La domenica della nonviolenza. 113



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 113 del 27 maggio 2007

In questo numero:
1. Alcuni ulteriori recenti interventi di Umberto Santino
2. Umberto Santino: I pregiudicati nell'Antimafia
3. Umberto Santino: Una pagina di storia reale che puo' darci qualche
indicazione per l'oggi
4. Umberto Santino: Teppisti, collusi e buone intenzioni

1. EDITORIALE. ALCUNI ULTERIORI RECENTI INTERVENTI DI UMBERTO SANTINO
[Umberto Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e' uno dei militanti democratici
piu' impegnati contro la mafia ed i suoi complici. E' uno dei massimi
studiosi a livello internazionale di questioni concernenti i poteri
criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e
criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura di), L'antimafia
difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza programmata. Omicidi e
guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi, Franco Angeli, Milano
1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia
agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio Chinnici, Umberto
Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote. Processi per omicidio
a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli, Milano 1992 (seconda
edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro la droga. Economie di
sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia mafiosa, Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia come soggetto
politico, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Casa Europa. Contro le mafie, per l'ambiente, per lo sviluppo, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia
interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti nella lotta contro la mafia e per la
democrazia dal 1893 al 1994, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1995; La democrazia bloccata. La strage di Portella
della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1997; Oltre la legalita'. Appunti per un programma di lavoro in
terra di mafie, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato",
Palermo 1997; L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di
Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli
1997; Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e
il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino,
Soveria Mannelli 2000; Dalla mafia alle mafie, Rubbettino, Soveria Mannelli
2006; Mafie e globalizzazione, Di Girolamo Editore, Trapani 2007. Su Umberto
Santino cfr. la bibliografia ragionata "Contro la mafia. Una breve rassegna
di alcuni lavori di Umberto Santino" apparsa su "La nonviolenza e' in
cammino" nei nn. 931-934]

Come gia' nel precedente numero de "La domenica della nonviolenza",
proponiamo alcuni ulteriori recenti interventi di Umberto Santino, persuasi
come siamo che le sue riflessioni e proposte costituiscano contributi di
grande valore all'impegno antimafia, un impegno che sentiamo come decisivo
dovere di tutti.

2. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: I PREGIUDICATI NELL'ANTIMAFIA
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento dell'8 dicembre 2006]

La costituzione della nuova Commissione parlamentare antimafia e' stata
accompagnata da prese di posizione e commenti che hanno posto problemi che
non possono essere ignorati.
Molti hanno contestato che ne facciano parte personaggi condannati con
sentenza definitiva, e questo e' gia' di per se' un nodo non secondario, ma
si pone un interrogativo di fondo: a che serve la Commissione?
Com'e' noto, due parlamentari, la Napoli di Alleanza nazionale e Licandro
dei Comunisti italiani, chiedevano che dalla Commissione fossero esclusi
deputati e senatori che avessero avuto condanne o fossero inquisiti. La
proposta e' stata bocciata e della Commissione ora fanno parte, tra gli
altri, Cirino Pomicino condannato per finanziamento illecito e corruzione, e
Alfredo Vito condannato per corruzione. Le giustificazioni che sono state
addotte da chi ha votato contro, tra cui l'attuale presidente della
Commissione, e' che una volta eletti il mandato parlamentare non puo' non
essere pieno e che le responsabilita' sarebbero, come si usa dire, "a
monte". Cioe': i partiti avrebbero dovuto accogliere l'appello, fatto anche
dall'attuale superprocuratore antimafia, a non candidare personaggi sotto
inchiesta o condannati. Dato che i partiti li hanno candidati e gli elettori
hanno condiviso le scelte dei partiti (come si ricordera', alle ultime
elezioni le liste erano bloccate e chi doveva essere eletto era stato deciso
prima nelle segreterie di partito), non c'e' niente da fare: il mandato
parlamentare e' sacro e inviolabile.
Siamo, come si vede, in piena teoria-e-prassi ipergarantista, non nuova nel
nostro Paese, che ha "digerito" nefandezze intollerabili, come l'impunita'
di stragisti e, per lunghissimi anni, di mafiosi, e a cui si sono convertiti
anche alcuni epigoni del comunismo nostrano che pero' non hanno avuto nulla
da ridire, ne' prima ne' ora, sulla pena di morte a cui si e' fatto ricorso
a piene mani nei "paradisi proletari". Qualche tempo fa ho scritto per una
rivista della superstite "area marxista" un articolo in cui sostenevo che la
proposta di Rifondazione di abolire l'ergastolo potesse essere condivisa, ma
che quella pena dovesse rimanere per gli stragisti e i mafiosi pluriomicidi,
e a chi voleva dare un colpo di forbice a queste affermazioni ho risposto
invitando l'aspirante censore a inviare una letterina al "compagno" Fidel
Castro chiedendogli di abolire la pena di morte, impiegata anche, o
soprattutto, contro i suoi avversari politici. Inutile dire che da allora si
sono interrotti i rapporti.
Ritornando alla Commissione antimafia, si poteva, anzi si doveva, in sede di
votazione, accogliere quella proposta, quantomeno per dare un segnale.
Invece si e' dato un segnale in senso contrario, in continuita' con una
linea abituale, ma non da molto. Nel 1972, per la presenza in Commissione
del democristiano Giovanni Matta, che non era ne' condannato ne' sotto
processo, ma era stato soltanto ascoltato dalla precedente Commissione come
testimone, in quanto assessore ai Lavori pubblici al Comune di Palermo ai
tempi di Lima e Ciancimino, i commissari, ad eccezione dei missini, si
dimisero e la Commissione fu sciolta. Altri tempi.
Il riferimento ai partiti che avrebbero dovuto, ma non hanno voluto,
selezionare i candidati, si fonda su un'espressione che circola ormai da
parecchi anni. Dal 1993, data di una relazione della Commissione su mafia e
politica, approvata con larga maggioranza, in omaggio al clima del
dopostragi in cui tutti, o quasi, fingono di essere antimafiosi e si
professano amici dei personaggi stroncati dal tritolo mafioso che avevano
tenacemente avversato in vita, si parla di "responsabilita' politica".
Accanto alla responsabilita' accertata in sede giudiziaria, ci sarebbe una
responsabilita' non ancorata alla commissione di reati ma che poggia su dati
che mostrerebbero che ci sono stati e ci sono rapporti di politici e
rappresentanti delle istituzioni con mafiosi e dintorni.
Bene, e' tempo di finirla di prenderci in giro. La responsabilita' politica
senza nessun tipo di sanzione, affidata all'autoregolazione dei partiti, che
si guardano bene dall'autoregolarsi, e' una scatola vuota. Se si vuole
riempire quel vuoto bisogna, tassativamente, disporre sanzioni efficaci e
definite. In un Paese con un livello di morale pubblica cosi' basso si
dovrebbe almeno dare una dimensione politica a responsabilita' accertate o
in via di accertamento in sede giudiziaria. Per esempio: la sospensione da
ogni carica politica e istituzionale per chi e' indagato o sotto processo:
l'incandidabilita', prima ancora dell'ineleggibilita', di chi e' stato
condannato, anche non definitivamente. Se non si ha il coraggio di fare
queste scelte, si inchioda il nostro Paese a un'immagine che il
berlusconismo ha codificato come "legalizzazione dell'illegalita'" e che
molti altri hanno avallato e continuano ad avallare, con i loro atti di fede
in un garantismo fuori luogo.
Al di la' della composizione che certamente gravera' sull'attivita' della
Commissione, ci si chiede: a che serve la Commissione antimafia cosi' com'e'
e come e' stata negli ultimi anni? Puo' essere utile, a quali condizioni?
Quel che e' certo e' che la ricerca di unanimismi, la formazione di comitati
paralizzati sul nascere, le audizioni in giro per l'Italia, inseguendo le
ultime emergenze, i consulenti lottizzati, fanno parte di un rituale che
sarebbe bene archiviare.
La Commissione potrebbe essere utile se venissero definiti con precisione i
suoi compiti. Essa dovrebbe fare quello che organi investigativi e
giudiziari non fanno e non possono fare: dare un quadro complessivo delle
attivita' e del ruolo delle organizzazioni criminali e soprattutto sul loro
sistema di relazioni con il contesto sociale e istituzionale (quello che si
era cominciato a fare con la relazione sul depistaggio delle indagini per il
delitto Impastato, individuando le responsabilita' di rappresentanti di
forze dell'ordine e della magistratura, ma che si e' fermato li'). Lo
strumento potrebbe essere un rapporto annuale, che registri le varie voci
presenti nel Parlamento e attivi la collaborazione della societa' civile
organizzata. Ma qui si incrociano due circuiti viziosi: il primo e' quello
istituzionale afflitto da mali organici: la mediazione di infimo profilo,
l'incompetenza e gli interessi di bottega, con un centrosinistra che non
considera la lotta alle mafie una priorita' (e non per caso i proclami dei
governanti in visita a Napoli suonano come i ballabili delle orchestrine a
bordo del Titanic); il secondo e' quello di centri studi e associazioni poco
propensi allo studio e all'elaborazione di progetti, dediti a liturgie e
retoriche e finanziati in modo clientelare. In queste condizioni non e' solo
la Commissione parlamentare ad essere un ente inutile se non dannoso, ma e'
buona parte dell'antimafia che e' tale piu' per autodefinizione che
effettivamente.
Certo, non mancano altre voci, di studiosi, di comitati e associazioni
realmente e proficuamente impegnati, ma sono minoranze che potranno contare
solo se sapranno parlare con la necessaria chiarezza e scontrarsi tutte le
volte che e' necessario farlo. La lotta alle mafie e alle diffuse
complicita' non e' mai stata e non puo' essere indolore.

3. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: UNA PAGINA DI STORIA REALE CHE PUO' DARCI
QUALCHE INDICAZIONE PER L'OGGI
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento gia' pubblicato parzialmente nell'edizione palermitana
del quotidiano "La Repubblica" del 9 gennaio 2007, e nel sito presentato col
titolo "Sciascia, ovvero: la religione del garantismo".
Leonardo Sciascia, scrittore italiano (1921-1989) fortemente impegnato nella
difesa della dignita' della persona, nella denuncia dei poteri criminali e
dei crimini di tutti i poteri. Autentico illuminista, nel suo impegno civile
e' stato spesso un energico polemista (come a tutti i polemisti gli e'
accaduto talvolta di eccedere, di essere strumentalizzato, di sbagliare).
Opere di Leonardo Sciascia: tutte le opere sono state ripubblicate in tre
volumi di Opere (a cura di Claude Ambroise) da Bompiani; ma si vedano anche
alcuni libri-intervista e alcuni ulteriori volumi di materiali vari
(interventi parlamentari, risvolti editoriali, etc.). Opere su Leonardo
Sciascia: nell'immensa bibliografia sciasciana segnaliamo almeno le seguenti
opere particolarmente utili: un'agile monografia introduttiva e' quella di
Claude Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, Milano 1974, 1988;
un fine saggio critico complessivo e' quello Massimo Onofri, Storia di
Sciascia, Laterza, Roma-Bari 1994, 2004; un'accurata biografia e' quella di
Matteo Collura, Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia,
Longanesi, Milano 1996, Tea, Milano 2000.
Nando dalla Chiesa e' nato a Firenze nel 1949, sociologo, docente
universitario, parlamentare, attualmente sottosegretario del governo in
carica; e' stato uno dei promotori e punti di riferimento del movimento
antimafia negli anni ottanta; e' persona di straordinaria limpidezza morale.
Dal sito www.nandodallachiesa.it riprendiamo anche questa breve
autopresentazione di Nando dalla Chiesa: "Chi sono? Uno che ama impegnarsi,
specialmente se sono in gioco la liberta' e la giustizia. Ma anche la
decenza mentale e morale. Insomma, mi piace la democrazia e ho cercato di
darmi da fare per lei in tanti modi, anche se non ho ancora capito se lei me
ne sia grata. Ora sono senatore ma domani non lo saro' piu'. Sono della
Margherita ma sono soprattutto un ulivista convinto, praticamente un fan del
partito democratico che si vorrebbe fare. Il mestiere, dite. Gia', sono un
sociologo dell'economia, laureato in Bocconi e insegno la mia materia a
Scienze Politiche di Milano (ma per ora sono in aspettativa). Scrivo libri
(fino a oggi una ventina) e collaboro con diversi giornali. In particolare
mi onoro di essere tra gli editorialisti dell'Unita' di Furio Colombo e
Antonio Padellaro. Da qualche tempo sono anche editore. Ho fondato una casa
editrice che non e' nemmeno piu' solo una promessa e che si chiama Melampo.
Soci d'avventura, Lillo Garlisi e Jimmy Carocchi, miei allievi bocconiani
arrivati al successo nell'editoria per i fatti loro. Faccio pure del teatro.
O meglio, a tanto mi ha spinto l'era berlusconiana. E penso che nei prossimi
anni mi ci dedichero' un bel po'. E infine, mi piace fondare. Mica solo la
casa editrice. Ho fondato un circolo di nome 'Societa' civile' nella Milano
degli anni ottanta. Una splendida creatura collettiva che ha tenuto botta al
regime della corruzione di quel periodo. Poi, con il mio amico Gianni
Barbacetto, ho fondato il mensile omonimo, grande esperienza giornalistica
fatta da ragazzi irripetibili. Ho fondato con Leoluca Orlando e Diego
Novelli la Rete, un movimento che diede agli inizi degli anni novanta
dignita' politica nazionale all'idea che si dovesse combattere la mafia. Ho
fondato il piccolo movimento di Italia democratica, anche quello con
mensile, che conflui' nell'Ulivo battendosi contro il razzismo e la
secessione. E pure Omicron, rivista sulla criminalita' organizzata al nord,
sempre con Gianni Barbacetto. E il comitato di parlamentari 'La legge e'
uguale per tutti' per fronteggiare l'offensiva del signor B.; un comitato
alla testa di tante manifestazioni degli ultimi cinque anni e che ha
prodotto l'unica esperienza di teatro civile al mondo fatto da parlamentari.
Ho anche fondato con Fabio Zanchi e Lidia Ravera il Mantova Musica Festival,
giunto ormai alla terza edizione e nato per contestare Sanremo finito nelle
mani di Tony Renis. Soprattutto ho fondato una famiglia con Emilia. Ne sono
nati Carlo Alberto e Dora, i miei gioielli, che se li avesse visti Cornelia
ne sarebbe rimasta folgorata, altro che i suoi Gracchi, con tutto il
rispetto...". Opere di Nando dalla Chiesa: Il potere mafioso. Economia e
ideologia, Mazzotta 1976; Delitto imperfetto. Il generale, la mafia, la
societa' italiana, Mondadori 1984, Editori Riuniti 2003; (con Pino
Arlacchi), La palude e la citta'. Si puo' sconfiggere la mafia, Mondadori
1987; Il Giano bifronte. Societa' corta e colletti bianchi: il lavoro, la
cultura, la politica, Etas libri 1987; Storie di boss ministri tribunali
giornali intellettuali cittadini, Einaudi 1990; Dizionario del perfetto
mafioso. Con un breve corso di giornalismo per gli amici degli amici,
Mondadori 1990; Il giudice ragazzino. Storia di Rosario Livatino assassinato
dalla mafia sotto il regime della corruzione, Einaudi 1992; Milano-Palermo:
la Nuova Resistenza (a cura di Pietro Calderoni), Baldini & Castoldi 1993; I
trasformisti, Baldini & Castoldi 1995; La farfalla granata. La meravigliosa
e malinconica storia di Gigi Meroni il calciatore artista, Limina 1995; La
politica della doppiezza. Da Andreotti a Berlusconi, Einaudi 1996; (a cura
di), Carlo Alberto dalla Chiesa, In nome del popolo italiano. Autobiografia
a cura di Nando dalla Chiesa, Rizzoli 1997; Storie eretiche di cittadini
perbene, Einaudi 1999; Diario di fine secolo. Della politica, della
giustizia e di altre piccolezze, Edizioni Pequod 1999; La partita del
secolo. Storia di Italia-Germania 4-3. La storia di una generazione che
ando' all'attacco e vinse (quella volta), Rizzoli 2001; La legge sono io.
Cronaca di vita repubblicana nell'Italia di Berlusconi. L'anno dei
girotondi, Filema edizioni 2002; La guerra e la pace spiegate da mio figlio,
Filema edizioni 2003; La scuola di via Pasquale Scura. Appassionato elogio
dell'istruzione pubblica in Italia, Filema edizioni 2004; La fantastica
storia di Silvio Berlusconi. Dell'uomo che porto' il paese in guerra senza
avere fatto il servizio militare, Melampo 2004;  Capitano, mio capitano. La
leggenda di Armando Picchi, livornese nerazzurro, Limina 1999, nuova
edizione 2005; Vota Silviolo!, Melampo 2005; Le ribelli, Melampo 2006.
Scritti su Nando dalla Chiesa: suoi ritratti sono in vari libri di carattere
giornalistico (tra gli altri di Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Corrado
Stajano); tra le intervista si veda ad esempio quella contenuta in Edgarda
Ferri, Il perdono e la memoria, Rizzoli 1988. Il sito di Nando dalla Chiesa
e': www.nandodallachiesa.it]

A vent'anni dall'articolo di Sciascia, pubblicato con l'infelicissimo titolo
redazionale "I professionisti dell'antimafia", dopo un servizio su
"Repubblica" con un'intervista ai familiari dello scrittore, il "Corriere
della sera" ha voluto riprendere il discorso, con un altro titolo,
altrettanto infelice nella sua perentorieta': "Le scuse dovute a Sciascia".
Ricordiamo brevemente il testo di Sciascia: lo scrittore, prendendo spunto
da un libro dello storico inglese Christopher Duggan sul fascismo e la mafia
(che pur essendo fondato su una notevole base documentaria approdava a una
tesi non condivisibile, cioe' che il fascismo avesse inventato la mafia),
polemizzava con coloro che fanno dell'antimafia uno "strumento di potere",
un mezzo per acquistare prestigio e far carriera e portava due esempi: uno
era il sindaco in carica che non veniva nominato (ma era chiaro il
riferimento a Orlando), che piu' che ad amministrare la citta' avrebbe
pensato ad andare in giro per convegni e conferenze; l'altro era il giudice
Borsellino, nominato esplicitamente, diventato procuratore a Marsala grazie
alle sue inchieste antimafia, scavalcando un collega piu' anziano. Come si
ricordera' l'articolo suscito' un vespaio di polemiche, dal comunicato
dell'allora "Coordinamento antimafia" agli articoli di Pansa, e il
"Corriere" le richiama e invita alla ritrattazione.
Sulle pagine dell'"Unita'" e' arrivata la risposta di Nando Dalla Chiesa,
con un titolo che non si presta ad equivoci: "Sciascia, perche' non mi
pento", e sulle pagine nazionali di "Repubblica" l'autore del comunicato del
Coordinamento antimafia, notissimo a chi scrive, si rivela e dichiara che
anche lui non e' per niente pentito. Nella replica di Dalla Chiesa si
ricordano le parole di Paolo Borsellino, dopo la strage di Capaci: "Tutto
comincio' con quell'articolo sui professionisti dell'antimafia", amarissima
constatazione del ruolo che l'articolo aveva avuto nel contribuire a isolare
i magistrati piu' impegnati, fatta durante un dibattito pubblico, poco prima
della sua morte nella strage del 19 luglio. Evidentemente l'incontro in
qualche modo chiarificatore del magistrato con Sciascia (che riconobbe di
non essere bene informato) non era servito a smorzare l'amarezza e ad
attutire l'impatto. E se il "Corriere" parla di uno Sciascia attaccato da
tutte le parti, Dalla Chiesa ricorda l'esiguita' dello schieramento in
polemica con lo scrittore e a proposito del Coordinamento scrive che esso
era fatto di studenti "stanchi di terrori e di lapidi", di donne "mai prima
impegnate in politica", da qualche poliziotto "voglioso di giustizia".
Sara' bene ripercorrere, sinteticamente, alcuni tratti di quel periodo. Era
appena iniziato il maxiprocesso e si giocava una sfida decisiva nella lotta
giudiziaria contro la mafia. Sciascia poneva problemi reali, come la
strumentalizzazione dell'antimafia e la certezza delle regole, ma la sua
polemica - scrivevo molti anni fa (1) - "era sbagliata nel tono, nella
scelta degli esempi e del tempo". Non per caso essa fu usata da quelli che
si possono definire i "professionisti della mafia", a cominciare dagli
uomini politici piu' o meno collusi, per autoassolversi facendosi scudo del
prestigio dello scrittore e per contrattaccare nel momento in cui erano in
difficolta': il maxiprocesso veniva percepito come un inizio e piu' d'uno
pensava che prima o poi sarebbe toccato a lui. Le reazioni all'interno dello
schieramento antimafia innescarono l'ira di Sciascia, che a proposito del
Coordinamento scrisse che esso coordinava "interessi politici e stupidita'".
In quei giorni il "Giornale di Sicilia" pubblicava i nomi dei suoi
componenti, qualcosa che somigliava a una schedatura e a una gogna.
Ho vissuto da vicino l'esperienza della prima fase del Coordinamento, nato
nel 1984 sulla base di una mia proposta, e il mio giudizio su di esso e'
ancora piu' duro di quello di Sciascia (bisogna aggiungere una massiccia
dose di scorrettezza) ma un conto e' un giudizio culturale e politico, un
altro la criminalizzazione e la gogna.
Come forse si ricordera', il Coordinamento aveva definito Sciascia un
quaquaraqua' (cioe' una nullita', riprendendo la galleria antropologica
tracciata dallo scrittore nel romanzo Il giorno della civetta: "uomini,
mezz'uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraqua'") e lo relegava "ai
margini della societa' civile". Non si poteva essere piu' rozzi e maldestri.
Il sindaco Orlando allora definiva i membri del Coordinamento "i bambini di
Palermo" e ora Dalla Chiesa - che a suo tempo gli fu molto vicino e
parecchie iniziative furono concertate tra il Coordinamento di Palermo e il
circolo Societa' civile di Milano - ne ricorda la composizione. In realta',
anche se parecchi del Coordinamento erano in giovane eta', non erano per
niente infantili e nel loro giudizio su Sciascia pesava tanto l'estremismo
verbale quanto il fideismo politico. Dopo una fase abbastanza travagliata di
convivenza, in cui il Coordinamento antimafia aveva tentato di collegare il
variegato mondo dell'antimafia cittadina (associazioni, centri, comitati,
alcuni esistenti solo sulla carta, sezioni di partito, frange di sindacato),
nel 1986 si era formata una singola associazione che aveva mantenuto quella
denominazione ma in realta' coordinava solo se stessa e si configurera'
sempre piu' come tifoseria del sindaco. Con l'aiuto di stampa e televisione
si poneva come l'unico verbo antimafia, ignorando tutto cio' che si muoveva
al di fuori di essa e non era pronto a intrupparsi nelle sue file. Alla sua
testa e suoi ispiratori erano personaggi che dopo sono passati nel
centrodestra, in piena bufera di berlusconismo, come dire il picco
dell'immoralita' pubblica nella storia dell'Italia repubblicana, portando a
compimento un percorso segnato dal trasversalismo e dall'antipolitica.
Sbocco non nuovo di tanti "estremisti" nostrani.
Se riflettere su quella stagione significa dire le cose come stavano, puo'
essere utile. Non lo e' se ci si limita a disseppellire rancori, replicando
mezze verita' o verita' di comodo. Non si tratta di ritrattare o di
pentirsi, ma di ricostruire una pagina di storia reale che puo' darci
qualche indicazione anche per l'oggi. Forse l'unico modo per onorare
l'intelligenza di Sciascia e raccogliere l'eredita' che ci ha lasciato, e'
registrare quell'episodio per quello che e', uno spiacevole e dannoso
infortunio, e riprendere i temi di fondo che lo scrittore anche in
quell'occasione voleva sottolineare: il rispetto delle regole, la certezza
del diritto, in una parola il garantismo. Sciascia ne aveva un'idea che
sapeva molto di religioso, come se si trattasse di una sorta di depositum
fidei da trasmettere immutato ai posteri. Aveva per molti anni esercitato
una sorta di magistero civile, cominciando con l'intuire, gia' nel 1957, la
capacita' della mafia di adattarsi ai mutamenti sociali; aveva indicato, nei
primi anni '60, le banche come il terreno su cui sondare l'accumulazione
mafiosa; aveva successivamente dato alle stampe i suoi apologhi su una
societa' mafiosizzata nei suoi centri di potere, nei suoi codici culturali,
nella sua pratica quotidiana, e questo e' un patrimonio ormai consegnato
alla storia della letteratura e alla cultura, non solo italiana. Partendo da
alcuni esempi concreti aveva temuto una infrazione al garantismo, che
riteneva inderogabile. Per molti anni quel garantismo piu' che la certezza
del diritto aveva assicurato la certezza dell'impunita'.
I limiti di quella stagione erano molteplici: una legislazione ritagliata
sull'emergenza delittuosa e non orientata a un progetto organico, capace di
cogliere la complessita' del fenomeno mafioso; la delega dell'azione
antimafia a un pugno di magistrati, isolati e votati al sacrificio; una
classe dirigente vogliosa di perpetuarsi a ogni costo e che solo
Tangentopoli avrebbe squassato; una societa' civile minoritaria, piu'
somigliante a una claque che a un soggetto sociale e politico maturo e
autonomo. E quello che e' avvenuto dopo e' andato piu' nella direzione
dell'illegalita' come forma di potere, modo di accumulazione e comportamento
quotidiano, che in quella del trionfo della legalita'.
Anche oggi, con una mafia sommersa, una 'ndrangheta in ascesa e una camorra
in guerra permanente, un quadro politico incerto e rissoso, un contesto
mondiale dominato da guerre e terrorismi, qualcuno riprende la bandiera del
garantismo, come un vessillo sacro e inviolabile. Questa concezione
mitico-religiosa della legalita' e del sistema di garanzie non e' stata solo
di Sciascia, e' stata ed e' condivisa da molti, tra cui i giudici di
Magistratura democratica che dal convegno del 1980 a quello del 2001 hanno
lasciato passare piu' di vent'anni senza parlare di mafia, preoccupati che
si estendesse alla criminalita' il "teorema Calogero" applicato al
terrorismo. Se non vogliamo condannarci all'impotenza dovremmo aver chiaro
che le regole sono indispensabili, ma non sono stelle fisse ma pianeti in
movimento e debbono accordarsi ai mutamenti in atto. La pervasivita' dei
fenomeni di criminalita' organizzata nella societa' contemporanea, le
innumerevoli articolazioni dell'illegalita' sul piano nazionale e
internazionale richiedono norme adeguate e sanzioni efficaci, ma soprattutto
una grande capacita' di prevenire e operare sulle radici. E questo va
chiesto all'intero corpo sociale. Nella pagine di Sciascia, lette con
attenzione ma senza devozione, possono trovarsi ancora metafore utili, anche
se il mondo e' andato ben oltre le sue anche piu' pessimistiche previsioni.
*
Note
1. Si veda: U. Santino, L'alleanza e il compromesso: Mafia e politica dai
tempi di Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli
1997, p. 77. In un comunicato del Centro Impastato, del 26 gennaio 1987 ho
tentato, vanamente, di riportare la discussione sui problemi reali. Il testo
del comunicato e' riprodotto in Appendice a questo scritto. Sul
Coordinamento antimafia rimando alla mia Storia del movimento antimafia,
Editori Riuniti, Roma 2000, pp. 252 ss.
*
Appendice
Comunicato stampa del Centro Impastato del 26 gennaio 1987
Abbiamo preferito non prendere la parola nel corso delle recenti polemiche
perche' il tono di esse ci e' sembrato il meno adatto per una riflessione
seria su alcuni problemi particolarmente gravi, che rischiano di aggravarsi
ulteriormente.
Ci limitiamo adesso ad alcune considerazioni molto sommarie su qualcuno di
essi.
1) Valutazione dell'operato del sindaco Orlando e della giunta pentapartito.
Il sindaco Orlando ha compiuto alcuni gesti (quali, per esempio, la
costituzione di parte civile del Comune al maxiprocesso, le dichiarazioni
fatte nel corso di esso, il tentativo di portare un minimo di trasparenza
nella procedura di aggiudicazione degli appalti di opere pubbliche) che non
possono non essere apprezzati, ma tutti i problemi di Palermo (la
disoccupazione, il risanamento del centro storico, il funzionamento delle
aziende municipalizzate etc. etc.) restano irrisolti per ragioni che non e'
difficile individuare: la Democrazia Cristiana rimane legata ai peggiori
interessi, sotto la tutela di uomini come Lima, e il pentapartito e' un
pantano che non consente nessuna politica rinnovatrice. Ci sembra arrivato
il momento di fare un bilancio di questa amministrazione comunale e di
vedere se e' possibile sbloccare una situazione di immobilismo, avvelenata
da polemiche personalistiche.
2) Conformismo e anticonformismo. In una citta' in cui straripa
l'assuefazione alla violenza, la stragrande maggioranza degli abitanti non
si scuote neppure per l'assassinio di un bambino, si svolgono manifestazioni
in cui s'inneggia alla mafia, dominano il conformismo filomafioso e
l'indifferenza, parlare di "conformismo antimafioso" ci sembra un po'
troppo.
3) Antimafia: seria o da vetrina. E' vero, c'e' un'antimafia "da vetrina",
come qualcuno l'ha definita, ma vogliamo fare qualche esempio? Ci sembrano
"antimafia da vetrina": l'azione, abbastanza incolore, dei vari Alti
Commissari contro la mafia; l'altrettanto incolore operato delle Commissioni
antimafia, nazionale e regionale; le prediche con il morto davanti; le
scoperte di grandi e piccoli inviati che hanno dovuto attendere l'uccisione
di Dalla Chiesa per parlare di mafia come "questione nazionale" e lo hanno
dimenticato il giorno dopo; i fumetti televisivi e cinematografici e le
pubblicazioni di mafiologi improvvisati regolarmente prefate da firme
"prestigiose"; buona parte delle attivita' svolte nelle scuole per
utilizzare in qualche modo i finanziamenti regionali; i centri inesistenti
che hanno finanziamenti pubblici per centinaia di milioni; le sigle
fabbricate sulle ceneri di ipotesi piu' consistenti che si e' fatto di tutto
per non far maturare. Si collocano su un altro versante i pochissimi
magistrati che, rischiando la vita, hanno svolto le inchieste piu'
impegnative contro la mafia.
4) Problema della "giustizia giusta". E' il problema piu' grosso, e non e'
di facile soluzione. La mafia e la criminalita' organizzata non sono una
novita', ma le dimensioni e la complessita' attuali lo sono, e gli attuali
ordinamenti giuridici sono inadeguati per fronteggiare fenomeni che non sono
un'"emergenza" ma un dato strutturale.
Ci chiediamo: ci puo' essere "giustizia giusta" con gli assassinii
regolarmente impuniti? Si ritiene che, passata l'onda alta delle uccisioni,
tutto si risolva con l'"uscita dall'emergenza" e il ristabilimento delle
regole del "garantismo classico"? Non occorre piuttosto elaborare una
riforma del processo penale e della normativa vigente che tenga conto di
questi fatti nuovi? Come intervenire sui canali di accumulazione illegale?
Come troncare il meccanismo di simbiosi tra capitale illegale e legale
garantito dal segreto bancario? Non si tratta di decretare "stati
d'assedio", o di avallare "teoremi Buscetta", ma di trovare soluzioni
adeguate a problemi che non possono essere minimizzati o considerati con
ottiche tradizionali.
Per affrontare seriamente questi temi non ci pare che siano utili le
polemiche, soprattutto quando si risolvono in ingiurie e scomuniche.
Occorrono: coraggio, studio, serenita'.
Umberto Santino, presidente del Centro Impastato
(Comunicato pubblicato, con il titolo "Troppa antimafia? ma dai", dal
giornale "L'Ora" del 3 febbraio 1987 e in appendice al volume di Umberto
Santino, L'alleanza e il compromesso, cit., pp. 269 s.)

4. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: TEPPISTI, COLLUSI E BUONE INTENZIONI
[Dal sito del Centro Impastato (www.centroimpastato.it) riprendiamo il
seguente intervento del 6 aprile 2007.
Giuseppe Impastato nato nel 1948, militante della nuova sinistra di Cinisi
(Pa), straordinaria figura della lotta contro la mafia, di quel nitido e
rigoroso impegno antimafia che Umberto Santino defini' "l'antimafia
difficile", fu assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978. Scritti di Peppino
Impastato: Lunga e' la notte. Poesie, scritti, documenti, Centro siciliano
di documentazione Giuseppe Impastato, seconda edizione Palermo 2003. Opere
su Peppino Impastato: Umberto Santino (a cura di), L'assassinio e il
depistaggio, Centro Impastato, Palermo 1998; Salvo Vitale, Nel cuore dei
coralli, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; Felicia Bartolotta Impastato, La
mafia in casa mia, La Luna, Palermo 1986; Claudio Fava, Cinque delitti
imperfetti, Mondadori, Milano 1994. Tra le pubblicazioni recenti: AA. VV.,
Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001,
2006 (pubblicazione della relazione della commissione parlamentare antimafia
presentata da Giovanni Russo Spena; con contributi di Giuseppe Lumia, Nichi
Vendola, Michele Figurelli, Gianfranco Donadio, Enzo Ciconte, Antonio
Maruccia, Umberto Santino); Marco Tullio Giordana, Claudio Fava, Monica
Zapelli, I cento passi, Feltrinelli, Milano 2001 (sceneggiatura del film
omonimo). Ma cfr. anche le molte altre ottime pubblicazioni del Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" (per contatti: Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", via Villa Sperlinga 15,
90144 Palermo, tel. 0916259789, fax: 091348997, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it)]

Mentre il solito ignoto (un teppista mafiofilo o un mafioso-teppista) pensa
di poter infierire sulla memoria di Peppino Impastato sradicando un
alberello in uno spiazzo a lui dedicato e scrivendo su un muro "Viva la
mafia", a Trapani si arrestano uomini politici collegati alle cosche mafiose
e la Commissione parlamentare antimafia vara un codice etico che questa
volta conterrebbe una novita': chi candida alle elezioni amministrative
personaggi condannati o rinviati a giudizio deve darne giustificazione
pubblica.
Il gesto di Termini e' scellerato e stupido e avra' un effetto boomerang: al
Centro Impastato sono arrivati messaggi con la proposta di piantare alberi
dedicati a Peppino. Speriamo che non ci si fermi qui. Negli ultimi tempi,
dopo il successo del film, la memoria di Impastato troppo spesso si e'
affidata all'intitolazione di strade e piazze (c'e' un signore che ha
tempestato di e-mail paesi e citta', proponendo di mettere il nome di
Impastato sulle targhe stradali, e diffondendo una biografia che ha ben poco
a che fare con il Peppino Impastato reale), a cui non segue nessuna
iniziativa che porti a una conoscenza adeguata di Impastato (fatto passare
per un generico militante di sinistra o un giornalista, fondatore di una
inesistente Radio Out: la radio si chiamava Radio Aut e quell'aut e'
abbreviazione di autonomia) e dei pochissimi che in anni difficili ne hanno
salvato la memoria coniugandola con l'analisi e la mobilitazione.
Gli arresti di Trapani sono la riprova dell'esistenza di una borghesia
mafiosa che ha la sua centrale operativa nei partiti politici (in quel che
ne rimane, come spoglia o caricatura dopo gli tsunami degli ultimi anni) e
nelle istituzioni, purtroppo sempre piu' bipartizan. Di solito, in queste
occasioni, mentre nel centro-destra si grida all'ennesima materializzazione
delle toghe rosse, nel centro-sinistra si dice "abbiamo fiducia nella
magistratura, attendiamo gli esiti delle inchieste", ma nel frattempo la
politica si guarda bene dall'autoemendarsi, facendo pulizia al suo interno
prima che intervenga la magistratura.
Tra gli arrestati trapanesi ci sono personaggi notissimi come Bartolo
Pellegrino, leader di una "Nuova Sicilia" che di nuovo ha ben poco; ci sono
il direttore dell'Agenzia del demanio che favoriva i boss intenzionati a
riprendersi dopo il sequestro la Calcestruzzi ericina (e per impedire questa
manovra il prefetto Fulvio Sodano ci ha rimesso il posto e per giunta e'
stato citato in giudizio dall'ex sottosegretario agli Interni Antonino
D'Alo'), alcuni imprenditori. Nel registro degli indagati c'e' anche il
candidato sindaco dell'Unione, Mario Buscaino, della Margherita, che ha gia'
dichiarato che non intende ritirare la candidatura.
La Commissione antimafia, proponendo il codice etico e confidando
nell'autoregolamentazione, compie un atto di fiducia verso un mondo che
purtroppo non ne merita nessuna. La proposta della Commissione e' passata
all'unanimita' ma gia' qualcuno (per esempio l'ex magistrato e senatore di
Forza Italia Nitto Palma) ha messo le mani avanti: "Noi non saremo
disponibili a non candidare persone oggetto di persecuzioni giudiziarie". La
scappatoia e' gia' trovata: i politici piu' noti, gia' processati e
condannati o sotto processo, sono dei perseguitati e quindi saranno
candidati anche in futuro.
Il codice della Commissione mirerebbe a uscire dalle secche di una
responsabilita' politica, al di fuori e al di la' di quella accertata o in
via di accertamento in sede giudiziaria, a cui faceva riferimento la
relazione su mafia e politica del 1993 che gia' proponeva
l'autoregolamentazione. Ora si parla di responsabilita' giudiziaria, anche
in corso di accertamento, ma si segue la vecchia pista
dell'autoregolamentazione. In piu' ci sarebbe l'impegno (non l'obbligo,
seguito da una qualche sanzione) delle forze politiche di rendere pubbliche
le motivazioni, nel caso che candidino personaggi condannati o rinviati a
giudizio. Troppo poco, se si tiene conto di quanto e' gia' ripetutamente
accaduto negli anni scorsi e di un livello di coscienza civile sempre piu'
basso, dopo anni di berlusconismo. Anche a sinistra non c'e' da fidarsi
molto, sia che si tratti di personaggi al centro di inchieste archiviate
(che avrebbero comunque rimandato alla "responsabilita' politica", che ci
sarebbe anche per frequentazioni di mafiosi), come nel caso del diessino
Vladimiro Crisafulli, o in corso (come nel caso di Buscaino). C'e' stata e
c'e' un'omologazione, con allineamento in basso, come e' accaduto per i
programmi televisivi. E in ogni caso, se venisse adottato, il codice etico
sbarrerebbe la porta degli enti locali (che dovrebbe essere gia' sbarrata da
disposizioni precedenti, rimaste sulla carta) ma non quella del Parlamento,
dove continuerebbero ad avere libero accesso imputati, condannati, amici di
mafiosi e confrati di Licio Gelli.
A proposito di incappucciati, una novita' giunge da Corleone, dove durante
le processioni pasquali i partecipanti possono indossare i cappucci,
proibiti da quarant'anni. Una volta assicurati alla giustizia Riina e
Provenzano, si riprende il vecchio rito del nascondimento, stile Beati
Paoli. Tanto ormai tutto e' arcinoto e si riesce a vedere benissimo sotto
ogni sorta di cappuccio, da quello piduista a quello pasquale.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 113 del 27 maggio 2007

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