Coi piedi per terra. 406



 

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COI PIEDI PER TERRA

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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"

Numero 406 del 5 novembre 2010

 

In questo numero:

1. Movimento Internazionale della Riconciliazione e Movimento Nonviolento: 4 novembre. Non festa ma lutto

2. Alcuni estratti da "Figlie di Shahrazad" di Anna Vanzan

3. Per contattare il comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo

 

1. INIZIATIVE. MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE E MOVIMENTO NONVIOLENTO: 4 NOVEMBRE. NON FESTA MA LUTTO

[Riceviamo e diffondiamo il testo del volantino diffuso il 4 novembre 2010 a Torino dal Movimento Internazionale della Riconciliazione e dal Movimento Nonviolento]

 

Il 4 novembre viene ancora festeggiato come Festa della Vittoria militare del 1918.

Ecco i costi umani di quella guerra: Italia: 680.071 morti; 1.050.000 feriti di cui 675.000 mutilati. Austria-Ungheria: 1.200.000 morti; 3.620.000 feriti. I morti di tutti i paesi furono quasi 10 milioni.

Per noi il 4 novembre sara' vera festa solo quando celebrera' un mondo liberato da tutte le guerre e da tutte le armi.

Per un futuro di giustizia e di pace, vogliamo: che siano tagliate le spese militari e e che l'Italia ritiri il proprio esercito di occupazione dall'Afghanistan e da tutti gli altri teatri di guerra.

In Italia le spese militari ammontano ogni anno a oltre 22 miliardi di euro (41 mila miliardi di lire). Sono soldi sottratti ai lavoratori, alle pensioni, alle spese sociali. Soldi destinati a creare fame, disastri e guerre nel mondo.

Ogni cittadino italiano paga per le spese militari oltre 400 euro l'anno.

Oltre 13 miliardi di euro sono stati previsti per acquistare 112 cacciabombardieri F35 da impiegare per attacchi al suolo (contro chi?). Costeranno oltre 100 milioni di euro ciascuno.

Ieri, 24 marzo 1999: con la scelta sbagliata di intervenire nella guerra della Nato alla Serbia (guerra del Kossovo) l'allora Presidente del Consiglio dei ministri on. D'Alema, calpestando la carta costituzionale, ha di fatto "rilegittimato la guerra" che la nostra Costituzione e il preambolo della carta costitutiva dell'Onu volevano bandire per sempre dalla storia.

Oggi: con i militari italiani in Afghanistan (che costano oltre 2 milioni di euro al giorno), e in altre parti del mondo, non solo si e' continuato su questa strada sbagliata, stupida e pericolosa, ma con la scusa di combattere il terrorismo internazionale si sono aumentate a dismisura le spese militari e trascinato il nostro paese in una pericolosa spirale di violenza facendolo diventare uno dei possibili obiettivi di attacchi terroristici.

Siamo quindi diventati ostaggi di sciagurate scelte guerrafondaie.

Il tutto ci viene propinato in una continua costruzione di falsita' in cui anche il termine "guerra" viene venduto come "missione di pace".

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Movimento Internazionale della Riconciliazione

Movimento Nonviolento

Torino, 4 novembre 2010

 

2. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "FIGLIE DI SHAHRAZAD" DI ANNA VANZAN

[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di Anna Vanzan, Figlie di Shahrazad. Scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi, Bruno Mondadori, Milano 2009.

Anna Vanzan (1955) iranista e islamologa, laureata in Lingue Orientali a Venezia, ha conseguito il Ph.D. in Near Eastern Studies presso la New York University. Si occupa soprattutto di problematiche di genere nei paesi islamici, in molti dei quali ha svolto ricerca. Ha tenuto corsi in atenei italiani e stranieri e attualmente insegna Cultura islamica (Iulm Milano) e Storia dei Paesi Islamici (Universita' di Pavia). E' redattore della rivista "Afriche&Orienti" e collabora con testate giornalistiche e programmi radiofonici nazionali e esteri. E' autrice di numerosi articoli pubblicati in riviste italiane e internazionali, fra i quali: "Un secolo di femminismo in Iran: trasformazioni, strategie, sviluppi", in Genesis, IV/2, 2005, pp. 79-103; "Feeling the Pulse behind the Veil. Western Physicians and Muslim Women", in Alam e Niswan, Pakistan Journal of Women Studies, 13, 2, 2006, pp. 65-81; "Exporting (dis)honour: The practice of honour killing among the Pakistani Community in Italy", in The Other Self: Conflict, Confusion and Compromise, National Commission on the Status of Women, Islamabad (Proceeding International Conference December 2006), n.d., pp. 151-158; "Salima, un'algerina all'opposizione" e "Essere femminista, non essere femminista", in East, 15, 2007, pp. 25-33; "Le rose di Persia all'estero danno solo spine? Sguardo alla letteratura della diaspora femminile iraniana", nel dossier "Narrative di migrazioni, diaspore ed esili" curato da Anna Vanzan, in Afriche&Orienti, 2/2007, pp. 51-67. Il saggio, Figlie di Shahrazad, scrittrici iraniane dal XIX secolo a oggi, e' pubblicato da Bruno Mondadori, Milano 2009. Il suo libro La storia velata. Donne dell'islam nell'immaginario italiano (Edizioni Lavoro, Roma 2006) ha ricevuto il Premio Feudo di Maida 2006. Si veda anche il suo sito www.annavanzan.com]

 

Indice del volume

Prologo; 1. Dall'harem alla scena pubblica: la lenta emancipazione; 2. Coscienza e alfabetizzazione: piccole donne crescono; 3. Il coraggio di essere donna: Forugh Farrokhzad; 4. Censura e repressione: la nascita della letteratura femminile; 5. La Rivoluzione islamica d'Iran e le donne; 6. Esuli e resistenti: Mashid Amirshahi, Mihan Bahrami e Ghazaleh 'Alizadeh; 7. Il nuovo corso; 8. Tra poesia e prosa: Fereshteh Sari; 9. Tra realismo e allegoria: Farkhondeh Aqa'i; 10. Letteratura d'impegno e impegno per la letteratura degli altri; 11. Fra cinema, teatro e letteratura: scrittura e rappresentazione al femminile; 12. Universale e particolare nella scrittura delle iraniane; 13. L'implosione della societa' civile, l'esplosione delle nuove generazioni; 14. Due poetesse nella tempesta; 15. Oltre l'Iran: la letteratura delle emigrate; 16. Scrittrici d'Iran, oggi e domani; Bibliografia; Approfondimenti bibliografici; Indice dei nomi.

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Da p. 1. Prologo

La letteratura persiana al femminile sta vivendo una straordinaria fioritura: fra gli imprevisti esiti della Rivoluzione islamica, giunta ormai al suo trentesimo anniversario, vi e' una vera e propria esplosione di testi letterari - soprattutto in prosa - scritti da donne che ormai superano, almeno quantitativamente, la produzione degli uomini. Il fenomeno di questa scrittura al femminile non nasce dal nulla: nei ginecei delle famiglie patrizie dell'Iran dell'Ottocento, infatti, e' regola invalsa che una fanciulla impari a poetare. Poi, nei primi anni del Novecento, il movimento costituzionalista portera', tra le molte conseguenze, anche quella di favorire la nascita del movimento femminista, fautore, a sua volta, di un'intensa attivita' giornalistica da parte delle donne.

La letteratura femminile iraniana contemporanea, scritta in lingua persiana per gli iraniani in patria o per i milioni di esuli in diaspora per il mondo, ha quindi una storia che nasce fondamentalmente a meta' del XIX secolo.

Il saggio ripercorre questa storia, illustrandola attraverso brevi brani, liriche ed estratti in traduzione italiana e soffermandosi sui numerosi generi della letteratura persiana contemporanea al femminile, capaci di offrirci una prospettiva nuova su un modello di societa' islamica post-moderna in cui si intersecano modelli culturali secolari e moderni.

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Da p. 3. Dall'harem alla scena pubblica: la lenta emancipazione

Prime tracce: poesia e sangue

Fino al XIX secolo abbiamo esigue tracce di letterate persiane, anche se alcune sono riuscite a lasciare segni delle loro vita e della loro opera. Tracce a volte marcate dal sangue, come nel caso di Rabi'eh, figlia del signore della citta' di Balk (X secolo). Abile sia con la spada sia con la penna, Rabi'eh partecipa alle tenzoni poetiche, evento letterario di moda al tempo, in mezzo ad altri poeti uomini. In una di queste occasioni Rabi'eh dichiara pubblicamente il suo amore per uno schiavo del fratello, ma quest'ultimo, che non ama una simile pubblicita', la fa uccidere mentre si trova nell'hammam. Morendo, Rabi'eh scrive con il proprio sangue sui muri del bagno gli ultimi versi dedicati all'innamorato, nonche' un atto d'accusa contro il fratello assassino.

Altre letterate riescono a emergere dal grigio mondo popolato di soli uomini perche' rivestono cariche politiche, e quindi, grazie alla loro visibilita' sociale, possono imporsi anche come artiste. E' il caso di Padeshah Khatun (XIII secolo), governatrice di Kerman, nell'Iran sudorientale, che con forza quasi sfrontata declama:

Sono una donna che compie azioni buone

sotto il mio maqna'eh ho una testa adatta al comando

non bastano dei metri di stoffa di maqna'eh per fare di una donna una comandante

non basta un cappello da uomo per fare un capo

(Rajabi 1995, p. 42).

Vi sono iraniane che ricevono addirittura il titolo di "poetesse di corte" o "poetesse laureate", come nel caso di Mahsati Ganjavi (XII secolo); un titolo, pare, meritato per aver improvvisato dei versi magnificanti il suo signore, il sultano Sanjar di Ganja (attuale Azerbaijan iraniano). Ma Mahsati non compone solo laudi per il suo mecenate, affermando invece, con coraggio e indipendenza singolari per l'epoca:

Nessuna forza, neppure le armi possono tenerci

neppure la nostalgia del cuore puo' contenerci

anche se i riccioli possono avvinghiare come catene

neppure le catene possono tenerci in casa

(Moshir Salimi 1956, 2, p. 267).

Alcune letterate hanno potuto competere con famosi poeti del loro tempo, cimentandosi nelle celeberrime tenzoni poetiche cosi' diffuse nel mondo islamico. Fra queste ricordiamo Jahan Khatun (XIV secolo), anche lei di Kerman. Alcuni di questi nomi ci sono noti tramite le tazkereh, sorta di biobibliografie comuni nell'islam, spesso meri elenchi di nomi di letterati accompagnati da scarne notizie biografiche e da alcuni versi esemplificativi della loro opera. E' naturale che sia cosi', visto che le poche donne che hanno un'educazione tale da permettere loro di poetare all'interno dei ginecei restano quasi sempre anonime - un modo per mantenere il velo intorno a loro - e che, in ogni caso, i loro versi sono tramandati solo oralmente. A salvarsi saranno soprattutto le liriche delle poetesse mistiche, che, come i loro colleghi maschi, hanno contribuito a cementare la tradizione sufi e a corroborare le immagini tipiche della lirica persiana, di cui avremo modo di riparlare. E saranno quasi sempre i sufi - meno legati all'ortodossia che pretende di relegare i versi delle donne al chiuso dell'harem - a trasmettere di cenacolo in cenacolo, di convento in convento, la poesia delle loro compagne di percorso mistico.

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Da p. 64

Nel 1978-1979 si consuma un evento epocale: la popolazione d'Iran scaccia il sovrano dal trono e dal paese. Al governo della nazione sale quella che durante il periodo rivoluzionario si dimostra essere, nel bene e nel male, la fazione piu' incisiva, ovvero quella del "clero" sciita. Per l'Iran si apre il periodo, tuttora in corso, della Rivoluzione islamica, che mira alla totale riorganizzazione della societa' in chiave islamico-sciita. Dopo essersi liberato dei moderati, quello che si configura come un governo di tipo teocratico instaura un regime basato su una lettura restrittiva e fondamentalista dei principi della religione islamica, che prevede, tra l'altro, la messa al bando di costumi ritenuti corrotti e di matrice occidentale, quali l'uso di alcol, l'ascolto di musica non autoctona e il contatto fra i due sessi se non in condizioni rigidamente conformate. Le donne possono mostrarsi in pubblico solo con i capelli coperti e con abiti non attillati. La censura colpisce duramente ogni manifestazione artistica; l'universita', dove era nato il movimento antishah, viene chiusa per anni per evitare aggregazioni antiregime; gli intellettuali non allineati vengono incarcerati o addirittura eliminati fisicamente, e molti di loro sono costretti a emigrare. Se tutta la societa' risente di questo clima, le donne, in particolare, vedono improvvisamente minate le liberta' e le prerogative faticosamente conquistate. La cultura e' gravemente colpita: al di la' della censura, infatti, si entra in un'epoca di ristrettezze. C'e' penuria di carta e inchiostro, i materiali d'importazione divengono rari a causa della guerra contro il paese condotta dall'Iraq di Saddam Hussein (un conflitto che durera' quasi otto anni) e delle sanzioni lanciate contro l'Iran da alcuni paesi occidentali, tra cui gli Stati Uniti, a loro volta colpiti dal nuovo corso iraniano che distrugge la loro egemonia economica e politica nell'area.

Com'e' prevedibile, emergono alcuni scrittori di regime, ma la maggioranza degli intellettuali prende le distanze dall'establishment, concentrandosi su come sopravvivere e rifondare la letteratura. Fra questi vi e' una donna destinata a diventare la capostipite di un folto gruppo di letterate che, nonostante la dittatura, capovolgono una situazione sfavorevole al binomio donne-cultura, trasformando il periodo postrivoluzionario nell'era della letteratura femminile: stiamo parlando di Simin Daneshvar.

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Simin Daneshvar prima e dopo la Rivoluzione

Figlia di un medico di Shiraz trasferitosi a Tehran negli anni Quaranta, Simin Daneshvar (1921) si laurea in letteratura persiana presso l'universita' locale. Alternando esperienze radiofoniche e giornalistiche, nel 1948 pubblica la sua prima raccolta, Il fuoco spento (Atesh-e khamush), che costituisce anche la prima raccolta di racconti brevi mai pubblicati da una donna in Iran. Non e' certo il suo capolavoro, tanto che la stessa autrice si rifiutera' di ripubblicarlo, ma il libro riceve favorevole accoglienza grazie alla sua freschezza e alla sua spinta innovativa. Alcune delle quindici storie che compongono la raccolta sono ispirate ai racconti di un narratore americano, O. Henry. Pur basate su trame inestricabilmente connesse alla societa' iraniana del tempo, in esse si intravedono gia' le linee guida della scrittura di Daneshvar, per quanto ancora immatura dal punto di vista stilistico: attenzione per i grandi temi umani (amore, vita, morte); contrapposizione tra valori (soldi facili / poverta' dignitosa); sensibilita' per le questioni sociali. Simin Daneshvar si inserisce con forza nella nuova tradizione prosastica persiana, di cui Jalal Al-e Ahmad, che di li' a poco diventera' suo marito, e' maestro indiscusso. Jalal proviene da una famiglia tradizionale: il padre appartiene al "clero" sciita, ma lui e' uomo di grandi aperture, tant'e' che una volta sposata, Daneshvar potra' trascorrere due anni negli Stati Uniti da sola, dedicandosi allo studio delle tecniche narrative grazie a una borsa di studio. Di ritorno in Iran, Daneshvar si inoltra nel territorio della traduzione e inizia a insegnare all'Universita' di Tehran, ma la sua carriera all'ateneo viene ostacolata, e di fatto impedita, dalla Savak, la polizia che il regime imperiale mette alle costole dei dissidenti. Nel 1962 esce un'altra raccolta, Una citta' paradisiaca (Shahr i chun behesht). Il racconto breve e' ormai il genere letterario preferito dalla generazione di scrittori persiani del dopoguerra: si tratta di uno strumento duttile, che permette di utilizzare una lingua quanto piu' vicina possibile a quella parlata e di attirare quindi un ampio spettro di lettori grazie all'agile diffusione nelle riviste letterarie (nell'Iran di quegli anni l'alfabetizzazione e' ancora privilegio di pochi). Esso, inoltre, e' adatto sia a rendere spaccati di vita familiare e quotidiana, sia a descrivere - e per lo piu' a criticare - le condizioni socioculturali iraniane. A queste tematiche Simin Daneshvar aggiunge ora una nuova prospettiva, quella di genere. Nei suoi racconti, infatti, appaiono molte donne, elevate loro malgrado al rango di protagoniste: donne malate in pellegrinaggio, serve di colore che si sacrificano per i loro padroni, ma anche donne che dimenticano i figli al mercato per seguire un amore clandestino o attrici costrette ad abortire il figlio concepito con un occasionale ammiratore. Daneshvar guarda queste donne con un certo distacco, limitandosi a descriverne i movimenti senza esprimere giudizi ne' manifestare solidarieta'. Al tempo stesso, pero', offre grande spazio alle figure femminili, fino ad allora mancanti nella letteratura persiana e ridotte al ruolo di comprimarie, rappresentate come eteree e irraggiungibili bellezze o, al contrario, nella letteratura satirica, come orride megere.

In questa fase, comunque, l'autrice e' soprattutto impegnata a criticare la societa' iraniana, le disparita' sociali, le scarse opportunita' per ambo i sessi; nello stesso tempo, nei suoi racconti si affaccia un tema destinato a essere ripreso di li' a qualche anno con maggiore ampiezza e respiro, ovvero l'influsso negativo dell'Occidente sul suo paese. Ricordiamo che il 1962 e' anche l'anno della pubblicazione del libro piu' famoso del marito, Jalal Al-e Ahmad: Intossicazione dell'Occidente (Gharbzadeghi) e' una tagliente satira degli iraniani che adottano pedissequamente alcuni costumi occidentali - ergo, americani - avulsi dalla cultura locale, quali uno sfrenato consumismo e una falsa idea dell'emancipazione femminile. Simin Daneshvar accoglie e condivide appieno la teoria del marito, ma la rielabora attraverso un originale e sofisticato prodotto, un romanzo, il primo scritto da una donna iraniana e destinato a divenire il best seller in lingua persiana di tutta l'epoca contemporanea: Lamento funebre (Siavushun, 1969).

Il romanzo, un grandioso affresco dell'Iran durante la seconda guerra mondiale, si svolge nella citta' natale dell'autrice, Shiraz, luogo pregno di storia e di simboli per gli iraniani, se non altro perche' vi sono seppelliti i maggiori poeti della letteratura nazionale, Sa'di e Hafez. Negli anni fra il 1941 e il 1945 la citta', che si trova strategicamente collocata lungo il flusso di rifornimenti tra India, Medio Oriente e Russia, viene occupata dagli inglesi e dai russi, raggiunti poi dagli americani. Il giovane Mohammad Reza Shah nulla puo' fare per evitare l'occupazione tanto militare quanto ideologica (da un lato l'influsso delle idee comuniste, dall'altro l'influenza della religione cristiana, a esse contrapposta). Nel contempo, altre forze si muovono nell'area, comprese quelle tedesche, supportate da gruppi locali contrari all'occupazione alleata, fra cui spiccano alcune importanti tribu' come quelle affiliate alla confederazione dei Qashqai. Sono anni difficili, aggravati dalla terribile carestia che colpisce l'Iran fra il 1942 e il 1943; di fronte alle difficolta' esterne e interne, acuite da una dilagante corruzione, le vecchie generazioni si arrendono, rifugiandosi nel consumo dell'oppio, mentre i giovani idealisti combattono. Fra questi c'e' Yusof, proprietario terriero giusto e generoso, impegnato nelle attivita' di resistenza contro gli occupanti ma altrettanto ostile alla corruzione e all'opportunismo di alcuni suoi connazionali. Yusof e' sposato con Zari, la vera protagonista del romanzo, attraverso la quale gli eventi vengono raccontati e filtrati. Una donna che da un lato e' felice e appagata da un matrimonio d'amore, tre figli e una magnifica casa, ma dall'altro e' combattuta tra il desiderio di condividere gli ideali del marito e l'ansia che questi possano far piombare la disgrazia sul suo nido di felicita'. Cosa che, di fatto, avverra'. Zari cerca serenita' nella vita familiare, ma risente dell'imposizione di un modello di vita che le nega la possibilita' di esprimersi per quello che e' veramente, di essere indipendente, di perseguire i sogni nutriti da ragazzina, quando frequentava la scuola britannica pensando a un futuro diverso, in cui avrebbe potuto conservare la liberta' dell'adolescenza. Zari e' una donna normale e a un tempo eccezionale, che riesce a stemperare le proprie frustrazioni sublimandole nell'immenso amore per la famiglia e negli ideali del marito. Alla morte di lui, sara' proprio Zari a raccoglierne l'eredita', portando avanti la causa per cui Yusof e' morto, attraverso un primo e forte segnale: la trasformazione del suo funerale in una dimostrazione pubblica.

Nonostante la figura centrale del romanzo sia una donna, le tematiche dominanti sono i problemi legati alla dominazione straniera e all'oppressione sociale. In questa fase, come Zari, Simin Daneshvar persegue gli ideali della lotta socialista transitati nella letteratura iraniana "impegnata" (lotta socioletteraria in cui sia la Daneshvar sia il marito sono attivamente coinvolti), secondo i quali amore, famiglia, affetti e interessi personali vanno sacrificati in nome di un ideale sociopolitico superiore alle esigenze individuali. Si tratta di un socialismo "alla persiana", dove anche la religione riveste una precisa funzione, quella di un collante che trae forza da un immaginario coniato nei secoli e attorno al quale tutti gli iraniani si possono riconoscere e unire. Il titolo del libro, Siavushun, si riferisce infatti alla cerimonia funebre per l'eroe iranico preislamico Siyavush, in qualche modo precorritrice delle cerimonie funebri attorno a cui si raccolgono gli sciiti e che rappresentano un aspetto cruciale dell'identita' iraniana (peraltro riscoperto e ampiamente impiegato dai fautori della Rivoluzione islamica, come vedremo). Quasi anticipando una modalita' che dieci anni piu' tardi diverra' una vera e propria bandiera dei rivoluzionari - ma anche sintomatica di un fermento politico di resistenza al regime dello shah sempre piu' ammantato di simboli sciiti -, Simin Daneshvar fa culminare catarticamente il suo romanzo nella scena del funerale di Yusof, nuova incarnazione dell'eroe-martire sciita Hossein, il giusto e offeso per antonomasia. Con un'ironia intrisa anche di tristezza, il finale del libro anticipa la parabola della vita coniugale di Simin Daneshvar: di li' a pochi mesi dalla pubblicazione del suo romanzo, infatti, il marito morira', passando il testimone del suo impegno sociopolitico e letterario a lei, proprio come Zari assume su di se' la causa rivoluzionaria del marito Yusof.

Siavushun riceve un'accoglienza a dir poco strepitosa, non solo in Iran, dove viene venduto in centinaia di migliaia di copie, ma anche all'estero, dove viene tradotto in una quindicina di lingue (esistono ben due versioni solo in inglese!). Nelle due decadi successive, il libro sara' ristampato diverse volte, confermandosi come il maggior successo letterario in lingua persiana di tutti i tempi. Simin Daneshvar viene consacrata quale stella di prima grandezza nell'ambito del romanzo, genere nuovo per l'Iran (la parola per esprimere questo genere letterario viene infatti identificata con il francesizzante ruman). Sebbene questo tipo di narrazione fosse gia' in via di sperimentazione a partire dalle prime decadi del Novecento, Simin Daneshvar surclassa ogni altro scrittore iraniano, compreso il marito.

Il successo di Siavushun e' dovuto a molti fattori, tra i quali il fatto di far assurgere a storia nazionale le vicissitudini di una famiglia iraniana: non solo ogni iraniano/a si puo' identificare con Yusof/Zari, ma il libro e' carico di riferimenti alla storia, alla societa', alla cultura, alla religione e alle abitudini quotidiane degli iraniani. Il tutto e' collocato in una trama plausibile e avvincente, che si snoda fino alla drammatica conclusione anticipata - e nel contempo sospesa dalla scrittrice - in una tragedia familiare nella quale, pero', gli iraniani trovano la forza di alimentare la propria vita. E' un realismo complesso, che non indugia nel particolare folcloristico, sebbene estremamente ricco di riferimenti alla cultura materiale, pungente nella sua critica sociopolitica ed elegiaco nelle descrizioni. La lingua, semplice e agile ma stilisticamente perfetta, accompagna con naturalezza la narrazione inframmezzata da dialoghi che attingono al parlato quotidiano.

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Da p. 165. L'implosione della societa' civile, l'esplosione delle nuove generazioni

La fine della presidenza di Mohammad Khatami e la successiva elezione di Mahmud Ahmadinejad (giugno 2005) hanno comportato profondi cambiamenti nella societa' e nella storia dell'Iran. La mancata scelta di un candidato progressista a favore di un esponente del fronte oltranzista che, seppur laico, e' più rigido e fondamentalista di molti esponenti religiosi, e' dovuta anche e soprattutto alla delusione di molti elettori che avevano sperato in un radicale cambiamento della politica iraniana sotto la presidenza Khatami. Bollando affrettatamente le riforme intraprese dallo statista inturbantato come opere di superficiale maquillage, molti elettori disertano le urne o si lasciano incantare dalle dichiarazioni di Ahmadinejad, che promette sia di rivitalizzare l'economia languente sia di ridurre corruzione e sperequazioni a vantaggio delle classi deboli e dei giovani.

Giunta alla fine del suo mandato, invece, la presidenza di Ahmadinejad si caratterizza come un periodo di grandi tensioni interne ed esterne; queste sono dovute soprattutto alle esternazioni del presidente nei confronti di Israele e dell'Olocausto, che egli nega, nonche' alla sua posizione in merito allo sviluppo dell'energia nucleare, fortemente voluta per evitare l'inevitabile crisi energetica in un paese di ormai 70 milioni di abitanti, la cui economia si regge in gran parte sullo sfruttamento delle risorse petrolifere. Molte potenze, pero', temendo che la corsa al nucleare nasconda la volonta' di dotarsi dell'atomica, inaspriscono le gia' pesanti sanzioni nei riguardi del paese, con inevitabili e negative conseguenze sulla popolazione, vessata da un regime che inasprisce la sua morsa rendendo difficile qualsivoglia manifestazione di libera volonta'. La popolazione, infatti, si sente fiatare sul collo da un sistema che la controlla in ogni suo movimento, ammantando con assurde norme religiose regole esclusivamente volte al controllo della societa'. I giovani e le donne sono i gruppi sociali che maggiormente risentono della morsa dittatoriale: i giovani di meno di trent'anni, ovvero il 65 per cento della popolazione, vengono controllati nella loro attivita' studentesca, fermati per strada se il loro vestiario non si conforma agli stretti canoni del regime, multati se sorpresi a riprodurre musica straniera.

Le donne, ormai agguerrite e istruite (oltre il 60 per cento della popolazione studentesca universitaria e' formata da ragazze), non intendono pero' abdicare. Alcune scelgono la strada dell'associazionismo per far valere i propri diritti, altre usano l'arte, in particolare la letteratura, per protestare e infiammare l'opinione pubblica, altre ancora coniugano l'impegno sociopolitico a quello letterario. I giovani e le donne sono in realta' la vera atomica che attende solo l'occasione giusta per scoppiare.

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Femminismi d'Iran

La societa' civile in generale e le donne in particolare sviluppano continue strategie di sopravvivenza e di lotta. Non a caso, quello che ora viene definito "femminismo islamico" e' nato in Iran proprio agli inizi degli anni Novanta. Si tratta, in sostanza, della convinzione che il Corano contenga al suo interno proposizioni di equita' di genere e di giustizia sociale; aderendo a questo presupposto, le donne sentono pertanto di poter chiedere giustizia e diritti senza uscire dalla cornice islamica. Questa posizione comporta, come necessaria conseguenza, la rilettura e la reinterpretazione delle norme coraniche e della shari'a, favorendo una nuova ermeneutica delle fonti sacre in chiave femminista. E' evidente il fascino che una siffatta posizione puo' esercitare in contesti dove le donne si sentono spesso rimproverare di voler adottare usi e costumi di stampo occidentale e, in quanto tali, estranei e avulsi (se non addirittura antitetici e avversi) alla cultura autoctona, cioe' islamica.

In Iran, comunque, le donne aderiscono a movimenti e a singole idee in modo fluido, incuranti di confini precisi, vuoi per strategia politica vuoi per convinzione. Il proliferare di gruppi "femministi" islamici e laici (sebbene la quasi totalita' non si riconosca sotto alcuna etichetta, ne' "islamica" ne' "femminista") all'interno del paese e' la riprova dell'incapacita' della societa' iraniana - componente femminile inclusa - di incanalare la propria lotta in una forma sistematica e organizzata. Ciononostante, nel movimento delle donne vi e' un ben delineato filone femminista, che si esprime, fra l'altro, con una propria letteratura.

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Femminismo radicale e letteratura: Nushin Ahmadi Khorasani

Quasi tutta la letteratura femminile iraniana ha caratteristiche "femministe", se con questo termine intendiamo la proposizione generale che tende al conseguimento di maggiori diritti ed equita' a favore delle donne. Come abbiamo visto, pero', le letterate aderiscono a quest'istanza in modi diversi e personali. Decisamente in chiave femminista (o femminista radicale) si pone invece Nushin Ahmadi Khorasani (Tehran, 1969), figura di spicco del movimento delle donne negli ultimi dieci anni. Dopo aver fondato insieme al marito la casa editrice Touse'eh a meta' degli anni Novanta, Khorasani persegue una carriera che coniuga da una parte editoria e scrittura e, dall'altra, impegno civile e politico. Con la sua casa editrice pubblica un'antologia di racconti brevi, Donne senza passato (Zanan-e bi gozashteh, 1998), e Donne all'ombra dei patriarchi (Zanan zir-e sayeh-ye pedarkhanandeh, 2001), una raccolta di scritti su tematiche femminili, apparsi dapprima in riviste nazionali. Contemporaneamente, Khorasani avvia la pubblicazione di una rivista, "Jens-e dovvom" (Il secondo sesso), dove trovano spazio considerazioni sul femminismo internazionale, articoli dedicati a personalita' del mondo femminile globale e - questo l'aspetto piu' interessante - saggi e interviste dedicati a donne che hanno fatto la storia del femminismo iraniano del XX secolo. Si tratta di un recupero di importanti documenti, volto alla valorizzazione della storia del femminismo in Iran, nonche' di un'abile operazione tesa a dimostrare come il femminismo non sia un fenomeno avulso dalla storia del paese, ma sia anzi ben radicato e, soprattutto, di matrice locale.

Il collegamento con il femminismo internazionale e' sottolineato anche da una piccola serie di agende annuali stampate da Khorasani, dove trovano posto cammei di celebri iraniane e femministe di tutto il mondo, a riprova della volonta' dell'attivista di Tehran di internazionalizzare il movimento.

La censura non tarda a mettere gli occhi sulla rivista e a farla chiudere. Nushin Ahmadi Khorasani smette di stamparla privilegiando la versione on line, ma dopo un po' e' costretta a cambiare il nome in "Badjens", termine ironicamente provocatorio che significa "furfantello", ma anche "cattivo genere" - inteso, per l'appunto, come genere femminile. A mano a mano che l'attivita' di Khorasani si fa piu' mordace nei suoi interventi pubblici e nei suoi scritti, anche "Badjens" deve cambiare nome, assumendo prima quello di "Zanestan" ("Il luogo delle donne") e in seguito quello di "Madraseh-ye feminism" ("Scuola di femminismo"). Fra il 2005 e il 2006, proprio nel momento in cui la morsa del potere contro la societa' civile si fa piu' serrata, Khorasani si mette a capo della campagna "Un milione di firme" (Yek miliun hemza), tesa a raccogliere consensi per chiedere al parlamento di modificare il diritto di famiglia. La battagliera femminista si serve di internet e della lingua inglese per pubblicizzare la campagna, raccogliendo adesioni in tutto il mondo ma attirando anche su di se' e sulle altre attiviste l'ira del regime. Khorasani e le altre donne sono periodicamente incarcerate e rilasciate, in un continuo andirivieni volto a logorare l'opposizione, che, invece, resiste strenuamente.

Gli scritti di Nushin Ahmadi Khorasani sono soprattutto saggi, articoli impegnati e partecipati di femminismo attivo, con qualche rara eccezione nel campo della narrativa. Ricordiamo per esempio il racconto La strada per l'esame (Masir-e emtehan), dove la giovane Yasamin lotta contro una serie di circostanze avverse (dalla contrarieta' della famiglia ai vari incidenti di percorso) per superare un test di ammissione all'Accademia di belle arti. L'autrice manipola con grande maestria la tensione, sviluppandola nella protagonista e nel lettore fino alla catarsi finale, quando Yasamin, a cui e' stato chiesto di saper piangere a comando sulla scena teatrale, scoppia in un vero e irrefrenabile pianto e da' sfogo a tutto il dolore per le avversita' capitatele.

 

3. RIFERIMENTI. PER CONTATTARE IL COMITATO CHE SI OPPONE AL MEGA-AEROPORTO DI VITERBO E S'IMPEGNA PER LA RIDUZIONE DEL TRASPORTO AEREO

 

Per informazioni e contatti: Comitato che si oppone al mega-aeroporto di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti: e-mail: info at coipiediperterra.org , sito: www.coipiediperterra.org

Per contattare direttamente la portavoce del comitato, la dottoressa Antonella Litta: tel. 3383810091, e-mail: antonella.litta at gmail.com

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COI PIEDI PER TERRA

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Numero 406 del 5 novembre 2010

 

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