La nonviolenza e' in cammino. 1462



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1462 del 28 ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. Sia liberato Gabriele Torsello. Cessi la guerra
2. Enrico Piovesana: Parlano i reduci dall'Afghanistan
3. Riccardo Orioles: Anna, e non solo
4. Brian Whitaker: Una lingua che nessuno ha mai parlato
5. Il 2 novembre a Torino
6. Rossana Rossanda presenta "Volevo la luna" di Pietro Ingrao
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. SIA LIBERATO GABRIELE TORSELLO. CESSI LA GUERRA
[Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance,
collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro la guerra e contro le
violazioni dei diritti umani, e' stato rapito in Afghanistan sabato 14
ottobre 2006]

Sia liberato Gabriele Torsello.
Cessi la guerra.
*
Gabriele Torsello col suo lavoro documentava e denunciava la violenza della
guerra, col suo lavoro invocava che si cessasse di uccidere e si recasse
soccorso ai superstiti, invocava il rispetto della vita, della dignita' e
dei diritti di tutti gli esseri umani.
Documentava e denunciava gli orrori indicibili tuttora in corso in
Afghanistan.
Sia liberato Gabriele Torsello.
Cessi la guerra.
*
Massacri di civili, sequestri illegali e torture le piu' atroci, finanche
profanazione di resti umani; e devastazioni che ricordano Coventry, Dresda,
Hiroshima; ieri anche l'annuncio protervo e insensato che l'occupazione
militare della Nato e le sue pratiche naziste, e l'animalizzazione di tutte
le vittime e di tutti i combattenti, dureraranno ancora per altri dieci anni
almeno: crimine e disumanita', follia e terrorismo, che terrorismo e follia,
disumanita' e crimine, propagheranno in tutto il mondo.
E' cosi' evidente che la guerra e' nemica dell'umanita', che la guerra e' il
terrorismo supremo, che l'intera umanita' e' minacciata di distruzione se
non si fa la scelta della pace, la scelta della convivenza, la scelta della
nonviolenza.
Sia liberato Gabriele Torsello.
Cessi la guerra.
*
E l'Italia - in flagrante violazione della sua stessa legge fondamentale,
della sua carta costituzionale - sta partecipando alla guerra afgana, e'
complice di tutto questo orrore, e' parte della coalizione militare
stragista e terrorista e suscitatrice di stragismo e terrorismo.
Nel silenzio vile e schiavo di un'opinione pubblica narcotizzata e
idiotizzata, nella criminale corresponsabilita' di un ceto politico che
nella sua quasi totalita' ha condiviso la scelta dell'occupazione militare
neocoloniale e della guerra terrorista e stragista, e nella complicita' dei
cosiddetti "movimenti" che si occupano di tutto tranne che di questo: della
guerra che la Nato - e con essa l'Italia - sta conducendo in Afghanistan.
Cessi immediatamente la partecipazione italiana alla guerra afgana. Torni lo
stato italiano al rispetto del diritto internazionale e della legalita'
costituzionale. Troppo sangue e' stato sparso.
Sia liberato Gabriele Torsello.
Cessi la guerra.
*
Sia liberato Gabriele Torsello.
Cessi la guerra.

2. TESTIMONIANZE. ENRICO PIOVESANA: PARLANO I REDUCI DALL'AFGHANISTAN
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo il seguente
articolo del 25 ottobre 2006. Enrico Piovesana, giornalista, lavora a
"Peacereporter.net", per cui segue la zona dell'Asia centrale e del Caucaso;
nel maggio 2004 e' stato in Afghanistan in qualita' di inviato]

I soldati Isaf britannici, canadesi e olandesi di ritorno dalla guerra in
Afghanistan raccontano le loro verita'. Verita' scomode per i governi che
continuano a parlare di "missione di pace".
*
Gran Bretagna. "Dopo sei mesi di missione in Iraq sono venuto volontario in
Afghanistan. Non avevamo capito che qui sarebbe stata cosi' dura. E' stato
uno shock! In confronto con la situazione afgana, quella irachena era
tranquilla". Sono le parole di Michael Diamond, 20 anni, soldato del Primo
Battaglione del Reggimento Reale Irlandese dell'esercito britannico. E'
appena tornato dal fronte, da Musa Qala, nella provincia di Helmand, dove i
talebani hanno tenuto sotto assedio le forze Isaf per mesi, fino a
costringerle alla ritirata, avvenuta pochi giorni fa. "I loro attacchi
iniziavano ogni giorno intorno alle 4 di mattina e proseguivano per sei,
sette ore", racconta il suo comandante, Paul Martin, 29 anni, gravemente
ferito da una granata lanciata dai talebani su una postazione d'artiglieria
britannica. "Sono tenaci, coraggiosi e addestrati. Ci stavano addosso senza
sosta. E' stata molto dura".
*
Canada. Racconti simili vengono fatti dai soldati canadesi che nelle scorse
settimane hanno combattuto a Panjwayi e Zhari, nella provincia di Kandahar.
L'operazione "Medusa" e' stata segnata da violente battaglie che hanno
lasciato sul terreno 43 soldati canadesi e 231 feriti, molti dei quali - un
numero molto maggiore di quelli dichiarati dal governo di Ottawa -
paralizzati e mutilati. Proprio sui feriti gravi e' in corso a Ottawa una
durissima polemica tra governo e opposizioni: queste ultime accusano il
Ministero della Difesa canadese di fornire cifre false, ampiamente
sottostimate, sul numero dei ragazzi che tornano dall'Afghanistan senza
gambe, braccia o costretti per tutta la vita su una sedia a rotelle. Ma
l'accusa piu' dura e' quella di aver mentito alla nazione, usando la
menzogna della "missione di pace" per mandare i ragazzi canadesi a morire in
guerra.
*
Olanda. Anche le truppe olandesi impegnate sul fronte nord del "triangolo
talebano", quello della provincia centrale di Uruzgan, stanno pagando le
conseguenze di mesi di battaglie. Soprattutto dal punto di vista
psicologico. Molti soldati inviati a combattere i talebani in Afghanistan si
sono trovati in una situazione cosi' dura che hanno perso la testa. Chi,
secondo la stampa olandese, dandosi ad atti di violenza gratuita, chi
suicidandosi, come ha fatto lo scorso 11 ottobre il sergente Dijkstra.
L'esperienza afgana deve essere stata davvero dura se i reduci, pur di non
essere rimandati al fronte, preferiscono la galera. Come il soldato
ventunenne Wegenaar, afflitto da disturbi psichici dovuti alla sua ultima
missione in Afghanistan e ora finito davanti alla corte marziale come
disertore per essersi rifiutato di tornare al fronte. "Quella e' una
missione suicida", ha dichiarato davanti ai giudici in divisa.

3. INFORMAZIONE. RICCARDO ORIOLES: ANNA, E NON SOLO
[Dalla bella rivista telematica di Riccardo Orioles (per contatti:
riccardoorioles at sanlibero.it), "La Catena di San Libero", n. 342, del 23
ottobre 2006, riprendiamo alcuni testi. Riccardo Orioles e' giornalista
eccellente ed esempio pressoche' unico di rigore morale e intellettuale (e
quindi di limpido impegno civile); militante antimafia tra i piu' lucidi e
coraggiosi, ha preso parte con Pippo Fava all'esperienza de "I Siciliani",
poi e' stato tra i fondatori del settimanale "Avvenimenti", cura attualmente
in rete "Tanto per abbaiare - La Catena di San Libero", un eccellente
notiziario che puo' essere richiesto gratuitamente scrivendo al suo
indirizzo di posta elettronica; ha formato al giornalismo d'inchiesta e
d'impegno civile moltissimi giovani. Per gli utenti della rete telematica vi
e' anche la possibilita' di leggere una raccolta dei suoi scritti (curata
dallo stesso autore) nel libro elettronico Allonsanfan. Storie di un'altra
sinistra. Sempre in rete e' possibile leggere una sua raccolta di traduzioni
di lirici greci, ed altri suoi lavori di analisi (e lotta) politica e
culturale, giornalistici e letterari. Due ampi profili di Riccardo Orioles
sono in due libri di Nando Dalla Chiesa, Storie (Einaudi, Torino 1990), e
Storie eretiche di cittadini perbene (Einaudi, Torino 1999)]

Anna Politkovskaja, giornalista siciliana. Anche stamattina, al giornale, i
colleghi hanno dato un'occhiata alla scrivania vuota e si sono messi al
computer a lavorare. Il potere e' mafioso, lo si sa: pero' loro lo scrivono,
fanno i nomi e i cognomi, e sono soli. Di chi e' la scrivania vuota? Chi e'
il collega, assassinato dagli imprenditori mafiosi, che fino all'altro
giorno scriveva? In che lingua scriveva? In russo, in italiano, in
castigliano? Russia, Sicilia, Colombia? E che importanza ha. Siamo in un
paese dove l'informazione non e' libera, dove i politici al massimo livello
fanno accordi coi mafiosi (si chiamino Cuffaro o Putin, gioviali notabili o
cupi apparatniki), dove l'imprenditoria e' collusa, dove il popolo fiaccato
da rassegnazione e miseria non osa alzare la testa eppure (essi sanno
benissimo) un giorno, grazie a loro che resistono, la rialzera'. E in quale
chiesa si sono svolti stavolta - sempre piu' soli e inutili - i funerali?
Pochi compagni attorno, dichiarazioni sprezzanti ("La mafia qua non esiste",
"Nessuno stava a leggere il suo giornale") delle Autorita'. E quell'applauso
commosso, di quelle poche centinaia di impauriti ma consapevoli cittadini. E
loro che si allontanano, a spalle chine, per ritornare alla redazione, a
scrivere tutto cio' che e' successo, anche in questa giornata. Manderanno ai
giornali esteri ("I servizi hanno sequestrato il suo computer", "stava
facendo un'inchiesta sui massacri") note redazionali. Aggiorneranno il
palinsesto di questo numero, sperando che gli edicolanti - almeno per un
altro po', almeno qualcuno - acconsentano a esporre ancora il giornale. Non
parleranno, fra di loro, di lei, salvo che per ragioni di lavoro. Ma a lei
penseranno ogni attimo, firmando le nuove inchieste, guardando la rotativa
che le stampa, seguendo con lo sguardo le macchine che si allontanano
portando dovunque possibile le copie del giornale.
*
Nessuno scrive piu' di te, Anna, ed e' passato appena un paio di settimane.
Ci sono altre cose da scrivere, guerre, re, star system, presidenti,
cantanti: altri eventi del vasto mondo ingombrano la grande stampa
internazionale. Hanno scritto che eri una giornalista, una brava
giornalista, e che sei morta: cosa potevi chiedergli di piu', a questi
illustri e - per quasi due giorni - partecipi colleghi? E' nelle povere
stanze e fra i computer rabberciati, con gli altri redattori dei tuoi stenti
giornali, che ancora vive il giornalismo. Lui non ti ha dimenticata, ne'
tutti gli altri come te.
*
Giornalismo. Convegno della stampa libera siciliana, il quattro e cinque
novembre a Catania. Come spezzare il monopolio, come dare tecnologie alla
liberta'. Come organizzarsi - insieme. Come trasformare.
Per informazioni: riccardoorioles at sanlibero.it, lucio at sanlibero.it
*
Informazione 1. Sergio Saviano e' un ragazzo di Napoli che ha scritto il
piu' bel libro sulla mafia degli ultimi anni. La mafia, che la' si chiama
camorra, in realta' non e' piu' ne' mafia ne' camorra: e' un Sistema,
moderno e omnicomprensivo, che regge parte grandissima dell'economia e
gestisce - insieme ai poteri ufficiali - la sua parte di societa'. Sergio
adesso e' in pericolo per aver scritto questo. Non lasciamolo solo - non ci
ha lasciato soli.
Per informazioni: www.sosteniamosaviano.net
*
Informazione 2. Dal 3 ottobre (decreto legge n. 262, art. 32) in internet
non si possono piu' riportare liberamente articoli dai giornali ma bisogna
pagare un compenso all'editore, a pena di sanzioni salatissime. Prima il
copyleft era ammesso sul web con il solo obbligo di citare rigorosamente
fonte e autore del pezzo. Cosi' si imbavagliano migliaia di siti, di blog e
di forum. Questo incredibile balzello non fa differenza tra gli operatori
professionali dell'informazione e chi pubblica articoli senza scopo di
lucro: semplicemente, si penalizza chi diffonde informazione. Una "svista"
del governo Prodi? Se cosi' e', la si corregga subito. Se no, sarebbe un
grossolano e inaccettabile tentativo di limitare e controllare la libera e
autonoma diffusione dell'informazione. "La liberta' non si puo' fermare -
dice Peacelink, la rete pacifista che ha lanciato l'allarme sul decreto -
L'informazione su internet deve rimanere libera. Chiediamo al governo che
ritiri questo decreto legge. Chiediamo al Parlamento che lo cancelli".
Per informazioni: db.peacelink.org/campagne/info.php?id=3D20
*
Sicilia. Inchiesta su banche e notabili locale dello storico ragusano Carlo
Ruta. Denunce del (discusso) procuratore locale Fera e dell'avvocato delle
banche Di Paola. Condannato al bavaglio e a otto mesi di galera.
Per informazioni: accadeinsicilia at tiscali.it
*
Memoria. Un uomo e la sua lotta ("Antimafia", marzo 1990). La sede dei
"Siciliani" a Roma era in via Cola di Rienzo ed era in realta' un mezzo
appartamento, completamente vuoto salvo che per una branda, un tavolo e due
sedie. Con l'affitto, eravamo molto indietro: bisognava percio' cercare di
salire senza farsi notare dal portiere, il quale tuttavia immancabilmente ci
fulminava con uno sguardo di disprezzo. Il giornale era uscito, il numero
uno, da tre settimane, e i cavalieri avevano gia' mandato i loro messaggi.
Uno, il piu' bestia dei quattro, aveva offerto senz'altro dei denari. Un
altro, il piu' raffinato, aveva invece mandato suo figlio (un giovane assai
perbene, studente a Oxford e senza il minimo accento siciliano) a
congratularsi col direttore per il bellissimo giornale e a osservare pero'
che limitarsi a fare un mensile era, per giornalisti del suo valore, del
tutto inadeguato: perche' non fare invece una televisione? La prima tv
privata della Sicilia, budget iniziale un miliardo: i soldi, si sarebbero
trovati; s'intende, liberta' assoluta.
Io ero a Roma, in quei giorni, per gli esami di giornalista; lui per
rintracciare non so che funzionario Rai che aveva vagamente parlato di
citare in qualche trasmissione il giornale, Antonio per un servizio e poi
c'erano anche Claudio e Miki e il direttore racconto' del miliardo di Rendo
e l'assemblea, seduta sulle due sedie e sulla branda, decise all'unanimita'
di rifiutare. Eravamo allegri quella sera, mandare al diavolo un miliardo
non e' cosa di tutti i giorni, poi lui e Miki si misero a commentare le tre
brasiliane che c'erano al ristorante sotto, poi io dissi che all'esame mi
avevano chiesto chi era Fossati, poi scendemmo passando con indifferenza
davanti al portiere che non ci saluto', poi salimmo sulla macchina del
direttore che era una cinquecento rosso ruggine e ce ne andammo tutti alla
Rai e fummo ricevuti, dopo tre ore d'attesa, dalla segretaria del dottore.
Della televisione se ne riparlo' a settembre, venne l'onorevole Ando' a
parlare col direttore e gli fece esattamente la stessa proposta che a
gennaio aveva fatto Rendo, e anche a lui fu garbatamente spiegato che non
c'interessavano le televisioni.
Non so: ci sarebbe la birreria di Catania dove, dall'una in poi, passavano
solo scippatori e metronotte, e noi. I metronotte prendevano una birra in
fretta, al banco, gli scippatori invece grandi scodelle di pasta alla Norma.
"Potremmo fare un settimanale" venne fuori l'idea, una notte, e allora
facemmo i conti sui tovagliolini di carta per vedere quanto poteva costare
fare un settimanale. Eravamo immortali, allora, niente di male avrebbe mai
potuto accaderci. (Ne sono morti parecchi, di quegli scippatori, da allora;
di uno fecero trovare la testa sotto la statua di Garibaldi, per una rapina
sbagliata; ma bevevano intanto e scherzavano fra di loro, come tutti).
Oppure la vecchia sede, in un paesino sopra Catania, quando arrivarono -
prese a cambiali - le macchine da stampa. Il direttore non c'era, e noi
ragazzi festeggiammo con uno spinello; qualcuno di noi ha ancora il filtro
di cartone, con le firme di tutti e la data. Oppure la "conferenza stampa"
per il primo numero de "I Siciliani", avevamo invitato tutti i giornalisti
della citta' e il bar di fronte aveva mandato un quintale di pasticcini e
spumanti per il buffet, ma venne solo un anziano giornalista sportivo,
vecchio amico del direttore, e per tutta la sera rimase disciplinatamente
la', a un capo dell'enorme e solitaria tavolata, a fare le regolamentari
domande e auguri che si fanno alla presentazione di un giornale nuovo, e noi
mangiammo amaramente pasticcini per una settimana.
Certo: bisognerebbe parlare di mafia adesso, e di lotta alla mafia e
dell'informazione coraggiosa e di quella puttana. Ma a volte e' una fatica
troppo grande ripetere sempre le stesse cose. Il direttore e' morto, sei
anni fa, e questo e' un fatto. I cavalieri sono ancora al potere, a Catania
ed altrove, e anche questo e' un fatto. Ci sono piu' ragazzini scippatori, a
Catania, di ogni altra citta' d'Europa, esattamente come sei anni fa: e
anche questo - che gl'intrallazzi e le vigliaccherie finiscano per essere
selvaggiamente e pacificamente pagate dai piu' indifesi, che un ragazzo che
nasce a Catania non abbia diritto a nient'altro che a finire in galera - e'
un fatto come gli altri. Ci siamo illusi, per alcuni anni, che una parte
almeno dello stato italiano considerasse questi e altri fatti come estranei
da se', come nemici, e che sarebbe stato possibile - come si dice - "fare
giustizia". Ma era un'illusione, e basta guardare la faccia del giudice
Ayala - cacciato perche' voleva fare il giudice - per averne un'idea. Sono
state illusioni nostre, non di Giuseppe Fava. Lui sapeva perfettamente (era
molto piu' siciliano di noi) che in fondo era tutta una questione di
"berretti" e di "cappelli", di disgraziati sfruttati e di galantuomini: e
che mai i disgraziati hanno avuto giustizia dai galantuomini, tranne che
costruirsela da se', a poco a poco.

4. MONDO. BRIAN WHITAKER: UNA LINGUA CHE NESSUNO HA MAI PARLATO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo.
Brian Whitaker e' un autorevole giornalista del "Guardian", esperto del
Medioriente.
Rauda Morcos, attivista palestinese per i diritti umani, e' tra le
fondatrici dell'associazione "Aswat"]

Quando Rauda Morcos senti' dire che c'era una mailing list per le lesbiche
palestinesi, dapprima non riusci' a crederci. "Pensavo fosse uno scherzo.
Prima d'allora, credevo di essere l'unica lesbica al mondo a parlare arabo".
La lista certamente non era uno scherzo, ma in una societa' in cui le
relazioni fra persone dello stesso sesso sono ancora tabu', le aderenti alla
lista tenevano molto alla privacy. L'unico modo per aggiungersi era tramite
una raccomandazione personale.
"Alla fine riuscii ad iscrivermi", ricorda Rauda, "E scoprii che c'erano un
bel mucchio di donne lesbiche, anche se non potevano dirlo apertamente".
Dopo aver corrisposto via e-mail per qualche mese, Rauda penso' che sarebbe
stato bello incontrare di persona alcune delle donne invisibili e nel
gennaio 2003, assieme all'amica con cui condivide l'abitazione, organizzo'
una riunione.
"Non avevamo aspettative, ma otto donne vennero. E l'incontro duro' otto
ore, e penso che nessuna avesse voglia di tornare a casa". Questo incontro
segno' la nascita di "Aswat" (Voci), la prima organizzazione di arabe
lesbiche a funzionare apertamente in Medio Oriente.
"Durante la riunione comprendemmo di avere una grossa responsabilita' verso
le altre donne della nostra comunita'. Tentammo di contattare diverse
organizzazioni e mandammo lettere, ma l'unica risposta venne da "Kayan"
(Essere), un gruppo di femministe di Haifa. Troppe ong non pensano alla
nostra istanza come ad un diritto umano, e non vogliono esservi associate".
Tre anni piu' tardi, tuttavia, "Aswat" conta piu' di settanta socie sparse
fra la West Bank, Gaza ed Israele (dove il gruppo ha una sede). Solo circa
una ventina partecipa regolarmente alle riunioni: il bisogno di tenere
segreta la propria sessualita' e le restrizioni ai movimenti imposte da
Israele impediscono ad altre donne di partecipare, tuttavia esse si tengono
in contatto tramite e-mail e il forum di discussione on line.
Segni positivi cominciano ad apparire, dice Rauda Morcos: "Facciamo un gran
mole di lavoro all'interno della comunita', per esempio con i gruppi di
giovani. Io credo che il movimento gay/lesbico stia iniziando ad esistere
per noi come palestinesi".
Uno degli scopi di "Aswat" e' riuscire a fornire informazioni sulla
sessualita' che sono ampiamente disponibili ovunque in altre lingue, ma che
non sono mai state pubblicate in arabo. Non si tratta semplicemente di un
problema di traduzione, spiega Rauda: "Non so come dire 'fare l'amore' in
arabo senza suonare sciovinista, aggressiva ed alienata dall'esperienza. Si
tratta di sviluppare una 'lingua madre' con espressioni positive,
affermative e non svilenti rispetto alla donne, alla sessualita' lesbica ed
al genere. Stiamo creando una lingua che nessuno ha mai parlato prima".
Un riconoscimento per il lavoro di "Aswat" e' arrivato agli inizi di
quest'anno, quando Rauda Morcos ha vinto il premio "Felipa de Souza" della
Commissione internazionale per i diritti umani dei gay e delle lesbiche. La
motivazione del premio la descrive come "un vero esempio di guida coraggiosa
ed efficace nell'ambio dei diritti umani", ma Rauda ha subito aggiunto che
molto lavoro viene fatto da donne che restano dietro le quinte.
Invitata questo mese a Londra dalla Campagna di solidarieta' con la
Palestina, Rauda Morcos ha spiegato la necessita' che ha fatto di lei il
volto pubblico di "Aswat". Numerose donne coinvolte nel gruppo non vogliono
essere identificate, spesso per buone ragioni. "Ma se per il momento non
vogliamo uscire allo scoperto come persone, facciamolo almeno come
movimento".
Lo stesso coming out di Rauda non fu del tutto volontario, ed ebbe
conseguenze particolarmente spiacevoli. Nel 2003, fu intervistata dal
giornale israeliano "Yedioth Ahronot" sulle poesie che scrive. Parlando
menziono' la propria sessualita', solo per trovarsela in prima pagina, nel
titolo dell'articolo.
"Di colpo, sembro' che tutta la popolazione araba della mia cittadina, nel
nord di Israele, che generalmente credevo indifferente ai supplementi
letterari dei giornali ebraici, avesse letto l'articolo e avesse qualcosa da
dire su di me. I proprietari dei negozi facevano fotocopie e le
distribuivano. Le conseguenze furono piu' serie di quelle che mi ero
aspettata. I finestrini della mia auto vennero sfasciati, e le gomme
tagliate piu' volte; ricevetti minacce per lettera e per telefono, e come
ciliegina sulla torta persi il lavoro di insegnante. Mi dissero che i
genitori non volevano che io stessi a contatto con i loro figli".
La societa' araba di oggi e' attraversata dallo stesso tipo di pregiudizi
sull'omosessualita' che erano comuni in Gran Bretagna un secolo fa. La
persecuzione degli omosessuali e' altrettanto comune. I chierici musulmani
condannano l'omosessualita' in termini assai chiari, e dichiarazioni simili
provengono anche da leader arabi cristiani, come il patriarca copto in
Egitto, il quale ha detto che "i cosiddetti diritti umani per la gente gay
sono inammissibili".
*
Nella societa' palestinese la questione viene ulteriormente complicata, e
resa maggiormente politica, dal conflitto con Israele, che ha legalizzato le
unioni fra persone dello stesso sesso nel 1988. Quattro anni piu' tardi
compi' un ulteriore passo avanti e divenne l'unico paese in Medio Oriente a
dotarsi di una legislazione contro le discriminazioni basate sulla
sessualita'.
Questi risultati, sicuramente apprezzabili, sono pero' divenuti anche uno
strumento propagandistico, che rinforza la pretesa di Israele di avere il
monopolio della democrazia in Medio Oriente. Allo stesso tempo, sottolineare
l'associazione di Israele con i diritti delle persone omosessuali ha reso la
vita piu' difficile ai gay arabi, aggiungendo alimento alla nozione diffusa
che vede l'omosessualita' come una "malattia" propagata dagli stranieri.
Un recente articolo sul quotidiano egiziano "Sabah al-Kheir", che ricordava
il trentesimo anniversario della guerra d'ottobre, aveva come titolo "Golda
Meir era lesbica". Nel 2001, a seguito dell'arresto di 50 uomini sospettati
di essere gay, il magazine "al-Musawwar" pubblico' una foto ritoccata del
supposto "leader" del gruppo, mostrandolo vestito di un'uniforme israeliana,
seduto ad un tavolo ricoperto dalla bandiera d'Israele.
Israele, comunque, non e' un paradiso per i gay. C'e' ancora ostilita' da
parte degli ebrei piu' conservatori, le cui truci dichiarazioni non sono
molto diverse da quelle grandemente pubblicizzate dei chierici musulmani. A
Gerusalemme, l'anno scorso, il sindaco ultraortodosso proibi' la sfilata del
"gay pride", sebbene la sua decisione fosse poi immediatamente rovesciata da
un tribunale israeliano. La marcia ebbe luogo, ma un fanatico religioso
israeliano attacco' tre partecipanti a coltellate, e disse in seguito alla
polizia che era andato a "uccidere in nome di Dio".
La storia del movimento per i diritti delle persone omosessuali in Israele
e' per alcuni controversa. Lee Walzer, autore di "Tra Sodoma e l'Eden",
spiega in un articolo che i primi attivisti gay israeliani adottarono una
strategia che "rinforzava la percezione dei diritti dei gay come istanza non
di parte, non collegata al maggior problema della politica israeliana,
ovvero il conflitto arabo-israeliano ed i metodi per la sua soluzione.
Riconoscere i diritti dei gay ha permesso agli israeliani di darsi pacche
sulle spalle per quanto erano di mente aperta, sebbene la societa'
israeliana abbia registrato meno successi nel raddrizzare altre
ineguaglianze sociali. Gli attivisti cercarono di convincere l'opinione
pubblica che i gay israeliani era buoni e patriottici cittadini, a cui era
semplicemente accaduto di sentirsi attratti dal loro stesso sesso". Il che,
come principio generale, puo' essere valido, ma nel contesto di una guerra e
di un'occupazione puo' condurre a situazioni ambigue. E' veramente un titolo
d'orgoglio, per un membro apertamente gay dell'esercito israeliano, essere
capace di distruggere i propri vicini di casa libanesi?
*
La questione, qui, e' se veramente i diritti dei gay, in Israele o ovunque,
possano essere separati dalla politica, o trattati isolandoli dal resto dei
diritti umani. "Helem", l'associazione gay/lesbica libanese pensa di no, ed
allo stesso modo la pensa Rauda Morcos.
Secondo Rauda, c'e' una connessione fra nazionalita', genere e sessualita'.
La sua identita' e' triplice: e' donna, lesbica e palestinese (e in piu' ha
un passaporto israeliano), ovvero, come dice lei stessa, fa parte di "una
minoranza di una minoranza di una minoranza". La sua prima preoccupazione e'
la fine dell'occupazione israeliana, ed ella non vede prospettive per
l'ottenimento dei diritti delle persone omosessuali palestinesi fintanto che
l'occupazione continua.
Anche alcuni attivisti gay israeliani riconoscono questo legame. Durante il
"gay pride" del 2001, a Tel Aviv, un gruppo chiamato "Omosessuali in nero"
sfilo' con un cartello che recitava "Non c'e' orgoglio nell'occupazione".
Nel 2002, quando Ariel Sharon divenne primo ministro, ed incontro'
formalmente una delegazione gay, la questione torno' alla ribalta.
L'attivista Hagai El-Ad scrisse: "Non e' pensabile sedersi tranquillamente
con il primo ministro e, in nome della nostra comunita', ignorare i diritti
umani degli altri, incluso cio' che accade in relazione alla Palestina:
blocchi stradali, rifiuto di accesso alle cure mediche, omicidi, e
l'implementazione della politica dell'apartheid nei territori occupati ed in
Israele. La lotta per i nostri diritti e' priva di valore, se e'
indifferente a cio' che sta accadendo alle persone che si trovano a tre
chilometri da noi. Tutto quel che abbiamo guadagnato dall'incontro con il
primo ministro e' una legittimazione simbolica della comunita' gay. Quel che
ci ha guadagnato lui e' l'aura di persona illuminata e pluralista".
L'aura non si estende comunque al trattamento che Israele riserva ai gay
palestinesi. Per coloro che subiscono persecuzioni nella West Bank e a Gaza
la via di fuga piu' ovvia e' Israele, ma cio' li lascia spesso sospesi, a
livello amministrativo, in una sorta di "terra di nessuno", con scarse
speranze di trovare lavoro nel paese e costantemente a rischio di arresto e
deportazione.
Nel frattempo, agli occhi del palestinese medio, fuggire in Israele si
configura come un tradimento, e persino gli omosessuali che restano nei
territori palestinesi diventano sospetti. A volte non senza ragione: ci sono
stati vari rapporti sui gay palestinesi presi a bersaglio o ricattati dagli
agenti dello spionaggio israeliano affinche' divenissero informatori. Che
poi soccombano alle pressioni o no, "tutti sono immediatamente visti come
collaborazionisti", conferma Rauda Morcos.

5. INCONTRI. IL 2 NOVEMBRE A TORINO
[Da Enzo Gargano, del centro studi "Sereno Regis" di Torino (per contatti:
enzo.gargano at cssr-pas.org) riceviamo e diffondiamo]

Il Centro studi "Sereno Regis" invita alla presentazione della campagna
internazionale per la messa al bando delle armi all'uranio impoverito che si
terra' giovedi' 2 novembre 2006, alle ore 18, presso il Centro studi "Sereno
Regis" di Torino, in via Garibaldi 13.
Parteciperanno: Hitoshi Shimizu, regista di documentari; Naomi Toyoda,
fotoreporter; Massimo Zucchetti, docente di impianti nucleari al Politecnico
di Torino.
Nel corso dell'incontro verra' proiettato il video-inchiesta "Unknown Terror
of DU" di Hitoshi Shimizu e Naomi Toyoda, realizzato a Nassiriya, gia'
diffuso da Rainews24 e sara' inoltre allestita una mostra fotografica con
immagini scattate in Iraq da Naomi Toyoda.
L'inziativa e' in collaborazione con il Centro di documentazione "Semi sotto
la neve", via O. Gentileschi 6/a, Pisa, tel. e fax: 050564238.
Per ulteriori informazioni: Centro studi "Sereno Regis", via Garibaldi 13,
10122 Torino, tel. 011532824, fax: 0115158000, e-mail:
enzo.gargano at cssr-pas.org, sito: www.cssr-pas.org

6. LIBRI. ROSSANA ROSSANDA PRESENTA "VOLEVO LA LUNA" DI PIETRO INGRAO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 ottobre 2006.
Rossana Rossanda e' nata a Pola nel 1924, allieva del filosofo Antonio
Banfi, antifascista, dirigente del Pci (fino alla radiazione nel 1969 per
aver dato vita alla rivista "Il Manifesto" su posizioni di sinistra), in
rapporto con le figure piu' vive della cultura contemporanea, fondatrice del
"Manifesto" (rivista prima, poi quotidiano) su cui tuttora scrive. Impegnata
da sempre nei movimenti, interviene costantemente sugli eventi di piu'
drammatica attualita' e sui temi politici, culturali, morali piu' urgenti.
Tra le opere di Rossana Rossanda: L'anno degli studenti, De Donato, Bari
1968; Le altre, Bompiani, Milano 1979; Un viaggio inutile, o della politica
come educazione sentimentale, Bompiani, Milano 1981; Anche per me. Donna,
persona, memoria, dal 1973 al 1986, Feltrinelli, Milano 1987; con Pietro
Ingrao et alii, Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri, Roma 1995; con
Filippo Gentiloni, La vita breve. Morte, resurrezione, immortalita',
Pratiche, Parma 1996; Note a margine, Bollati Boringhieri, Torino 1996; La
ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005. Ma la maggior parte del
lavoro intellettuale, della testimonianza storica e morale, e della
riflessione e proposta culturale e politica di Rossana Rossanda e' tuttora
dispersa in articoli, saggi e interventi pubblicati in giornali e riviste.
Pietro Ingrao e' nato nel 1915 a Lenola (Latina), laureato in giurisprudenza
e lettere, partecipa alla lotta clandestina antifascista e alla Resistenza.
Giornalista, direttore de "L'Unita'" dal 1947 al 1957, dal 1948 deputato del
Pci al Parlamento per varie legislature e tra il 1976 e il 1979 presidente
della Camera dei Deputati. Sono di grande rilievo le sue riflessioni sui
movimenti, le istituzioni, la storia contemporanea e le tendenze globali
attuali. Tra le opere di Pietro Ingrao: Masse e potere, Editori Riuniti,
Roma 1977; Crisi e terza via, Editori Riuniti, Roma 1978; Tradizione e
progetto, De Donato, Bari 1982; Il dubbio dei vincitori, Mondadori, Milano
1986; Le cose impossibili, Editori Riuniti, Roma 1990; Interventi sul campo,
Cuen, Napoli 1990; L'alta febbre del fare, Mondadori, Milano 1994; (con
Rossana Rossanda ed altri), Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri,
Roma 1995; Variazioni serali, Il Saggiatore, Milano 2000; (con Franco
Fortini, Alberto Olivetti, Gianni Scalia), Conversazioni su Il dubbio dei
vincitori, Cadmo, Roma 2002; (con Alessandro Zanotelli), Non ci sto!, Piero
Manni, Lecce 2003; La guerra sospesa, Dedalo, Bari 2003; Una lettera di
Pietro Ingrao, Cadmo, Roma 2005; Volevo la luna, Einaudi, Torino 2006. Opere
su Pietro Ingrao: Antonio Galdo, Pietro Ingrao. Il compagno disarmato,
Sperling & Kupfer, Milano 2004, 2006; Lorenzo Benadusi, Giovanni Cerchia (a
cura di), L'archivio di Pietro Ingrao, Ediesse, Roma 2006]

Quando Pietro Ingrao pubblico', nel 1986, il suo primo volume di versi (Il
dubbio dei vincitori, Mondadori) qualcuno si offusco': ma come, era il
dirigente comunista piu' amato, fermo, il sicuro punto di riferimento nella
crisi del partito, ed ecco che rivelava una sua dimensione personale,
tumultuosa e inquietante, che cercava un raggiungimento nella forma, era
come se dicesse: non appartengo tutto a voi, mia comunita' politica.
Oggi, riandando sulla sua vita (Volevo la luna, Einaudi, pp. 376, euro
18,75) egli scosta da se' di nuovo l'icona di leader del popolo e padre
della patria, infrangibile, quello che nella copertina parla alla folla, il
volto asseverativo e la mano alzata in esortazione. L'icona - dicono le sue
pagine - e' la cristallizzazione forzosa d'un percorso, interiore e
pubblico, nel quale al momento dei bilanci le priorita' e i pesi si
ridistribuiscono, e molto rischia di apparire vanita'. Ingrao sa di essere
un uomo pubblico, e ci tiene, anche se gli pare un poco cedere alla lusinga,
ma quel che ha raggiunto va soppesato e gli errori vanno ammessi. E' una
vita autentica.
Il titolo stesso pone un interrogativo. Voleva l'irraggiungibile o che quel
che voleva e' rimasto distante? La risposta e' sospesa. Penso ai versi di
Eluard: "Et s'il etait a' refaire, je referais ce chemin". Si', se si
trattasse di rifarla, rifarebbe quella strada. Con qualche illusione o
protervia comunista di meno. E quale ne e' l'esito? Il suo attuale compagno
di partito, Fausto Bertinotti, non cessa di citare i versi di Kavafis in
Itaca: importante non e' l'approdo, e' il viaggio. Ma l'approdo da' senso al
viaggio. L'approdo di Ingrao e' che la rivoluzione degli oppressi contro
l'oppressione, che resta da compiere, sara' diversa dall'immaginato dalla
sua passata milizia e il suo soggetto sara' plurimo. Per strada rimane, con
le sue macerie, il leninismo-stalinismo, coppia di sostantivi che non aveva
incontrato ancora. E la violenza.
*
Un ritiro senza clamori
Diversamente dal suo ultimo lavoro di indagine, Appuntamenti di fine secolo
(Manifestolibri), che si interrogava prima di altri sulla precarizzazione
del lavoro, Volevo la luna scandisce sulla esperienza personale cinquanta
anni di storia del Novecento. Dall'infanzia in una famiglia meridionale di
signori poveri, contraddizione significativa, alla formazione intellettuale
e politica ormai giovane nella (gracile) Resistenza romana, alla lunga
militanza al vertice del Pci, che diventa nel dopoguerra scontro (aspro) con
l'arroganza del ceto dominante e fra i campi in cui il mondo e' diviso. Poi
sara' la (amara) divisione nel partito, preludio di una piu' vasta
sconfitta, fino alla uccisione di Moro. Perche' la morte di Moro? Ingrao non
era stato un fervente del compromesso storico, conosceva abbastanza la
Democrazia cristiana per dubitarne, lo aveva detto a Berlinguer, non era
stato ascoltato e si era fatto da parte. La ragione e' interiore: da
quell'anno non accettera' piu' alcun incarico dal Pci, a cominciare dalla
presidenza della Camera che il partito gli vorrebbe imporre una seconda
volta, dopo avercelo mandato anche per toglierselo d'attorno alle Botteghe
Oscure. Sente "il bisogno di riflettere sul fallimento della strategia del
Pci in Italia", sull'Europa, sul mondo che cambia. C'e' da studiare,
cercare, capire. E' politica, ma non piu' un "fare politico". Ingrao, se ha
dubitato della "alta febbre del fare", non si e' mai illuso su che cosa sia
o non sia il fare politico. Si ritira senza clamori. Nel libro sono poche
righe asciutte, prima di chiudersi sulla figura solitaria ed emblematica del
disperso di Marburg nel racconto di Nuto Revelli.
Non e' a causa dell'eta' che chiude con la milizia attiva; ha si' e no
sessant'anni e del resto ancora un paio d'anni fa raggiungeva una
manifestazione traversando Roma intasata sul sellino posteriore di una
motocicletta. Lasciava per il dubbio, lungamente maturato, sulla capacita'
del partito di intendere il volgere degli eventi e di farvi fronte. Allora
non ne ha parlato, ne' oggi getta la responsabilita' su questo o quello. E
non perche' sia arrivato alla conclusione, credo, che fin dall'origine il
tentativo comunista era destinato a fallire, che c'era il verme nel frutto.
Nel tramonto della sinistra che e' stata anche sua e' sempre attento al
sorgere di quelli che per primo ha chiamato "i nuovi soggetti". Ma da un
pezzo deve aver cessato di credere che il Pci li intendesse, e non crede che
qualcuno altro li abbia intesi meglio. Vano, quando non pericoloso,
dev'essergli sembrato il tormentarsi degli anni '70. L'aggettivo che gli
viene sotto la penna piu' spesso e' ormai "amaro". Ma non ha risentimenti.
Anch'egli ha mancato, sbagliato.
Dove? Nella "soggezione" al modo di essere del partito. Essa gli pesa di
piu' che gli errori di analisi e previsione, dei quali esso e' una causa. Se
oggi non propone una lettura diversa del mutare dei rapporti di forza, dagli
anni Sessanta in poi, e' perche' la partita e' complessa, non gliene sfugge
la dimensione ed e' sua ferma convinzione che soltanto un grande partito -
non un coacervo di opinione, ma un "intellettuale collettivo" - avrebbe
potuto farvi fronte. E neppure sottolinea di aver personalmente affacciato
interrogativi e risposte. E' troppo severo con se stesso: molti di noi lo
sanno piu' attento di ogni altro dirigente al mutare delle cose, su cui ha
molto ragionato e scritto. Se mai e' irresoluto nel trarne le conseguenze
quando il partito non le trae. Ingrao e' sempre un poco oltre e fuori dalla
linea, ma e' convinto che non si fa politica da soli. Come se gli parlasse
dentro il brechtiano: "Compagno, non avere ragione senza di noi".
Tanto piu' che c'e' una consonanza fra la sua formazione e quella del
vertice comunista italiano, in particolare della sua generazione: l'impronta
morale, antifascista, nazional-popolare piu' che marxista, l'acuta
sensibilita' per gli oppressi piu' che per gli sfruttati, per le vessazione
dei padroni o dell'apparato repressivo dello stato piu' che per il
meccanismo capitalistico di produzione, che gli appare astratto, dunque
pressoche' inumano. Umanesimo contro "economicismo" e' la "via italiana", e
di economicismo mi ha sempre rimproverato. Questo accento, cui e' stato
piegato (perche' piegabile) anche Gramsci e nella discussione interna e'
malamente tradotto nella contesa fra meridionalisti nazional-popolari e
settentrionali cosmopoliti, e' stato determinante nel Pci assai piu' della
ubbidienza alla vulgata marxista-leninista dell'Urss. In Ingrao e'
rafforzato da quello "storicismo assoluto", che e' il contrario del
determinismo (i popperiani nulla ne hanno capito) e viene dal post-hegelismo
filtrato da Labriola e Gramsci. La calorosa scoperta del nonno garibaldino
incontra una Weltanschauung segnata dall'intreccio fra risorgimento,
antifascismo, democrazia e oppressioni del presente.
*
Il corpo e il sangue del partito
Nell'esperienza soggettiva, i rapporti nel partito pesano di piu' delle
scelte del partito. La sua e' una appartenenza, calda, diretta, imponente.
Con la base e con il gruppo dirigente, che non sono la stessa cosa. La base
e' parente del popolo, della massa, che il vertice interpreta e dirige,
sollecita e frena; in essa la memoria ritaglia i singoli, uomini e donne con
nome e cognome, con i quali ha condiviso giorni e speranze, allegrie o
angosce, azioni e riflessioni indimenticabili. Dagli inizi con il gruppo
romano, a mezzo fra generazionale, amicale e politico, e poi -
nell'insensato giro della prima clandestinita' - con Salvatore di Benedetto
che lo nasconde a Milano o il vecchio pastore che lo copre nella Sila. Poi
saranno le centinaia di persone, individui compagni, incontrati nei decenni
di lavoro a "l'Unita'" o in segreteria o alla Camera (dalla quale Ingrao
s'e' mosso come nessuno, ricordo un incontro di lavoro collettivo con
l'assemblea della Montedison di Castellanza). La base e' la pluralita' del
paese vivente, che si raggruma nelle istituzioni locali, nei comuni,
terminali appunto plurimi di tradizione secolare e modernita'. Essi sono il
corpo, il sangue del partito. Altro e' il gruppo dirigente, nel quale Ingrao
e' proiettato quasi subito. E' un vertice pervaso della propria
responsabilita', al quale si e' cooptati e nel quale si sperimenta la
solidarieta' del lavoro comune, un certo senso di missione storica e la
discussione quotidiana sul fare. E questa, se spesso converge, altre volte
si fa scontro, reso drammatico dalla gerarchia e da un centralismo per il
quale il solo balenare di una divergenza sarebbe la catastrofe, spaccherebbe
tutto.
Una sola volta Ingrao lo sfida, all'XI congresso, dove presenta un'ipotesi
di modello di sviluppo e di alleanze opposta a quella amendoliana (ma nel
libro la ricorda appena) e una innovazione di metodo, la legittimazione del
dissenso (nel libro il ricordo e' vivissimo). Che venga accolto da applausi
scroscianti dai delegati poco conta di fronte al gelo del gruppo dirigente.
Vuol dire che ha perso; quello e' il perimetro vero del confronto. Non
tentera' in alcun modo di sollevare o dividere l'assemblea e sopportera'
senza reagire la grandine di punizioni che segue su di lui e sui suoi. Non
protesta perche' ancora oggi pensa di avere violato un interdetto: e' vero
che eravamo una frazione, scrive. Frazione per aver discusso con quattro o
cinque di noi, e per aver confrontato con Lucio Magri il discorso da
pronunciare all'XI congresso? Magari ci fossimo mossi come frazione, non lo
abbiamo fatto. Non abbiamo cercato di riunire una sola volta i compagni che
sentivamo piu' vicini. Conoscevamo tutti e ci conoscevano tutti, sarebbe
stato uno scontro acerbo, ma non ci fu. Ci fu la sua solitaria sfida. Ogni
"ingraiano" si mosse da solo, piu' o meno felicemente, per rispetto di un
leader che pareva volere tutto il partito o niente.
Sara' cosi' anche piu' tardi, dopo la caduta del Muro di Berlino, cui queste
memorie non arrivano. Ingrao rifiuta il cambiamento del nome del partito, sa
che vuol dire cambiamento di identita' e collocazione. Ma quando si
coagulano attorno a lui le speranze di una rottura e ricominciamento - una
Rifondazione diretta da lui invece che da Armando Cossutta - non se la
sente. Il compagno Ingrao non e' uno scissionista. La passione urta con il
metodo, introiettati tutti e due. Mettera' per l'ultima volta tutto il suo
peso contro la guerra del Golfo. Poi uscira' dal partito, da solo, senza
consultare nessuno.
*
La ferrea appartenenza
Oggi sente questa immobilita' come una colpa, ma piu' per alcune
discriminanti d'ordine etico che su questa o quella analisi da cui pure
dipendevano il presente e il futuro del Pci. Il suo giudizio sui compagni
della direzione e' generoso, fin indulgente con chi gli aveva fatto guerra,
come Amendola di cui ricorda una brutta minaccia senza farne il nome.
Soltanto da uno di essi si sente lontano, Togliatti, che non chiama "il
compagno Togliatti". Lo chiama "quel capo". Quel capo ha mentito, tacendo o
parlando, quel capo ha brindato all'invasione di Budapest, quel capo ha
impedito la discussione sul 1956 definendola come un attacco contro lui
medesimo e con cio' azzittendo tutti. L'Ingrao di oggi non si perdona di
aver taciuto, peggio di avere scritto a favore dell'invasione
dell'Ungheria - eppure non taceva per vilta', ma per patita (aspra, amara)
condivisione del metodo interno, per una contraddizione fra due principi di
lotta. Molti anni dopo fu il solo comunista di rilievo che intervenisse al
secondo convegno del "Manifesto" sull'est, dove di perifrasi non se ne usava
nessuna. Ma era il 1981 ed egli era fuori del gruppo dirigente.
Tale e' la priorita' delle relazioni. In un partito o in un gruppo essa
significa appartenenza. Un tempo noi dicevamo piu' freddamente adesione.
Appartenenza e' un legame piu' profondo, comporta vincoli che la mera
razionalita' non sospetta. Ingrao si accusa di tradimento per aver votato
nel 1969 nel Comitato centrale l'esclusione del gruppo del "Manifesto". Ma
quale tradimento? Era evidente che non avrebbe partecipato alla nostra
impresa. Non aveva approvato i pochi di noi che erano riusciti a parlare
dalla tribuna del XII congresso. Quando gli dicemmo della rivista ci ammoni'
che, malgrado la rassicurazione di Berlinguer, saremmo stati sicuramente
sanzionati. Ci separammo nel modo piu' limpido e amichevole. Se qualcuno si
senti' abbandonato fu molto piu' tardi, dopo il 1989, ad Arco, quando con
qualche ragione si attendeva da lui il lancio di un nuovo inizio.
Per questo ultimo Ingrao, che "parte da se'", la relazione con l'altro
vivente, persona o gruppo, e' il rapporto essenziale, attraverso il quale
filtra la verita' dell'esperienza pubblica e privata. E' questo che fa
sbiadire nelle sue pagine i lineamenti della posta su cui volta per volta si
e' giocato il destino nostro, e del paese, ed oltre di esso: quale era la
discriminate che si profilava dopo la morte di Togliatti, che e' stato
realmente il partito di Berlinguer, quale consistenza aveva, al di la' dei
colloqui di vertice, l'incontro fra Dc e Pci, cattolici e comunisti, come si
e' andata disegnando la crisi dei socialismi reali e la risposta di un
neoliberismo alle insorgenze degli ultimi anni '60 e dei '70 - come matura
insomma, attraverso quali passaggi, la crisi epocale del comunismo. Le sue
pagine echeggiano il rombo del mondo come si sente il frastuono d'una
mareggiata, disegnano i grandi motivi della umana sofferenza e del riscatto;
non li analizzano piu'. Il tempo delle scelte e' passato.
Di assoluto e dolce resta la famiglia, radice e luogo del ritorno. Laura, la
compagna della vita, Laura spesso piu' forte e avvertita di lui (non percio'
le da' retta, sempre maschio italiano e'), Laura che risolve, Laura madre
che se la deve sbrigare con i loro cinque rampolli, Laura che e' la passione
e l'occhio indulgente. E le figlie, tramite fisico del 1968 romano,
conosciuto soltanto attraverso di loro, il figlio cui ha dato il suo nome
nella Resistenza (e neanche questo Togliatti aveva capito), la grande tribu'
degli Ingrao nella grande vecchia casa a Lenola. E poi gli scorci di
fogliame e sole e mare che irrompono negli anni e nel ricordo, la felicita'
del corpo. E' il primato della persona in una esperienza che piu' pubblica
non sarebbe potuta essere.
Questo e' Pietro Ingrao visto oggi da Pietro Ingrao. Poi ce ne e' un altro,
simile e dissimile, quello che ha traversato dall'interno la prova politica
di molti fra noi. La serie di ritratti che gli fece negli anni Ottanta
Alberto Olivetti, e sono stati troppo brevemente esposti all'Auditorium di
Roma in occasione dei suoi novanta anni, dicono di lui piu' delle migliaia
di fotografie che ne accompagnano l'itinerario come una scia.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1462 del 28 ottobre 2006

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