Muore il Papa che ha chiesto perdono



Muore il Papa che ha chiesto perdono. Un perdono invocato più volte di fronte al passato di ingiustizie e di violenze a cui ha partecipato anche la Chiesa. Un passato di scandalo e vergogna che ha lacerato l'umanità, dividendola fra chi si riconosceva nella Chiesa cattolica e chi ne prendeva dolorosamente o con fierezza le distanze.
Muore il Papa che ha avvicinato due mondi, credenti e non credenti. In 
questi anni, infatti, credenti e non credenti hanno marciato assieme nelle 
mobilitazioni per la pace, sono andati insieme nelle missioni ad aiutare i 
fratelli più poveri, a condividere il pane e ad essere quindi "compagni" 
delle vittime delle guerre e delle ingiustizie. E così oggi accade che nei 
posti più diversi della Terra missionari e atei abbraccino insieme le 
speranze di "utopie concrete", ne accettino le sfide e condividano la 
responsabilità comune dell'impegno umano e civile, perseguito e percorso da 
crinali diversi di un'unica montagna, quella della vita.
Muore il Papa che ha avvicinato le religioni in un comune dialogo 
all'insegna dei valori della pace e del dialogo.
Ricordiamo solo alcuni passi di questo Papa che ha chiesto perdono.

In un promemoria inviato ai cardinali nella primavera del 1994 propone un "pentimento" della Chiesa per il suo passato, in vista del Giubileo. E' un documento poco noto. "Non se ne conosce la data. Viene mandato ai cardinali convocati in un Concistoro straordinario e arriva ai giornali per una fuga di notizie. Tutti lo riprendono e lo studiano, ma non viene mai pubblicato ufficialmente. Giovanni Paolo II ne rivendica due volte la paternità durante il Concistoro", racconta Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera ed autore del libro "Quando il Papa chiede perdono" (edito da Mondadori).
Riferendosi esplicitamente a "guerre di religione, tribunali 
dell'Inquisizione e altre forme dei diritti delle persone", papa Giovanni 
Paolo II pone nel suo promemoria per il Giubileo una domanda terribile: 
"Come tacere delle tante forme di violenza perpetrate anche in nome della 
fede?" E aggiunge: "Bisogna che anche la Chiesa, alla luce di quanto il 
Concilio Vaticano II ha detto, riveda di propria iniziativa gli aspetti 
oscuri della sua storia".
Quest'iniziativa del Papa incontra la resistenza, se non l'avversione, di 
una parte dei cardinali.
"La Chiesa, proprio come Chiesa, ha dei peccati? No, la Chiesa considerata 
nella verità del suo essere non ha peccati", osserva il cardinale Biffi in 
una sua nota pastorale.
Eppure il Papa, nel propugnare un'autocritica storica, fa notare nel suo 
promemoria per i cardinali che "ciò non danneggerà in alcun modo il 
prestigio morale della Chiesa, che anzi ne uscirà rafforzato, per la 
testimonianza di lealtà e di coraggio nel riconoscere gli errori commessi 
da uomini suoi e, in un certo senso, in nome suo".
Sempre nel 1994, nel documento di preparazione del Giubileo, il Papa detta 
parole inequivocabili:
"Come non provare dolore per il mancato discernimento, diventando talvolta 
persino acquiescenza, di non pochi cristiani di fronte alla violazione dei 
fondamentali diritti umani da parte dei regimi totalitari?" (Tertio 
millennio adveniente, 36).
Il 14 giugno 1996 il Papa prende le distanze dalle Crociate.

Il Papa viaggia molto. Si reca più volte in Africa e chiede perdono.

E' consapevole della gravità morale dei diffusi massacri compiuti all'interno di una nazione cattolica come il Ruanda: "Si tratta di un vero e proprio genocidio, di cui purtroppo sono responsabili anche dei cattolici", dice il 15 maggio 1994 nel saluto domenicale. A che era servita tanta diffusione della fede cristiana? Il Papa chiede conto di questa contraddizione, e interroga le coscienze di fronte ad inauditi crimini commessi da gente che con "grande devozione" partecipava alle messe e che con altrettanta "grande devozione" aveva partecipato all'"eroico macello", per dirla con Voltaire.
Il 13 agosto 1985 in Camerun dice: "Chiediamo perdono ai nostri fratelli 
africani che tanto hanno sofferto, per esempio per la tratta degli 
schiavi". E fa esplicito riferimento alle responsabilità delle "nazioni 
cristiane".
In Senegal il 22 febbraio 1992 dice: "Noi preghiamo perché in futuro i 
discepoli di Cristo si dimostrino pienamente fedeli all'osservanza del 
comandamento dell'amore fraterno lasciato dal loro Maestro. Noi preghiamo 
perché essi non siano mai più gli oppressori dei propri fratelli, in alcun 
modo, ma cerchino sempre di imitare la compassione del buon samaritano del 
Vangelo andando in aiuto delle persone che si trovano nel bisogno".
E il 1' aprile 1995 dice ai vescovi brasiliani: "Riguardo alla schiavitù 
africana, ho già avuto occasione di implorare il perdono del Cielo per il 
vergognoso commercio di schiavi al quale parteciparono anche non pochi 
cristiani".
Tanti potrebbero essere i segni di questo PERCORSI DI RICONCILIAZIONE.

Senza il quale non sarebbe nato l'attuale movimento della pace che unisce anime diverse. Senza il quale non sarebbero in corso missioni laiche e religiose, unite da stretegie aconfessionali. Senza il quale il rispetto dei diritti umani e la condanna delle ingiustizie non sarebbe gridata così forte in un mondo in cui i leader del capitalismo ci sussurrano ogni giorno con "nostra sorella TV" che ormai siamo nel migliore dei mondi possibili.
E dire che ancora nel 1865 la rivista dei gesuiti "Civiltà cattolica" 
interveniva - con il saggio "Il concetto morale della schiavitù" - sulla 
questione della schiavitù cercando di dimostrare che la schiavitù in sé per 
sé, non era contraria al diritto naturale giustificando l'atteggiamento dei 
papi che non l'avevano condannata.
Non si ricordano molti papi che, prima di Giovanni Paolo II, abbiano saputo 
chiedere perdono con simile determinazione. Certo risuonano ancora, alle 
orecchie di chi vuol sentirle, le parole di Adriano VI del 1523:  "Noi 
sappiamo bene che anche in questa Santa Sede, fino ad alcuni anni or sono, 
sono accadute cose abominavolissime: abusi delle cose sacre, prevaricazioni 
nei precetti, e tutto infine volto al male" (messaggio di Adriano VI letto 
il 3 gennaio 1523 alla Dieta di Norinberga dal legato Francesco Chieregati).
Tutto questo va scritto e va compreso non ciò che negativo o polemico può 
ancora suscitare ma per ciò che di positivo può insegnare per il futuro.
Perché altrimenti non comprenderemmo quell'umanità variegata - storicamente 
lacerata nei più intimi sentimenti morali - che oggi si ritrova invece 
unita nelle comuni missioni umanitarie, di pace, di affermazione dei 
diritti umani, di rivendicazione della giustizia violata.
Muore il Papa che ci ha saputo unire non in nome del passato ma in nome del 
futuro.
Muore il Papa che ha sognato per noi un futuro che da costruire in nome 
della pace, della giustizia e dell'affermazione dei diritti umani, e che 
per questo abbiamo amato come compagno di un viaggio di speranza e di 
impegno quotidiano.

Alessandro Marescotti