CRISI ECONOMICA E CROLLO DEL PESOS: PROTESTE IN PIAZZA



OSCAR PIOVESAN (Il Mattino 20/3/01)
Buenos Aires. Drammatiche giornate di lunghi coltelli in un'Argentina in
piena crisi economica e politica. Il presidente Fernando De La Rua è stato
costretto a invocare uno «storico accordo di unità nazionale» e a chiedere
al Parlamento «poteri speciali». Con i quali il capo di gabinetto, che da
oggi sarà l'ex ministro dell'Economia Domingo Cavallo, potrà governare «all'
italiana», nonostante il Paese sia presidenzialista all'americana.
Ma lo scenario non è del tutto definito. Infatti i reali poteri forti -
settori finanziari e imprenditori - hanno ingaggiato tra loro un duro
braccio di ferro con l'obiettivo di piazzare i propri delfini nei posti
chiave per continuare a spartirsi le spoglie economiche di un Paese soll'
orlo del collasso. Partiti politici al governo e oppositori peronisti,
sindacati e società civile, si sono invece mobilitati per tentare di dire la
loro in un Paese da 33 mesi in stato di recessione, con il 30% dei 35
milioni di abitanti in condizioni di povertà e il 15% di disoccupati.
Docenti e studenti hanno occupato le università pubbliche. I sindacati
andranno domani ad uno sciopero generale. E la classe media e alta ha preso
d'assalto le banche per cambiare i pesos in dollari.
A far scoccare la scintilla dell'inquietante battaglia è stata la decisione
di De La Rua di affidare il ministero dell'Economia all'ultra liberista
Ricardo Lopez Murphy. Che circondatosi di sottosegretari con gli stessi
ossessivi principi - un paio dei quali li avevano messo in atto durante la
passata dittatura - ha sparato sul mucchio con una stangata da 4,5 miliardi
di dollari in due anni. A suo avviso unico modo per far fronte al profondo
deficit pubblico. Più che mai intollerabile per il Fondo Monetario
Internazionale che, lo scorso dicembre, quando l'Argentina è stata ad un
passo dalla cessazione dei pagamenti l'ha soccorsa - per rasserenare i
creditori - con un «ombrello» finanziario da 40 miliardi di dollari, con cui
pagare i 20 miliardi di debito estero.
Ma altrettanto intollerabile è risultata la stangata per gran parte del
Paese, compresi imprenditori e multinazionali stanchi di vedersi soffiare
gli utili dalle banche. Murphy inoltre, per racimolare soldi per pagare il
debito, ha voluto infliggere tagli alla scuola per 902 milioni di dollari,
riduzione degli assegni famigliari, cacciata di 80mila statali ed
eliminazione dei sussidi produttori di tabacco del Nord. E senza una misura
che possa riattivare l'endemica stagnazione.
La polemica politica è scoppiata in tutta la sua gravità. Dopo il terremoto
nell'Alleanza al governo (se ne sono andati i ministri della corrente
progressista dell'Unione civica radicale e l'intero Frepaso, di
centrosinistra), il sempre più debole De La Rua è stato costretto a dire che
il piano di Murphy sarà ritoccato e a ricorrere all'ex ministro Cavallo, l'
unico che può tenere a bada Fmi e creditori, e trovare ascolto a Washington
per rinegoziare il debito estero. Con un asso nella manica: se il sistema
finanziario gli dirà di no, l'Argentina, oltre all'inevitabile esplosione
sociale, procederà nella cessazione dei pagamenti. E i guai allora non
saranno solo per Buenos Aires.