Una sinistra che tollera o promuove espressioni di antisemitismo non e' degna del nome che reca. E' solo un'estrema propaggine di quel totalitarismo contro cui un'altra sinistra, quella dei resistenti e dei fucilati, ha combattuto e dovra' combattere ancora e ancora.

Ha scritto all'incirca Primo Levi che la lotta contro l'oppressione e' senza fine: e proprio per questo e' compito della persona di volonta' buona condurla adesso e sempre. "Ora e sempre", sono le ultime parole di una delle lapidi che Piero Calamandrei ebbe a dettare, e che finisce con una parola ancora, magnifica, e che non puoi pronunciare se non tra le lacrime: Resistenza.

Quando parliamo di nonviolenza parliamo anche di questo, parliamo essenzialmente di questo.

 

11. HERI DICEBAMUS. OPPORCI ALLA GUERRA

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

1. Non dobbiamo stare a giustificare perche' siamo contro la guerra. Siamo contro perche' non siamo assassini, e la guerra della commissione di assassinii consiste. Siamo contro perche' vogliamo vivere,  e pensiamo che ogni essere umano lo voglia per se', e ne abbia diritto, tutti ne abbiamo diritto. La guerra e' nemica dell'umanita'.

2. Dobbiamo invece esigere che lo stato italiano si impegni contro la guerra in adempimento del dettato costituzionale. Se governo, parlamento e presidente della Repubblica non si impegnano contro la guerra tradiscono un ineludibile dovere che la legge fondamentale dello stato italiano impone loro: il ripudio della guerra. Se governo, parlamento e presidente della Repubblica si esprimono per la guerra commettono gravissimo un reato, si rendono fuorilegge e golpisti. Negli ultimi anni cio' e' gia' accaduto varie volte; e' sintomatico della barbarie che assalta e corrode il nostro paese il fatto che per la reiterata commissione di questi sanguinari ed infami crimini coloro che se ne sono macchiati non siano stati ancora chiamati a risponderne dinanzi a una corte di giustizia.

3. Non dobbiamo assumere atteggiamenti che indeboliscono le nostre posizioni: non diciamo stupidaggini che semplificano cio' che non e' semplificabile; non facciamo tirate propagandistiche che convincono solo chi e' gia' convinto; non strumentalizziamo noi stessi. L'impegno per la pace deve fondarsi sulla verita', sull'onesta', sulla lealta'.

4. E dunque ad esempio:

- diciamo chiaro che siamo contro la violenza e per la nonviolenza;

- diciamo chiaro che siamo impegnati nella solidarieta' con gli oppressi contro ogni potere e regime oppressivo, e massime contro quelli terroristici e totalitari: chi e' ambiguo su questo non aiuta la causa della pace;

- diciamo chiaro che non intendiamo servirci dell'impegno per la pace e la dignita' umana per altri fini, particolari e di parte, che non siano appunto la pace e la dignita' umana;

- diciamo chiaro che la guerra comincia gia' col produrre e mettere a disposizione le armi per condurla; che la guerra comincia gia' con la rapina che un sistema di dominazione planetario crudelissimo diuturnamente realizza ai danni dell'umanita' intera e della vivibilita' del mondo; che la guerra comincia gia' quando tu taci di fronte all'ingiustizia e quando tu godi dei vantaggi di un'iniquissima ripartizione delle risorse;

- diciamo chiaro che non basta dire l'esigenza della pace, occorre fare l'azione che pace costruisce.

5. E dunque facciamo qualcosa, e cio' che fare occorre e', ad esempio:

- denunciare i poteri e i potenti che usano del terrore e della guerra;

- dennciare i poteri e i potenti che cooperano al terrore e alla guerra, anche con la sola indifferenza;

- opporci al loro potere iniquo, ai loro disonesti interessi, ai crimini loro, in difesa della pace e dell'umana dignita';

- opporci agli strumenti di morte: alle armi e agli eserciti tutti;

- recare aiuto alle vittime tutte di guerra e di fame, di ingiustizia e terrore: inviando loro soccorsi, accogliendole fraternamente tra noi, costrunedo rapporti equi e solidali, ed esercitando quella piu' alta forma di giustizia che e' la misericordia;

- opporci alla guerra nel modo piu' nitido ed intransigente: in difesa delle vite umane innocenti, e in difesa e adempimento del diritto internazionale e della legalita' costituzionale; opporci alla guerra con azioni dirette nonviolente, con campagne di disobbedienza civile, con lo sciopero generale;

- fare la scelta dell'accostamento alla nonviolenza come rigorizzazione intellettuale e morale, come teoria-prassi umanizzante; fare la scelta della nonviolenza, senza della quale l'impegno per la pace resta mutilo ed inefficace; fare la scelta della nonviolenza, senza di cui sara' impossibile contrastare la barbarie e le distruzioni.

 

12. HERI DICEBAMUS. SEI PENSIERI PIU' UNO

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

1. La guerra sa solo distruggere, ma cio' di cui l'umanita' ha bisogno e' salvare se stessa e il mondo dalla distruzione.

2. La guerra non e' il dato saliente della storia umana: il dato saliente e' la pace che sola consente la promozione della vita umana e il progresso della civilta'.

3. A chi afferma che talora non ci sono alternative alla guerra occorre rispondere che dal novero delle alternative proprio la guerra deve essere esclusa.

4. Poiche' la guerra, disse Gandhi, e' sempre omicidio di massa; poiche' la guerra, disse Balducci, e' uscita per sempre dalla sfera della razionalita'; poiche' la guerra tutti ci minaccia: noi che oggi siamo viventi, ma anche coloro che verranno e che non potranno essere se i loro potenziali genitori saranno annientati o che vivranno una vita di stenti se la biosfera sara' irreversibilmente degradata e la civilta' umana fortemente vulnerata, e coloro che furono e piu' non sono ma coi quali la nostra solidarieta' e' forte e assoluta poiche' la nostra umanita' e' tutta impastata del lascito loro, e che se distruggessimo l'umana civilta' sarebbero uccisi una seconda volta con il venir distrutto il frutto del loro travaglio e la memoria del loro consistere che chiamiamo cultura.

5. Per buona sorte del nostro paese la sua legge fondamentale proibisce la guerra. Pace e diritto coincidono quindi. E dunque ogni cittadino italiano in quanto tale e' vocato alla pace, cosi' riconosce la legge che nacque dopo l'ecatombe della seconda guerra mondiale, la Costituzione che fu scritta piu' che dalle mani dei sopravvissuti, dalla memoria del sangue e del cuore dei morti di quella catastrofe immane. E dunque e' in capo ad ogni nostro concittadino difendere la pace e tutto il resto viene dopo.

6. La guerra puo' essere impedita, quindi deve essere impedita. E' nelle nostre mani fermare la guerra.

7. Chiamiamo nonviolenza l'opposizione piu' limpida ed intransigente alla violenza; chiamiamo nonviolenza la lotta piu' coerente e inclusiva dell'umanita' intera contro cio' che alla dignita' umana si oppone; chiamiamo nonviolenza questo riflettere e questo agire, questo cercare e questo trovarci che istituisce colloquio corale, incontro dell'io e del tu, riconoscimento di umanita'. Chiamiamo nonviolenza l'impegno cui siamo chiamati come esseri umani che vogliono vivere la propria umanita', che vogliono che l'umanita' viva.

 

13. HERI DICEBAMUS. QUEL CHE NON BASTA

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

Non basta dire no alla guerra, il problema e' come impedirla.

Non basta voler convincere gli altri, occorre prima convincere noi stessi.

E per convincere noi stessi che impedire la guerra e' possibile occorre riflettere sulle potenzialita' grandi della nonviolenza.

Poiche' nessun altro approccio che questo puo' darci una speranza sia pur minima di contrastare efficacemente la guerra che si va preparando, e che giusta la massima clausewitziana e' la prosecuzione della politica con altri mezzi: della politica genocida dell'embargo che strazia il popolo iracheno, della politica che condanna alla fame e alla violenza i quattro quinti dell'umanita', della politica che sta distruggendo la biosfera.

A politica occorre contrapporre politica. Cosi' come negli scacchi a un piano un altro piano occorre opporre.

E la nostra politica sia:

a) il ricorso a tutte le istanze istituzionali e giudiziarie nazionali e internazionali; quand'anche non avessimo fiducia in esse, lasciare intentata l'unica strada possibile di regolazione civile delle relazioni internazionali su basi giuridiche sarebbe scellerato;

b) la pressione morale sui decisori, che sia la piu' diretta possibile, ma anche indiretta (e quindi il rivolgersi alla cosiddetta opinione pubblica, ed ancor piu' indirettamente - ma non meno decisivamente - la pressione sui media acciocche' non si facciano propagandisti di menzogna e di morte);

c) la manifestazione visibile non solo dell'opposizione alla guerra, ma anche e soprattutto della comprensione di cio' che la guerra e', della sua iniquita' e crudelta' costitutiva, e degli esiti nefasti di essa;

d) lo studio delle radici (non semplificabili) della guerra e la ricerca delle alternative e dei processi deescalativi e di gestione e risoluzione civile e nonviolenta nelle situazioni di conflitto;

e) la proposizione di alternative onestamente discusse, senza occultarne i limiti e senza decontestualizzarle: la nonviolenza ha ormai accumulato una serie cospicua di esperienze storiche di intervento efficace e vincente;

f) la preparazione della resistenza civile di massa alla guerra, e per questo l'addestramento alla nonviolenza, addestramento indispensabile se alla guerra ci si vuole opporre con efficacia e limpidezza;

g) la preparazione di azioni dirette nonviolente per contrastare la guerra, cercar di salvare vite umane innocenti, difendere la legalita' costituzionale e il diritto internazionale;

h) la preparazione di campagne di disobbedienza civile di massa per contrastare la guerra, cercar di salvare vite umane innocenti, difendere la legalita' costituzionale e il diritto internazionale;

i) la preparazione dello sciopero generale per contrastare la guerra, cercar di salvare vite umane innocenti, difendere la legalita' costituzionale e il diritto internazionale;

l) i soccorsi umanitari alle vittime e l'accoglienza incondizionata dei profughi, e di tutti gli esseri umani in fuga dalla fame e la morte;

m) una piu' intensa azione antimilitarista e disarmista (non basta voler controllare l'esercito, occorre abolirli tutti; non basta chiedere regolamentazioni, occorre imporre la chiusura delle fabbriche di strumenti di morte);

n) una intransigente opposizione al razzismo, fondata sul rispetto delle diversita' e sull'affermazione dei diritti umani per tutti gli esseri umani;

o) le mille attivita' contro l'ingiustizia globale e per un uso delle risorse rispettoso della natura e che riconosca eguali diritti e dignita' a tutti gli esseri umani;

p) la lotta contro i poteri criminali cosi' terribilmente avvantaggiati dalla finanziarizzazione e globalizzazione dell'economia;

o) un lavoro su noi stessi;

q) un intenso lavoro su noi stessi;

r) un intenso profondo lavoro su noi stessi.

La nonviolenza e' un cammino. La nonviolenza e' in cammino. La nonviolenza e' la scelta teoretica e pratica, morale e politica, dell'affermazione di un'umanita' di liberi ed eguali. La nonviolenza e' la resistenza oggi necessaria.

 

14. HERI DICEBAMUS. CONTRO LA GUERRA E CONTRO LA RASSEGNAZIONE

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

Diciamo chiare tre cose.

La prima: occorre intensificare la mobilitazione dal basso contro la guerra.

Nonostante le illusioni, essa si avvicina; lo sciagurato voto del Congresso americano conta molto di piu' del parere del Consiglio di sicurezza di un'Onu che l'amministrazione Usa ha deciso di mettere in mora.

Noi che siamo in Italia dobbiamo togliere al governo Bush e al suo sodale goveroo Blair un alleato importante su cui contano molto, l'avallo e la partecipazione italiana.

Per questo occorre impegnarsi di piu' e meglio. Non bastano le petizioni on line e neppure gli "stracci di pace" che pure sono cose buone e giuste. Occorre fare di piu' e dell'altro.

Ed ecco alcune proposte:

a) scrivere individualmente, ognuno di noi, al presidente della Repubblica, al governo, al parlamento, dicendo loro che la guerra e' crimine, strage e golpe, invitandoli quindi a rispettare la legge e la morale, invitandoli ad opporsi alla guerra;

b) scrivere esposti alla magistratura contro la guerra e chi la propugna, poiche' la guerra e' proibita dal diritto internazionale e dalla legalita' costituzionale del nostro paese, ergo chi la appoggia si colloca fuori e contro la legge;

c) scrivere individualmente, ognuno di noi, a tutti i mezzi d'informazione, contestando la propaganda bellicista e riaffermando la pace come valore, come diritto, come dovere, come necessita';

d) chiedere pronunciamenti per la pace e la legalita' internazionale e costituzionale a enti locali, altre istituzioni, partiti, sindacati, chiese, associazioni, persone, ovunque e da tutti;

e) rendere visibile l'opposizione alla guerra con iniziative (serie, oneste, non urlate, non propagandistiche e non faziose) in tutte le nostre citta' e paesi, nei quartieri e nei posti di lavoro e di studio, nei ritrovi e nelle piazze;

f) fare la scelta della nonviolenza, accostarsi alla nonviolenza in umilta' e coscienza, senza dogmatismi e senza presunzioni. La nonviolenza e' una risorsa grande, ma richiede impegno, disciplina, lealta', coraggio;

g) addestrarsi alla resistenza civile nonviolenta contro la guerra;

h) sostenere campagne come quella di obiezione/opzione di coscienza del cittadino;

i) studiare i valori e le esperienze storiche della nonviolenza;

l) studiare le tecniche deliberative ed operative della nonviolenza;

m) prepararsi all'azione diretta nonviolenta contro la guerra e per la legalita';

n) prepararsi alla disobbedienza civile di massa contro la guerra e per la legalita';

o) preparare lo sciopero generale contro la guerra e per la legalita';

p) aiutare in ogni modo le vittime; cercar di salvare il maggior numero di vite umane.

*

La seconda: per opporci efficacemente alla guerra dobbiamo essere comprensibili e credibili.

Per essere comprensibili dobbiamo farla finita con atteggiamenti urtanti, con la colpevolizzazione degli interlocutori, con la tracotanza di chi presume di saperne di piu' e di poter semplificare cose che sono invece terribilmente complesse.

Occorre studiare, occorre prendere sul serio i ragionamenti altrui, occorre saper comunicare in modo rispettoso e costruttivo.

Capitini insisteva anche, e giustamente, persino sul vestirsi con decoro e sull'igiene personale. Aveva ragione.

E quindi dobbiamo saper rinunciare alle nostre bandierine ed idiosincrasie, dobbiamo muovere dal punto di vista di esseri umani tra esseri umani, e non presentarci come spocchiosi agit-prop.

Per essere credibili dobbiamo piantarla di contar panzane, di citare dati non verificati (quasi tutti quelli che escono sulla stampa), di fare di tutt'erbe un fascio.

Dobbiamo studiare, studiare e studiare. E dobbiamo dialogare, dialogare e dialogare ancora.

E dobbiamo esercitarci anche alla comunicazione: non basta sapere le cose, occorre anche saperle dire. Non basta essere convinti di aver ragione, occorre quella ragione saperla esprimere, argomentare, sottoporla al vaglio della critica, senza furbizie, senza disonesta' (un utile repertorio di cio' che non si deve fare e' in Schopenhauer, L'arte di ottenere ragione).

Ma il nocciolo della questione e' il seguente: che per essere comprensibili e credibili dobbiamo essere onesti, veritieri, coerenti.

Questo significa che per opporci efficacemente alla guerra bisogna essere costruttori di pace; che l'opposizione alla guerra non puo' essere strumentale e dimidiata, ma deve tradursi nella scelta della nonviolenza.

E qui torniamo al punto decisivo: la scelta della nonviolenza, senza della quale l'opposizione alla guerra e' destinata al fallimento, alla disfatta.

*

La terza e ultima cosa: prendiamoci sul serio. Dobbiamo essere consapevoli che possiamo farcela a mettere in difficolta' l'adesione italiana alla guerra, e cosi' possiamo fortemente indebolire il blocco bellicista. Possiamo farcela, dobbiamo volercela fare.

Questa possibilita', questa volonta', questo dovere, hanno un nome: nonviolenza.

 

15. HERI DICEBAMUS. CINQUE NOTE PER FRANCO FORTINI

[Riproponiamo questo testo dell'ottobre 2002]

 

1. Ero un ragazzino quando lessi per la prima volta Franco Fortini; sapevo che era un grande poeta, sentii che diceva parole aspre di verita'. Mi dissi: cosi' si deve scrivere.

2. Giunsi presto all'eta' delle scelte, e della ragione. Avevo due fari, e li ho ancora: Leopardi e Cervantes. Indignato dalla menzogna e dall'ingiustizia, entrai nell'impegno politico, e non ne sono piu' uscito: ho vissuto anni in cui per scaldarmi andavo a leggere nelle stazioni, e lunghi periodi in cui mi sono nutrito solo a pane e acqua; ed ho subito pestaggi ed avuto idee, mi hanno processato per aver scritto la verita' e un giorno per qualche ora ho fermato i decolli dei bombardieri che andavano a far strage; ho trovato amici nelle cui mani metterei la mia vita e visto morire persone che amavo. Da Franco Fortini piu' che da ogni altro imparai la serieta' e la virtu' di dire di no.

3. Tra le cose piu' care che ho in casa, ci sono alcune lettere di Franco Fortini, brevi biglietti di generose parole e di una solidarieta' cosi' magnanima che mi fa ancora arrossire (in uno ricorda anche la sua partecipazione alla marcia per la pace di Aldo Capitini e quel che ne segui'). Non tradiro' mai l'uomo che le ha scritte. Come non tradiro' mai Primo Levi.

4. Quando Fortini mori', ne feci a Viterbo una commemorazione, aprendo una seduta del Consiglio Provinciale. E pensavo a quanto tagliente sarebbe stato Fortini se lo avesse potuto immaginare, quel consesso di noi meschini barbogi che si levo' in piedi e in silenzio in suo onore.

5. Tra i ricordi piu' belli della mia vita c'e' il giorno in cui nel centro sociale occupato di Viterbo, al termine di un training di formazione alla nonviolenza, cantammo insieme l'Internazionale scritta da Fortini, con l'emozione che avevo provato quando - anni prima - una notte cantammo l'Internazionale di Potter con alcuni amici e compagni di lotta sudafricani esuli mentre ancora imperava il regime dell'apartheid, in un coro di lingue diverse, fraterne e sororali, che era figura di quella futura umanita' che e' gia' presente ogni volta che tu compi l'azione buona. Anche questo e' nonviolenza.

 

16. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

 

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

 

17. PER SAPERNE DI PIU'

 

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per contatti: azionenonviolenta at sis.it

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004 possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO

Numero 611 del 9 luglio 2011

 

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it, sito: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

 

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