acqua ai privati, bollette da usura



Aqua ai privati bollette da usura Il nuovo oro è blu
¦ di Roberto Rossi / Roma

Più preziosa dell'oro, più redditizia del petrolio. In Italia l'acqua, da bene primario, da diritto fondamentale si sta trasformando in merce per multinazionali. Un business sempre più redditizio. Negli ultimi cinque anni le tariffe sono aumentate in media del 35 per cento. Una crescita seconda solo a quella del greggio. E figlia di una privatizzazione feroce, compiuta in nome di una falsa efficienza. Ottenuta, spesso, con la complicità delle istituzioni pubbliche che, per incompetenza o per colpa, hanno abbandonato agli appetiti dei privati il controllo e la gestione del sistema idrico.
Il punto di svolta è il 5 gennaio del 1994 con la Legge Galli (poi confluita nell'aprile 2006 nel Codice Ambientale) che viene emanata con l'obiettivo di semplificare la gestione pubblica delle acque, all'epoca ripartita tra ben novemila diversi soggetti. Vengono definiti 91 Ato (Ambiti territoriali ottimali), ovvero le aree di riferimento per la fornitura dei servizi idrici. Ciascun Ato è posto sot-
to il controllo degli enti locali. I quali, però, hanno spesso il doppio ruolo di azionisti affiancando i privati. Che in un mercato potenziale da 8 miliardi di euro si ficcano a capofitto. Come "Acea" o le multinazionali francesi "Suez" e "Veolia", che tra gestione e incroci azionari, si stanno mangiando fette di territorio a costo quasi zero. Perché i privati nell'acqua non investono o investono poco. Neanche il 10 per cento del dovuto. Come rilevato dall'Antitrust, per l'acqua si assiste alla sostituzione di monopoli pubblici con monopoli privati. Una tendenza amplificata dalla Legge Tremonti del 6 agosto 2008 che rende ancora più complesso un ritorno degli enti locali alla gestione. Molti, infatti, ormai lo vorrebbero. Contro questa deriva si batte il "Movimento per l'acqua pubblica" il cui II Forum nazionale si riunirà a metà novembre. II nostro viaggio attorno al mondo dell'acqua privatizzata, invece, si concentra nel Lazio e in Toscana. Due regioni simbolo, da anni il punto di attacco al servizio idrico.
 
E Parigi vuole tornare alla gestione pubblica
Gestiscono una fetta rilevante delle risorse idriche di tutto il mondo. Ma a casa loro, a Parigi, rischiano di essere cacciate. Le multinazionali Veolìa e Suez potrebbero presto perdere l'appalto per la gestione delle acque della capitale francese. Se il progetto del sindaco, Bertrand Delanoe, andrà in porto, la,municipalità non rinnoverà i contratti con le due società. Che riforniscono d'acqua la città, una a destra l'altra a sinistra della Senna, da quando Jacques Chirac era alla guida di Parigi. A meno di sorprese alla scadenza dei contratti oggi in vigore, il 31 di-
cembre 2009, l'acquedotto parigino tornerà a essere un servizio municipale. Veolia e Suez continueranno a fare il loro affari soprattutto all'estero. Anche in Italia, dove si sono spartite le aree di influenza: Suez al centro-nord, Veolia, al centro-sud. Una presenza che ha allarmato anche Antitrust e servizi segreti. Quest'ultimi nella 54esima relazione al parlamento, nel marzo del 2005, nel capitolo "Minacce alla sicurezza economica nazionale", hanno individuato «il rischio» che le nostre risorse idriche possano cadere in mano straniera.
ACQUA      
100   prezzo (euro x m3)   Q.
90 80   *—87,78 95,53 100.03 s Consulting Gn
70 60 73,88 77,98    o
 2003 2004 2005            2006 2007 2008 
100 80 60 40 20
PETROLIO
prezzo in dollari
set. 2003
set. 2004
set. 2005      set. 2006      set. 2007
lug. 2008      set. 2008
I ribelli di Aprilia
In via Aldo Moro 45 sono arrivati in tre, di buon mattino. Sono scesi dall'auto, si sono diretti verso la scatola dei contatori d'acqua, hanno individuato quello della redazione de "11 Caffè", piccolo ma agguerrito bisettimanale locale, e applicato il riduttore di pressione, un congegno che strozza il tubo erogatore trasformandolo in una specie di contagocce. 11 dispositivo è solo l'ultima delle armi utilizzate da "Acqualatina", la società che gestisce la fornitura idrica nel Lazio meridionale, nella sua guerra per la gestione dell'acqua ad Aprilia. "Acqualatina" nasce nel 2002 come società mista: il 51 per cento delle azioni appartiene ai trentotto comuni dell'area (Ato 4 del Lazio) e, dunque, formalmente la maggioranza è pubblica. Ma in realtà sono i privati, capeggiati dalla multinazionale francese "Veolia", a gestire l'attività e a decidere gli investimenti.
La nuova società assume il controllo delle acque di Aprilia nel 2004 senza che il consiglio comunale abbia approvato quel "contratto di gestione" che, tra l'altro, dovrebbe specificare il sistema per il calcolo delle tariffe per gli utenti. Comunque, per un anno, nessuno se ne accorge. "Acqualatina" non si premura né di leggere né di censire i contatori. L'importo delle bollette resta uguale a quello della gestione pubblica. La mazzata sugli utenti arriva un anno dopo. Vengono applicate nuove tariffe e nuovi criteri di calcolo sui consumi. Casalinghe e pensionati si vedono recapitare bollette con importi pari al doppio e anche al triplo di quanto avevano sempre pagato. Ci sono casi in cui il rincaro tocca il 3000 per cento. Elena Di Francesco, titolare di un bar, nel giugno del 2005 riceve una bolletta da quasi tremila euro per i consumi annuali del suo locale. Con la gestione pubblica non aveva mai pagato più di 600 euro.
La dissennata privatizzazione determina la nascita del Comitato per la difesa dell'acqua pub-
blica. «Abbiamo deciso - spiega Mauro Pontoni, il fondatore -di pagare le bollette direttamente al Comune applicando le tariffe pubbliche stabilite dal Cine nel giugno del 2004». Sono mediamente inferiori del 250 per cento a quelle pretese da "Acqualatina". In poco tempo il movimento arriva a raccogliere settemila utenti, più o meno la metà del totale. Ma la società di gestione non riconosce la validità dell'autorìduzione. Il denaro resta congelato nel conto corrente comunale mentre t cittadini, per la società privata, sono morosi.
Il fatto è che "Acqualatina" fa più o meno quello che vuole. La conferenza dei sindaci, alla quale la legge affida il compito di controllare, è assente. Anzi è presente, ma dall'altra parte della barricata. Quando la società nasce, il presidente del consiglio di amministrazione è un rappresentante delle istituzioni pubbliche, l'amministratore delegato è un manager della
"Veolia". E nel consiglio di amministrazione finisce tutto il gotha della politica locale. A parziale consolazione degli utenti inferociti, il 23 gennaio del 2008 finiscono agii arresti sei dirigenti della società, a partire dal suo amministratore delegato, nonché ex presidente della Provincia, Paride Martella, passato dall'Udc all'Italia dei Valori, spiega Roberto Alessio di Legambiente, «nel giro di una notte».
Ma, nonostante l'intervento della magistratura gli amministratori rimangono al loro posto e "Acqualatina" va avanti nella sua guerra ai morosi. Attraverso la minaccia di chiudere le condotte, messa in atto con vigilantes armati e ruspe e, più spesso, come il caso de "Il Caffè", con l'invio di tecnici armati dì riduttore. L'ultima vittima,
una pensionata residente in via Amsterdam. Quando i tecnici si sono presentati minacciando di chiudere l'acqua, ha avuto un malore ed è stata ricoverata in ospedale.
La «Ferrarei le» di Collelavena
Quando ci accoglie nella veranda della sua casa di Collelavena, una frazione del comune di Alatri, provincia di Prosinone, il barattolo di verro è già in bella vista sul tavolo. Monica Ascenzi, trentenne da capelli mogano e viso forte, vi consen'a dieci centimetri d'acqua. Almeno cosi la chiama. Perché non sembra acqua. Sul fondo del barattolo c'è uno strato di calcare bianco e candido come neve, alto due
centimetri. Monica prende il barattolo, lo agita e l'acqua assume l'aspetto del latte. «È come una roccia liquida. Ne vuole un sorso?».
Lo strano fenomeno ha origine nel settembre del 2007. Per fare fronte alle periodiche carenze d'acqua in una zona comunque ricca di sorgenti, la "Acea Ato 5", la società privata che gestisce le risorse idriche per il territorio di Prosinone, inizia a rifornire le case di circa 450 famiglie di Collelavena usando l'acqua di un pozzo comunale. 11 pozzo raggiunge i 350 metri di profondità e perciò dovrebbe essere dotato di addolcitore. Ma "Acea Ato 5" non provvede a sistemarlo. ••All'inizio usciva un'acqua frizzante. Sembrava Fenarelle» dice Monica. Ma l'illusione dura poco. «Nel giro di due giorni la Ferrarelle è
diventata latte. Latte di roccia». Prima cominciano a intasarsi i tubi della doccia. A ruota si rompono la caldaia, la lavatrice e la lavastoviglie. Quando iniziano a morire gli animali, «cani, gatti, conigli, polli», Monica decide di agire. Nonostante le rassicurazioni del sindaco di Alatri Costantino Migliocca, che di mestiere fa il medico ginecologo, fa analizzare l'acqua nel laboratorio della Asl. Il responso è inquietante: dai rubinetti esce un liquido che ha una durezza di 77,5 gradi francesi. Per il consumo umano è consigliata una durezza tra i 15 e i 30 gradi e il limite massimo assoluto è fissato a 50. Monica e gli altri abitanti decidono di non usare più l'acqua della rete, né per mangiare, né per lavarsi.
«L'addolcitore di Collelavena -spiega Severo Lutrario, dell'os-
servatorio "Peppino Impastata" di Prosinone - è solo uno dei tanti mancati investimenti di Acea Ato 5». Eppure la società, posseduta per il 92 per cento da Acea, aveva stabilito nel «Piano d'ambito», e cioè la base della gara per la privatizzazione, di in-' vestire oltre 344 milioni euro in strutture, fognature, rete. Un quarto della cifra doveva concretizzarsi entro i primi cinque anni. «Invece se ne "cantierano" circa sei - spiega Fulvio Pica presidente dell'associazione di quartiere Colle Cot-torino - Madonna della Neve -ma questo non vuol dire che siano poi stati realizzati». Il fatto è che gli investimenti servono, per legge, a determinare le tariffe finali. Che nell'area di Prosinone nel giro di sei anni, da quando la gestione è stata privatizzata, sono schizzate in alto. Per la "fascia agevolata", cioè quella più bassa, spiega Pica, «gli incrementi hanno superato del 95 per cento la tariffa di aggiudicazione e anche del 250
per cento le vecchie tariffe dei Comuni».
I mancati investimenti, naturalmente, hanno un costo sociale. Acea non garantisce i ISO litri al giorno di acqua potabile per abitante previsti dalla convenzione. «/Maine zone della città - denuncia Lutrario - soffrono periodicamente di interruzioni di servizio. Arrivi a casa e scopri e ti manca l'acqua». Chi può permetterselo si dota di cisterne, gli altri si mettono in fila davanti alla fontanella da dove, unica consolazione, sgorga ottima acqua di sorgente. In fila, come si faceva sessant'anni fa. L'ha fatto anche Monica per circa nove mesi, finché l'Acea ha piazzato l'addolcitore. E' successo un mese fa. «Oggi ci vado di meno perché almeno posso lavarmi a casa. Ma bere no, proprio non ci penso». Da sotto il
know-how e di professionalità». Il cui valore, originariamente fissato in sei miliardi di lire, nel giro di qualche mese lievita di quasi otto volte fino a raggiungere i 45 miliardi.
I privati dirigono il gioco. Spostano danaro, si aggiudicano appalti e applicano tariffe altissime. E, attraverso il project (inan-cing, ottengono anche il controllo formale della società. «Nel 2005 - spiega il sindaco di Anghiari Danilo Bianchi -"Nuove Acque spa" decide una serie di progetti di investimento. Per farlo servono tanti soldi». Settanta milioni circa. Non tutti i comuni sottoscrivono il progetto. Quelli che lo fanno sono costretti a chiedere un finanziamento. E sono proprio la Popolare dell'Etruria e Monte dei Paschi, le due banche italiane socie della "Suez", a erogarlo. Applicano un tasso di interesse, variabile, al sette per cento, cioè di tre punti superiore a quello praticato dallo Stato con la Cassa depositi e prestiti. Come garanzia le banche chiedono in pegno ai comuni che lo sottoscrivono le loro azioni di "Nuove Acque". E il gioco è fatto. La società è onnai controllata dai privati.
Ad Arezzo il tentativo di organizzare un movimento contro il caro-acqua fallisce, ma qualche cittadino decide comunque di agire individualmente. Una utente, Maria Rossi, si rifiuta di pagare la quota fissa della bolletta e porta "Nuove Acque" in tribunale riuscendo a ottenere il rimborso.
II ricorso al giudice è una strada che una parte dei comuni (quelli dell'Alta Valle del Tevere, di tutti i colori politici) sta pensando di intraprendere per tomare alla gestione pubblica. «Indietro si può e si deve tornare», dice Carlo Schiatti, ex presidente «pentito» di Nuove Acque. «Me ne andai nel 2003 con una relazione dove dicevo tutto». E, tral'altro: «Dobbiamo avere il coraggio di dire che abbiamo sbagliato. II servizio idrico integrato non può essere privatizzato. Né in parte, perché gli amministratori pubblici non sono pronti a competere con i manager di professione, né del tutto. L'esperienza ha dimostrato che il servizio integrato deve restare pubblico. Onore a chi lo aveva capito prima».
 
Tornare indietro? Il caso di Arezzo.
Donatella Bidini ha un archivic particolare. Né dati, né dossier ma bollette. Le sue bollette del l'acqua degli ultimi dieci anni «Ecco guardi. Nel 1998, gesti» ne pubblica, pagavo 173mila li re all'anno. Oggi pago 800 eurc con gli stessi consumi». Ad Arezzo tutti vorrebbero tor nare a dieci anni fa, quando s decise di far entrare i privati nel la gestione. Nel giro di un trime stre, in città e in molti altri co muni dell'area, le tariffe aumen tarano mediamente del 45 pei cento.
La storia comincia nel 199É quando, per gestire l'Ato nume ro 4 della Toscana, che com prende 37 comuni (33 dei qual aretini, 4 senesi), viene creata h "Nuove Acque spa". Come ne caso di Aprilia, si tratta di une società mista. Ai comuni va k maggioranza formale con il 5: per cento, ai privati il resto e h gestione. E anche qua la parti del leone la fa un gruppo trance se. Non "Veolia", questa volta ma "Suez", altro leader mondia le del settore. In società entrane anche due banche italiane: 1e Popolare dell'Etruria e Monte dei Paschi.
Con "Nuove Acque spa" la mul «nazionale Suez stabilisce rap porti redditizi. Soprattuttoattra verso le "consulenze tecniche" voce che comprende il «trasferi mento del patrimonio d know-how e di professionali tà». Il cui valore, originariamen te fissato in sei miliardi di lire nel giro di qualche mese lieviti di auasi otto volte