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[News] Il grido dimenticato del Pacifico: ottant’anni di bombe nucleari sulle isole dell’Apocalisse
- Subject: [News] Il grido dimenticato del Pacifico: ottant’anni di bombe nucleari sulle isole dell’Apocalisse
- From: Alessandro Marescotti <a.marescotti at peacelink.org>
- Date: Sat, 18 Apr 2026 07:42:04 +0200
Forse non lo avete letto da nessuna parte. I grandi giornali e i telegiornali non ne hanno parlato. E non ne hanno parlato neppure i siti web pacifisti, purtroppo. Eppure il 30 marzo 2026, alle isole Figi, nell’Oceano Pacifico, centinaia di persone si sono riunite all’Università del Sud Pacifico a Suva per ricordare le vittime delle bombe nucleari. Era il Nuclear Victims Remembrance Day, la giornata della memoria per chi ha subito sulla propria pelle gli esperimenti atomici.
Il titolo della giornata era in una lingua locale: ANIN jitbon mar. Vuol dire “un richiamo spirituale che viene dalle isole”. Per i popoli del Pacifico la terra e l’oceano non sono solo cose materiali: sono la loro anima. E quell’anima è stata avvelenata dal 1946.
Dove è successo tutto questo?
Le bombe non sono cadute solo su Hiroshima e Nagasaki. Tra il 1946 e il 1996, Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno fatto esplodere più di 300 ordigni nucleari nel Pacifico. Hanno scelto quelle isole perché erano lontane dagli occhi del mondo e perché le popolazioni locali avevano poco potere per opporsi. La loro voce era troppo debole per giungere fino a noi e la stessa cosa è avvenuta quest’anno, nonostante Internet. Senza voce, senza ascolto.
Le zone più colpite furono le Isole Marshall, un arcipelago di atolli a forma di anello tra le Hawaii e l’Australia. Qui gli Stati Uniti hanno fatto i test più distruttivi. Poi c’è la Polinesia Francese, dove la Francia ha fatto esplodere le sue bombe fino al 1996. E poi Kiribati e alcune zone dell’Australia, usate dal Regno Unito.
Perché proprio lì?
Dopo la Seconda guerra mondiale è iniziata la Guerra Fredda. Stati Uniti e Unione Sovietica correvano per costruire bombe sempre più potenti. Servivano luoghi isolati per gli esperimenti. Il Pacifico sembrava perfetto: lontano, poco abitato, senza giornalisti scomodi.
Così nel 1946 gli Stati Uniti hanno cominciato con l’operazione Crossroads. Hanno preso l’atollo di Bikini, hanno convinto i 167 abitanti a trasferirsi con la promessa che sarebbero tornati presto. Non sono più tornati. La loro isola è diventata un poligono radioattivo. E ha dato il nome a un tipo di costumi da bagno in Occidente.
La bomba più disastrosa è stata Castle Bravo, nel 1954. Doveva essere potente, ma è stata molto più potente del previsto: mille volte Hiroshima. Le ceneri radioattive non sono cadute solo dove previsto, ma anche su atolli abitati come Rongelap e Utirik. La gente ha cominciato ad ammalarsi subito: nausea, bruciature, poi negli anni tumori e malformazioni nei bambini.
La Francia ha iniziato più tardi, nel 1966, in Polinesia Francese. Per decenni ha negato i rischi, dicendo che i test erano sicuri. Oggi sappiamo che non era vero. I militari e la popolazione civile sono stati esposti a radiazioni senza che nessuno li avvertisse.
Cosa è successo alle persone?
Le conseguenze sono state tremende e durano ancora oggi. Migliaia di persone hanno sviluppato tumori alla tiroide, leucemie, altri tipi di cancro. Molte donne hanno avuto aborti spontanei o hanno dato alla luce bambini con malformazioni. E poi c’è il trauma di essere stati cacciati dalle proprie terre. Per chi vive nelle isole del Pacifico, lasciare l’atollo dove si è nati significa perdere la propria identità, la propria cultura, le proprie radici.
Anche l’ambiente è stato distrutto. Il terreno, l’acqua, i pesci: tutto è contaminato. Alle Isole Marshall c’è persino una tomba nucleare: il Runit Dome. È una cupola di cemento costruita sopra un cratere lasciato da una bomba atomica, piena di detriti radioattivi. Ma il cemento si sta crepando e il mare si sta alzando a causa del cambiamento climatico. Prima o poi quella cupola si romperà e la radioattività tornerà a spandersi nell’oceano.
E la giustizia?
Quasi nessuno ha avuto giustizia. Le Isole Marshall hanno creato un tribunale speciale per valutare i danni. Quel tribunale ha calcolato che servirebbero più di 500 milioni di dollari solo per riparare i danni agli abitanti di Bikini. Ma gli Stati Uniti non hanno mai pagato. La Francia ha riconosciuto solo in parte le sue colpe, e dopo decenni di bugie. Il Regno Unito ha fatto poco o nulla.
Cosa hanno chiesto i leader del Pacifico il 30 marzo 2026?
Alla commemorazione di Suva hanno parlato il segretario generale del Forum delle Isole del Pacifico, Baron Waqa, e tanti rappresentanti delle Marshall. Hanno detto una cosa semplice ma importante: ricordare non basta, bisogna agire.
Hanno chiesto al mondo quattro cose concrete:
In primo luogo più aiuti per la salute delle popolazioni esposte, che ancora oggi si ammalano di cancro. Poi La bonifica dei luoghi contaminati, per quanto possibile. Ma anche un riconoscimento formale e un risarcimento dei danni subiti, non a parole ma con atti ufficiali. E infine un monitoraggio indipendente e trasparente della radioattività.
Hanno anche detto che i giovani hanno un ruolo fondamentale. Non devono dimenticare. Devono raccontare quello che è successo, perché nessuna bomba venga mai più fatta esplodere sulle loro isole.
E ora?
Tra poco ci sarà all’ONU una grande conferenza mondiale sul Trattato di Non Proliferazione Nucleare. I leader del Pacifico ci arriveranno uniti. Porteranno con sé la voce di chi ha perso la salute, la terra, la dignità. E chiederanno che la giustizia nucleare diventi finalmente un argomento serio, non una nota a piè di pagina della storia.
Noi di PeaceLink abbiamo voluto raccontare qui, in questo breve ma doveroso resoconto, la storia della vergogna perché i grandi media l’hanno ignorata, e forse non a caso. Per noi la memoria è un dovere. E silenzio, in questi casi, assume i tratti della complicità, protratta nel tempo.
Ma la radiazioni non conoscono confini. E qualcuno fra noi, in questi decenni, ha avuto dei problemi alla tiroide per le ricadute di quelle radiazioni che sono finite nel latte materno.
Il titolo della giornata era in una lingua locale: ANIN jitbon mar. Vuol dire “un richiamo spirituale che viene dalle isole”. Per i popoli del Pacifico la terra e l’oceano non sono solo cose materiali: sono la loro anima. E quell’anima è stata avvelenata dal 1946.
Dove è successo tutto questo?
Le bombe non sono cadute solo su Hiroshima e Nagasaki. Tra il 1946 e il 1996, Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno fatto esplodere più di 300 ordigni nucleari nel Pacifico. Hanno scelto quelle isole perché erano lontane dagli occhi del mondo e perché le popolazioni locali avevano poco potere per opporsi. La loro voce era troppo debole per giungere fino a noi e la stessa cosa è avvenuta quest’anno, nonostante Internet. Senza voce, senza ascolto.
Le zone più colpite furono le Isole Marshall, un arcipelago di atolli a forma di anello tra le Hawaii e l’Australia. Qui gli Stati Uniti hanno fatto i test più distruttivi. Poi c’è la Polinesia Francese, dove la Francia ha fatto esplodere le sue bombe fino al 1996. E poi Kiribati e alcune zone dell’Australia, usate dal Regno Unito.
Perché proprio lì?
Dopo la Seconda guerra mondiale è iniziata la Guerra Fredda. Stati Uniti e Unione Sovietica correvano per costruire bombe sempre più potenti. Servivano luoghi isolati per gli esperimenti. Il Pacifico sembrava perfetto: lontano, poco abitato, senza giornalisti scomodi.
Così nel 1946 gli Stati Uniti hanno cominciato con l’operazione Crossroads. Hanno preso l’atollo di Bikini, hanno convinto i 167 abitanti a trasferirsi con la promessa che sarebbero tornati presto. Non sono più tornati. La loro isola è diventata un poligono radioattivo. E ha dato il nome a un tipo di costumi da bagno in Occidente.
La bomba più disastrosa è stata Castle Bravo, nel 1954. Doveva essere potente, ma è stata molto più potente del previsto: mille volte Hiroshima. Le ceneri radioattive non sono cadute solo dove previsto, ma anche su atolli abitati come Rongelap e Utirik. La gente ha cominciato ad ammalarsi subito: nausea, bruciature, poi negli anni tumori e malformazioni nei bambini.
La Francia ha iniziato più tardi, nel 1966, in Polinesia Francese. Per decenni ha negato i rischi, dicendo che i test erano sicuri. Oggi sappiamo che non era vero. I militari e la popolazione civile sono stati esposti a radiazioni senza che nessuno li avvertisse.
Cosa è successo alle persone?
Le conseguenze sono state tremende e durano ancora oggi. Migliaia di persone hanno sviluppato tumori alla tiroide, leucemie, altri tipi di cancro. Molte donne hanno avuto aborti spontanei o hanno dato alla luce bambini con malformazioni. E poi c’è il trauma di essere stati cacciati dalle proprie terre. Per chi vive nelle isole del Pacifico, lasciare l’atollo dove si è nati significa perdere la propria identità, la propria cultura, le proprie radici.
Anche l’ambiente è stato distrutto. Il terreno, l’acqua, i pesci: tutto è contaminato. Alle Isole Marshall c’è persino una tomba nucleare: il Runit Dome. È una cupola di cemento costruita sopra un cratere lasciato da una bomba atomica, piena di detriti radioattivi. Ma il cemento si sta crepando e il mare si sta alzando a causa del cambiamento climatico. Prima o poi quella cupola si romperà e la radioattività tornerà a spandersi nell’oceano.
E la giustizia?
Quasi nessuno ha avuto giustizia. Le Isole Marshall hanno creato un tribunale speciale per valutare i danni. Quel tribunale ha calcolato che servirebbero più di 500 milioni di dollari solo per riparare i danni agli abitanti di Bikini. Ma gli Stati Uniti non hanno mai pagato. La Francia ha riconosciuto solo in parte le sue colpe, e dopo decenni di bugie. Il Regno Unito ha fatto poco o nulla.
Cosa hanno chiesto i leader del Pacifico il 30 marzo 2026?
Alla commemorazione di Suva hanno parlato il segretario generale del Forum delle Isole del Pacifico, Baron Waqa, e tanti rappresentanti delle Marshall. Hanno detto una cosa semplice ma importante: ricordare non basta, bisogna agire.
Hanno chiesto al mondo quattro cose concrete:
In primo luogo più aiuti per la salute delle popolazioni esposte, che ancora oggi si ammalano di cancro. Poi La bonifica dei luoghi contaminati, per quanto possibile. Ma anche un riconoscimento formale e un risarcimento dei danni subiti, non a parole ma con atti ufficiali. E infine un monitoraggio indipendente e trasparente della radioattività.
Hanno anche detto che i giovani hanno un ruolo fondamentale. Non devono dimenticare. Devono raccontare quello che è successo, perché nessuna bomba venga mai più fatta esplodere sulle loro isole.
E ora?
Tra poco ci sarà all’ONU una grande conferenza mondiale sul Trattato di Non Proliferazione Nucleare. I leader del Pacifico ci arriveranno uniti. Porteranno con sé la voce di chi ha perso la salute, la terra, la dignità. E chiederanno che la giustizia nucleare diventi finalmente un argomento serio, non una nota a piè di pagina della storia.
Noi di PeaceLink abbiamo voluto raccontare qui, in questo breve ma doveroso resoconto, la storia della vergogna perché i grandi media l’hanno ignorata, e forse non a caso. Per noi la memoria è un dovere. E silenzio, in questi casi, assume i tratti della complicità, protratta nel tempo.
Ma la radiazioni non conoscono confini. E qualcuno fra noi, in questi decenni, ha avuto dei problemi alla tiroide per le ricadute di quelle radiazioni che sono finite nel latte materno.
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Albert - bollettino pacifista https://www.peacelink.it/albert
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