La nonviolenza e' in cammino. 1047



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1047 dell'8 settembre 2005

Sommario di questo numero:
1. www.referendosim.com.br
2. Vincere la paura per costruire la pace. Appello per la quarta giornata
del dialogo cristianoislamico
3. Tiziano Terzani: C'e' solo una via: la nonviolenza
4. Margarete Buber-Neumann: Dell'amicizia e del contatto umano
5. Giorgio Nebbia: Supponiamo che...
6. Il "Cos in rete" di settembre
7. Riletture: Nadine Gordimer, Un mondo di stranieri
8. Riletture: Doris Lessing, Il taccuino d'oro
9. Riletture: Clarice Lispector, La passione secondo G. H.
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. INIZIATIVE. WWW.REFERENDOSIM.COM.BR
www.referendosim.com.br e' il sito che fornisce informazioni e materiali per
sostenere il si' al referendum brasiliano del 23 ottobre per vietare il
commercio delle armi da fuoco e delle munizioni.
Invitiamo tutte le persone che ci leggono a visitarlo.
Ed invitiamo ancora tutte le persone di volonta' buona a sostenere le nostre
sorelle e i nostri fratelli brasiliani impegnati nella campagna
referendaria.
Si' al referendum che propone di proibire il commercio delle armi, si' al
referendum che propone di salvare la vita degli esseri umani, si' al
disarmo, si' all'umanita'.
Per promuovere iniziative in Italia per sostenere la campagna per il "si'"
al referendum brasiliano per vietare il commercio delle armi, si puo'
contattare Francesco Comina in Italia (e-mail: f.comina at ladige.it) e padre
Ermanno Allegri in Brasile (e-mail: ermanno at adital.com.br, sito:
www.adital.com.br).

2. APPELLI. VINCERE LA PAURA PER COSTRUIRE LA PACE. APPELLO PER LA QUARTA
GIORNATA DEL DIALOGO CRISTIANOISLAMICO
[Dal comitato organizzatore della quarta giornata del dialogo
cristianoislamico (per contatti: redazione at ildialogo.org) riceviamo e
diffondiamo]

Il mondo ha bisogno di saggezza, di pace, di concordia fra le nazioni, fra
le culture e le religioni. Gli esseri umani hanno bisogno di riconciliarsi
con la natura che viene invece sempre piu' violentata e distrutta da una
politica dissennata di sfruttamento delle risorse naturali e da una politica
economica che ha il suo centro propulsore nella produzione di armamenti.
C'e' bisogno di impegnarsi non per la guerra ma per dare da mangiare a tutti
gli esseri umani. L'Africa, l'Asia, L'America del sud, chiedono pane non
proiettili. C'e' bisogno di impegnarsi a fondo per trovare rimedi alle
malattie che affliggono l'umanita' quali l'aids, il cancro, le malattie
genetiche. C'e' bisogno che il genere umano gareggi nel fare il bene invece
che il male.
*
Negli ultimi due mesi abbiamo invece assistito a continui proclami a favore
della violenza e ad incitamenti al razzismo. Scrittori, giornalisti,
filosofi, capi di stato, hanno fatto a gara nel diffondere paura e violenza,
razzismo e xenofobia, odio del diverso, di chi ha un diverso colore della
pelle o una diversa religione o cultura. Le azioni terroristiche sono
servite a rafforzare tale orientamento e non certo a fermarlo.
I risultati di questa politica dissennata sono sotto gli occhi di tutti: la
potente America e' stata messa in ginocchio da un uragano che ha messo in
luce come la politica degli armamenti sostenuta da quel governo, abbia
portato alla consistente diminuzione delle risorse destinate alla
collettivita'. Le spese per sostenere un esercito gigantesco, con alcuni
milioni di americani in armi sparsi per il mondo, hanno portato alla
riduzione drastica degli investimenti per tutto cio' che avrebbe consentito
di evitare quello che e' accaduto a New Orleans, distrutta per la mancata
manutenzione degli argini di un fiume e da una inesistente protezione
civile.
*
Di fronte ai drammi che l'umanita' sta vivendo, occorre che i credenti delle
grandi religioni monoteistiche, l'ebraismo, il cristianesimo, l'islam,
sappiano liberarsi dalle diffidenze reciproche alimentate ad arte da chi usa
la religione a fini di dominio sul proprio popolo o sul mondo intero.
Occorre combattere il male con il bene che e' l'unico modo per spezzare il
circolo infernale che riproduce il male all'infinito. Occorre liberare la
capacita' degli uomini e delle donne di Dio di costruire alleanze e dialogo
fra le civilta' e le religioni. Occorre che gli uomini e le donne di Dio si
schierino decisamente per il dialogo e la pace togliendo qualsiasi alibi o
appoggio a chiunque usi la violenza terroristica o militare per risolvere i
conflitti internazionali.
*
Dobbiamo "vincere la paura per costruire la pace": questo lo slogan,
drammaticamente attuale, che abbiamo lanciato quest'anno per la celebrazione
della quarta edizione della giornata ecumenica del dialogo
cristianoislamico, che, come negli anni scorsi, si terra' nell'ultimo
venerdi' di Ramadan che quest'anno cade il prossimo 28 ottobre 2005.
Invitiamo tutte e tutti a moltiplicare le occasioni di incontro e di dialogo
dal basso con le comunita' islamiche e con tutte le religioni, per far
diventare la pace una prospettiva reale e non piu' solo una vaga speranza. E
la pace trionfera' se tutte e tutti la sapremo non solo reclamare dai
governanti ma vivere conseguentemente nella nostra vita di tutti i giorni.
Ed e' con tale spirito che invitiamo tutte e tutti a partecipare alla marcia
della pace Perugia-Assisi dell'11 settembre 2005
*
Promuovono l'appello le seguenti riviste e associazioni a cui ci si puo'
rivolgere per adesioni o segnalazione di iniziative:
- "Adista", via Acciaioli 7, 00186 Roma, tel. 066868692, 0668801924, fax:
066865898, e-mail: info at adista.it, sito: www.adista.it
- "Confronti", Roma, tel. 064820503, 0648903241, fax: 064827901, e-mail:
redazione at confronti.net, sito: www.confronti.net
- "Cem-Mondialita'", via Piamarta 9, 25121 Brescia, tel. 0303772780, fax
0303772781, e-mail: cemmondialita at saveriani.bs.it, sito:
www.saveriani.bs.it/cem
- Cipax - Centro interconfessionale per la pace, via Ostiense 152, 00154
Roma, tel./fax: 0657287347, e-mail: cipax-roma at libero.it, sito:
www.romacivica.net/cipax
- Emi - Editrice missionaria italiana, via di Corticella 181, 40128 Bologna,
tel. 051326027, fax: 051327552, ufficio stampa: stampa at emi.it, sito:
www.emi.it
- "Forum Internazionale Civilta' dell'Amore", via Roma 36, 02100 Rieti, tel.
0746750127, fax: 0746751776, e-mail: forum at forumreligioni.it
- "Il dialogo", via Nazionale 51, 83024 Monteforte Irpino (Avellino), tel.
3337043384, sito: www.ildialogo.org; e-mail: redazione at ildialogo.org
- "La nonviolenza e' in cammino", foglio quotidiano del Centro di ricerca
per la pace di Viterbo, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel.
0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
- "Missione Oggi", via Piamarta 9, 25121 Brescia, tel. 0303772780, fax:
0303772781, e-mail: missioneoggi at saveriani.bs.it, sito:
www.saveriani.bs.it/Missioneoggi
- "Mosaico di pace", via Petronelli 6, 70052 Bisceglie (Bari), tel.
0803953507, fax: 0803953450, e-mail: info at mosaicodipace.it, sito:
www.mosaicodipace.it
- "Notam, Lettera agli Amici del Gruppo del Gallo di Milano",
corrispondenza: Giorgio Chiaffarino, via Alciati 11, 20146 Milano, e-mail:
notam at sacam.it, sito: www.ildialogo.org/notam
- "Qol. Una voce per il dialogo tra le religioni e le culture", piazza
Unita' d'Italia 8, 42017 Novellara (Re), tel. 0522654251, fax: 059650073,
e-mail: torrazzo at libero.it, sito: www.qolrivista.it
- "Tempi di fraternita'", c/o Centro Studi "Domenico Sereno Regis", via
Garibaldi 13, 10122 Torino, tel. 0141218291, 0119573272, fax: 02700519846,
sito: www.tempidifraternita.it, e-mail:
tempidifraternita at tempidifraternita.it
- "Volontari per lo sviluppo", corso Chieri 121/6, 10132 Torino, tel.
0118993823, fax: 0118994700, e-mail: redazione at volontariperlosviluppo.it,
sito: www.volontariperlosviluppo.it
*
Per l'elenco completo dei firmatari dell'appello, per tutti i materiali ad
esso relativi e per le iniziative in corso si puo' visitare il sito:
www.ildialogo.org, e-mail: redazione at ildialogo.org

3. RIFLESSIONE. TIZIANO TERZANI: C'E' SOLO UNA VIA: LA NONVIOLENZA
[Da "Athenet on line. Notizie e approfondimenti dall'Universita' di Pisa",
n. 6, maggio 2002 (sito: www.unipi.it) riprendiamo questo intervento di
Tiziano Terzani li' pubblicate col titolo "Prima che sia troppo tardi.
Riflessioni sulla guerra in corso"; dalla stessa fonte riprendiamo anche la
seguente presentazione redazionale dell'autore: "Tiziano Terzani e' uno dei
giornalisti italiani che gode di maggior prestigio a livello internazionale.
Laureatosi in giurisprudenza a Pisa nel 1962, e' stato sino allo scorso anno
corrispondente per l'Asia del settimanale tedesco 'Der Spiegel'. E' uno dei
pochi giornalisti rimasti a Saigon dopo la rotta dell'esercito statunitense.
Ha vissuto a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokio, Bangkok e New Delhi. Lo
scorso marzo Terzani e' tornato a Pisa per presentare il suo ultimo libro:
Lettere contro la guerra".
Dal sito www.tizianoterzani.com riprendiamo la seguente breve biografia
basata su date e luoghi ricavati dai libri di Tiziano Terzani e Angela
Staude: "1938. Tiziano Terzani nasce il 14 settembre del 1938 a Monticelli,
quartiere di Firenze. A 17 anni conosce quella che poi diventera' sua
moglie, Angela Staude (nata nel 1939 a Firenze da genitori tedeschi, padre
pittore e madre architetto). 1962. Si laurea con lode in Giurisprudenza
presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, frequentata grazie a una borsa
di studio. 1965. Mette piede per la prima volta in Asia, quando viene
inviato in Giappone dall'Olivetti per tenere alcuni corsi aziendali. 1969.
Consegue un Master in Affari Internazionali alla Columbia University di New
York, seguendo corsi di storia e lingua cinese. Nell'agosto dello stesso
anno nasce il primo figlio, Folco. Ansioso di partire per l'Asia, rinuncia
alle richieste di grandi quotidiani come "il Giorno" e "The Guardian",
accettando invece un contratto del "Der Spiegel": diventa cosi'
corrispondente dall'Asia per il settimanale tedesco. Lo sara' per 30 anni.
1971. A marzo nasce la secondogenita, Saskia. 1973. Pubblica "Pelle di
Leopardo" dedicato alla guerra in Vietnam. 1975. E' tra i pochi giornalisti
al mondo a rimanere a Saigon e assiste alla presa di potere da parte dei
comunisti. Da questa esperienza nascera' "Giai Phong! La liberazione di
Saigon" (1976). Il libro viene tradotto in varie lingue e selezionato in
America come "Book of the Month". 1979. Dopo quattro anni passati ad Hong
Kong, si trasferisce, sempre con la famiglia, a Pechino. Fra i primi
corrispondenti a tornare a Phnom Penh dopo l'intervento vietnamita in
Cambogia, racconta il suo viaggio in "Holocaust in Kambodscha" (1981). 1984.
Il lungo soggiorno in Cina si conclude a febbraio con l'arresto per
"attivita' controrivoluzionarie" e successiva espulsione. L'intensa
esperienza cinese, con il suo drammatico epilogo, da' origine a "La porta
proibita" (1985), pubblicato contemporaneamente in Italia, negli Stati Uniti
e in Gran Bretagna. 1985. Risiede ad Hong Kong per tutto l'anno, poi si
trasferisce a Tokyo dove rimane fino al 1990, quindi a Bangkok. 1991. In
agosto, mentre si trova in Siberia con una spedizione sovietico-cinese,
apprende la notizia del golpe anti-Gorbacev e decide di raggiungere Mosca.
Il lungo viaggio diventera' "Buonanotte, Signor Lenin" (1992), uscito anche
in Germania e Gran Bretagna, che rappresenta una fondamentale testimonianza
in presa diretta del crollo dell'impero sovietico. Il libro viene
selezionato per il "Thomas Cook Award", il premio inglese per la letteratura
di viaggio. Collabora nel frattempo, gia' dalla meta' degli anni ottanta,
con diversi quotidiani e riviste italiane ("Corriere della Sera", "la
Repubblica", "L'Espresso", "Alisei") e con la radio e tv svizzera in lingua
italiana insieme a Leandro Manfrini. 1994. Si stabilisce in India con la
moglie Angela Staude, scrittrice, e i due figli. 1995. Il capolavoro "Un
indovino mi disse" (1995) e' la cronaca di un anno vissuto come
corrispondente dall'Asia senza mai prendere aerei: il libro ottiene un
notevole successo di critica e di pubblico. 1997. Al ritorno da Calcutta
Terzani avverte i primi sintomi che porteranno alla diagnosi di cancro. A
Orvieto gli viene conferito il prestigioso "Premio Luigi Barzini all'inviato
speciale". 1998. La sua esperienza lo accredita a livello internazionale tra
i massimi conoscitori del continente asiatico e infatti in questo anno
pubblica "In Asia" dove descrive le multiformi realta' storiche, culturali
ed economiche del continente. Un libro a meta' tra reportage e racconto
autobiografico. 2001. Pochi mesi dopo gli attentati dell'11 settembre e
dell'attacco militare degli Stati Uniti in Afghanistan, interviene nel
dibattito sul terrorismo pubblicando "Lettere contro la guerra" (prima
edizione, marzo 2002), dedicate al nipote Novalis. Il libro per i suoi
contenuti decisamente forti, ma onesti, viene rifiutato da tutti gli editori
di lingua anglosassone. Significativa, anche se non molto conosciuta, la
protesta dell'Ambasciata americana a Roma, che sottolinea la gravita' di
alcuni passaggi del libro. Comunque sia, per contrastare questa "censura",
Terzani paga di tasca propria la traduzione del libro e la rende disponibile
gratuitamente su internet, dimostrando cosi' la liberta' assoluta delle
proprie opinioni. Curiosamente proprio in India comincia a girare una copia
"pirata", in inglese: Terzani stesso raccontera' divertito questo episodio,
a riprova di come la censura non possa nulla contro la liberta' di sapere,
ribadendo una volta per tutte come "i fatti siano un velo dietro cui si
nascondono le verita'". E la sete di verita' - in un mondo in piena guerra -
e' legittimamente tanta. 2002. Inizia il "pellegrinaggio di pace" attraverso
scuole e incontri pubblici appoggiando la causa di Emergency "Fuori l'Italia
dalla guerra" insieme a Gino Strada. Questo impegno civile viene documentato
in due modi. Il primo e' raccolto in un volume di Federica Morrone dal
titolo "Regaliamoci la pace". Una lunga conversazione con Tiziano Terzani
con allegati quindici contributi per una cultura di pace tra cui spiccano il
 Nobel Dario Fo, Gianni Mina', Vauro, Alda Merini, Margherita Hack, padre
Zanotelli, Giulietto Chiesa ecc. (prima edizione, novembre 2002). Il secondo
documento dell'impegno civile di Terzani e' raccolto invece in un filmato
che esce un mese piu' tardi con la nuova edizione di "Lettere contro la
guerra". La vhs "Tiziano Terzani - Il kamikaze della pace" e' un
film-documento di circa un'ora realizzato dalla Radiotelevisione Svizzera in
lingua italiana che vede la partecipazione di Jovanotti. Qui Terzani parla
della sua vita, ma anche dell'attualita' della guerra e dei valori di pace e
civilta' che l'umanita' sta calpestando senza remore. 2004. Nel marzo 2004
pubblica "Un altro giro di giostra - Viaggio nel male e nel bene del nostro
tempo" dove parla di se', della sua malattia e di come "vede il mondo". Il
19 aprile 2004 rilascia un'ultima intervista radiofonica alla storica
emittente fiorentina "Controradio". Il 27 e 28 maggio rilascia al regista
milanese Mario Zanot una lunga intervista filmata che diventera' poi un
film: "Anam, il senzanome". Quattro mesi dopo (il 28 luglio), proprio mentre
tutte le sue opere vengono ristampate in edizione economica, si spegne nella
sua casa all'Orsigna, piccolo borgo sull'Appennino pistoiese. Ma prima di
"lasciare il suo corpo", raccoglie i suoi pensieri in un lungo
dialogo-diario con il figlio Folco che uscira' nella primavera del 2006"]

Dopo trentacinque anni di giornalismo sono andato in pensione, ma la mia
idea non era quella di smettere di lavorare, volevo fare un altro viaggio.
Siccome tutta la vita avevo viaggiato... fuori, volevo fare un viaggio...
dentro. Cosi', mi sono trasferito sull'Himalaya, in una capanna senza acqua,
luce, telefono, senza umani per chilometri. Ci vogliono due ore di cammino
attraverso una foresta di rododendri e due ore con una jeep per arrivare
dove c'e' qualcuno che vende della frutta, del riso, dove c'e' un
cyber-caffe' dal quale mando i messaggi a mia moglie, al mondo... E dinnanzi
alle piu' grandi montagne del mondo, godevo del silenzio. Passavo ore seduto
sull'erba sotto i deodar, gli alberi di Dio, dei cedri altissimi pieni di
corvi con i quali ho fatto amicizia; vengono a mangiare con me al mattino lo
yogurt che faccio con delle bacche. Ero pronto a passare cosi' il resto
della mia vita, quando nel settembre scorso sono venuto in Italia per il mio
sessantatreesimo compleanno - mia moglie sta a Firenze e ogni tanto, ogni
due o tre mesi, ci incontriamo, lei viene a trovarmi, io vado a trovarla -
cosi' mi sono ritrovato, come tutti voi, come tutto il mondo, davanti alle
torri che cadevano. Un amico mi ha telefonato: "vai subito alla
televisione", sono arrivato in tempo per vedere il secondo aereo che
impattava.
*
Forse perche' vivo in Asia da tanto tempo, forse perche' sono convinto che
la vita e' una e che il piu' bel simbolo di questa unita' e armonia e' il
simbolo dello yin e dello yang, del tao, in cui all'interno della luce c'e'
una radice di tenebra, e all'interno della tenebra c'e' un punto di luce, ma
in questo sgomento orribile ho visto il punto di luce e mi sono detto: "bah!
Questa e' una buona occasione!". L'ho sentito forte: "questa e' una buona
occasione!". Certo, una buona occasione perche' il mondo e' cambiato, le
torri hanno cambiato il nostro mondo, l'hanno cambiato profondamente; e' il
momento che cambiamo anche noi. Per la prima volta l'orrore del nostro
rapporto col mondo era dinnanzi a tutti noi. L'atomica e' stata una grande e
orribile svolta nella storia dell'umanita', tant'e' vero che tutti quelli
che vi avevano partecipato e avevano un cuore hanno dovuto riflettere sulla
moralita', sulla giustificazione di quella bomba... Una bomba sganciata su
due citta', uccidendo trecentomila persone, tutte civili. Percio' non
facciamoci raccontare che le torri sono qualcosa di nuovo, qualcosa di
orribilmente nuovo. Le guerre ormai uccidono solo i civili, di soldati ne
uccidono sempre di meno; questa guerra poi ne e' la dimostrazione. Ma la
bomba atomica in verita' non l'abbiamo vissuta, abbiamo visto delle foto,
l'abbiamo letta nei libri, ma era qualcosa di lontano. Erano giapponesi,
erano cattivi, si erano comportati orribilmente nel corso della guerra; e il
fatto che poi per trentacinque anni la guerra fredda avesse congelato la
capacita' atomica delle due potenze, ci ha allontanato dall'orrore del
nostro suicidio. L'11 settembre invece ce l'ha messo davanti, e abbiamo
visto tutti, tutto il mondo ha visto l'orrore di questo crimine.
Allora, come dicevo, ho pensato che l'11 settembre fosse una grande
occasione per riflettere, per fermarsi, per stare in silenzio e chiedersi:
"ma che ci facciamo su questa terra? Cosa vogliamo fare delle nostre vite?".
Non scrivevo piu' da tempo, lavoravo a un'altra cosa. Tutto quel che avevo
da dire sul giornalismo l'avevo detto nel libro In Asia. Col giornalismo
percio' avevo chiuso, ma davanti alla tragedia ho sentito il dovere di dire
le due o tre cose che in trent'anni mi pare di aver capito. E' cosi' che ho
scritto la prima lettera per raccontare dei fondamentalisti che si preparano
alla jihad, essendo uno dei pochi che aveva avuto modo di conoscerli per
puro caso.
*
Io non sono molto intelligente, ne' molto colto, ne' molto brillante, pero'
sono fortunatissimo. La prima volta al fronte fischia una pallottola e
colpisce quello accanto. Sono catturato dai kmer rossi, vengo messo al muro,
riesco a ridere e non mi ammazzano. Incontro una donna a diciassette anni e
ci vivo insieme fino a sessantatre e spero anche per il tempo che mi rimane.
A volte la fortuna e' anche qualcosa a cui bisogna tirare dei calci, ma io
ce ne ho sempre avuta molta. Poi ho un po' d'istinto. Nel 1996 sapevo che
quell'uomo che aveva messo la bomba al Wtc era passato da un luogo che si
chiamava l'universita' della jihad, che poi era un campo di addestramento.
Ci sono andato e per due giorni sono rimasto in mezzo a quella gente
sentendomi un appestato, perche' ero un occidentale, portatore di questa
cultura depravata, ma ho imparato tante cose.
Da giornalista ho sempre sentito che se volevo capire i conflitti non potevo
stare da una parte sola, dovevo anche capire gli altri. Nel '73 in Vietnam
passai il fronte per andare a trovare i vietcong. Quando andavo in pattuglia
con gli americani, ci sparavano addosso e anche per me quelli diventavano il
nemico, ma questa identificazione con un fronte mi pesava. Me ne rendo conto
solo ora, ma mi sono sempre interessato, magari istintivamente, all'altro:
chi e', cosa pensa, cosa fa, perche'? E cosi', come ho passato le linee con
i vietcong, nel '96 ho passato le linee del terrorismo e ho scritto le mie
riflessioni in una lettera che ho mandato al "Corriere della Sera".
Lasciatemi subito dire che io non ho uno stipendio dal "Corriere", ma sono
grato al "Corriere" e al suo direttore, Ferruccio De Bortoli, per aver
pubblicato, con coraggio, devo dire, tutto quello che gli ho mandato.
Perche' la mia voce era stonata in quei giorni; era come tirare un sasso
contro un castello di vetro, fatto di ipocrisie, di banalita', di reazioni
automatiche, di politici e commentatori che senza fantasia ricorrevano a
quello che si sa dire, al tornaconto del momento, al dire "spalla a spalla
con gli americani".
Allora, ho scritto questa lettera che si concludeva con un appello al cuore,
per il quale sono stato preso per i fondelli da tutti: "Terzani gli e'
rincoglionito, gli e' diventato induista, gli e' diventato buddista", un
"sognatore dell'Oriente". Perche' avevo detto che la violenza genera solo
violenza, l'odio genera solo odio, l'odio si combatte solo con l'amore.
"L'amore? Oh, gli e' proprio grullo quello li'!". Sapete, gli indiani si
salutano cosi', dicendosi namaskar, che vuol dire: "saluto la divinita' che
e' in te". Se noi procediamo per la strada di definire il nemico, come ha
fatto Rumsfeld, "a wonder animal", non riusciremo mai ad evitare il
confronto di civilta' e con questo la fine di ogni civilta'.
*
Noi dobbiamo aprire un dialogo di civilta', non dobbiamo disumanizzare il
nemico, ma capirne le ragioni per evitare che lui faccia quell'atto, il piu'
innaturale della vita, che e' quello di uccidersi uccidendo.
Secondo me il terrorismo non si combatte uccidendo i terroristi, anzi in una
forma perversa noi creiamo terroristi con quello che stiamo facendo. Il
terrorismo si combatte eliminando le ragioni che fanno di un uomo un
terrorista; perche' quelli sono uomini come noi, sono nati, son cresciuti,
hanno amato, alcuni hanno famiglia, bambini. Guardate le storie di questi
giorni della Palestina, storie di ragazzi che si suicidano. Sono nati per
vivere, l'uomo nasce per vivere, non per suicidarsi. E allora, cos'e' che
porta un uomo a fare quest'atto cosi' innaturale? Capiamolo, e potremo
eliminare il terrorismo rimuovendone le cause.
Questa era la mia posizione il 14 settembre 2001. Apriti cielo... parte la
Fallaci con il suo urlo di rabbia meschina, secondo me, di orgoglio mal
riposto, che era poi un grido di vendetta. Intendiamoci, sul piano personale
io rispetto la Fallaci: e' una signora anziana; ha avuto una vita molto
movimentata, e' una persona che vive sola, in una scatola di una scatola, di
una scatola in quella scatola che e' New York. Non risponde al telefono, si
sente perseguitata. E' una persona che affronta a suo modo la vecchiaia e la
morte, quella cosa che ognuno di noi ha diritto di affrontare a suo modo. E
questo lo rispetto, anzi ho compassione. Pero' mi pare che affrontarla con
le passioni piu' basse, violente e meschine, non giovi ne' a lei - e le ho
augurato pace dentro, cosi' che la trovi anche fuori - ne' agli altri.
Quando poi ho saputo che la sua lettera veniva letta nelle scuole mi sono
proprio preoccupato, ne ho sentito il pericolo e ho voluto levare la mia
voce per la pace, la comprensione, la nonviolenza. Cosi' ho scritto una
lettera aperta che il "Corriere", molto generosamente, ha pubblicato.
*
A questo punto avevo tirato due sassi. Non potevo tornare in cima
all'Himalaya a guardarmi l'ombelico. Ho ripreso il mio sacco, ci ho messo
dentro il computer, con i miei soldi, senza l'accreditamento di nessuno, con
una carta da giornalista falsa, si' avete capito bene, falsa. Questo fatto
lo trovo divertentissimo. Tutta la vita... "sono Terzani di 'Der Spiegel'";
e improvvisamente sono... un pensionato. Adesso quando arrivo in aeroporto
sulla scheda, sapete, alla voce "professione", scrivo "pensionato", mi
piace, e' bellissimo... pero' quando vai a un ministero degli esteri, anche
da quei tagliagole che ora gestiscono Kabul, vogliono sapere chi sei, e non
potevo presentarmi cosi' "un pensionato? Mbe'?". E allora mi sono fatto fare
una carta da giornalista a Bangkok. Chi di voi ha conosciuto Bangkok sa che
c'e' una strada, Kaosang road, dove per 250 pat, per cinque dollari, ti
fanno una carta di Presidente della Repubblica, di chirurgo, di quello che
vuoi. Io me ne sono fatta fare una da giornalista e mi sono rimesso in
viaggio.
Ho passato due mesi in Pakistan, lungo la frontiera afghana, evitando gli
altri giornalisti, perche' c'e' un inseminamento di bugie spaventoso. Ad
Islamabad c'e' un solo grande albergo a cinque stelle, elegantissimo, pieno
di giornalisti, quelli che appaiono in mezzo busto. Stanno tutti su una
terrazza con una bella vista sulle montagne, e ci sono tante gabbiette, Bbc,
Cnn, Rai1, Tv2, Cbs. Insomma, sono tutti li', tutti hanno la loro gabbietta
e la cosa bellissima e' questa: stanno in questo albergo tutti assieme e
basta che qualcuno metta in giro una voce, che dia un'imbeccata in maniera
opportuna, che subito viene rilanciata da tutti i media del mondo. Il
Pentagono lo sa perfettamente e ne approfitta. The Office of Strategic
Influence, si chiama l'ufficio racconta-bugie. In questi giorni ci hanno
detto di averlo chiuso, ma raccontano tante di quelle bugie... E certo
c'erano decine di funzionari dell'ufficio in quell'albergo. La mattina
incontravano un giornalista spagnolo a colazione e gli dicevano: "ma hai
sentito? I talebani... ne hanno ammazzate oltre quarantamila di quelle
donne... e il burqa... Madonna! Pare - per dirne una - che i talebani
incatenino le donne sotto il burqa...". Allora il giornalista spagnolo
incontrava un collega: "oh, ma hai sentito?" e quello, che nel frattempo era
stato avvicinato da un altro funzionario dell'ufficio: "che incatenano le
donne?" "Si'... ma allora e' vero!". Dopo cinque minuti erano tutti lassu'
sul tetto: "i talebani hanno messo anche le catene ora...".
Allora, per evitare di essere inseminato me ne stavo in certe pensioncine
vicino all'universita' e come al solito ho avuto una fortuna cane. Ho
trovato due giovani che parlano il pashtun, una delle due grandi lingue
dell'Afghanistan. Erano studenti di medicina e adoravano parlare inglese,
l'unica lingua con cui ci si poteva intendere, perche' con tutte le lingue
che parlo non parlo quelle dell'Afghanistan. Me li sono presi tutti e due
come guide e interpreti, ho vissuto con loro, ho viaggiato con loro. Con
loro sono andato a vedere i jihadi, quei giovani che partivano con le
organizzazioni fondamentaliste, con il loro kalashnikov. Ce n'era uno senza
scarpe, gli ho detto: "ma come? vai in guerra scalzo?" "eeeeh" mi ha detto
"appeno arrivo taglio i piedi a un americano e gli piglio le scarpe".
Interessante. E' cosi' che loro vedevano la loro jihad... interessante. Un
mese dopo sono tornato a vedere cosa ne era di un gruppo che avevo visto
partire, entusiasta di combattere. Di quarantatre, ne erano tornati appena
tre. Quaranta fatti a pezzi dai B-52. Ho parlato con uno di questi: "e ora?"
gli ho chiesto; "Io sono gazi" mi ha risposto, come dire: sono un veterano,
per cui godo di grande prestigio nel villaggio "e sono agli ordini della mia
organizzazione", un'organizzazione fondamentalista che ora Musharaff ha
messo all'indice. "Agli ordini dell'organizzazione? Ma se l'organizzazione
ti ordina di andare a mettere una bomba a New York?" "ah! Ci vado subito",
mi ha detto.
*
Ecco il terrorismo. Il terrorismo nasce dall'asimmetria con cui tutto si sta
svolgendo nel mondo. Se tu vedi i tuoi quaranta colleghi fatti a pezzi dalle
bombe sganciate da quindici chilometri di distanza da un irraggiungibile
pilota, che beve la coca cola e schiaccia dei bottoni, come puoi, in quella
logica perversa della violenza, che io prego, chiedo, imploro di evitare,
come puoi vendicarti? Perche' parliamoci chiaro: tutta questa vicenda e'
all'insegna della vendetta.
Anche l'operazione americana, la nostra operazione, ha un fondo di vendetta,
e' evidente. Avete visto la fotografia del talebano a Guantanamo Bay in
ginocchio ai piedi del marine? Era incatenato, tutto rasato, aveva una
maschera, gli orecchi tappati. E quella foto non l'ha rubata un paparazzo
per mostrare gli orrori della guerra, l'ha consegnata il Pentagono alla
stampa. Perche'? Dopo si sono accorti di aver sbagliato, ma il Pentagono
l'ha consegnata perche' l'opinione pubblica americana aveva bisogno di
vedere che finalmente si erano vendicati e che avevano messo in ginocchio il
terrorista.
Il problema e' che quella stessa foto nel resto del mondo ha fatto un'altra
impressione, e ora l'America paga per questo: deve rifare i suoi conti, deve
riconquistare la simpatia del mondo, deve chiudere l'ufficio delle bugie,
perche' quella foto probabilmente era vera, ma veniva dall'ufficio delle
bugie. Insomma e' la vendetta, e non cercano nemmeno di nasconderlo.
E gli altri? Come si possono vendicare gli altri? Come si puo' vendicare uno
che non riesce a vedere il suo nemico, perche' gli vola sulla testa a
chilometri di altezza? L'unica vendetta possibile e' il terrorismo. Per
questo bisogna evitare il circolo vizioso della violenza se vogliamo evitare
il suicidio dell'umanita', perche' ormai le armi di distruzione di massa
sono tali che non c'e' scelta.
La guerra e' in corso. In questo momento i B52 sorvolano l'Afghanistan
pronti a bombardare qualcuno, forse Al Qaeda, forse no. In questo momento da
qualche parte un giovane di quelli di cui dicevo sta preparando una bomba,
che puo' mettere a Londra, a Mogadiscio, a New York... chissa' dove? La
guerra e' in corso, e non illudiamoci: non possiamo continuare a vivere come
se non fosse successo niente.
*
E allora ripeto: l'unico modo e' capire, l'unico modo e' fermarsi, in
silenzio, riflettere e trovare un modo per dialogare. C'e' solo una via: la
nonviolenza. Non c'e' stata mai una guerra che abbia messo fine a tutte le
guerre.

4. MAESTRE. MARGARETE BUBER-NEUMANN: DELL'AMICIZIA E DEL CONTATTO UMANO
[Da Margarete Buber-Neumann, Prigioniera di Stalin e Hitler, Il Mulino,
Bologna 1994, 2005, p. 212. Margarete Buber-Neumann (1901-1989),
intellettuale strenuamente impegnata per i diritti umani, e' stata una delle
fondamentali testimoni della dignita' umana nel secolo dei totalitarismi;
moglie del figlio del grande filosofo Martin Buber, poi compagna del
dirigente comunista tedesco - che morira' vittima dello stalinismo - Heinz
Neumann; partecipa vivacemente alle vicende culturali e alla lotta politica
in Germania, poi emigra col marito in Urss. Nel 1937 viene internata in un
campo di concentramento russo e nel 1940 consegnata alla Gestapo e deportata
nel lager nazista di Ravensbrueck; sopravvissuta, scrivera' libri di memorie
che lumeggiano potentemente cruciali decenni di storia europea e
testimoniano di un intransigente impegno per la dignita' umana. Opere di
Margarete Buber Neumann: Da Potsdam a Mosca, il Saggiatore, Milano 1966, poi
Il Mulino, Bologna 2000; Prigioniera di Stalin e Hitler, Il Mulino, Bologna
1994, 2005; Milena. L'amica di Kafka, Adelphi, Milano 1986, 1999. Opere su
Margarete Buber Neumann: cfr. per un'introduzione le pagine a lei dedicate
in Tzvetan Todorov, Memoria del male, tentazione del bene, Garzanti, Milano
2001]

Sono sopravvissuta alla Siberia e a Ravensbrueck non tanto perche' ero una
persona particolarmente forte dal punto di vista fisico e nervoso, e neppure
perche' non ho mai abbassato la guardia al punto di perdere il rispetto di
me stessa, quanto grazie al fatto di aver sempre incontrato persone che
avevano bisogno di me e, facendomi sentire necessaria, mi gratificavano
delle gioie dell'amicizia e del contatto umano.

5. RIFLESSIONE. GIORGIO NEBBIA: SUPPONIAMO CHE...
[Dalla rivista diretta da Domenico Jervolino "Alternative", n. 1,
gennaio-febbraio 2005 (sito: www.alternativerivista.it). Giorgio Nebbia,
nato a Bologna nel 1926, docente universitario di merceologia, gia'
parlamentare, impegnato nei movimenti ambientalisti e pacifisti, e' una
delle figure di riferimento della riflessione e dell'azione ecologista nel
nostro paese. Tra le sue molte pubblicazioni segnaliamo particolarmente: Lo
sviluppo sostenibile, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole
(Fi) 1991; tra le piu' recenti cfr. gli opuscoli Alla ricerca di un'Italia
sostenibile, Tam tam libri, Mestre 1997, e La violenza delle merci, Tam tam
libri, Mestre 1999; cfr. anche: Il problema dell'acqua, Cacucci, Bari 1965,
1969; La societa' dei rifiuti, Edipuglia, Bari 1990; Sete, Editori Riuniti,
Roma 1991]

Supponiamo che ci riesca di liberarci di Berlusconi e della sua destra.
Supponiamo di avere di fronte cinque anni di amministrazione, nazionale e
locale. Che cosa potra' fare una sinistra in cinque anni?
La crisi economica, di occupazione, anche morale, dell'Italia in questo
inizio del XXI secolo dipende in parte dalla perdita della capacita', della
comprensione, del gusto del lavoro e della produzione dei beni materiali. La
borghesia ha ben compreso il potenziale eversivo della cultura del lavoro,
della produzione, della classe lavoratrice, e dopo la crisi degli anni '70
del ventesimo secolo - crisi di classe e crisi energetica e produttiva - ha
avuto buon gioco a inventare nuovi miti.
Uno di questi e' che le societa' industriali avanzate siano delle societa'
dematerializzate, cioe' basate sulle immagini, sui servizi e sempre meno
sugli oggetti fisici, sulle merci, sui manufatti, il che ha vanificato la
capacita' umana di riconoscere e comprendere i beni materiali e l'importanza
del fabbricare oggetti, del fabbricarli bene, dell'innovazione nella
produzione. Eppure la nostra non e' una societa' dematerializzata; basta
guardarsi intorno per vedere che, in una societa' industriale avanzata, la
quantita' di merci e materiali che passano dalla natura, al mondo della
produzione, al mondo del "consumo", e che ben presto si trasformano in
scorie e rifiuti rigettati nell'ambiente circostante, non solo non
diminuisce, ma aumenta continuamente.
Non solo le societa' avanzate non sono immateriali, ma la domanda di
materiali, fonti di energia, la domanda di corpi riceventi - aria, acqua,
suolo, mare - in cui immettere le scorie, aumenta continuamente fino a un
punto in cui le riserve vanno esaurendosi e la capacita' ricettiva dei corpi
naturali va saturandosi. Da qui fenomeni come l'effetto serra, la
distruzione dell'ozono stratosferico, l'eutrofizzazione dei mari e dei
laghi, la congestione e l'inquinamento urbani, eccetera. Da qui
l'inconsistenza dell'altro mito di questa borghesia, quello della
"sostenibilita'", secondo cui ci si puo' mangiare crescenti quantita' dei
beni comuni della Terra e si puo' contaminarli impunemente dando l'illusione
che ci sara' petrolio o grano o legname o aria pulita, uguali a oggi, per le
future generazioni.
La cosa e' destinata a farsi sempre piu' grave a mano a mano che gli
abitanti del Sud del mondo, 4,5 miliardi di persone in questo 2004, si
avvicinano a quei consumi che sono privilegio - si fa per dire - del
miliardo e 700 milioni di abitanti del Nord del pianeta. Per conquistare
materie prime scarse, spazi in cui scaricare i rifiuti, si andra' sempre
piu' spesso incontro a guerre locali e al proliferare di attivita'
criminali, cioe' a situazioni insostenibili.
La liberazione da questo stato di cose presuppone una diffusione delle
conoscenze su larga scala, a livello popolare, dei caratteri della
produzione degli oggetti, delle merci, e del mondo della tecnosfera.
Diffusione ben difficile, perche' il mondo imprenditoriale ha tutto
l'interesse a non far conoscere ne' che cosa produce, ne' come le merci sono
prodotte, ne' quali effetti esse hanno sugli esseri umani e sull'ambiente.
Un programma "di sinistra" per uscire dalla crisi, presuppone, a mio parere,
una svolta culturale lungo tre direzioni.
*
La prima, che chiamerei del "che cosa produrre", rivolta alla convinzione
che il mondo della produzione - agricola, industriale, dei servizi - deve
cambiare la sua maniera di ragionare e capire che il futuro della sua
intrapresa (forse della sua stessa sopravvivenza), in un libero mercato, non
dipende dalle furbizie e dagli ammiccamenti e dalla pubblicita' - spesso
cosi' stupida da rasentare il ridicolo, che solo dei lettori e spettatori
rincitrulliti possono non cogliere - ma da una nuova maniera di comunicare
con consumatori e acquirenti.
Solo cosi' coloro che lavorano bene potranno spiegare quello che producono,
come, dove, quali vincoli accettano nell'interesse dei valori collettivi. A
solo titolo di esempio, i lettori dei giornali vengono continuamente
informati sulle fusioni finanziarie, sull'andamento della borsa e dei
mercati, ma nessuno spiega che cosa ciascuna impresa produce, se la fusione
fra societa', oltre ad arrecare vantaggi monetari (ad alcuni) assicura
migliori scarpe o carne in scatola o piastrelle o automobili, fa aumentare o
diminuire i posti di lavoro e quali effetti ha sul territorio, dalla
localizzazione delle fabbriche agli inquinamenti.
Una svolta che richiede conoscenze e una nuova contestazione, proprio
perche' i dirigenti - adesso li chiamano manager - sono stati educati a
ragionare in termini di soldi e hanno perso di vista che il fatturato e i
profitti dipendono dalla qualita' degli oggetti che fabbricano e dei servizi
che rendono disponibili.
La nuova borghesia e la nuova destra hanno cattivo gioco nel dire che non
esiste piu' una classe operaia, perche' essa esiste eccome, e comprende
nuove forme di lavoratori, che, oltre a governare un altoforno o una
macchina tessile, governano piu' delicati processi e strumenti elettronici:
gli uni e gli altri dipendenti, non in grado di influire sulla qualita' di
quello che producono - merci e servizi - in quanto la quantita' e la
qualita' della produzione sono decise in centri lontani, spesso in luoghi
lontani, sulla base di criteri a breve termine, spesso miopi.
*
Il secondo punto, che chiamerei del "dove e come produrre", richiede una
nuova svolta nella politica ambientale vera e propria. Essa comporta una
revisione della normativa attuale, troppo permissiva e scritta dal grande
potere economico, sulla localizzazione delle fabbriche, sui piani regolatori
urbani, sulla bonifica delle zone contaminate dai rifiuti, sulla
sistemazione perenne dei materiali radioattivi in circolazione, sulla difesa
del suolo anche mediante opere di rimboschimento, sulla difesa delle coste
contro l'erosione, sull'approvvigionamento idrico, sulla limitazione
dell'appropriazione privata delle acque pubbliche, autorizzata dalle attuali
leggi.
Una politica urbanistica che vieti le costruzioni di edifici e strade nelle
zone in cui e' compromesso il libero flusso delle acque dei fiumi e dei
torrenti, per evitare frane e alluvioni ad ogni piena, resa ogni anno piu'
frequente dai mutamenti climatici planetari in atto.
Una politica dei trasporti che privilegi il trasporto pubblico su quello
privato, con l'effetto di una minore congestione urbana e di un minore
inquinamento con vantaggio per la salute. Una politica che stabilisca la
necessita' di diminuire la massa dei rifiuti, di recuperare dai rifiuti ogni
possibile materiale riciclabile e riutilizzabile e che imponga che le merci
e i macchinari prodotti debbano essere progettati (e quelli importati
debbano essere fabbricati) in vista del riutilizzo dei materiali, per
fermare la sconsiderata moltiplicazione degli inceneritori inquinanti. Una
politica diretta a diminuire i consumi di elettricita' e di energia fossile,
le importazioni di petrolio e di gas naturale, anche per attenuare il
contributo italiano all'effetto serra e ai mutamenti climatici, che
incentivi l'utilizzazione di fonti energetiche rinnovabili e la produzione
decentrata di elettricita'.
Si tratta di far applicare, anche imponendo il funzionamento della
burocrazia dei servizi e dei controlli, le leggi esistenti che sono state
ignorate, violate e annacquate, da parte degli stessi governi, ogni volta
che arrecavano disturbo o danno a interessi economici forti, quelli che oggi
dominano il paese; migliori servizi pubblici possono dare un contributo
decisivo a erodere tale strapotere.
*
Il terzo punto necessario per una svolta nella direzione di una societa'
piu' giusta e meno violenta nei confronti delle classi deboli, dei popoli
poveri e meno violenta verso la natura, presuppone la ripresa di una
adeguata consapevolezza e orgoglio della classe operaia, le cui lotte
appaiono, secondo l'immagine che ne distribuisce la borghesia padronale,
appiattite su rivendicazioni egoistiche o corporative.
Non si tratta solo di riconoscere il ruolo centrale del lavoro umano nella
produzione degli oggetti e delle merci, ma di rivendicare con forza il
contributo di innovazione e di progresso nato dalle lotte della classe
operaia.
Qui vorrei ricordare soltanto il silenzio esistente e caduto sulle lotte
operaie da parte di quella che poi si e' chiamata "ecologia". Eppure era
stata la sinistra, il socialismo, la classe operaia a lottare, nel corso
dell'ultimo secolo, per ottenere migliori condizioni nelle fabbriche, cibi
meno contaminati, acque meno inquinate. Ma mi pare che i lavoratori non
abbiano un adeguato orgoglio nel rivendicare di essere stati loro, spesso, i
primi a battersi per l'"ecologia", per migliori condizioni di lavoro, per
una critica dei processi produttivi, per una critica, anche, della qualita'
delle merci prodotte. Per una critica della produzione delle merci oscene
per eccellenza, le armi
*
Supposto che ci riesca di liberarci di questo governo, bisogna gettare le
fondamenta di un edificio in cui dovranno ricominciare a vivere i
sopravvissuti della attuale crisi, un edificio da costruire sulle macerie di
una destra internazionale ormai priva di valori, di progetti, di
creativita'; occorre predisporre una nuova cultura che parta proprio dal
mondo del lavoro, degli oggetti e della natura, che ricuperi il carattere
unitario della grande circolazione di materia e di energia da cui dipende
sia la vita nella biosfera, sia la risoluzione dei problemi umani nella
tecnosfera.
Problemi e bisogni, nel Nord e nel Sud del mondo, prima di tutto di acqua,
abitazioni, cibo, diritto alla salute e all'informazione critica, alla
conoscenza, premessa della liberta'. Soddisfare i bisogni elementari di
oltre 6 miliardi di esseri umani che abitano la Terra e che crescono al
tasso di 60 milioni all'anno, migliaia di milioni dei quali sono sotto il
livello di sopravvivenza e di decenza, significa progettare, costruire,
insegnare a costruire, abitazioni, macchinari, mezzi di trasporto, alimenti,
utilizzando le risorse locali, insegnare a utilizzare fonti di energia e
materie prime sconosciute a noi abitanti del Nord del mondo.
*
La soluzione va cercata in un recupero del senso dello Stato, inteso non
come governo che assicura profitti alle classi forti e costi e sacrifici
alle classi deboli, ma che operi per il bene pubblico, "pro bono publico",
come dovrebbe fare appunto "lo Stato". Uno Stato capace di trattare con gli
altri paesi europei, con l'impero americano e con i paesi del Sud del mondo
con proprie idee e progetti, con una ideologia di solidarieta' e di pace,
con una coraggiosa rivendicazione del dovere di eliminare le armi nucleari
dagli arsenali di tutti i paesi, compresi quelli "ufficialmente" nucleari.
Un governo capace di esercitare una pianificazione e un controllo della
qualita' e della quantita' delle merci e dei servizi prodotti, sotto i
vincoli di rispetto della salute umana e delle risorse naturali; in questo
modo metteremmo in moto un processo capace di eliminare la disoccupazione
nei paesi sazi di consumi inutili e di indurre nei paesi poveri una svolta
che eviti le guerre locali, le ingerenze degli imperi del Nord del mondo
nella conquista e rapina delle loro materie prime.
Il successo del nuovo corso di cui stiamo parlando presuppone anche una
rivoluzione culturale, specialmente una revisione critica delle scale dei
valori, una rivoluzione che puo' nascere soltanto dal mondo del lavoro.

6. STRUMENTI. IL "COS IN RETE" DI SETTEMBRE
[Dall'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini (per contatti:
l.mencaroni at libero.it) riceviamo e diffondiamo]

Vi segnaliamo l'ultimo aggiornamento di settembre 2005 del "C.O.S. in rete"
(sito: www.cosinrete.it).
Nello spirito del Cos di Capitini, le nostre e le vostre risposte e
osservazioni a quello che scrive la stampa sui temi capitiniani:
nonviolenza, difesa della pace, liberalsocialismo, partecipazione al potere
di tutti, controllo dal basso, religione aperta, educazione aperta,
antifascismo, tra cui: Premi Aldo Capitini; Mozart rivoluzionario
nonviolento; I neocons all'assalto dell'Onu; Chissa' se le donne; Alla
ricerca dell'etica; Voi vi fidereste?; Dai vostri frutti vi conosceremo;
Quale religione nelle scuole; La storia clericale del Risorgimento; Le
contraddizioni in seno al popolo di Fausto; Il papa leninista; Nonviolenza e
diritti umani; Musulmane libere in Cina; Rapsodia di agosto; La mafia e
oltre; Non dimentichiamo la violenza; Cio' che non siamo e cio' che non
vogliamo; etc.
Piu' scritti di e su Capitini utili secondo noi alla riflessione attuale
sugli stessi temi.
Ricordiamo che sui temi capitiniani sopra citati la partecipazione al
"C.O.S. in rete" e' libera e aperta a tutti mandando i contributi
all'indirizzo e-mail: capitini at tiscali.it, come pure la discussione nel sito
blog del Cos: http://cos.splinder.com
Ricordiamo che il sito con scritti di e su Aldo Capitini ha cambiato
indirizzo in: www.aldocapitini.it

7. RILETTURE. NADINE GORDIMER: UN MONDO DI STRANIERI
Nadine Gordimer, Un mondi di stranieri, Feltrinelli, Milano 1961, 1990, pp.
336. Pubblicato nel 1958, uno dei piu' bei romanzi di Nadine Gordimer, la
grande scrittrice sudafricana impegnata nella lotta contro l'apartheid,
premio Nobel per la letteratura. Riflettere ancora sulla vicenda storica del
regime razzista sudafricano sarebbe di grande utilita' oggi che quel
mostruoso modello - sconfitto li' - si sta riproducendo su scala planetaria.

8. RILETTURE. DORIS LESSING: IL TACCUINO D'ORO
Doris Lessing, Il taccuino d'oro, Feltrinelli, Milano 1964, 1977, 2 voll.
per complessive pp. 724. Un romanzo da farsi e un mondo che si disfa: uno
sguardo e una voce di donna coglie, nomina, squaderna, discute e giudica,
disvela e mette in crisi, cio' che e' essenziale, cio' che e' ineludibile,
cio' che e' terribile, cio' che svanisce.

9. RILETTURE. CLARICE LISPECTOR: LA PASSIONE SECONDO G. H.
Clarice Lispector, La passione secondo G. H., La Rosa, Torino 1982,
Feltrinelli, Milano 1991, pp. 168. "Non devo aver paura di vedere
l'umanizzazione dal di dentro" (p. 132); un libro a un tempo enigmatico e
rischiaratore, straordinariamente influente nella riflessione femminista
italiana.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1047 dell'8 settembre 2005

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