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Nonviolenza. Femminile plurale. 130
- Subject: Nonviolenza. Femminile plurale. 130
- From: "Centro di ricerca per la pace" <nbawac at tin.it>
- Date: Fri, 5 Oct 2007 11:31:29 +0200
- Importance: Normal
============================== NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE ============================== Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" Numero 130 del 5 ottobre 2007 In questo numero: 1. Con Aung San Suu Kyi 2. Il 13 ottobre a Roma 3. Raffaella Mendolia: Il pensiero di Aldo Capitini (parte seconda) 1. EDITORIALE. CON AUNG SAN SUU KYI [Aung San Suu Kyi, figlia di Aung San (il leader indipendentista birmano assassinato a 32 anni), e' la leader nonviolenta del movimento democratico in Myanmar (Birmania) ed ha subito - e subisce tuttora - durissime persecuzioni da parte della dittatura militare; nel 1991 le e' stato conferito il premio Nobel per la pace. Opere di Aung San Suu Kyi: Libera dalla paura, Sperling & Kupfer, Milano 1996, 2005; Lettere dalla mia Birmania, Sperling & Kupfer, Milano 2007] Sosteniamo la lotta nonviolenta del popolo birmano. Sosteniamo Aung San Suu Kyi. * Solo la smilitarizzazione e il disarmo possono fermare la barbarie e impedire la catastrofe. Solo la scelta della nonviolenza puo' salvare l'umanita'. 2. INCONTRI. IL 13 OTTOBRE A ROMA [Dall'Unione donne in Italia (per contatti: tel. 066865884, e-mail: udinazionale at tin.it, siti: www.50e50.it e www.udinazionale.org) riceviamo e diffondiamo] Il 13 ottobre a Roma in Piazza Farnese le centinaia di donne che continuano a raccogliere le firme in tutta l'Italia si ritrovano per manifestare a tutte e tutti questo evento, finora poco riportato dai mezzi di comunicazione di massa. Con lo slogan "io voglio esserci per decidere del futuro ovunque" si affermera' l'urgente necessita' della democrazia paritaria ovunque si decide e della pari corresponsabilita' di donne e uomini in tutte le cariche decisionali. "In Italia esiste in questo momento un vero e proprio deficit democratico - dichiara la responsabile nazionale dell'Unione donne in Italia (Udi) Pina Nuzzo - e un netto ritardo storico del nostro Paese nella democrazia paritaria. Con questa campagna - aggiunge la responsabile della piu' antica associazione di donne italiana - non proponiamo solo una legge per le cariche elettive, ma ci prefiggiamo soprattutto di dar finalmente voce alle donne che in questi anni hanno lavorato per far aprire gli occhi a tutti su una realta' italiana desolante, dove la pressoche' totalita' dei luoghi decisionali e' presidiata da uomini". La manifestazione partira' alle ore 14 ed avra' il suo clou in serata con l'annuncio del numero di firme finora raggiunto (la scadenza prevista per la raccolta delle firme e' il 30 novembre) per l'introduzione in Italia della effettiva parita' dei generi e la piena attuazione dell'art. 51 della Costituzione. L'evento sara' seguito in diretta da Ecotv e accompagnato dall'inno musicale "Donne in parola", appositamente composto, scritto e cantato da donne. * In preparazione della manifestazione di sabato 13, martedi' 9 ottobre, alle ore 11,30, presso la sede nazionale dell'Udi si terra' una conferenza stampa sull'andamento della campagna e di presentazione della manifestazione. * Per informazioni e contatti: Campagna "50 e 50 ovunque si decide" promossa dall'Unione Donne in Italia, via dell'Arco di Parma 15, 00186 Roma, tel. 066865884, e-mail: udinazionale at tin.it, siti: www.50e50.it e www.udinazionale.org 3. RIFLESSIONE. RAFFAELLA MENDOLIA: IL PENSIERO DI ALDO CAPITINI (PARTE SECONDA) [Ringraziamo Raffaella Mendolia (per contatti: raffamendo at libero.it) per averci messo a disposizione il seguente estratto dalla sua tesi di laurea su "Aldo Capitini e il Movimento Nonviolento (1990-2002)" sostenuta presso la Facolta' di Scienze politiche dell'Universita' degli studi di Padova nell'anno accademico 2002-2003, relatore il professor Giampietro Berti. Raffaella Mendolia fa parte del comitato di coordinamento del Movimento Nonviolento, ed ha a suo tempo condotto per la sua tesi di laurea una rilevante ricerca sull'accostamento alla nonviolenza in Italia. Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale - ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca - bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti (a cura di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze 2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze 2005; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803, fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche redazione@nonviolenti:org, sito: www.nonviolenti.org] 2. La politica: l'omnicrazia Etimologicamente omnicrazia significa "potere" (dal greco: kratos) di "tutti" (dal latino: omnis). Il tema del "potere" fu studiato da Capitini specialmente negli ultimi anni della sua vita. Lo considerava il "problema" del nostro tempo: ce lo provano i suoi contributi al periodico "Il potere e' di tutti" che curo' dal 1964 al 1968. In realta' l'interesse specifico per l'argomento risale al lontano 1944, all'epoca della costituzione dei C.O.S. (Centri di Orientamento Sociale). La parola "omnicrazia" non compare negli scritti degli anni Trenta e Quaranta, si incontra per la prima volta in uno scritto del 1949, Di un lavoro per la societa' di tutti (17). Tuttavia e' negli anni Sessanta - quando il tema acquista un rilievo centrale nel pensiero e nell'azione di Capitini - che espressioni come omnicrazia, omnicratico, omnicraticamente diventano frequenti soprattutto nei suoi scritti politici e autobiografici ma anche negli scritti filosofici e religiosi (18). L'opera piu' importante sull'argomento e' Omnicrazia, compresa nel volume Il potere di tutti, uscito postumo nel 1969, in cui Capitini approfondisce la ricerca sistematica del nesso tra omnicrazia, realta' di tutti, compresenza, nonviolenza. In essa troviamo una illuminante definizione di "potere", che e' utile a inquadrare la prospettiva capitiniana: "Alcuni sociologi distinguono il 'potere' dalla 'autorita'', nel senso che il primo e' la probabilita' che la volonta' vinca gli ostacoli che incontra, la seconda e' la possibilita' che un gruppo trovi obbedienza per i suoi comandi. Ma noi, che non consideriamo che l'ambito sociale, (...) dobbiamo vedere come il controllo si fa potere entro la societa', o acquista 'autorita''. Usiamo, dunque, il termine in senso generico: il potere come capacita' di realizzare progetti (tra cui proporre norme), con la probabilita' di vedere realizzati i progetti e le norme ubbidite" (19). Nell'idea di omnicrazia giungono a unita' i principali impegni politici di Capitini. Si puo' riconoscere, infatti, una linea di continuita' tra la fondazione dei primi C.O.S., subito dopo la liberazione di Perugia nel 1944, e le discussioni avviate nel nuovo clima di rinnovamento del Sessantotto dal foglio mensile "Il potere e' di tutti", che (sono parole di Capitini) "propugna la democrazia diretta (o omnicrazia, come la chiamo)". Come precisa in Attraverso due terzi di secolo, "il lavoro per i C.O.S., per il pacifismo integrale, per la proprieta' pubblica aperta a tutti e creante continue uguaglianze, non sono che effettuazioni dell'interesse per l'omnicrazia" (20). Egli conia questo termine per sottolineare la necessita' del superamento del concetto di democrazia, che nella prassi aveva denotato gravi difetti: "La democrazia attuale attribuisce alla maggioranza un potere che qualche volta e' eccessivo rispetto ai diritti delle minoranze; fa guerre di Stato contro Stato; conferisce alle Polizie il potere di torturare (come avviene in tutti i Paesi) e molte volte un soverchio intervento nell'ordine pubblico; non e' sufficientemente aperta a cio' che potranno dare o vorranno essere i giovanissimi e i posteri; preferisce strumenti coercitivi e repressivi a strumenti persuasivi ed educativi; si lascia sopraffare dalle burocrazie trascurando il servizio al pubblico anonimo; concentra il potere preferendo l'efficienza al controllo, e finisce col non considerare sufficientemente i mezzi e le loro conseguenze, pur di raggiungere il fine" (21). Il concetto di democrazia implica una tensione all'allargamento del potere a strati sempre piu' ampi della societa', ma non raggiunge mai il completo compimento. Per questa caratteristica, Capitini conia il termine "omnicrazia", di cui la democrazia puo' essere considerata una premessa, "la tappa storica piu' prossima all'avvento di una societa' omnicratica" (22). Essa rappresenta una affermazione, una integrazione, uno sviluppo della democrazia. Su questo argomento, Norberto Bobbio esprime delle perplessita'. Contrario alla concezione capitiniana, afferma che "l'omnicrazia, come governo di tutti rappresenta un ideale-limite" (23). Per lui la democrazia parlamentare, al di la' dei difetti, ha il merito di garantire il rispetto delle regole del gioco tra maggioranza e minoranza e di assicurare elezioni a scadenze prefissate. Inoltre anche nel piu' perfetto dei regimi democratici non e' concepibile l'attribuzione del potere decisionale all'intera comunita', stante almeno il limite della maggiore eta'. Nella societa' capitiniana invece ciascuno, compresi i bambini, i malati di mente, gli esclusi, puo' essere protagonista della vita politica e contribuire alla trasformazione radicale della societa', edificando la realta' di tutti. Questa concezione, nonostante appaia utopistica, trova fondamento nella filosofia capitiniana, realizzando il caratteristico intreccio tra approfondimento teorico e riferimento alla realta' concreta tipico del pensatore perugino. Il concetto di "tutti" ha un ruolo chiave nel pensiero dell'umbro, innanzitutto perche' e' servito ad aprire la strada ad ogni ampliamento dei diritti dell'uomo avvenuto nella storia, fino alla concezione contemporanea della democrazia (24). Attraverso l'aspirazione capitiniana a una societa' omnicratica, questo concetto giunge ora alla massima estensione. Pietro Polito, studioso delle origini del pensiero capitiniano, afferma in proposito: "Schematicamente possiamo dire che la considerazione filosofica dei tutti si esprime nella realta' dei tutti, la considerazione religiosa nella compresenza, quella politica nella omnicrazia. I tre modi di considerare i tutti si configurano come diversi aspetti di un'analoga sfida" (25). Indispensabile alla realizzazione dell'omnicrazia e' partire da una posizione nonviolenta. La nonviolenza fornisce gli strumenti per rifiutare i mezzi tradizionali del mantenimento del potere: coercizione, polizia, carceri. Ad esse si sostituiscono metodi nuovi, fondati sull'educazione e la persuasione, la testimonianza esemplare, il sacrificio. Cio' vale a dire che l'osservanza delle leggi e' rimandata alla coscienza dei cittadini, che, secondo l'autore umbro, e' fondamentalmente buona (26). L'omnicrazia si ricollega al concetto di compresenza in due modi. L'aspirazione dell'umanita' a superare il dolore e la sofferenza, verso una definitiva liberazione da essi, fa si' che anche nella vita sociale si superi la ricerca dell'interesse personale per favorire piuttosto il benessere collettivo. Cio' vuol dire in pratica che le norme, se si rifanno a valori della realta' di tutti, hanno piu' possibilita' di ottenere il consenso della maggioranza ed essere quindi rispettate. Cio' conferisce loro un potere. L'altro modo si riferisce all'importanza dell'ordine sociale: il nonviolento, se si puo' opporre alle istituzioni che opprimono e usano la violenza per mantenere il proprio potere, puo' comunque utilizzare e sviluppare quelle altre strutture, come gli enti locali, poste per mantenere la civile convivenza dei cittadini, perche' sono utili alla partecipazione di tutti alla vita pubblica (27). Cio' produce un forte senso di solidarieta' e apre la via ad una nuova rivoluzione operata dal basso: "La solidarieta' aperta e il sacrificio resistente conferiscono un potere a tutti, danno cioe' una capacit‡ di influire, di presentare efficacemente la propria volonta', di essere, sia pure inizialmente in piccolo, ascoltati e fors'anche obbediti" (28). L'arma efficacissima che ognuno, uomini, donne, giovani, deboli, possiede e che deve essere utilizzata nel migliore dei modi, e' la noncollaborazione. Accordando o meno la propria collaborazione al sistema, ogni individuo esprime il suo consenso o dissenso ad esso, e partecipa al suo mantenimento o alla sua caduta: il consenso delle masse e' essenziale per la conservazione del potere da parte di qualsiasi regime. Lo stesso regime fascista non avrebbe potuto radicarsi in Italia se non fosse riuscito a ottenere l'appoggio della popolazione, cosa che Capitini afferma essere stata resa possibile a causa dell'appoggio prestato dalla Chiesa. Su questa analisi Capitini formula la teoria delle due fasi del potere, che si sostituisce alla teoria tradizionale della conquista violenta del potere: contro la visione secondo cui solamente lo Stato e' in grado di governare gli uomini per natura violenti, propone una prima fase di potere senza governo. In essa operano i piccoli gruppi dal basso stabilendo una progressiva solidarieta' tra i membri, mentre i centri sociali svolgono solo la funzione di critica e di controllo sugli atti amministrativi. Questa assicurera' le basi per lo sviluppo dell'omnicrazia, in cui i centri sociali acquisteranno una sempre maggiore capacita' di progettazione e gestione fino alla realizzazione della fase successiva: l'autogoverno. I principali nemici della rivoluzione nonviolenta sono esercito e burocrazia. Il primo e' lo strumento di esercizio del potere assoluto, e va sostituito con l'addestramento di tutti alla nonviolenza; la seconda sostiene la distribuzione disuguale del potere mantenendo il controllo delle informazioni, e per superarla e' necessaria la massima democratizzazione nell'accesso ai posti di comando e una costante liberta' di informazione e di critica. Con l'abbattimento dei piu' importanti apparati statali operato dalla visione capitiniana, c'e' da chiedersi se lo Stato stesso mantenga la sua funzione. Dice esplicitamente Capitini: "Per far deperire lo stato com'e' ora dobbiamo lavorare nel margine che c'e' e allargarlo sempre piu' con forme di autonomia collettiva, di organismi federati, di un socialismo dal basso, di assemblee popolari di controllo, di critica, di opposizione e nuova costruzione. Si delinea cosi', di contro al neocapitalismo, un neosocialismo (o neocomunismo, o neomarxismo), che e' la nostra rivoluzione aperta nonviolenta: essa mantiene la tensione rivoluzionaria che potrebbe attenuarsi nell'orientamento al benessere sostenuto da Krusciov; e' un'aggiunta, necessaria, per salvare i motivi di dissenso dell'attuale societa', anche nella sua evoluzione; e' il modo piu' serio per fronteggiare (insegnandogli qualche cosa e compenetrandolo) l'inarticolato comunismo violento dei cinesi; e' la via verso la nuova prospettiva religiosa della compresenza, che andra' oltre le forme tradizionali religiose, perche' l'apertura nonviolenta al tu-tutti e' l'asse su cui puo' essere collocata la vita religiosa in tutto il mondo" (29). Effettivamente l'impianto teorico capitiniano, fondato sulla concezione di una nuova religione, pare esaltare la capacita' dell'individuo di perseguire il bene senza ulteriori strumenti che la propria volonta'. In politica allora non saranno piu' necessari i partiti se la partecipazione attiva dei cittadini alle discussioni e alle decisioni sui problemi collettivi sara' assicurata attraverso i centri sociali; e la chiesa istituzionale perdera' il suo ruolo se ognuno vivra' intimamente il rapporto con il divino attraverso la fede. Di conseguenza anche lo stato regolatore dei conflitti, in quanto detentore della forza legittima, verra' meno, sostituito dalla societa' nonviolenta. Riferendo nuovamente il pensiero di Bobbio, si puo' constatare che da questo punto di vista la nonviolenza non si discosta molto dalla teoria marxista e da quella anarchica: tutte puntano al deperimento dello stato, cio' che cambia e' il modo di raggiungere questo fine. Gli anarchici mirano alla distruzione violenta dello stato, i marxisti prevedono la sua graduale e naturale estinzione. La dottrina nonviolenta si distingue da entrambe non solo nel rifiuto della violenza, ma anche nell'affermazione che la nuova societa' e' opera della volonta' cosciente degli uomini (30). La rinuncia alla violenza diventa allora non una caratteristica del religioso, che porta inevitabilmente fuori della vita politica, ma un nuovo strumento di essa, che, legandosi ad un progetto costruttivo, serve al progresso della societa'. La nuova societa' deve essere dinamica, oggetto di un rinnovamento continuo, capace di integrare interessi individuali e giustizia sociale. Tale visione supera l'individualismo imperante nella societa' moderna e propone di concepire la partecipazione alla politica come produzione collettiva di valori. Cio' puo' avvenire solo attraverso la moltiplicazione di assemblee aperte a tutti, sul modello del "centro". "I Centri sono la forma istituzionale della nuova vita religiosa e sociale. Centro puo' essere una persona sola o un gruppo che sta al livello del 'basso', associandosi continuamente ad esso e, nello stesso tempo, attuando il metodo nonviolento" (31). Nella nozione capitiniana di centro si riuniscono politica e religione, perche' il centro e' lo strumento della rivoluzione omnicratica che fa nascere un uomo nuovo e una nuova societa'. Se da un lato funge da aggiunta alle istituzioni nella rappresentanza delle istanze dei cittadini, partendo dal basso, esso si apre ad un orizzonte piu' vasto, quello della compresenza. In essa l'insieme dei viventi giunge all'unita', mentre l'individuo e' solo una parte che contribuisce alla realta' in funzione dell'esistenza degli altri: anche quando il singolo perisce, la societa' continua ad esistere. Nell'assemblea, nella sua apertura a tutti, nella considerazione degli assenti, nell'ideale superiore che incarna, la compresenza e' sempre presente. Il centro prepara all'esercizio effettivo del potere di tutti: insegna e diffonde il metodo e le tecniche della nonviolenza; opera per dare la piu' corretta e completa informazione su tutti i fatti e su tutti i problemi; acquisisce e propone nuove questioni, attuando il progetto dell'educazione permanente. Cio' significa anche contribuire a modificare l'opinione pubblica, che "rende facile o difficile sia il comando che l'obbedienza" (32). Essa e' fondamentale per Capitini, il quale ritiene che: "La prima responsabilita' di ogni ente e' davanti al pubblico anonimo, e davanti a questo l'ente deve parlare e ascoltare, giustificando i propri provvedimenti in una determinata situazione e ascoltando suggerimenti e proposte" (33). Da questo imperativo egli fa discendere alcuni ulteriori dettami di grande importanza per la rivoluzione omnicratica: limitare l'esercizio del potere nel tempo e assicurare la revoca dei rappresentanti; distribuire in vari livelli le sedi decisionali e i controlli; indire periodicamente riunioni ad ogni livello; informare l'opinione pubblica e recepire le sue istanze. Al fine di favorire il potenziamento dell'opinione pubblica e' inoltre prioritaria la difesa della liberta' di espressione, informazione e controllo. Tali indicazioni si rivelano di grande attualita' anche per la situazione politica attuale, e sono state riprese in diverse occasioni da diverse correnti. * 3. La religione: l'apertura religiosa Il problema religioso funge da catalizzatore dei pensieri e delle energie di Capitini, indirizza i suoi studi, differenzia la sua produzione letteraria, lo porta a una numerosa serie di iniziative: la promozione di convegni e tavole rotonde; la fondazione, assieme a Ferdinando Tartaglia, del Movimento di Religione, poi Movimento per la Riforma Religiosa; la costituzione nel 1952 dei C.O.R. (Centri di Orientamento Religioso). Tutte queste iniziative non raggiungono mai un riconoscimento istituzionale, ma vengono seguite da moltissime persone che accolgono Capitini come un riferimento. D'altra parte la mancanza di strutture organizzative e' coerente all'idea capitiniana di "centro aperto" e conferma il ruolo dell'autore umbro come semplice "persuaso religioso" (34). La dimensione religiosa e' il terreno privilegiato di indagine per Capitini, ma il suo concetto di religione e' assolutamente originale, non intendendo fondare una nuova religione, nel senso tradizionale del termine, bensi' indicare un nuovo orientamento di coscienza. Scrive ne Il potere di tutti: "... non si tratta di correggere delle religioni insufficienti, e poi continuino come prima l'umanita', la societa', la realta'; ma si tratta di riformare la religione per aprirci e prepararci ad una umanita', societa', realta', trasformate, rinnovate, liberate effettivamente, concretamente" (35). Capitini intende stimolare l'uomo moderno a rinnovarsi, abbandonando i falsi miti del benessere e del potere, per dare nuova forma ai rapporti personali, ma anche collettivi, in vista di quella liberazione che non rimanda ad un futuro piu' o meno lontano, ma deve iniziare subito, qui ed ora. La liberazione auspicata e' qualitativamente diversa dal mutamento politico e sociale: essa vuol dire "tramutazione", trasformazione profonda che solo la religione puo' operare. Infatti mentre cio' che le ideologie propongono, nei mezzi e nel fine, appartiene comunque ad un orizzonte terreno, la religione "aggiunge" la prassi per i valori e, mediante questa, la speranza di poter incidere non solo sulla struttura politica ed economica, ma sull'assetto naturale. Da tale contesto si evince che la liberazione e' il risultato dell'impegno concreto dell'uomo. Capitini propone un nuovo modo di essere religiosi che diventa la premessa per la rivoluzione strutturale capace di realizzare l'uomo spiritualmente e moralmente, e di liberarlo dall'oppressione generata dai rapporti sociali ed economici. Il punto di partenza della sua riflessione e' naturalmente l'uomo: egli guarda le vicende del mondo da un punto di vista specifico, quello dei deboli, dei sofferenti, degli emarginati, di coloro insomma che non sembrano avere speranze. Invece anche in loro Capitini riconosce "qualche cosa di piu' di cio' che si vede ordinariamente: una interiorita', una capacita' di dare e di fare, (...) una forza di miglioramento e di rinnovamento, di integrazione di cio' che gia' e', di partecipazione con gli altri" (36). In loro nome il libero religioso si ribella ad una realta' esterna sentita come prevaricatrice ed ingiusta, che minaccia costantemente il singolo. La sua risposta non e' comunque la rassegnazione o la disperazione, ma la resistenza e la volonta' di cambiamento. Dal rifiuto della situazione circostante si puo' trovare la disponibilita' a trovare una soluzione nuova, attraverso quell'atteggiamento che Capitini definisce di "apertura". E' utile soffermarsi brevemente su questo concetto. Apertura e' essenzialmente disponibilita' a vedere oltre, a non chiudere gli esseri e la realta' entro schemi fissi e immodificabili, ma prestare attenzione agli altri e insieme imparare a rapportarsi ad una nuova realta', diversa da quella empirica, di liberazione dal male, dal dolore, dalla morte. In questo senso la religione e' apertura agli altri e contemporaneamente alla realta' liberata (37). In una concezione cosi' impostata, la religione, in quanto rifiuto di adeguarsi alle regole del mondo cosi' com'e', diventa strumento ed esempio di dissenso, di contestazione e si costituisce come dimensione dell'opposizione sia in campo politico-sociale che educativo. Rispetto alla religione cattolica tradizionale si comprende facilmente la critica capitiniana. La sua polemica e' severa e continua ma si possono individuare due ordini di ragioni. Da una parte vi sono motivi di carattere prettamente teologico, che contestano la concezione di Dio proposta dal cattolicesimo, dall'altra il rifiuto del ruolo politico e sociale svolto dalla Chiesa, definito "di sostegno controriformista alle forze conservatrici". Capitini e' convinto che i due aspetti siano inscindibili, cioe' che l'organizzazione centralistica e burocratica, oltre all'apparato dogmatico assunti dalla Chiesa cattolica nei secoli, siano elementi intrinseci al suo messaggio, al modo stesso in cui si pensa Dio, onnipotente, imperscrutabile, giudice. Pur assumendo il concetto positivo della tensione verso l'assoluto, egli rifiuta la concezione trascendente che separa nettamente vita terrena ed ultraterrena e rinvia il problema della sofferenza e della morte ad un futuro lontano. Allo stesso modo respinge l'idea della necessita' di una istituzione di intermediazione tra Dio e fedele. La sua proposta si basa sul recupero del valore di un assoluto calato dentro il mondo del molteplice, ma che mantenga la tensione dell'attuazione di questo assoluto, non identificato col naturale ma presente in esso a fondarne una prospettiva superiore. Capitini insomma vorrebbe superare l'antitesi teismo-ateismo, postulando un'immanenza che non esclude ma include Dio: il dualismo che egli afferma non e' tra due realta' distinte ed incomunicabili, Dio e l'uomo, ma tra realta' fenomenica insufficiente e realta' morale, cui ognuno partecipa, nella realta' di tutti. Il concetto della realta' di tutti vorrebbe indicare dunque non solo la possibilita' della vita morale che esiste in ognuno, ma anche il fatto che gli esseri viventi sono uniti in essa, e percio' non puo' appartenere all'individuo, ma e' collettiva, meglio: "corale". Di conseguenza "il valore non e' prodotto da un individuo durante la sua breve esistenza, ma da un intimo che e' la presenza eterna di tutti" (38). L'uomo viene sottratto ai limiti della fisicita' e della necessita', in quanto partecipe a una dimensione spirituale e metafenomenica piu' ampia, che comprende anche i morti. La "realta' di tutti" diventa "compresenza dei morti e dei viventi". La concezione di Dio si ricollega a tale visione: la realta' di tutti e' il luogo di Dio. L'itinerario verso la compresenza e' anche l'itinerario verso Dio. Dio, in una concezione di religione aperta, vive a contatto dei valori e dei soggetti, risiede nell'insieme dei soggetti tesi alla creazione dei valori. Implicazione necessaria e' che Dio e' conoscibile soltanto attraverso l'adesione interiore ad una legge morale, attraverso la persuasione. La dimensione spirituale si afferma con i caratteri della assoluta liberta'; la religione aperta si radica nella coscienza di ognuno, che e' l'unica legittima fonte della legge e dell'agire. * 4. La filosofia: la compresenza Troviamo le prime riflessioni filosofiche di Capitini in Elementi di un'esperienza religiosa, pubblicato nel 1937. Altri spunti filosofici sono rintracciabili negli altri saggi della tetralogia del periodo fascista (39). Soltanto nel 1947 usci' il primo libro schiettamente filosofico: Saggio sul soggetto della storia. Ne Il fanciullo nella liberazione dell'uomo (1953) Capitini si confronta con alcune correnti filosofiche degli ultimi secoli: idealismo, attualismo, storicismo, esistenzialismo e pragmatismo, cercando non di demolirle ma di individuarne i limiti per poi superarli attraverso la sua originale filosofia. Ma e' ne La compresenza dei morti e dei viventi (1966) che la sua concezione viene esposta compiutamente per la prima volta. Dalla filosofia platonico-aristotelica a quelle immanentistiche si e' sempre rimasti nello staticismo dell'Uno-Tutto. Capitini costituisce, invece, un punto di rottura in campo filosofico con il passaggio all'Uno-Tutti, che da' luogo alla compresenza (40). Secondo Fabrizio Truini la compresenza si puo' definire la filosofia della nonviolenza (41). Essa sostiene che arrivera' un tempo in cui l'uomo sara' liberato per sempre dalla sofferenza e dall'oppressione. Questa speranza si concretizza nella compresenza dei morti e dei viventi. Nella tensione morale dei viventi si realizza l'unita' di ogni forma di vita apparsa nella realta', in ogni tempo. Qui si riflette la concezione capitiniana del Tu-Tutti, che e' apertura intersoggettiva universale. La compresenza non e' tanto una teoria ma una pratica, una "ipotesi di lavoro" (42) attraverso la quale si pone l'esigenza di una realta' diversa che si realizza nella nonviolenza: "La compresenza si vive nella prassi della nonviolenza; perche' la compresenza e' in atto, e' eterna perche' crescente" (43). Essa e' impegno a vivere i valori, a vivere la liberazione dal dolore e dalla morte, a partire dal presente. Insistendo sul carattere pratico della compresenza, Capitini riesce a rendere inconsistenti le accuse di misticismo ed astrattezza a lui piu' volte rivolte da chi aveva avuto un approccio solo superficiale al suo lavoro. Si puo' dire infatti che e' proprio nel costante richiamo all'iniziativa pratica come momento di ricerca della verita' religiosa che risiede la differenza tra il pensatore umbro e i tanti ritorni al religioso determinati dalla stanchezza e dalla delusione per le esperienze del mondo. Alla base del metodo nonviolento Capitini colloca l'atto del tu, che ha una connotazione fortemente sociale, perche' non e' un tu di scelta e di preferenza, ma tende alla totalita' dei viventi. Dare il tu comporta la capacita' della persona di porsi al posto dell'altro. La comunicazione stessa e' fondata sulla immedesimazione nel ruolo dell'altro, nell'interiorizzazione dell'altro generalizzato (Mead). Il progetto della "compresenza" include per Capitini le caratteristiche di una realta' migliore, in contrapposizione continua e polemica a quelle della natura: la compresenza diventa paradigma della "realta' liberata" e alternativa che l'uomo e' chiamato a costruire, esempio di cio' che dovrebbe essere e ancora non e'. La speranza in una realta' migliore che muove l'individuo e' gia' un inizio per la realizzazione effettiva di essa. Postulando una "compresenza" di tutti alla produzione di valore, si stabilisce un'unita', ma anche un'uguaglianza reale e indiscutibile tra gli esseri, nessuno escluso. Essa segue la logica del dono, della gratuita', e si accresce continuamente, attraverso "aggiunte", di nuovi esseri e di nuovi atti di valore, in un incremento infinito "che non prende il posto di nessuna morte" (44). La legge della dialettica per aggiunta, o piu' semplicemente la legge dell'"aggiunta", viene contrapposta da Capitini alla dialettica per negazione: mentre quest'ultima regola i fenomeni fisici, la legge dell'aggiunta riguarda le persone, il rapporto tra esseri viventi. "La dialettica hegeliana che era della vita e degli eventi prodotti e superati nella storia stessa, si apre per far posto ad altro. Non c'e' soltanto la lotta e l'affermazione secondo potenza, ma c'e' l'incremento dell'amore" (45). Se la dialettica, come e' stata intesa da Hegel in poi, serve a spiegare il modo di procedere del reale, ma non a trasformarlo, la legge dell'"aggiunta" permette di trasformare la realta', perche' aggiunge qualcosa che prima non c'era. La filosofia che si esplica nella nonviolenza e' la filosofia del "fare il bene con il bene", che implica il divieto di resistere usando mezzi violenti e obbliga a considerare il prossimo con benevolenza. Da questa conseguono alcuni principi base. L'uomo nonviolento e' concepito come naturalmente propenso al bene e per questo capace di sforzarsi per escludere dalla sua condotta comportamenti causati dall'abitudine alla violenza del mondo. Il peccato deve essere separato dal peccatore in modo da poter agire insieme contro l'atto violento, non contro la persona. La sconfitta finale della violenza e' fiduciosamente data per certa e diventa inevitabile risultato di una prassi nonviolenta correttamente e pazientemente attuata. I valori da perseguire in tale prospettiva di liberazione dal male sono il Vero, il Giusto, il Buono e il Bello. Capitini mutua tali categorie direttamente dalla filosofia crociana, ma ne capovolge l'ordine di importanza: se Croce dava maggior rilievo alla Verita' della conoscenza storico-scientifica e al Bello espresso nell'arte, Capitini colloca il Vero ed il Giusto ad un livello inferiore, iniziale, rispetto ai valori piu' alti del Bello e del Bene. I primi danno una direzione morale e politica, ma risentono della limitatezza della realta' storica. Al contrario il Bene e il Bello sono i valori per eccellenza, in quanto rimandano alla contemplazione, all'ideale della realta' di tutti. Un'ultima considerazione: se per filosofia s'intende non soltanto il sistema (che Capitini non ebbe e non si sforzo' di avere) ma una visione del mondo, per capire quella capitiniana occorre entrare dentro la sua esperienza, cogliere le fonti vitali del suo pensiero. Egli stesso disse: "Se la cultura mi giovo'..., sono certo che anche senza cultura sarei arrivato ai punti essenziali della mia persuasione religiosa... sapere della guerra, conoscere direttamente il dolore e insistentemente, soffrire l'esaurimento, l'insonnia, la fragilita' fisica, sperimentare il male morale, non accettare la violenza, interessarsi ai singoli, vivere in poverta', tendere ad associarsi per lottare politicamente, sono cose che possono essere anche in una persona senza speciale cultura, e loro mi hanno condotto ad una vita religiosa" (46). * Note 17. P. Polito, L'eresia di Aldo Capitini, cit., p. 125. 18. P. Polito, L'eresia di Aldo Capitini, cit., p. 127. 19. A. Capitini, Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze 1969, p. 128. 20. P. Polito, L'eresia di Aldo Capitini, cit., p. 135. 21. A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 59. 22. P. Polito, L'eresia di Aldo Capitini, cit., p. 129. 23. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1984, p. 5. 24. A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 59. 25. P. Polito, L'eresia di Aldo Capitini, cit., p. 130. 26. A. Capitini, Il potere di tutti, cit.. p. 76. 27. A. Capitini, Il potere di tutti, cit., pp. 128-129. 28. A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 87. 29. AA. VV., Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977, pp. 257-258. 30. N. Bobbio, Il terzo assente, Edizioni Sonda, Torino 1989, pp. 152-154. 31. A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 411. 32. A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 92. 33. A. Capitini, Il potere di tutti, cit., p. 92. 34. G. Cacioppo (a cura di), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977, p. 25. 35. A. Capitini, Il potere e' di tutti, cit., p. 331. 36. A. Capitini, Il potere e' di tutti, cit., p. 442. 37. vedi A. Capitini, Il potere e' di tutti, cit., pp. 197-200. 38. A. Capitini, La realta' di tutti, Celebes, Trapani 1965, p. 77. 39. Essi sono Vita religiosa (1942), Atti della presenza aperta (1943), La realta' di tutti (1948). 40. N. Martelli, Aldo Capitini, profilo di un intellettuale militante, Lacaita, Manduria 1993, p. 31. 41. F. Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1989, pp. 137- 157. 42. vedi A. Capitini, Attraverso due terzi di secolo, autobiografia di Aldo Capitini, Perugia, 16 agosto 1968. 43. A. Capitini, La nonviolenza oggi, Edizioni di Comunita', Milano 1962, p. 122. 44. A. Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano 1966, p. 19. 45. AA. VV., Il messaggio di Aldo Capitini, cit., p. 191. 46. A. Capitini, Religione aperta, Neri Pozza, Vicenza 1964, p. 12. (Parte seconda - segue) ============================== NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE ============================== Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino" Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it Numero 130 del 5 ottobre 2007 Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su: nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe Per non riceverlo piu': nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe In alternativa e' possibile andare sulla pagina web http://web.peacelink.it/mailing_admin.html quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su "subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione). 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