Missione Oggi - ottobre 2003 - Pace



OSARE LA PACE

LA PACE DEL VANGELO
È AZIONE: È L'ABBATTIMENTO
DEL MURO

GIOVANNI NICOLINI


Don Nicolini è parroco e vicario episcopale per la carità della diocesi di
Bologna. Riportiamo, con titoli e sottolineature nostre, il suo intervento
al XIX Convegno nazionale dei diaconi italiani.

Nella sua accezione ebraico-cristiana, la pace non è qualcosa in cui ci si
viene a trovare, ma che "si fa": l'abbattimento del muro, l'abbattimento
dell'inimicizia.

L'icona della pace cristiana è "la parabola del Padre" in Luca: egli esce
due volte di casa, per abbattere i due diversi muri di separazione,
innalzati da ciascuno dei due figli.

Nella concezione cristiana la pace non contempla la vittoria, il prevalere
dell'uno sull'altro. Mai.

La pace cristiana passa attraverso l'azione, ma anche attraverso il dolore:
siamo discepoli di uno che "si spezza" per poter portare tutti noi all'
unità.

Superare il "passare accanto" e il giudizio, che non salva il fratello.
Entrare nella prigionia del conflitto, nel dramma delle lacerazioni, nella
fatica.

Come Gesù ha "abbattuto il muro"? È importante tenerlo presente perché è
questo il modello che il cristiano è chiamato a seguire.
 Richiamerò cose note, ma anche alcune idee forti riguardo la pace nella
nostra tradizione ebraico-cristiana.
Il cristiano deve frequentare delle cattive compagnie, non può stare chiuso
nell'arca: è stato mandato dal Signore in tutte le situazioni complesse, più
ferite, più sbagliate. Solo che, a forza di frequentare le cattive
compagnie, qualcosa poi resta attaccato: certi influssi dei pensieri
dominanti, nei quali il cristianesimo si è immerso, ci sono rimasti
attaccati. Così è certamente per la pace: molto spesso, quando si parla di
pace si fa riferimento a concezioni della pace che non sono propriamente
quelle della tradizione ebraico-cristiana. Risalgono ad altre tradizioni di
pensiero, non sono il proprio della rivelazione ebraico-cristiana.
Che cos'è la pace per noi? Per il Signore è evidente che quello che lui
pensa essere la pace non è omogeneo a quello che normalmente le culture
mondane pensano: c'è un passaggio del Vangelo, dove il Signore è talmente
preoccupato di dirci cos'è la pace, da essere pronto a cambiarle persino il
nome, purché percepiamo il senso giusto.
Normalmente, nel nostro modo di intenderci, la pace è una situazione in cui
ci si trova. "Siamo in pace", è una situazione fortunata che viviamo, tra
una burrasca e l'altra. Questa concezione è così affermata che piano piano
la pace è diventata l'interruzione tra una guerra e l'altra.
Se guardiamo nel Vangelo, mai troveremo che parli della pace come di una
situazione, ma piuttosto di un'azione. La pace è qualcosa che si fa , e
questo è talmente vero che, appena cessa l'azione della pace, si riprecipita
nel conflitto, nell'ingiustizia, nella violenza. Beato è il facitore di
pace: si può dire che la pace è l'azione nativamente assegnata al discepolo
di Gesù. Siamo in questo mondo per fare la pace: per non accettare mai la
situazione nella quale ci troviamo e per essere sempre operosi nel provocare
la pace. O si entra in questa dinamica del fare la pace, o altrimenti si
accettano le situazioni di ingiustizia, di violenza, di prevaricazione.

COME GESÙ HA FATTO LA PACE
Nella lingua italiana la parola pacifico non ci dà l'idea di una persona
particolarmente attiva, ma pacioccona, che gode una specie d'esenzione dai
problemi e se ne sta tranquilla, oppure che volutamente si tiene lontana dai
problemi. Questo è impossibile per il cristiano, che è mandato non solo
nelle cattive compagnie, ma in tutte le contraddizioni della storia, che il
Signore vuole visitare: ecco perché la pace è in modo principalissimo l'
azione propria del cristiano. E una grande azione. La pace è nel Nuovo
Testamento uno dei nomi di Gesù. Il Cristo è chiamato pace, anzi, più
affettuosamente, la nostra pace:
"Ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita. eravate esclusi dalla
cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa. Ora invece, in
Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini,
grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha
fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era
frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la
legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due,
un solo uomo nuovo, facendo la pace" (Ef 2,11-15).
Il Signore è venuto in mezzo a noi a fare la pace. Paolo ci ricorda che
eravamo senza il grande patrimonio delle alleanze dei nostri padri. Ma è
venuto il Cristo, che è "la nostra pace". E come ha fatto la pace? Ha
abbattuto "il muro di separazione". Qui la pace è il nome di Gesù, ma è
anche l'azione forte con la quale egli ha abbattuto il muro di separazione e
ha fatto dei due, gli ebrei e i gentili, un popolo solo. Ci ha regalato la
pace abbattendo il muro.

LA LOTTA CONTRO L'INIMICIZIA
La pace si presenta non semplicemente come azione, ma come un'azione di una
certa violenza, perché c'è un nemico in mezzo a noi. A questo nemico viene
dato un nome, l'inimicizia. Dunque, la grande lotta del Cristo e la grande
lotta che il Cristo assegna a ciascuno di noi è la lotta contro l'
inimicizia. C'è sempre un muro: un muro vecchio, che esiste da secoli, o un
muro nuovo, che sorge nei confronti di un fratello per una incomprensione.
Bisogna abbattere il muro: questo è il grande compito che ci è assegnato.
A Gerusalemme, le scorse settimane, ho provato l'impressione che "i due
popoli" non siano in grado ormai di trovare energie, idee, volontà. C'è una
specie di rassegnazione all'odio, d'inevitabilità della separazione. Mi è
capitato di ricordare la fatica di fronte allo scandalo delle confessioni
cristiane divise, quando trent'anni fa soggiornai la prima volta in
Terrasanta. Ricordo che all'interno del Sepolcro, a volte sentivo la
necessità di uscire per un momento, perché mi era insopportabile che ci
fossero da una parte la chiesa armena, dall'altra quella copta, e qui i
frati francescani, ognuno a celebrare il fragore della propria liturgia.
Tutto mi risuonava dentro come dramma di una divisione. Il dramma attuale
della Terrasanta non è diverso da allora, ma moltiplicato fino alla
disperazione.
Mi è successo un fatto strano: quelle chiese, ho cominciato ad ascoltarle.
Tanto che ho passato le mie giornate - adesso non è più possibile fare
pellegrinaggi - andando continuamente alle liturgie di tutte le confessioni:
dei copti, dei copti africani, dei siriaci, degli abissini, degli armeni,
dei greci. Sono andato, una domenica sera,  giorno feriale in Israele, in
una piccola parrocchia cattolica-latina di Gerusalemme, composta di
cristiani ebrei. Ma la chiesa cattolica-latina di Gerusalemme è una chiesa
tutta palestinese; il vescovo, per la prima volta nella storia, è un
palestinese. E questi ebrei , in una liturgia tutta in ebraico, pregano per
il loro vescovo, il palestinese Michel.
Sono rimasto colpito da questo fatto. Queste piccole antiche chiese, nella
città straziata, cantano il mistero di Cristo. Ho avuto l'impressione,
capisco per molti aspetti assurda, di una grande speranza. D'altra parte se
non c'è "questa" speranza, non vedo speranza. Ecco l'abbattimento del muro,
l'abbattimento dell'inimicizia. Il grande compito di ogni cristiano, a
partire dalla sua casa. Il compito di tutte le generazioni: abbattere il
muro.
Questo è la pace. Non è una situazione statica; non è neppure solo una
specie di imparzialità, uno stare "nonviolenti" in mezzo a una situazione
violenta. Per il cristiano, non è possibile che mentre accanto a lui si
consuma la violenza, possa accettare di starsene fuori. Diceva Tolstoj che è
abominevole "separarsi per purificarsi". Lo diceva dei monaci, che a lui
erano antipatici: aveva il sospetto che si separassero per purificarsi,
mentre invece sentiva dentro di sè fortissima la vibrazione di una storia
nuova, dove ciascuno era impegnato a immergersi nelle contraddizioni e nelle
ferite, per abbattere il muro e costruire la pace.

NON C'È PACE PERCHÉ UNO "HA VINTO"
Sono questi percorsi di pace che abbiamo bisogno di fare nelle nostre città,
nelle nostre comunità cristiane, dove molte volte diventano enormi le
ragioni così banali di divisione. Un prete di parrocchia, come sono io,
passa gran parte del suo tempo davanti a quello che oggi è il dramma della
difficoltà e frantumazione dei vincoli familiari. Quanto dolore, quanto
travaglio! Quanta sproporzione tra le fragilità delle cause che li provocano
e il disastro che ne nasce. Terribili muri di separazione! La gloria del
cristiano è questa grande battaglia per la pace.
Qui però volevo introdurre un problema. Normalmente, nelle cose del mondo,
la pace segue la guerra: c'è un vincitore, e allora c'è la pace. Non è
questa, la pace cristiana. Il mistero cristiano non contempla la vittoria.
Certo contempla la vittoria della croce, ma non contempla mai il prevalere
dell'uno sull'altro. Mai.
Mentre ero a Gerusalemme, mi è capitato di ripercorrere nella preghiera la
parabola del figlio prodigo, o della misericordia del Padre, al capitolo 15
di Luca. Mai come allora ho avvertito che tutto il senso della parabola è
che, in quella casa, il Padre vuole che entrino tutti e due. Non è che uno
può stare dentro e l'altro fuori, devono entrare tutti e due. Ciascuno ha le
sue ragioni e i suoi torti: ma la volontà del Padre è che, a tutti i costi,
entrino tutti e due nella casa.
Non c'è la pace perché uno "ha vinto", perché c'è un'affermazione definitiva
e finale di uno sull'altro. C'è una convergenza, una conversione: allora c'è
la pace. Il Padre della parabola esce prima per andare a prendere il figlio
ancora lontano, ma poi esce di nuovo perché c'è l'altro figlio, il maggiore,
che non vuole entrare in casa.  La parabola spende parole altissime per lui,
dice che il Padre "uscì a pregarlo". L'abbattimento del muro non avviene
perché ci si mette d'accordo; non avviene perché uno ha ragione e l'altro ha
torto; avviene perché ci si converte.

L'ECUMENISMO SECONDO PAPA GIOVANNI
Ero ancora giovane quando rimasi abbagliato dalla proposta che papa Giovanni
fece, nuovissima, per la comunione tra le chiese cristiane. Fu per me un
capovolgimento, perché mi avevano abituato a pensare che le cose stavano
sostanzialmente così: noi eravamo quelli giusti e avevamo ragione; gli
altri, chi prima e chi dopo, se n'erano andati. L'ecumenismo era "ritornate
a casa": ritornate perché abbiamo ragione noi, siamo qui, vi aspettiamo.
E mi ricordo la bellezza, che avvertii come una carezza nel cuore, quando
capii che la proposta del vescovo di Roma era, invece, di incamminarci
tutti, di riascoltare insieme l'Evangelo, di convertirci tutti al nostro
Signore. E siccome poteva nascere l'obiezione: "con questi muri che abbiamo
tirato su, ne abbiamo persi di secoli", il papa incalzava: no, non si è
perso tempo, perché in questi secoli Dio ha fatto un regalo bello a te e a
te, e un altro lo ha fatto anche a me. Allora l'ecumenismo non è soltanto
ascoltare insieme l'Evangelo convergendo verso Cristo, ma anche apprezzare i
doni che intanto il buon Dio ha fatto a te, a me e all'altro. Dove non c'è
qualcuno che deve vincere e prevalere: la comunione è il godimento del dono
che Dio ha deposto nel cuore e nella storia di ciascuno.
Non ci dev'essere un vincitore, dunque, ma conversione e convergenza. Il
criterio della verità cristiana non è l'esclusività, che porta alla
scomunica, ma è un grembo che comprende e accoglie: perché nessuno è l'unico
possessore della verità e perché nessuno è privo di un piccolo lume, che Dio
ha acceso dentro di lui e nella sua storia.

LA CREAZIONE NUOVA
La pace cristiana è così particolare che Gesù è disposto a negare persino
che si chiami pace: "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come
vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che devo ricevere, e come sono
angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la
pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di
cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre" (Lc
12,49-53).
Il fuoco che è venuto a gettare sulla terra è il fuoco dello Spirito, il
fuoco della creazione nuova, il fuoco della caduta di tutte le nostre
vecchie ragioni. Una nuova creazione che inizia l'ottavo giorno, il primo
giorno dopo il sabato, da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra:
si compie nel mistero della Pasqua di Cristo e di ciascuno di noi.
Questa è l'energia nuova che è venuto a darci. Parlo con i ragazzi e ci
chiediamo: perché abbiamo la vita? Uno dice: penso di averla per fare l'
ingegnere. Un altro, più sbarazzino, cita una ragazza carina che gli piace.
E mettendo pensiero su pensiero, alla fine, arriviamo alla grande
conclusione: abbiamo la vita per dare la vita. "C'è un battesimo che devo
ricevere": Cristo si riferisce alla consumazione d'amore di tutta la sua
vita nel mistero della Pasqua.
C'è la terza affermazione: "Pensate che io sia venuto a portare la pace
sulla terra? No, vi dico, ma la divisione". La spiegazione è che il giudizio
tagliente dell'Evangelo ci impedisce ogni omertà, ci impedisce ogni cattivo
accordo. E se l'Evangelo risuona fortemente in mezzo a noi, immediatamente
opererà anche un travaglio, una fatica. Se lasci aperto il Libro, devi
accettare di metterti in discussione, devi accettare di raccogliere i
paletti della tua tenda e di rimetterti in viaggio in una  peregrinazione
perenne, perché la verità dell'Evangelo non è mai conquistata, non te la
puoi mettere in tasca. Ogni giorno devi accettare la crisi che l'Evangelo
stabilisce, dentro il tuo cuore e nella tua storia: sia che si tratti di te
come persona, del tuo spazio familiare o del tuo spazio fraterno. L'
Evangelo, conducendoci continuamente, ci strappa da tutte le nostre certezze
e da tutte le nostre definizioni, perché è l'ulteriorità perenne del fuoco
di Dio.

SIAMO FIGLI DI UN DIO INQUIETO CHE CI VIENE A CERCARE
Questa divisione, però, è anche molto di più. Si dice che quando si è
compiuto il miracolo della Pentecoste, il fuoco di Dio è sceso e poi si è
diviso. Il testo usa la stessa parola del brano citato sopra, quando Gesù
parla di "divisione". Ma alla fine di quello stesso capitolo 2, descrivendo
la prima comunità di Gerusalemme, si dice che tutto fra di loro era in
comune e ognuno depositava ai piedi degli apostoli quanto aveva, che "veniva
diviso" secondo i bisogni di ciascuno.
Allora questa divisione non è solamente negativa, è anche lo strazio di Dio,
è il Padre della parabola che esce due volte dalla casa: è il mistero dell'
amore di Dio, che accetta anche il dolore della divisione "per riunire".
Perché molte volte bisogna "farsi greci con i greci e giudei con i giudei",
andarsi a sedere accanto a ogni situazione, ad ogni dolore. La carità "ci
spezza". Ognuno di noi, se ha due figli, se ha tre figli, è spezzato in due,
in tre. E si spezza in due e in tre "per riportare tutto verso la comunione"
. La verità cristiana non è monolitica, ferma, ad aspettare che gli altri
arrivino.
Noi siamo figli di un Dio inquieto che ci viene a cercare, che lascia le
novantanove pecore nel deserto per andare a cercare quella smarrita. Noi
siamo di un Signore "spezzato" per poter portare tutti noi all'unità. Una
strana pace, dunque. Una pace che passa attraverso l'azione, ma anche
attraverso il dolore. Una pace che ha nel mistero della croce la sua
significazione più forte.

TRE PROPOSTE
Vorrei terminare con tre piccole proposte, legate alla mia esperienza. Parto
da un testo di Giovanni: "La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il
sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli
per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: pace a
voi. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono
al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: pace a voi. Come il Padre ha
mandato me, anch'io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e
disse: Ricevete lo Spirito Santo." (Gv 20,19-23).

Entrare dentro
La prima proposta: la volontà e la forza di entrare nella prigionia del
conflitto, del male, della fatica, del dolore. Una delle caratteristiche del
male, quando diventa dramma del cuore e del corpo, del popolo e della
cultura, è di diventare una prigione. Come entrare? È utile fare memoria di
un passaggio del cap. 16 degli Atti. Parla di una prigione, di notte, con
due strani prigionieri, Paolo e Sila. Nel mezzo della notte, i due si
mettono a cantare la lode del Signore: il canto si dilata nella prigione, le
catene cadono.
Entrare nella prigione del conflitto. Entrare nel chiuso del dramma, della
paura, della solitudine di quel malato disperato, all'ospedale, o vicino a
casa tua; entrare nella disperazione del conflitto mediorientale. Entrare
dentro. Superiamo il passare accanto, soprattutto superiamo quella forma
abominevole di malattia del cuore umano, che è il giudizio del fratello,
entriamo nella lacerazione.

Mostrare la concretezza del "voler bene"
La seconda proposta: "Pace a voi. Detto questo, mostrò loro le mani e il
costato". Il testo prosegue con l'affermazione di un immediato
riconoscimento da parte dei discepoli. Nella versione di Luca, non è così:
credono sia un fantasma, allora Gesù chiede qualcosa da mangiare, per far
vedere che non è un fantasma. Giovanni, invece, è certissimo: Gesù entra,
dice "pace" e mostra le ferite della croce: è allora che lo riconoscono. La
pace, nella sua accezione più immediata e più profonda, è mostrare che è
concreto il bene che si vuole alle persone.
Vado all'ospedale, mi avvicino ad un amico, molto avanti nel suo cammino
verso il calvario, e appoggio istintivamente una mano sul suo letto: dopo un
po' m'accorgo che la sua mano si muove e prende la mia mano; provo a
ritirarla, ma sento che la stringe. Allora capisco che devo stare lì. Una
presenza amica, per cui non si sente solo.
Nell'anonimato di un dramma che ci schiaffeggia, improvvisamente scorgiamo
un volto amico: ci sei. "Pace a voi. Detto questo mostrò loro le mani ed il
costato". Non si dà pace senza un'epifania dell'amore, senza mostrare il
bene che si vuole. C'è un'identificazione inopportuna tra la carità e le
opere. In questi anni del mio ministero ho scoperto che di queste "opere" si
riesce a farne pochissime. Ma si può un'altra cosa. Si può "voler bene"
attraverso piccoli segni e grandi segni. La pace è questo "volerci bene" di
Dio.
Quando Elisabetta ha aperto la porta di casa e Maria l'ha salutata, in quel
momento tutto il voler bene di Dio, attraverso il saluto di Maria, ha
raggiunto il grembo di Elisabetta e il bambino ha esultato di gioia. È la
visita di Dio: è la via stessa di Dio, l'amore che viene così condiviso. Il
"voler bene" si manifesta nel mostrare le mani e il costato. Una diaconia
della pace, tanto profonda quanto semplice. Si può voler bene a tutti. Si
possono formulare per tutti dei pensieri positivi, anche per chi sbaglia,
anche per chi fosse fonte di odio e di misfatti. L'inimicizia è abbattuta.

Seguire "il come" di Gesù
La terza proposta: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". È un'
anticipazione della Pentecoste: per Giovanni, la sera stessa di Pasqua
avviene il dono dello Spirito e l'invio. Voglio proporvi una lettura
alternativa rispetto ad una più consueta, ma secondo me troppo
 "tribunalizia", sul mandato apostolico. "Come il Padre ha mandato me, anch'
io mando voi". Come l'ha mandato?
La potenza di pacificazione e di conversione di Gesù è un'autorità
scambiabile con i poteri umani? È solo una specie di giudizio? Il giudizio
non salva. Ecco come l'ha mandato il Padre: totalmente mite, totalmente
obbediente fino alla croce, trafitto. A noi prigionieri della paura e della
morte, egli mostra i segni della croce.
La salvezza del mondo è quella di Cristo crocifisso e risorto. È lui che
manda noi come il Padre ha mandato lui. Il mandato di Gesù non è
semplicemente una consegna di potere ad alcuni. Ha una sostanza più
profonda: il Cristo che visita, che salva,  che fa la pace è il nostro
fratello Gesù, che si è fatto l'ultimo e colui che serve, colui che,
obbediente al Padre, è andato fino alla croce.
Questo è il modello che il Cristo consegna alla nostra vita, al nostro
compito quotidiano di fare la pace. È chiaro che non è possibile fare questa
pace se non si entra di fatto nel mistero stesso del Signore.

GIOVANNI NICOLINI

 LA PARABOLA DELLA ZIZZANIA


Conosciamo la parabola della zizzania. È importante perché in essa il
Signore fa un'ammissione formidabile, cioè che fa parte del regno di Dio il
mistero del male: il regno dei cieli è simile a un campo, e in questo campo
c'è la zizzania.
Una realtà angelista, una comunità cristiana che pretendesse di essere una
comunità di giusti e di puri, non è il regno di cui ci parla la parabola.
Ognuno porta dentro di sé la zizzania.
Mi ricordo di quando, ragazzo, chiesi: "Mamma, come mai ho la zizzania
dentro di me?". Le dicevo: mi sembra che tu sia buona, che il papà sia
bravo, e che a me siano arrivati solo segni positivi, perché dentro di me c'
è la zizzania? Mia mamma se la cavò dicendo che nessuno è esente da questo
problema. Forse una risposta fino in fondo non c'è. Ma è importante che noi
oggi sappiamo questo.

G.N.