[News] "Non posso sostenere questa guerra": il capo dell'antiterrorismo USA si dimette



Una crepa dentro il potere


PeaceLink – 18 marzo 2026

Qualcosa di insolito è accaduto ieri a Washington, qualcosa che merita attenzione. Joe Kent, direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo degli Stati Uniti, ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato, in polemica con Donald Trump e con la guerra in Iran lanciata lo scorso 28 febbraio. Non è un dissidente di sinistra, non è un pacifista. È un veterano delle forze speciali, un ex agente della CIA, un fedelissimo di Trump fino a poche ore prima. Ed è proprio per questo che le sue parole bruciano.

La novità: il dissenso viene da dentro

Kent è il primo alto funzionario dell'amministrazione Trump a dimettersi per manifestare il proprio dissenso sulla guerra. Questa è la vera notizia, quella che non va lasciata scorrere nel flusso dell'informazione quotidiana.

Nella lettera indirizzata al presidente americano, il funzionario ha scritto: "Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in Iran. L'Iran non rappresentava una minaccia imminente per il nostro Paese ed è chiaro che questa guerra è stata iniziata per la pressione di Israele e della sua potente lobby americana".

Parole che non vengono dall'opposizione democratica, né da un movimento pacifista. Vengono dall'interno del sistema della sicurezza nazionale americana, da un uomo che conosce i dossier, che ha accesso alle informazioni riservate, che per decenni ha combattuto le guerre degli Stati Uniti in Iraq e in Medio Oriente. Kent ha partecipato a undici missioni di combattimento come membro dei Green Berets, prima di passare alla CIA. Sua moglie Shannon, anche lei militare, è rimasta uccisa in Siria nel 2019 in un attentato suicida.

Il fantasma dell'Iraq

Kent non si limita a contestare questa guerra. La inserisce in una storia più lunga e più tragica. Ha sottolineato che le argomentazioni a sostegno dell'attacco all'Iran e le promesse di una rapida vittoria ricordano il dibattito sull'entrata in guerra dell'Iraq nel 2003.

Il parallelo è devastante, e chi ha memoria sa perché. PeaceLink vi ha dedicato un editoriale. Anche allora, nel 2003, si parlò di minacce imminenti, di armi di distruzione di massa, di una vittoria rapida e pulita. Sappiamo come andò. "Era una menzogna, ed è la stessa tattica che gli israeliani hanno usato per trascinarci nella disastrosa guerra in Iraq, che ci è costata la vita di migliaia dei nostri migliori figli e figlie", scrive Kent nella sua lettera.

È una denuncia potente, che mette in fila cause ed effetti che i governi preferiscono tenere separati.

La Casa Bianca nega, ma non smentisce i fatti

La risposta dell'amministrazione è stata rapida e sprezzante. Trump ha liquidato Kent: "Era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza". La portavoce Karoline Leavitt ha bollato le sue affermazioni come "false", sostenendo che esistevano prove convincenti che l'Iran stesse per attaccare gli Stati Uniti.

Eppure, come nota il Sole 24 Ore, nessuna prova è stata in realtà finora fornita dalla Casa Bianca su attacchi preparati da Teheran contro gli USA.

Questo è il punto centrale. La guerra è iniziata il 28 febbraio con l'operazione "Epic Fury". Il primo giorno, Trump aveva affermato che gli attacchi erano necessari per eliminare la "minaccia imminente" rappresentata da Teheran. Pochi giorni dopo aveva assunto toni più vaghi, sostenendo di aver colto "l'ultima e la migliore occasione" per colpire l'Iran. 

Una spaccatura che conta

Con le sue dimissioni, Kent manifesta con forza dall'interno dell'amministrazione il dissenso e la critica che settori della destra MAGA stanno dimostrando nei confronti della decisione di Trump di attaccare l'Iran insieme a Israele, coinvolgendo gli Stati Uniti in un altro conflitto all'estero che rischia di diventare una guerra infinita, tradendo le promesse fatte alla sua base di una politica di America First.

E persino dall'opposizione democratica arrivano parole di sostegno inattese. Il senatore Mark Warner, il più importante democratico della Commissione Intelligence del Senato, ha dichiarato: "Su questo punto ha ragione: non c'era alcuna prova credibile di una minaccia imminente da parte dell'Iran che giustificasse una precipitazione degli Stati Uniti in un'altra guerra di scelta in Medio Oriente."

Perché questa vicenda riguarda anche noi

PeaceLink segue da anni le dinamiche di guerra che si consumano lontano dai nostri occhi ma vicino alle nostre coscienze. Il 4 marzo 2026 avevamo denunciato su PeaceLink "la guerra delle bugie", documentandola in un apposito articolo. Due settimane dopo le dimissioni di Kent confermano che ciò che avevamo scritto era vero.

La vicenda Kent non è solo americana. Parla di un meccanismo che conosciamo bene nella storia recente e meno recente: la fabbricazione del consenso attorno alla guerra attraverso narrazioni di minacce imminenti e menzogne

Ma questa volta non ha funzionato.

Il gesto di Kent rompe un silenzio. 

Dimostra che anche dentro le strutture del potere militare e dell'intelligence serpeggia il malumore.

E in tempi di guerra, il dissenso che viene dall'interno vale doppio. 


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