La nonviolenza contro la mafia. 6



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LA NONVIOLENZA CONTRO LA MAFIA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 6 del 29 maggio 2006

In questo numero:
1. Rita Borsellino: Una testimonianza pronunciata nella parrocchia di S.
Melania a Roma il 14 marzo 2001 (parte terza e conclusiva)
2. Un profilo di Rita Borsellino

1. RITA BORSELLINO: UNA TESTIMONIANZA PRONUNCIATA NELLA PARROCCHIA DI S.
MELANIA A ROMA IL 14 MARZO 2001 (PARTE TERZA E CONCLUSIVA)
[Dal sito della parrocchia di S. Melania a Roma (www.santamelania.it)
riprendiamo la trascrizione dalla viva voce e non rivista dall'autrice (i
titoli sono redazionali)  di questo intervento di Rita Borsellino del 14
marzo 2001]

Domande del pubblico e risposte
- Domanda: In ogni sua parola traspare l'affetto che nutre per suo fratello
Paolo.
- Rita Borsellino: Anche questo non credo che sia merito mio, ma di Paolo,
perche' Paolo era - non mi piace dire che era un uomo eccezionale, perche'
non era un uomo eccezionale; era un uomo normale, la vera normalita' che
molti di noi non sanno vivere - era un uomo che amava la vita profondamente,
era un uomo buono, un uomo di una generosita' veramente straordinaria. Era
un uomo che anche in mezzo alle difficolta' piu' estreme sapeva mantenere
questa serenita' che veniva fuori da questo suo sorriso straordinario. Io
credo che chiunque abbia visto anche soltanto una fotografia di Paolo,
davvero sia rimasto colpito da questo sorriso, che non necessariamente era
sulle sue labbra - anche se c'era spesso - ma che traspariva da tutta la sua
espressione. Mia figlia dice: "Il sorriso di zio Paolo cominciava dai
baffi". Ed e' vero perche' aveva questa espressione sorridente, questo
sorriso che non si sapeva localizzare in nessuna parte del viso, ma
esprimeva questo sorriso, quando lo si guardava. Era un uomo che cosi',
istintivamente, era amatissimo dai giovani. Quando andava, come andava molto
spesso, nelle scuole, a parlare di giustizia, di legalita', a cercare di
fare innamorare i ragazzi di questa giustizia e di questa legalita' che lui
amava cosi' profondamente, si instaurava un feeling immediato, forse perche'
gli piaceva scherzare, perche' usava un linguaggio molto simile a quello dei
giovani. Ha avuto anche lui tre figli, tre ragazzi, che hanno la stessa eta'
dei miei figli e lui li seguiva molto da vicino. Questo lo aiutava ad essere
molto vicino ai ragazzi che lo sentivano vicino.
Era facile volergli bene, era facile restare davvero affascinati da questa
sua figura. Forse per tutto quello che davvero traspariva dalla sua persona.
Era talmente tanto quello che aveva dentro, che straripava anche
all'esterno. La prova e' data da tutte le persone che, dopo la sua morte, lo
sentivano cosi' vicino da piangerlo, da chiamarlo Paolo. Tutte le persone
che hanno cercato in tutti i modi di riversare tutto questo su di noi
familiari. Abbiamo avuto gente che ci ha scritto da tutte le parti del
mondo - le ultime lettere addirittura, giunte successivamente alla morte di
Paolo, dall'Australia, dal Giappone.
Questa figura era talmente universale, come l'amore d'altro canto, era
talmente vera ed universale che quell'esplosione l'aveva veramente
moltiplicato, l'aveva trasportato in tutti i posti, l'aveva fatto arrivare
dovunque. Non solo, in questi anni ho parlato a centinaia di migliaia di
ragazzi - non so quante scuole ho visitato in questi anni. I ragazzi si
innamorano di Paolo, lo riconoscono come testimone, lo riconoscono come
modello. Spesso, a partire da questa conoscenza, decidono di impegnarsi, di
fare qualcosa. Non sapete quanti ragazzi dopo la morte di Giovanni e di
Paolo abbiano deciso di iscriversi a giurisprudenza! Non per uno spirito di
imitazione, perche' non credo che aspirassero alla fine che avevano fatto
Paolo e Giovanni. Era presa di coscienza, era voglia di dire: "Continuo io",
"Ci sono io". Era un modo di restare talmente affascinati da questa figura,
da dire: "Ci voglio provare. Voglio provare a conoscere che cosa era questa
cosa cosi' bella, cosi' affascinante per cui addirittura si puo' dare la
vita". Paolo lo diceva, diceva: "E' bello morire per qualche cosa in cui si
crede". Quando qualcuno gli diceva: "Ma non hai paura?", lui diceva: "E'
bello morire per quello in cui si crede. Chi ha paura muore ogni giorno, chi
non ha paura muore una sola volta". E aggiungeva: "E poi io sono cristiano e
un cristiano non crede alla morte". Lui guardava veramente alla morte come a
un passaggio, tanto da parlarne con questa grande serenita' che gli
permetteva di dire non "Se mi ammazzeranno", ma "Quando mi ammazzeranno".
Ecco, io credo che i ragazzi non abbiano bisogno di storie, di parole, che
spesso li stancano e li annoiano. Hanno bisogno di fatti e allora anche se
queste sono parole, quelle che raccontano di Paolo, raccontano i fatti, dei
fatti concreti di persone vere, di persone che hanno creduto talmente in
quello che facevano, non perche' eroi - perche' non erano affatto degli
eroi - ma perche' persone normalissime che avevano scelto di non scendere a
compromessi con niente, ne' con se stessi, ne' con la vita, ne' con niente
altro. La coerenza della scelta, la coerenza della vita. I ragazzi questo lo
avvertono, lo avvertono e sono delle persone concrete, vere con cui ci si
puo' provare. L'ho detto a dei ragazzi al termine di un incontro: "Io so che
ognuno di voi puo' essere Paolo Borsellino soltanto che lo voglia. Ma non
per imitarlo - non serve imitare, ognuno deve essere se stesso - ma ognuno
ha dentro di se' la possibilita' e la capacita' di essere Paolo Borsellino
nel senso di essere uomo o donna coerente con le proprie scelte, con le
proprie idee, con i valori della vita. Un'altra cosa vi dico di Paolo. Paolo
diceva una frase che nella sua banalita' e' sconvolgente, perche' come il
Vangelo impegna in maniera radicale, diceva: "Ognuno deve fare la sua parte,
ognuno per quello che puo', ognuno per quello che sa, ognuno nel suo
piccolo". Da qui non scappa nessuno. Quante volte mi sentivo dire: "Ma io
che posso fare?". Nelle scuole elementari, i bambini giustamente mi
dicevano: "Ma noi piccoli, che cosa possiamo fare?". Ognuno la sua parte.
Non c'e' nessuno che possa dire: "Io non posso fare niente". No, perche'
ognuno di noi puo' mettere quello che e', non tanto quello che ha, ma quello
che e'. Ognuno di noi e', ognuno di noi e' se stesso, soltanto che lo
voglia, soltanto che decida di saperlo.
*
- Domanda: La notizia della morte di Paolo Borsellino era cosi' tragica che
ce la ricordiamo come se fosse ieri. Ci hanno distrutto un mito. Questo ha
aumentato poi il senso di sfiducia. Ecco poi il discorso dei ragazzi, ma
penso in generale all'opinione pubblica. Il senso di sfiducia verso le
istituzioni.
- Rita Borsellino: Ma Paolo apparteneva alle istituzioni.
*
- Domanda: Paolo Borsellino era nelle istituzioni. Ma, come lei accennava
prima, viveva in un isolamento dalle istituzioni considerate come Palazzo.
Anche lei ha accennato a questo desiderio di giustizia non ancora
soddisfatto. Volevo chiederle qual e' il percorso che lei intende fare per
ottenerla questa giustizia.
- Rita Borsellino: Le puo' sembrare strano, ma dopo la morte di Paolo, io
sono cambiata profondamente, e come prima ero una persona molto chiusa in me
stessa, adesso non lo sono piu', anche se ogni volta che entro in una sala,
in una classe, in un'aula e vedo le persone che aspettano, io vorrei
scappare, perche' ancora riaffiora quella che e' stata per tanti anni la mia
personalita', di una persona comune anche timida, molto chiusa e incapace di
comunicare con l'esterno. Poi sono cambiata, perche' ho voluto cambiare,
perche' mi sono imposta di cambiare, perche' mi sono resa conto che restare
chiusa nel mio guscio significava, in poche parole, "dargliela vinta". Mi
sono imposta in quei giorni, dopo la morte di Paolo, di non piangere,
perche' non volevo dargli questa soddisfazione. Neanche ai funerali di Paolo
dove c'erano, insieme, forse, mafia e istituzioni - quando addirittura non
si identificavano. Mi sono rifiutata di stringere la mano a chiunque,
perche' non sapevo chi fosse, non sapevo se erano mani pulite o no. In quei
giorni avevo forte questo senso di repulsione, questa voglia di mettere le
distanze, pero' poi piano piano mi sono riaffiorate tante cose che Paolo mi
aveva insegnato, non solo con le parole - non teneva delle lezioni - ma con
la sua vita.
Mi sono ricordata che Paolo, non solo era uomo delle istituzioni, ma aveva
un profondo rispetto delle istituzioni. Tanto profondo... Credeva tanto al
ruolo che ognuno doveva ricoprire nelle istituzioni, ognuno per la sua
parte, ognuno al suo posto, che quando dopo la morte di Giovanni Falcone,
una volta andai a trovarlo e vidi in quella strada dove abitava gli
autoblindati della polizia con i mitra spianati, e poi davanti al portone di
casa il cassonetto dell'immondizia, gli dissi: "Paolo ma perche' non lo fai
togliere? Li' dentro si puo' mettere qualsiasi cosa". Mi sembrava cosi'
banale questa cosa - sara' stata una dimenticanza, mi dicevo. Lui si fece
pensieroso e mi disse: "Non spetta a me pensare alla mia protezione, ci sono
altri che devono farlo". Mi sono ricordata di questa cosa quando, sotto la
mia casa, dove Paolo veniva tutte le settimane a trovare mia madre, in una
Palermo piena di zone rimozione, non esistevano zone rimozione, non c'era
alcuna sorveglianza, Tanto e' vero che avevano potuto mettere con tutta
calma una macchina piena di tritolo che poi avevano fatto esplodere,
azionando un telecomando da grandissima distanza - non si e' mai neanche
capito da dove. Mi sono ricordata di queste parole di Paolo, ma mi sono
anche ricordata di un'altra cosa, che lui, a chi gli contestava che spesso
le istituzioni non sono all'altezza delle situazioni, ma spesso si
macchiavano anche di colpe, quando non si scoprivano collusioni con la
mafia, lui, Paolo rispondeva: "Attenzione" - lo diceva soprattutto ai
ragazzi - "Non sono le istituzioni a essere malate, non sono le istituzioni
da mettere in discussione, ma gli uomini, gli uomini che in quel momento
occupano, qualche volta abusivamente, il ruolo nelle istituzioni". Allora
questo fa riflettere: non sono le istituzioni sbagliate, sono gli uomini
chiamati a ricoprire certi ruoli, uomini che tradiscono, uomini colpevoli,
colpevoli come Toto' Riina, peggio di Toto' Riina. Perche' - ripeto - Toto'
Riina ha vissuto magari dei condizionamenti, ha vissuto delle situazioni
familiari per cui poi e' diventato cosi', ma un magistrato, un prefetto, un
capo della polizia, un presidente del consiglio, insomma metteteci tutto
quello che volete, non e' un ignorante, non e' una persona che e' stata
trasportata dalla vita a diventare cosi'. Ha scelto di fare certe cose. Di
questo cerco di ricordarmi sempre, ma non e' facile, anche perche' non e'
facile distinguere, non e' facile sapere veramente. Sono delle cose che
rimangono sempre nebulose.
Io ricordo subito dopo la morte di Paolo, si formo' un gruppo spontaneo - ne
nacquero tanti in quel periodo. Si chiamava "Donne del digiuno". Erano delle
donne che venivano dalle estrazioni sociali, politiche, culturali piu'
diverse, che si erano incontrate nella piazza Politeama a Palermo, dove la
gente sostava ormai giorno e notte, sentendo questa necessita' di parlare,
di stare insieme, di comunicare. Erano donne che avevano scelto il metodo
piu' antico del mondo per protestare, quello dello sciopero della fame, e
scrivevano "Noi digiuniamo perche' abbiamo fame di giustizia". Per la prima
volta una protesta di questo genere, veniva accompagnata da richieste ben
precise. Perche' questa e' la cosa straordinaria accaduta dopo la morte di
Paolo, all'interno della societa' civile, che la gente non solo si e'
indignata, non solo ha protestato, cosa che prima non aveva quasi mai fatto,
non solo e' scesa in piazza, quando prima ad ogni strage ci si chiudeva in
casa. Ma oltre a protestare, oltre a fare le fiaccolate e le marce, chiedeva
delle cose ben precise, proponeva. Cosa che non era mai accaduta. Eravamo
bravi a criticare tutti quanti, ma nessuno faceva poi delle proposte.
"Questo e' sbagliato, questo e' sbagliato", pero' basta li'.
Queste donne facevano un elenco delle persone di cui chiedevano la
rimozione, la destituzione. Il prefetto, il questore, il capo della polizia,
il procuratore della Repubblica. Facevano nomi e cognomi, perche',
giustamente dicevano: "Anche se non sono colpevoli come normalmente si
intende la colpevolezza di qualcuno, non avevano fatto tutto quello che
avrebbero potuto". Erano colpevoli di omissioni. Ed e' vero: come e'
possibile che Borsellino venga ucciso 45 giorni dopo Falcone esattamente
nello stesso modo? Qualcuno ci doveva pensare, qualcuno doveva mettere la
zona rimozione e sorvegliare la casa della madre che era l'unica dove Paolo
aveva l'abitudine di andare. Qualcuno doveva pensare che questo poteva
succedere e doveva evitarlo. L'avrebbero ammazzato in un altro modo -
perche' se avevano deciso di eliminarlo, non era questo il problema. Pero'
si doveva fare tutto il possibile e non lo si era fatto. Ecco quindi:
uomini, persone!
Non bisogna pero' neanche dimenticare, e anche questo me l'ha insegnato
Paolo, di vedere il positivo che c'e' nelle cose. Allora quando io subisco
tentazioni di questo genere, cioe' di lasciarmi andare anche al pessimismo,
di dire: "Che cosa e' cambiato? Ci siamo fermati, si torna indietro, la
mafia non finira' mai eccetera eccetera", faccio soltanto un paragone. Dal
1992 al 2001 cosa e' cambiato? Se io lo guardo cosi', lei dice: "E' poco
tempo". E' vero, e' poco tempo, ma e' anche tanto. Tanti di questi ragazzi
che stasera sono qui sono troppo giovani per ricordare quello che e'
successo. Ne possono avere - se sono stati informati - un ricordo come
cronaca. Ma non ricordano, erano troppo piccoli. Mi capita di andare nelle
scuole medie, dove i bambini di 11 anni avevano 3-4 anni quando questo e'
successo - non possono avere memoria di tutto questo. Se si chiede loro chi
era Paolo Borsellino - se sono stati fortunati, se nelle scuole qualcuno ha
cercato di mantenere la memoria - sapranno che era un magistrato ucciso
dalla mafia. Ma di tutta la vita di Paolo Borsellino, alle nuove generazioni
rischia di restare solo questo, se non si mantiene la memoria. Ecco perche'
e' importante continuare a parlare. Ma e' anche giusto. Lo dobbiamo anche a
Paolo Borsellino e lo dobbiamo a tutti gli uomini che in questi anni si sono
impegnati - perche' la storia non si e' fermata con Paolo Borsellino, non e'
che non sia stato ammazzato piu' nessuno, perche' qualcuno e' stato ancora
ammazzato.
Li' e' cominciata una storia. Non dimentichiamo che a Palermo, dopo queste
stragi tremende, c'e' stato un magistrato che ha chiesto di venire a
prendere il loro posto Ed era gia' successo. Dopo la strage in cui era morto
il consigliere istruttore Chinnici, che era quello che aveva cominciato il
lavoro con Paolo e Giovanni, Caponnetto a 64 anni chiese di venire a Palermo
a prendere il suo posto. Non solo, non parliamo soltanto dei magistrati.
Dopo la strage di Capaci, in cui muoiono in quella maniera terribile tre
uomini della scorta di Giovanni Falcone e due rimangono in pessime
condizioni, c'e' la fila - lo dice Paolo - c'e' la fila, dietro l'ufficio di
Paolo in procura, di agenti di scorta che chiedono di entrare nella sua
scorta. Questi sono fatti straordinari. Paolo negli ultimi giorni della sua
vita dice - e lo dice con gioia, se e' possibile usare questo termine - che
per la prima volta c'e' tanta gente che va a raccontare quello che ha visto,
quello che crede di avere visto. Anche se sono cose insignificanti va
addirittura a raccontarlo. E' il segnale di una mentalita' che cambia, di
qualcosa che ha inciso cosi' profondamente nelle coscienze, che ci sono
uomini e donne capaci di reagire, non soltanto di ricordare o di restare a
guardare. E cosi' alla Procura di Palermo si lavora e si continua a
lavorare, anche se ci saranno sempre magistrati isolati, perche' ci saranno
sempre magistrati che cercheranno di vivere tranquillamente fino alla fine
del mese per prendere lo stipendio e basta. Ci saranno sempre magistrati
disposti a dire che i colleghi che lavorano 18 ore al giorno lo fanno solo
per manie di protagonismo, ci sara' sempre chi e' disposto a dire che lo
fanno per fare carriera. Questa e' purtroppo la natura umana - da certe
categorie non ci si aspetterebbe che ci fossero uomini di questo genere, ma
sono uomini e ci sono. E' successo prima e continua a succedere.
L'importante e' che la storia non si fermi, perche' se dopo la morte di
Falcone e Borsellino non ci fosse stato nessuno disposto a chiedere di
venire a Palermo - non di venire nominato, perche' era logico che un altro
venisse nominato - qualcuno disposto a venire ad affrontare questa
situazione tremenda, che c'era in quei giorni al Palazzo di Giustizia di
Palermo, in cui sembrava veramente che lo Stato fosse messo in ginocchio, se
non ci fosse stato nessuno, disposto a continuare come i giovani sostituti
procuratori che sul momento si erano dimessi in massa per protesta contro il
loro Procuratore, che non era Paolo, perche' Paolo era Procuratore aggiunto,
ma per protesta contro il Capo della Procura, e che poi sulla tomba di Paolo
giurano di continuare - perche' e' giusto cosi' - di restare a Palermo, se
non ci fosse tutto questo, noi veramente potremmo dire: "Ma in fin dei conti
e' stato inutile, non cambiera' mai niente". Questo e' successo. La cosa
grave e' che, contemporaneamente, quello che le donne del digiuno avevano
chiesto in qualche modo si e' realizzato, perche' questi uomini sono andati
via da Palermo, ma andati da un'altra parte. E io mi chiedo che significato
ha, dopo un processo disciplinare, dopo quello che volete, prendere un
magistrato e portarlo da un'altra parte. Andra' a fare danni da un'altra
parte!
Ma queste purtroppo sono le leggi, sono i regolamenti, sono cose che magari
non condividiamo e non vanno, pero' io credo che ancora qui entra la nostra
responsabilita', perche' non e' vero che non possiamo fare niente, che la
societa' civile non possa fare niente, debba soltanto stare a guardare
quello che gli altri fanno. Noi dobbiamo pretendere, quando riteniamo che un
regolamento o una legge non siano giusti, che siano cambiati. E chi la
cambia? Noi abbiamo un'arma importantissima: l'arma del voto. Ed e' inutile
che poi ci lamentiamo che i politici sono tutti corrotti. Chi ce li ha messi
li'? In Sicilia, Lima chi lo teneva al potere? Mica ci andava da solo! Erano
i siciliani che lo votavano, e poi si diceva: "Ma tutti lo sanno che e'
mafioso". Ma chi lo ha votato, chi glielo dava questo potere? Cosi' oggi con
le cose che non vanno. E' vero, magari poi cambiano, noi li mandiamo a
rappresentarci perche' li abbiamo conosciuti in un certo modo, poi arrivano
li' e cambiano strada. Va bene, ma noi ci siamo, non siamo dei pupi, abbiamo
anche una capacita' di interloquire, di interferire in senso positivo. Anche
nella vita politica, noi dobbiamo pretendere che chi abbiamo votato ci
rappresenti e non rappresenti qualcos'altro. Dobbiamo stare li' a
pretenderlo questo e quando c'e' qualche cosa che non ci convince abbiamo il
sacrosanto diritto di sapere e di chiedere delle spiegazioni.
Quando oggi dobbiamo ancora sapere chi ha causato la strage di Piazza
Fontana o quella di Ustica, il cittadino deve pretendere la verita'. Come e'
possibile che in un Paese libero, democratico come l'Italia, dopo 25 anni,
non si debba sapere la verita' sulle stragi che hanno insanguinato la nostra
terra. Ma cosa abbiamo noi per lasciarci prendere in giro in questo modo?
Bisogna pretendere queste cose. Non dobbiamo aspettare che siano altri a
chiederlo, a battersi. Per prima cosa ognuno di noi deve farsi carico di
queste cose. Perche' se davvero ci crede e se ne fa carico, tante voci messe
insieme devono essere ascoltate. Una voce puo' essere messa a tacere, ma
centomila, dieci milioni, venti milioni no.
La verita' e' che noi abbiamo una brutta abitudine. Ci sappiamo lamentare,
pero' poi al momento di impegnarci davvero in prima persona non lo sappiamo
fare, non abbiamo il coraggio o comunque pensiamo sempre che sia qualcun
altro a doverlo fare. E questo non lo dico perche' io ho scelto di mettermi
in gioco. Io mi sento profondamente colpevole del fatto che questo l'ho
fatto solamente perche' e' morto mio fratello. Allora io capisco che chi
vive una vita normale, magari non deve aspettare di avere uno stimolo come
quello che ho avuto io. Guai se fosse cosi'. Ecco perche' a volte mi metto a
dire delle cose che possono sembrare ovvie e scontate - forse le cose ovvie
e scontate sono quelle che abbiamo bisogno di sentirci dire, in qualche
modo, per prenderne coscienza, perche' altrimenti e' piu' facile cercare di
rimuoverle. Io ho avuto la disgrazia da un lato e la fortuna dall'altro che
altri rimuovessero in me la mia voglia di normalita' e mi costringessero a
guardare in faccia la realta'. Tutto questo deriva da una tragedia, da un
dolore profondo che non si acquieta di certo con il passare degli anni. Ma
da un certo punto di vista devo dire grazie a chi mi ha trascinato a vivere
questa vita in questo modo, perche' io ritengo che oggi vivo. Fino a ieri
forse ero soltanto sopravvissuta.
(Parte terza - fine)

2. UN PROFILO DI RITA BORSELLINO

Rita Borsellino, sorella del magistrato Paolo Borsellino assassinato dalla
mafia, e' da molti anni insieme a don Luigi Ciotti la principale animatrice
dell'associazione "Libera", la principale rete dei movimenti della societa'
civile impegnati contro la mafia. Per coordinare e diffondere le
informazioni sulla campagna a sostegno della candidatura di Rita Borsellino
a presidente della Regione Sicilia e' attivo il sito: www.ritapresidente.it
*
Dal sito della Wikipedia (http://it.wikipedia.org) riprendiamo la seguente
piu' ampia notizia biobibliografica: "Rita Borsellino (Palermo, 2 giugno
1945) e' una cittadina siciliana nota per il suo impegno in campo politico e
sociale. Sorella del magistrato Paolo Borsellino, nel 1967 si laureo' in
farmacia all'Universita' degli Studi di Palermo, esercitando la professione
di farmacista nel capoluogo siciliano per vari anni. E' divenuta, in seguito
all'assassinio del fratello, testimone della lotta alle criminalita'
organizzate. Nel 1995 divenne vicepresidente di Libera, associazione
antimafia fondata da don Luigi Ciotti, di cui e' stata nominata
presidentessa onoraria nel 2005. Con Libera ha contribuito in maniera
determinante allíapprovazione delle legge 109/96 sull'uso sociale dei beni
immobili confiscati alle mafie e sostiene attivamente il progetto Libera
Terra. Dal 1992 e' impegnata attivamente nella societa' civile nel campo
dell'educazione alla legalita' democratica, nel diffondere una cultura di
giustizia e solidarieta', non solo per tener vivo il ricordo del fratello e
di tutte le vittime della mafia, ma soprattutto perche' in particolare le
nuove generazioni attraverso la conoscenza dei fatti acquistino
consapevolezza dei propri diritti, del valore della legalita' e della
democrazia, una coscienza critica e responsabile che, una volta adulte,
consenta loro di fare scelte giuste e coerenti per il bene loro e della
collettivita' nella quale sono chiamate a vivere. Dal 1994 assieme all'Arci
Sicilia e in seguito con la collaborazione di Libera contribuisce
all'ideazione e alla crescita dell'iniziativa della Carovana Antimafie,
un'esperienza ormai di carattere internazionale che mira a "portare per
tutte le strade" l'esperienza di un'antimafia propositiva che vuole incidere
positivamente sulla realta' economica, sociale, amministrativa dei luoghi
che attraversa stringendo intrecci solidali ed etici tra i cittadini, le
istituzioni e le diverse realta' della societa' civile organizzata presenti
sui territori. Dal 1998 e' presidentessa della 'Associazione Piera Cutino -
guarire dalla talassemia', associazione senza scopo di lucro che promuove la
ricerca medica contro la talassemia. Numerose sono state le sue iniziative
contro le attivita' mafiose ed in favore dell'emancipazione delle donne. Tra
le sue opere, impregnate proprio di questi temi, si ricordano Nonostante
Donna. Storie civili al femminile (1996); La fatica della legalita' (1999);
I ragazzi di Paolo. Parole di resistenza civile (2002); Fare memoria. Per
non dimenticare e per capire (2003); Rita Borsellino - Il sorriso di Paolo
(2005). Alla fine del 2005 si e' intensificato il suo impegno politico
accettando la proposta, veicolata dalla coalizione di centrosinistra, di
candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia nelle amministrative della
primavera 2006. La sua candidatura e' stata sancita dallo svolgimento di
elezioni primarie (il 4 dicembre), nelle qualiha ottenuto il 66,9% dei
consensi... E' sposata dal 1969 e ha tre figli".
*
Tre siti particolarmente utili:
- Rita Borsellino Presidente: www.ritapresidente.it
- Comitati per Rita Borsellino Presidente: www.comitatixrita.it
- Rita-express: www.ritaexpress.it

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LA NONVIOLENZA CONTRO LA MAFIA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 6 del 29 maggio 2006

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