La nonviolenza e' in cammino. 1447



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1447 del 13 ottobre 2006

Sommario di questo numero:
1. Daniele Huillet
2. Afghanistan
3. Alla scuola di Anders
4. Daniele Archibugi: I frutti avvelenati della guerra preventiva
5. Missy Comley Beattie: Preghiere per la pace
6. "Noi donne": Dedicato ad Anna
7. Alberto Moravia ricorda Andrea Caffi
8. In edicola oggi "Teoria e pratica della nonviolenza" di Gandhi
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. LUTTI. DANIELE HUILLET

E' un dolore profondo la scomparsa di Daniele Huillet, cineasta autrice non
solo di film, ma di cinema; non solo di opere, ma di linguaggio; non solo di
esiti d'arte, ma di verita' che combatte, oppressione e menzogna smaschera e
contrasta, ed umanita' invera.
Del cinema di Daniele Huillet e Jean-Marie Straub non ricordo un film che
non sia perfetto, nel rigore formale e nel rigore politico. Ed insieme
infinitamente aperto: un appello incessante e ineludibile alla lotta, come
lo erano i saggi e le poesie di Fortini. Tutto il loro cinema, non
riconciliato, resistente, a me e' sempre sembrato un ragionamento politico e
politica un'azione tanto piu' aggettanti quanto piu' risolti sul piano della
compiutezza estetica, ovvero morale ed epistemologica.
E se puo' sembrare semplice - ed e' vero il contrario - nel lavorare su
Boell e su Brecht, su Kafka e Pavese e Vittorini, con Fortini, si veda
allora il Mose' e Aronne schoenberghiano o il lavoro sull'Empedocle
hoelderliniano, o la visita al Louvre.
Ora che Daniele Huillet non e' piu' tra i viventi, anche questo foglio la
ricorda, la saluta, la ringrazia ancora.

2. EDITORIALE. AFGHANISTAN

Se non parliamo dell'Afghanistan di cosa vogliamo parlare?
Se non denunciamo che il nostro paese sta partecipando a guerre e stragi che
sono terrorismo ed altro terrorismo provocano, di cosa vogliamo parlare?
Se non denunciamo che il nostro governo e il nostro parlamento stanno
continuando a violare la legalita' costituzionale facendo una politica
internazionale di guerra, cosi' facendoci tutti divenire assassini e tutti
esponendoci alla guerra (alla guerra asimmetrica e senza fronti in cui tutti
diventano bersaglio di aggressioni onnicide), di cosa vogliamo parlare?
Se non ci opponiamo alla guerra e alle stragi di cui e' corresponsabile oggi
il nostro paese, come possiamo pretendere che la nostra parola abbia un
valore?

3. EDITORIALE. ALLA SCUOLA DI ANDERS

Chi si era illuso in questi ultimi anni che l'eta' atomica non ci
sovrastasse con la sua costante minaccia evidentemente poco aveva riflettuto
su quelle verita' che subito all'indomani di Hiroshima e Nagasaki furono
evidenti alle menti piu' avvertite, agli sguardi meno offuscati.
Non vi e' lotta piu' necessaria di quella per il disarmo atomico. Ma questa
lotta potra' vincere (e sempre solo relativamente, in forma di continuo
contrasto e rinvio della catastrofe) solo se passeranno tre idee-guida.
La prima: la scelta del disarmo e della smilitarizzazione dei conflitti, che
detto altrimenti e' la scelta di una crescente solidarieta' che raggiunga
tutti gli esseri umani; le armi sono nemiche dell'umanita', o si disarma o
la catastrofe e' inevitabile.
La seconda: la scelta di opporsi non solo al nucleare militare ma anche a
quello cosiddetto civile, poiche' e' palese la continuita' tra i due, e se
non si blocca il nucleare civile non sara' possibile bloccare il nucleare
militare.
La terza: la scelta della nonviolenza come principio giuriscostituente che
presieda a una politica adeguata ai bisogni e ai doveri dell'umanita'
nell'epoca del pieno dispiegarsi di un'interconnessione che tutti raggiunge
e accomuna in un medesimo destino di vita o di morte.

4. RIFLESSIONE. DANIELE ARCHIBUGI: I FRUTTI AVVELENATI DELLA GUERRA
PREVENTIVA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 10 ottobre 2006. Dispiace in questo
articolo il lessico in alcuni punti leggero e inappropriato, ma ci sembra
ben degno di considerazione il ragionamento di fondo (p. s.). Dal sito
personale di Daniele Archibugi (www.danielearchibugi.org) riprendiamo la
seguente scheda: "Daniele Archibugi (Roma, 1958) e' dirigente tecnologo del
Consiglio Nazionale delle Ricerche, Irpps, Istituto di Ricerche sulla
Popolazione e le Politiche Sociali e Professore di Innovation, Governance
and Public Policy all'Universita' di Londra, Birkbeck College. Si e'
laureato in Economia e Commercio presso l'Universita' di Roma "La Sapienza"
con Federico Caffe' e ha conseguito il dottorato di ricerca in Science and
Technology Policy Studies (Spru) presso l'Universita' del Sussex, dove ha
lavorato con Chris Freeman e Keith Pavitt. E' stato stagiaire presso la
Commissione Europea a Bruxelles (1981) e Junior Consultant presso
l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico a Parigi
(1983). Ha svolto attivita' di ricerca e didattica presso le Universita' del
Sussex , di Cambridge, di Napoli e di Roma "La Sapienza" e "Tor Vergata".
Nell'anno accademico 2003-2004 e' stato Leverhulme Visiting Professor alla
London School of Economics and Political Science. Nel'anno accademico
2004-2005 e' stato Lauro de Bosis Visiting Professor alla Harvard
University. E' consulente di varie organizzazioni internazionali quali la
Comunita' Europea, l'Ocse e varie agenzie delle Nazioni Unite. Dal febbraio
1997 al febbraio 2002 e' stato Commissario dell'Autorita' sui servizi
pubblici locali del Comune di Roma. La sua attivita' didattica e i suoi
interessi di ricerca si sono indirizzati verso l'economia del cambiamento
tecnologico, la globalizzazione e i problemi dell'organizzazione
internazionale. Pubblicazioni: Nell'ambito degli studi economici, ha
pubblicato articoli su diverse riviste italiane e internazionali e i
seguenti volumi: (co-curatore con Bengt-Ake Lundvall), The Globalising
Learning Economy, Oxford University Press, Oxford, 2001; (co-autore con
Giuseppe Ciccarone, Mauro Mara', Bernardo Pizzetti e Flaminia Violati), Il
triangolo dei servizi pubblici, Marsilio, Venezia, 2000; (co-curatore con
Jonathan Michie), Innovation Policy in a Global Economy, Cambridge
University Press, Cambridge, 1999; (co-curatore con Jonathan Michie), Trade,
Growth and Technical Change, Cambridge University Press, Cambridge, 1998;
(co-curatore con Jonathan Michie), Technology, Globalisation and Economic
Performance, Cambridge University Press, Cambridge, 1997; (co-curatore con
Gianfranco Imperatori), Economia globale e innovazione, Donzelli, Roma,
1997; (co-autore con Mario Pianta), The Technological Specialization of
Advanced Countries, Kluwer, Dordrecht, 1992; (co-curatore con Enrico
Santarelli), Cambiamento tecnologico e sviluppo industriale, Franco Angeli,
Milano, 1990. E' membro del comitato editoriale delle riviste "Research
Policy", "Technological Forecasting and Social Change", "Technovation",
"Technology Analysis and Strategic Management" e "International Journal of
Technology and Globalisation" e ha curato un numero speciale del "Cambridge
Journal of Economics" su Technology and Innovation. Nell'ambito degli studi
sull'organizzazione internazionale, ha pubblicato articoli su diverse
riviste italiane e internazionali e i seguenti volumi: (curatore), Debating
Cosmopolitics, Verso, London, 2003; (co-autore con David Beetham), Diritti
umani e democrazia cosmopolitica, Feltrinelli, Milano, 1998; (co-curatore
con David Held e Martin Koehler), Reimagining Political Community. Studies
in Cosmopolitan Democracy, Polity Press, Cambridge, 1998; (co-curatore con
David Held), Cosmopolitan Democracy. An Agenda for a New World Order, Polity
Press, Cambridge, 1995; Il futuro delle Nazioni Unite, Edizioni Lavoro,
Roma, 1995; (curatore), Cosmopolis. E' possibile una democrazia
sovranazionale?, Manifestolibri, Roma, 1993; (co-curatore con Franco
Voltaggio), Filosofi per la pace, Editori Riuniti, Roma, 1991 e 1999. E'
membro del comitato di redazione di "Peace Review. A Transnational Journal",
"Ethics & Politics Review", "Lettera Internazionale" e "Giano. Pace,
ambiente, problemi globali". Ha curato un numero speciale di "Peace Review"
dedicato a Global Democracy"]

E' arrivato, puntuale, l'esperimento nucleare sotterraneo nord-coreano.
Molti avevano sperato che si trattasse di uno dei tanti bluff
dell'amministrazione di Kim Jong II, ma le rilevazioni sismiche giapponesi e
russe confermano quanto affermato con infinito compiacimento dal governo
nord-coreano. Sia chiaro, si tratta di un arsenale composto da una manciata
di bombette poco prestanti, a prestar fede al ben informato spionaggio
sud-coreano, e che forse difetta ancora dei missili a lunga gittata che
possano renderle temibili anche per i vicini piu' prossimi. Ma la potenza
atomica, come abbiamo appreso quando si installavano inutili euromissili nel
vecchio continente negli anni '80, non va misurata in kilotoni - ne basta
uno solo a scatenare una catastrofe - bensi' in termini politici. E il fatto
politico e' che Pyongyang e', dopo Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Cina,
India, Pakistan e Israele, l'ottavo paese del mondo ad entrare nel club
nucleare. Di tutti i 192 stati del mondo, uno dei meno raccomandabili.
Che cosa poteva, del resto, contrapporre il regime di Pyongyang a quello di
Seul? La Corea del sud e' ormai un affermato attore del capitalismo
mondiale, mentre il nord e' ridotto agli stenti. Basta osservare le speranze
di vita al di sopra e al di sotto del trentottesimo parallelo: piu' di 77
anni al Sud, meno di 64 al Nord. Essere sudditi della famiglia Kim costa
oggi ben 13 anni di vita media! E non sara' una manciata di armi nucleari ad
allungare la vita o a riempire la pancia.
Russia e Cina, che per anni si sono contese il protettorato nord-coreano,
non meno di Giappone, Europa e, ovviamente, Stati Uniti, sono uniti nel
ritenere "oltraggiosa" la scelta di Pyongyang. Ma nessuna delle attuali
potenze nucleari, non i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, non
l'India, non il Pakistan, non Israele, sono disposti a fare promesse
rispetto ai loro, e ben piu' consistenti arsenali atomici. L'unico accenno
all'auto-moderazione arriva dall'Iran di Ahmadinejad, dove il Ministro degli
esteri ha dichiarato, con un singolare miscuglio di coraggio e faccia tosta,
che il suo paese vorrebbe un mondo senza armi nucleari...
Il programma nucleare nord-coreano e' in cantiere da anni, forse da quando
nel 1950, nel mezzo della guerra di Corea, il generale Douglas MacArthur
suggeri' al presidente Truman di sganciare qualche decina di bombe atomiche.
Per fortuna, Truman licenzio' il suo generale e la sua irrealistica
minaccia. Non sembra, tuttavia, che l'attuale inquilino della Casa bianca
abbia fatto tesoro di quella lezione. Se il programma nucleare nord-coreano
ha avuto una brusca accelerazione, lo dobbiamo anche alla dottrina della
guerra preventiva che ha indotto alcune leadership a fare tutto quanto in
loro potere per evitare di essere invasi e spodestati. Gia' nel gennaio
2002, Bush si riferi' a tre "stati canaglia": il primo, l'Iraq, ha subito
una invasione. Gli altri, Iran e Corea del Nord, si sono riparati sotto
l'ombrello nucleare.
Ma ci sono vantaggi concreti a entrare nel club nucleare? Puo' servire a
ringalluzzire l'opinione pubblica, come in Iran. Ma anche a tentare di
rientrare nel salotto buono della comunita' internazionale, da una posizione
di forza. E' una scommessa azzardata e che potrebbe portare a conseguenze
imprevedibili. Ma Pyongyan e Teheran sanno che a rovesciare il tavolo ci
rimettono di piu' i loro avversari. Chi riuscira' ad evitare che, sulla scia
di questi due stati, non cominci una nuova e catastrofica strategia della
proliferazione nucleare?
La realta' e' che eventuali misure coercitive contro Kim Jong II sarebbero
poco efficaci e non raggiungerebbero l'obiettivo. Oggi Washington e Londra
chiedono l'intervento del Consiglio di sicurezza e degli altri organi delle
Nazioni Unite. Sono pronti a scaricare la patata bollente, con qualche mese
di anticipo rispetto all'insediamento, al prossimo Segretario generale
dell'Onu, l'attuale ministro degli esteri sud-coreano Ban Ki-Moon. Ma non
potevano Bush e Blair accorgersi delle virtu' taumaturgiche dell'Onu prima
di scatenare una guerra in Iraq, senza neppure rendersi conto che non
avevano i mezzi per tenere a bada le reazioni a catena - politiche, prima
ancora che atomiche - provocate da loro stessi?

5. TESTIMONIANZE. MISSY COMLEY BEATTIE: PREGHIERE PER LA PACE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Missy Comley Beattie. Missy Comley Beattie vive a New York, ha lavorato come
autrice per National Public Radio e "Nashville Life Magazine", fa parte di
"Gold Star Families for Peace"; suo nipote Chase J. Comley, caporale dei
marine, e' morto in Iraq il 6 agosto 2005]

Qualche giorno fa, stavo camminando lungo la Fifth Avenue, a Manhattan,
quando ho notato dei nastri colorati che pendevano dalla cancellata di ferro
che circonda la magnifica chiesa di Marble Collegiate. Quelle onde verdi,
blu e dorate, mi hanno indotta ad attraversare la strada e a leggere il
cartello che ne spiegava il significato. Si tratta del progetto "Preghiere
per la pace". Sui nastri dorati ci sono i nomi e le eta' dei nostri soldati
uomini e donne morti in Iraq, e i nastri rappresentano preghiere per le loro
famiglie. I nastri blu rappresentano preghiere per gli iracheni morti e
feriti e pure recano i loro nomi e le loro eta'. I nastri verdi sono
preghiere per la pace.
Mi sono mossa fra le strisce, decisa a trovare il nome di mio nipote. Sapevo
che farlo mi avrebbe commossa, ma ho cominciato a piangere ben prima di
trovarlo. Alcuni dei nostri morti non avevano piu' di 18 anni. Moltissimi
degli iracheni uccisi avevano solo pochi mesi.
Il cartello includeva un messaggio dell'anziano sacerdote Arthur Caliandro:
"Una domenica, dopo la fine della prima guerra del Golfo, ho partecipato ad
un incontro quacchero. Forse sapete che i quaccheri non hanno una liturgia
formale. Le persone entrano in silenzio, e parlano quando si sentono mosse
dallo spirito. Di tutti i commenti uditi quel giorno, quello che ricordo
veniva da un uomo che aveva su per giu' la mia eta': 'So come protestare
contro la guerra', disse, 'Ma non so come costruire la pace'. Sembra che
quest'uomo parlasse per la maggioranza dell'umanita'".
*
Molto prima che il loro nipote, il caporale dei marine Chase Comley, fosse
ucciso in Iraq, i miei genitori si chiedevano perche' cosi' tanti sacerdoti
fossero rimasti in silenzio di fronte all'invasione ed all'occupazione
dell'Iraq. Diedi allora a mia madre una copia del libro del reverendo
William Sloane Coffin, "Credo". Coffin, che e' morto in aprile, era un prete
cristiano ed un attivista pacifista che ha lavorato intensamente per la
giustizia sociale, credendola cruciale per il cristianesimo.
Coffin aveva questo da dire sulla guerra che ha ormai reclamato 3.000
soldati della coalizione e forse mezzo milione di iracheni: "La guerra
contro l'Iraq e' tanto disastrosa quanto non necessaria; e' forse la peggior
guerra della storia americana in termini di saggezza, giustizia, scopo e
motivazioni. Naturalmente ci sentiamo vicini agli iracheni cosi' a lungo e
crudelmente oppressi. E ci sentiamo vicini ai nostri uomini e donne
nell'esercito, ma non sosteniamo la loro missione militare. Non sono stati
chiamati a difendere l'America, ma ad attaccare l'Iraq. Non sono stati
chiamati a morire per il loro paese, ma ad uccidere per esso, in una guerra
illegale ed ingiusta a cui si sono opposti il Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite e virtualmente il mondo intero. Cosa di piu' antipatriottico
avremmo potuto chiedere alle nostre figlie e ai nostri figli se non di
servire nell'esercito?".
*
Settembre se n'e' appena andato e gia' ottobre e' un mese mortale per le
nostre truppe. Abbiamo perso 26 soldati della coalizione in una settimana. E
chi conosce il numero esatto degli iracheni ammazzati? George Bush sta
ripetendo: "Continuare la missione". Dovrebbe leggere "Credo" e imparare
dalla saggezza di Coffin: "Se ti trovi sull'orlo di un abisso, il solo passo
per progredire e' un passo indietro". In un'intervista concessa nel 2004 a
Bob Abernethy, direttore di "Religion & Ethics Newsweekly", disse: "Quasi
ogni centimetro quadrato della superficie terrestre e' inzuppato dalle
lacrime e dal sangue degli innocenti, e questo non e' opera di Dio. E' opera
nostra. E' il nostro umano agire male".
Di recente, ho letto che il ministro della chiesa di George Bush ha dato
voce alla propria opposizione alla guerra. In effetti, i leader della chiesa
metodista hanno firmato una "Dichiarazione di pace" in settembre, che chiede
di por fine al conflitto e di riportare a casa le truppe. Altri leader
religiosi si stanno pure organizzando, e si impegnano in azioni nonviolente
di protesta, anche rischiando di essere arrestati. Tristemente, pero',
troppi membro dei clero restano zitti, timorosi di alienarsi le loro
congregazioni.
Io penso sia venuto il momento per tutti loro di chiedere la pace. Di sicuro
quel momento e' venuto per ciascuno di noi.

6. LUTTI. "NOI DONNE": DEDICATO AD ANNA
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org). Anna Politkovskaja, giornalista
russa, nata a New York nel 1958, impegnata nella denuncia delle violazioni
dei diritti umani con particolar riferimento alla guerra cecena, e' stata
assassinata nell'ottobre 2006. Opere di Anna Politkovskaja disponibili in
italiano: Cecenia. Il disonore russo, Fandango, 2003; La Russia di Putin,
Adelphi, 2005]

La redazione di "Noi donne" esprime il proprio cordoglio e la propria
indignazione per il brutale assassinio compiuto nei confronti della collega
russa Anna Politkovskaja. La morte della giornalista tronca una visione del
giornalismo, che assume la responsabilita' dell'informazione come impegno
civile.
Nata nel 1958, madre di due bambini, Anna era stata in passato arrestata e
piu' volte minacciata per la sua opposizione al governo Putin, il cui potere
macchiato da crudelta' e abusi sistematici in Cecenia era stato
pubblicamente denunciato nei suoi best-seller Cecenia. Il disonore russo
(tr. it. Fandango, 2003) e La Russia di Putin (tr. it. Adelphi, 2005).
"Penna d'oro" nel 2000, la Politkovskaja scriveva per il quotidiano
d'opposizione "Novaja Gazeta", una delle poche testate non ancora sottoposta
a censura politica. Nel 2002 era stata premiata a New York col "Courage in
Journalism Award" (premio per il giornalismo coraggioso) dall'International
Women's Media Foundation, per i suoi reportage di guerra, in cui svelava il
regime di terrore praticato dalle truppe russe nel corso del conflitto
ceceno, a colpi di esecuzioni sommarie, sequestri, stupri e campi di
concentramento. Allo stesso tempo, dalla sua tribuna giornalistica, la
Politkovskaja lanciava accuse tremende a Ramsan Kadyrov, premier ceceno
sostenuto dal Cremlino per i metodi violenti con i quali il suo esercito di
pretoriani, veri e propri squadroni della morte, si assicurava l'obbedienza
della popolazione civile. Una voce isolata, la sua, che risuonava forte nel
vuoto assoluto che circondava la sporca guerra cecena nel panorama mediatico
russo. Nel 2003 l'Osce, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in
Europa, premiava la cronista russa per la sua campagna in difesa dei diritti
umani in Cecenia.
Anna Politkovskaja era apparsa sulla scena internazionale nell'ottobre 2002
nel ruolo di mediatrice fra le autorita' russe e un commando di terroristi
ceceni, che aveva assaltato il teatro Dubrovka di Mosca. Nel settembre 2004
era stata inviata a Beslan, capitale dell'Ossezia del Nord, per seguire il
sequestro e il massacro degli ostaggi in una scuola. Era stata, tuttavia,
costretta a rinunciare al suo reportage, a causa di un sospetto
avvelenamento da lei attribuito ai servizi segreti russi e che le aveva
impedito di raggiungere il luogo della strage.
La morte di Anna trascende il perimetro del giornalismo russo e della
politica interna russa. Piangono, innanzi tutto, la sua perdita i moscoviti
che a decine hanno lasciato fiori e candele accese davanti alla sua
abitazione. Ma molte sono state pure in tutto il mondo le manifestazioni di
dolore collettivo e di simpatia per questa coraggiosa e tenace reporter, di
cui sarebbe stata pubblicata proprio in questi giorni un'esplosiva inchiesta
sulla pratica delle torture in Cecenia, corredata da fotografie molto
importanti. Tutto il giornalismo e' oggi in lutto e rende omaggio a questa
straordinaria "cronista senza tregua", onesta e curiosa, una delle piu'
coraggiose tra i tanti coraggiosi giornalisti russi. La "difensora della
liberta' di espressione in Russia", come si legge in un comunicato della
presidenza europea, che sino in fondo si e' battuta per la democrazia e la
liberta' di stampa, rischiando in passato ripetutamente la vita sino a
perderla sabato pomeriggio a Mosca nell'ascensore della sua abitazione per
mano di un killer che le ha inferto quattro colpi mortali d'arma da fuoco.

7. MEMORIA. ALBERTO MORAVIA RICORDA ANDREA CAFFI
[Dalla rivista "Una citta'", n. 140, giugno-luglio 2006 (disponibile anche
nel sito www.unacitta.it) riprendiamo questi brani di Moravia estratti dalla
sua introduzione al libro di Gino Bianco, Un socialista "irregolare": Andrea
Caffi, intellettuale e politico d'avanguardia, Lerici, Cosenza 1977, ora in
ristampa per Jouvence.
Alberto Moravia (Roma 1907-1990), scrittore, promotore di cultura,
intellettuale di forte impegno civile, tra i maggiori in Italia nel
Novecento. Tra le opere di Alberto Moravia segnaliamo almeno: Gli
indifferenti, tra le opere narrative; L'uomo come fine, e L'inverno
nucleare, tra i saggi; e naturalmente l'autobiografia in forma di intervista
con Alain Elkann, Vita di Moravia. Le Opere complete sono edite da Bompiani.
Tra le opere su Alberto Moravia: Oreste del Buono (a cura di), Moravia,
Feltrinelli, Milano 1962; Fulvio Longobardi, Alberto Moravia, La Nuova
Italia, Firenze 1975.
Andrea Caffi, nato a Pietroburgo nel 1886 e deceduto a Parigi nel 1955,
intellettuale e militante, una delle figure piu' limpide ed affascinanti (e
ingiustamente dimenticate) dell'impegno e della riflessione socialista ed an
titotalitaria europea del Novecento. Opere di Andrea Caffi: cfr. per un
avvio il recente volumetto Critica della violenza, Edizioni e/o, Roma 1995.
Opere su Andrea Caffi: Gino Bianco, Un socialista "irregolare": Andrea
Caffi, Lerici, Cosenza 1977; Giampiero Landi (a cura di), Andrea Caffi, un
socialista libertario, Edizioni Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1996.
Nicola Chiaromonte, nato nel 1905, scomparso nel 1972, scrittore e saggista.
Antifascista, nel '34 e' esule a Parigi, nel '36 combatte in Spagna, dopo
l'esilio francese ed americano torna in Italia nel 1953 e fonda con Silone
la rivista "Tempo presente"; scrive anche sul "Mondo" e sull'"Espresso".
Opere di Nicola Chiaromonte: La sua produzione resto' sparsa su riviste, in
vita pubblico' due soli volumi: La situazione drammatica (1959), Credere e
non credere (1971); dopo la morte sono stati pubblicati negli anni '70 altri
volumi: Scritti sul teatro; Scritti politici e civili; Silenzio e parole
(scritti filosofici e letterari). Negli ultimi anni altri volumi sono
apparsi, in particolare segnaliamo Il tarlo della coscienza, Il Mulino,
Bologna 1992; Credere e non credere, Il Mulino, Bologna 1993; Lettere agli
amici di Bari, Schena, 1995; Che cosa rimane. Taccuini (1955-1971), Il
Mulino, Bologna 1995; Le verita' inutili, L'Ancora del Mediterraneo, Napoli
2001. Opere su Nicola Chiaromonte: Gino Bianco, Nicola Chiaromonte e il
tempo della malafede, Lacaita, Manduria-Roma-Bari 1999.
Gino Bianco, giornalista e storico, studioso del movimento operaio e di
figure e vicende della tradizione socialista e libertaria, redattore negli
anni '60 a Milano della rivista "Critica Sociale", e' stato corrispondente
da Londra dell'"Avanti!" e successivamente del "Giornale nuovo", ed inviato
speciale del giornale radio della Rai; ha collaborato con saggi di storia
contemporanea a "Movimento operaio e socialista", a "Tempo presente", alla
rivista londinese "Survey"; e' direttore responsabile della bella rivista
forlivese "Una citta'" (sito: www.unacitta.it). Opere di Gino Bianco: con
Gaetano Perillo, I partiti operai in Liguria nel primo dopoguerra, Istituto
storico per la Resistenza in Liguria, Firenze 1965; La tradizione socialista
in Inghilterra, Einaudi, Torino 1970; Tra bolscevismo e fascismo, La Nuova
Italia, Firenze 1976; Un socialista "irregolare": Andrea Caffi,
intellettuale e politico d'avanguardia, Lerici, Cosenza 1977; Nicola
Chiaromonte e il tempo della malafede, Piero Lacaita Editore,
Manduria-Roma-Bari 1999]

Ho conosciuto Andrea Caffi in circostanze piuttosto curiose. Era il 1923, io
avevo quindici anni e tornavo dalla villeggiatura in Alto Adige, in treno
insieme alla mia famiglia. Incontrai un individuo che si disse russo, e
infatti lo era e mi informo' di essere andato via dalla Russia per portarsi
volontario nella guerra di Mussolini contro la Grecia, per l'incidente di
Corfu'. In quei giorni pero' l'incidente di Corfu' era gia' sbollito,
percio' questo russo veniva in Italia per niente. Aveva un passaporto col
nome di Marco Cenerini, ma in realta' si chiamava Popof (che vuol dire
figlio di pope) ed aveva ottenuto il passaporto per venire in Italia
precisamente da Andrea Caffi, il quale appunto si trovava addetto
all'Ambasciata italiana a Mosca e aveva cercato di dare piu' passaporti che
si poteva a gente che scappava dalla Russia per la fame, per il terrore, la
paura, per le condizioni spaventose che c'erano appunto nell'inverno del
1922-'23.
Ora io ero ragazzino, avevo quindici anni e diedi il mio indirizzo a questo
Marco Cenerini il quale poi riusci' tuttavia a portarsi ugualmente
volontario nell'aviazione italiana; infatti un bel giorno me lo vidi
capitare a casa vestito da aviere, nella divisa azzurra dell'aviazione di
Mussolini. Mi disse: io ho un amico russo qui a Roma, molto simpatico, che
e' un intellettuale... si chiama Andrea Caffi, lui abita in via Lombardia,
gli ho parlato di te, gli ho detto che sei uno scrittore (infatti io mi
professavo scrittore anche se non avevo pubblicato niente) e lui vuole
conoscerti.
Un bel giorno andai con Cenerini a trovare Caffi. Lui avverti' Caffi, poi se
ne ando' e mi lascio' davanti al portone in via Lombardia. Salii su da Caffi
che abitava in una camera ammobiliata, presso una famiglia, una camera senza
neanche l'ingresso libero, in fondo al corridoio. Appena entrai mi venne
incontro e mi abbraccio' come se ci fossimo sempre conosciuti.
Mi fece una strana impressione. Era un uomo altissimo, con una testa tutta
arruffata, i capelli grigi, e un viso con i tratti molto marcati; occhi
grifagni e un po' sbarrati, nasone pronunciato, grande bocca ironica e
un'espressione tra ispirata e ironica. C'era in lui insomma il senso
dell'uomo romantico, che ha avuto e ha tuttora degli ideali e al tempo
stesso un'espressione delusa, ironica, amara e lungimirante con la quale
sembrava dire: c'era da aspettarselo. Si trattava davvero di una strana
mescolanza. Caffi fin da allora era vestito alla maniera che poi gli ho
sempre visto, pantaloni sbrindellati, giacche informi, salvo quando doveva
andare nel mondo, perche' allora si metteva un vestito blu, abbastanza
corretto, ma come insolito, che stranamente gli dava un aspetto di operaio
indomenicato. Cosi' vestito a festa aveva una grande eleganza naturale,
quell'eleganza che appunto hanno gli intellettuali e gli operai.
Non aveva nulla di borghese Caffi, proprio nulla, neanche un po'. Sempre
emanava da lui un fortissimo odore di acqua di colonia, tant'e' vero che
quando mi ha abbracciato mi ha avvolto in una nube olezzante, cosa che mi
colpi' molto perche' quando si e' giovani si e' colpiti dalle sensazioni e
poi perche' per me era una cosa estremamente insolita. Insomma non conoscevo
nessuno che si mettesse tanta acqua di colonia addosso.
*
Caffi era un grande conversatore, anzi diro' di piu', era un conversatore
delizioso ed estremamente comunicativo ed espressivo, e molto intelligente
naturalmente e coltissimo. Tutto questo pero' in maniera reticente e proprio
da grande signore della cultura, senza mai alcuno sfoggio didascalico e di
vanita' anzi tenendosi per se' il piu'. Era un iceberg di cultura da cui
emergeva soltanto una punta mentre tutto il resto restava sotto. Non era
facile farlo venire fuori, ma si sentiva tutto il tempo questa cultura e
questa sua esperienza di vita, anche quella di cui non parlava mai.
Si sapeva piu' o meno che Caffi era stato dappertutto, che era stato quello
che i tedeschi chiamano un uccello migrante, che aveva girato tutta
l'Europa, che era un grande camminatore, che andava sempre a piedi, che
aveva un certo disdegno aristocratico contro il progresso meccanico, e
questo era gia' abbastanza strano in un mondo che rotolava gia' verso il
consumismo e la comodita'.
Parlavamo spesso di letteratura e si parlava molto di Dostojevski del quale
avevo letto soltanto Delitto e castigo.
*
... In quel periodo vidi Caffi varie volte e poi mi ammalai molto
gravemente, una ricaduta della tubercolosi ossea con dolori spaventosi,
tant'e' vero che il medico mi ordino' delle punture di morfina. Diventai un
mezzo morfinomane, stavo sempre a letto e avevo sempre la febbre molto alta.
Ricordo benissimo che un giorno venne a trovarmi Caffi, entro' nella mia
camera portando in mano l'Idiota di Dostojevski (la prima traduzione
francese del visconte di Vogue' apparsa in Occidente), con una dedica di
Caffi scritta con una calligrafia che sembrava fatta di note di musica, una
calligrafia che volava, molto evanescente, come ineffabile, perche' lui era
un po' quello che si dice di Rimbaud, aveva "les sevuelles faites de vent"
(le suole fatte di vento) e si spostava con incredibile rapidita', partiva
senza sapere per dove, perche' cosi' era Caffi.
... Soprattutto credo che Caffi avesse avuto una diretta conoscenza
dell'avanguardia russa che e' adesso dispersa, sono tutti morti. Ma negli
anni in cui Caffi era in Russia erano tutti operanti e sono sicuro che li ha
conosciuti tutti, artisti che erano all'avanguardia non soltanto di nome, ma
di fatto all'avanguardia di tutta l'arte in Europa. Basta pensare a Chagall,
a Malevich, a Kandinski.
Mi porto' la copia dell'Idiota, io mi ammalai ancora di piu' e dopo quella
volta, per un po' di tempo, non lo vidi piu', non so perche' ma forse Caffi
non era a Roma. Stetti ancora a Roma una quindicina di giorni, poi mio padre
mi porto' in treno fino a Calalzo, poi in automobile fino a Cortina
d'Ampezzo dove c'era il sanatorio. Stetti la' in sanatorio dal marzo del
1924 fino all'ottobre del 1925, circa un anno e mezzo e guarii. Non ebbi
piu' notizie di Caffi, posso soltanto aggiungere che mio cugino Carlo
Rosselli venne a trovarmi nel '24 a Cortina d'Ampezzo durante l'affare
Matteotti. Mi disse testualmente: "Mussolini in Corte d'Assise in ottobre".
Come si vede nessuno e' profeta. Io stetti a Cortina fino all'ottobre del
'25. Alla fine di ottobre andai a Bressanone in un altro sanatorio e prima
di compiere diciassette anni cominciai a scrivere Gli Indifferenti.
*
... Tornai a Roma alla fine del '25 e andai a trovare Caffi che allora
abitava ancora in via Lombardia ma si apprestava ad andarsene perche' l'aria
era diventata irrespirabile in Italia (bisogna ricordarsi che il 5 gennaio
1925 c'era stato il discorso di Mussolini che praticamente aboliva tutte le
liberta'). Percio' alla fine del '25 Caffi stava per partire. Avvenne una
cosa molto kafkiana, anzi caffiana. Caffi, che era uno storico, un erudito,
un saggista (tra l'altro era enorme la sua conoscenza del mondo bizantino),
quando gli si chiedeva un articolo, per esempio sull'ultimo imperatore
bizantino, una vicenda che duro' venti anni, cominciava con delle schede e
risaliva sino all'origine dell'umanita'. Poi ad un certo punto, tutto questo
immenso lavoro di schedatura finiva nel nulla. Dopo aver preparato
quest'opera gigantesca, la lasciava.
Allora quando lui dovette partire mi disse: "Guardi che io ho molte note,
molte cose scritte ma non voglio, non posso portarle a Parigi. Del resto
credo che tornero' presto". Anche lui pensava che il fascismo sarebbe caduto
presto; lo pensavano tutti allora, persino i fascisti. Gli dissi: "Va bene,
se vuole posso metterli in casa mia e poi lei ci pensera' su". Ricordo che
andai a via Veneto, presi una carrozzella, i taxi allora erano molto rari, e
andai in via Lombardia, di fronte al portone dove abitava Caffi. Comincio'
il trasporto di tutte queste casse di carte e la carrozzella si riempi' fino
all'orlo e poi si mosse tirata da un cavallo scalcagnato con Caffi e me
dentro e ogni tanto dei libri e delle carte cascavano per terra per cui ogni
tanto dovevamo fermare la carrozza, raccogliere queste carte cadute e
rimetterle dentro. Insomma, bene o male, arrivammo in via Donizetti, dove
allora io abitavo con la mia famiglia, in un villino a due piani che aveva
un seminterrato-scantinato. C'era un grande studio che mio padre aveva
utilizzato nel passato, durante l'estate, perche' era piu' fresco e la'
c'erano delle casse vuote e ci mettemmo tutte queste carte. Poi io ci misi
anche i miei manoscritti.
Tutte queste carte sono poi scomparse, e' scomparso anche il manoscritto
degli Indifferenti, tutto scomparso.
*
... Caffi mi presento' molti scrittori che frequentavano il circolo di
"Commerce", insomma la Parigi "deco". Caffi era anche la' molto anomalo: era
tutta gente ben vestita, perche' l'intellettuale francese aveva allora un
aspetto borghese mentre Caffi era uno straccione. Per le occasioni si
metteva il famoso vestito blu, con la cravatta di traverso, ma normalmente
aveva l'aspetto di uno straccione. Era un hippy ante litteram, in lui c'era
un'anticipazione di molte cose che poi sono diventate comuni negli anni '60
e '70. Una cosa curiosa che posso dire di Caffi e' che non prendeva mai ne'
il metro ne' gli autobus; una volta si trovava a Montmartre e io gli diedi
appuntamento a Montparnasse e attraverso' tutta Parigi a piedi, e arrivo' a
Montparnasse sempre a piedi con il suo passo slogato di cammello.
Era un uomo molto alto, aveva un corpo come disossato, appunto come un
cammello, dondolante, con gambe infaticabili dove non si sapeva dove stesse
la forza, dentro pantaloni che erano fatti cosi': il ginocchio dei pantaloni
stava all'altezza dello stinco, la coscia stava all'altezza del ginocchio e
degli enormi scarponi neri.
*
Io restai a Parigi un anno intero e nel 1931 a Roma conobbi Nicola
Chiaromonte. Nicola Chiaromonte era un giovane lucano povero, antifascista,
molto serio, passava le giornate steso sul letto a leggere Platone. Piu'
tardi si mise a leggere Husserl e Heidegger, ma insomma le letture erano
quelle e diventammo molto amici. L'amicizia, almeno nella mia gioventu' era
questa: nel vedere giorno e notte l'amico, ci vedevamo al pomeriggio, alla
sera e poi ci telefonavamo e questo era un rapporto intellettuale, culturale
fondato su una reale comunanza di interessi.
Andammo avanti cosi' per parecchio tempo e una volta andai a Parigi e rividi
Caffi ma di sfuggita. Poi avvenne che nel 1934 andai alle "decadi" di
Pontigny insieme a Nicola Chiaromonte; c'erano molte persone tra cui Roger
Martin Du Garde, Desjardin, Fernandez. Questa sessione delle decadi era
dedicata all'intolleranza. Eravamo in pieno fascismo con Hitler gia' al
potere da un anno e ci si puo' immaginare cosa fosse per me l'intolleranza e
infatti si parlo' molto di Hitler, di Mussolini e del fascismo e io parlai
naturalmente contro il fascismo e il nazismo e Nicola Chiaromonte fece anche
lui una comunicazione sull'intolleranza.
Il tono generale, pero', devo dire la verita', era quello di una grande
distanza dalla realta', c'era un tono ancora molto letterario, in altre
parole era un po' un ambiente di letterati che non si rendevano ancora conto
che stava avvicinandosi un'enorme tempesta, nessuno se ne rendeva conto e di
intolleranza se ne parlava a fior di bocca. Io venivo da Roma, sapevo
cos'era il fascismo, e cosi' ebbi l'impressione se non proprio di
superficialita', come ho detto, di grande distacco: in fondo c'era, si puo'
dire, inesperienza, nel senso doloroso della parola.
A un certo punto Chiaromonte mi disse: "Io non voglio piu' ritornare in
Italia, che ne dici?", e io gli dissi che l'approvavo tanto piu' che lui in
Italia non combinava gran che e, sia detto qui per inciso, non riusciva a
guadagnare, aveva molte difficolta' a guadagnare perche' era antifascista,
inoltre era un tipo molto austero, inabbordabile, percio' non aveva le
qualita' che ci vogliono per farsi largo in una societa' come quella
italiana di allora, alienata e servile. Io lo presentai alla "Stampa" e
riuscii ad ottenere per lui un anticipo di denaro, una piccola somma,
dall'editore Carabba per una vita di Michelangelo, una monografia, e lui si
mise a lavorare. Questa vita di Michelangelo ebbe una sorte estremamente
sfortunata e quasi caffiana perche' lui ci lavoro' molto e poi quando i
tedeschi invasero la Francia lui scappo' in situazioni estremamente
disagiate e si perse il manoscritto per strada, e questa fu la fine del mio
aiuto editoriale a Chiaromonte.
Incoraggiai Chiaromonte ad abbandonare l'Italia, del resto a lui non piaceva
nulla di quanto avveniva in Italia e cosi' Chiaromonte ando' a Parigi e mi
chiese se conoscevo qualcuno.
Mi sembro' giusto presentarlo a Caffi al quale inviai, tramite Chiaromonte,
una lettera insieme ad una piccola somma di denaro perche' sapevo che era in
condizioni disagiate, non aveva niente e ricevetti poi una lettera di Caffi,
nella quale diceva che Chiaromonte era andato da lui, una delle poche
lettere che Caffi mi scrisse, mi diceva: "Caro amico, grazie mille, mille
volte grazie per avermi mandato il delizioso amico Nicola Chiaromonte".
Poi Chiaromonte, Mario Levi il fratello di Natalia Ginzburg e di Paola
Olivetti fecero una grande amicizia. Io scherzosamente dico che passarono
alcuni anni chiusi in una camera a parlare di politica. Siccome Chiaromonte
e Caffi erano un po' della stessa scuola, cioe' erano socratici e avevano
tutti e due una grande inclinazione a comunicare attraverso la parola
anziche' attraverso gli scritti, tutti e due avrebbero potuto scrivere piu'
di quanto non avevano pubblicato e scritto; ma tutti e due hanno avuto un
peso non indifferente nella cultura dell'epoca, sia in Francia che in
America. Caffi, Chiaromonte e Mario Levi si legarono di un'amicizia che
duro' praticamente fino all'invasione tedesca.
*
Chiaromonte scappo' in condizioni tremende con la compagna Anny Pohl verso
la Francia meridionale che non era ancora stata occupata e Caffi ando' a
Tolosa nelle circostanze che questa biografia su Caffi racconta e fu poi
arrestato e torturato dalla Gestapo.
Dopo molti anni, nel dopoguerra, probabilmente nel 1950-'51, mi recai a
Parigi e andai a trovare Caffi che abitava all'Hotel Grands Hommes; si
saliva una scaletta a chiocciola del '700, c'era una camera per piano e in
una cameretta assolutamente minuscola, me lo ricordo ancora, c'era un letto
su cui stava Caffi e questo letto aveva tre piedi e il quarto piede era
fatto di libri della Nouvelle Revue Francaise perche' era diventato lettore
della Nouvelle Revue Francaise e lui faceva le schede. Stava seduto sul
letto, con il busto fuori, in camicia, completamente a suo agio, circondato
da quattro, cinque giovani francesi con cui aveva un'animata conversazione.
Io non lo avevo piu' visto da dieci anni e lui con un a' propos
stupefacente, con una naturalezza perfetta disse: "Ecco Moravia che puo'
confermare le vostre opinioni su questo argomento".
*
Caffi stava bene a Parigi. Dalla Russia vi portava una nota che i francesi
non hanno, aristocratica e barbarica, il vento della steppa. Questa cosa si
sentiva, pero' si sentiva anche che a Saint Germain e a Montparnasse, sempre
con un codazzo di giovani dietro di lui, ci stava bene, era nel suo
elemento. Io distinguo gli uomini in due categorie, quelli che diventano
adulti e quelli che non lo diventano mai. La maggior parte degli uomini
diventano adulti, cioe' si integrano nella societa'. Caffi non era integrato
e questo lo rendeva un eterno giovane. Aveva soltanto dei rapporti umani,
non dei rapporti gerarchici, accademici o del tipo che esistono tra il
professore e l'alunno. I suoi erano soltanto dei rapporti di amicizia, forse
perche' c'era in lui, bisogna pur dirlo, il sottofondo dell'omosessualita'.
Dalla societa' russa rivoluzionaria debellata dai comunisti e' passato a far
parte della boheme montparnassiana, segnata dalla vita di caffa' e di
strada, studentesca e sradicata. Forse si potrebbe definire Caffi un eterno
studente nel senso che voleva sempre imparare qualche cosa. Il suo fascino
vero era questa curiosita', freschezza, un grande desiderio di voler sempre
vedere cosa c'era nei giovani.
Caffi era un intellettuale francese, pero' con un'ascendenza slava,
moscovita, pietrogradesca, il che e' poi nella tradizione della Russia prima
del comunismo, perche' appunto l'antica classe dirigente russa pensava e
parlava in francese, come si puo' vedere nei romanzi di Tolstoi. Il francese
era la seconda lingua e la Russia aveva dei rapporti molto stretti con la
Francia, forse ancora di piu' che con la Germania.
In Caffi comunque direi che c'era piu' l'influenza della cultura francese
che di quella tedesca, nonostante conoscesse benissimo il tedesco e la
letteratura tedesca. Aveva studiato nelle universita' tedesche pero' restava
il russo francesizzato che era andato a studiare a Berlino. Questa e'
veramente l'impressione che Caffi dava, di un russo alla maniera di
Turgheniev insomma, non di un russo germanizzato come ve ne sono stati
tanti, per esempio Pasternak che aveva anche lui studiato in Germania, aveva
scritto un saggio sul neo-kantismo e massacrava il francese in una maniera
orrenda.
*
... Erede della tradizione populista russa, aveva vissuto la tragedia delle
aspirazioni libertarie del movimento rivoluzionario, cioe' di tutta una
generazione che si espresse nel 1905, e poi nella Duma e nei tentativi di
importare in Russia una democrazia socialista. Di qui anche
l'irriducibilita' di questa generazione che i bolscevichi distrussero. Caffi
era della stessa stoffa dell'elite rivoluzionaria che fu poi tutta
sterminata da Stalin. Per questo era un uomo amaro, come segnato
dall'esperienza di un evento terribile. Inoltre Caffi ha vissuto in
un'epoca, quella intorno al 1914, che e' stata - bisogna pur dirlo - la piu'
grande orgia di bugie, di falsita', di ipocrisie che ci siano mai state
nella storia. Al paragone, nella seconda guerra mondiale tutto era molto
piu' chiaro. Nell'orgia del 1914 Caffi vedeva chiaro, e questo e' stato il
suo privilegio ma anche la sua condanna, perche' ha visto mentre gli altri
non vedevano. Trovatosi in mezzo all'esplosione di passioni cretine - il
trattato di Versailles da una parte, il nazionalismo, l'imperialismo
francese ed inglese ancora in piedi, tutte cose spaventose che dopo pochi
anni sarebbero crollate miseramente - Caffi tutte queste cose le aveva viste
e sentite, era nell'occhio del tifone.
Per questo la sua esperienza, insieme a quella di un certo numero di
persone, ha arricchito l'Europa, piu' precisamente quella tradizione europea
che si riallaccia alla Rivoluzione francese. La posizione da lui tenuta con
grande sacrificio della sua esistenza fisica, rifiutando ricchezze e sistemi
di pensiero comuni e accettati dai piu', ha altresi' contribuito ad
arricchire la tradizione del socialismo libertario europeo. Prodotto di una
cultura aristocratica molto raffinata, la sua discrezione, la sua poverta',
il suo rifiuto di "integrarsi" sono stati una testimonianza di vita di cui
io non conosco un altro esempio.

8. MATERIALI. IN EDICOLA OGGI "TEORIA E PRATICA DELLA NONVIOLENZA" DI GANDHI

Da oggi e per una settimana, in supplemento al quotidiano "La Repubblica" e
al settimanale "L'Espresso", e' disponibile in edicola la classica antologia
di Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, curata da
Giuliano Pontara.
Chi ancora non la possedesse l'acquisti: e' opera d'importanza fondamentale,
lo strumento migliore per un accostamento adeguato alla nonviolenza
gandhiana (che naturalmente non e' la nonviolenza tout court, ma certo e'
parte fondamentale e fondativa di essa).

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati pe
r la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per contatti:
info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1447 del 13 ottobre 2006

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