il supermarket del predone



il manifesto - 21 Dicembre 2003


Il supermarket del predone
Come un ipermercato ha cambiato la faccia degli Usa. Storia della Wal Mart:
prezzi stracciati per impiegati stracciati. Dopo United fruit e McDonald's,
il nuovo logo americano da battere

LUCA CELADA
LOS ANGELES

La manifestazione si è tenuta al Century Plaza, l'albergo di Beverly Hills
dove due mesi fa Arnold Schwarzenegger aveva festeggiato la sua elezione a
goverenatore promettendo di srotolare in California il «tappeto rosso» per
le imprese. L'occasione: un rally di solidarietà con i 70.000 lavoratori di
supermercati californiani in sciopero dall'11 ottobre, quando sono stati
sospesi i negoziati per il rinnovo del contratto a fronte della proposta di
Safeway - una delle tre maggiori catene alimentari - di ridimensionare del
15% i contributi sanitari dei dipendendenti. Appena indetto lo sciopero, Alb
ertson's e Ralphs, di proprietà del gruppo Kroger, hanno annunciato la
serrata dei propri dipendenti, e così 70.000 commessi, cassieri e addetti
alla manutenzione si sono ritrovati a picchettare i parcheggi di centinaia
di supermemercati da Los Angeles a San Diego che, in previsione dello
sciopero, avevano cominciato con largo anticipo a reclutare lavoratori
«sostitutivi». Nella completa assenza di negozi alimentari indipendenti, in
una città come Los Angeles fare la spesa significa andare al supermemercato,
e il 90 per cento dei supermercati fanno capo ai tre maggiori gruppi: al di
là di alcune piccole catene minori non ci sono alternative. Malgrado questo
la solidarietà è stata sorprendente; soprattutto nelle prime settimane i
parcheggi dei supermercati sono rimasti praticamente vuoti e il rispetto dei
picchetti che il sindacato Ufcw ha organizzato davanti ad ogni negozio,
quasi completo. Fin dall'inizio si è profilata una lotta a oltranza, i
negoziati sono stati quasi subito interrotti malgrado il tentativo di
mediazione federale e da allora procedono a singhiozzo. Le parti in causa si
combattono a colpi di inserzioni a tutta pagina sui giornali in cui si
scambiano accuse di ostruzionismo e irresponsabilità. Un contenzioso aspro,
all'americana, senza ammortizzatori istituzionali; le direzioni dei
supermarket giurano pubblicamente che non cederanno di un passo, i cartelli
sventolati dai picchettanti raffigurano foto dei crumiri con nome e cognome
delle centinaia di «sostituti» reclutati anche da stati vicini (per
l'operazione è stata ingaggiata la Personnell Support Systems, famigerata
società specializzata nel sabotare scioperi a pagamento) . Senza paga da 10
settimane gli impiegati, più della metà dei quali sono vittime della
serrata, dipendono dalle collette sindacali, da casse di mutuo soccorso e
dalle food bank in cui vengono distribuiti viveri e giocattoli per Natale.
Ma ma le riserve sono ormai allo stremo. Per questo la solidarietà dei
sindacati nazionali è stata accolta con tanto entusiasmo.

Al rally un applauso particolarmente fragoroso ha accolto il reverendo Jim
Lawson, 84 anni, veterano di molte campagne, compreso lo sciopero dei
netturbini di Memphis nel 1968 a fianco di Martin Luther King (ucciso dopo
essere intervenuto ad un comizio in loro favore), che ha ricordato quella
lotta e invitato i lavoratori a prepararsi, come allora, ad azioni di
disubbidienza civile. Al Beverly Plaza c'era anche una delegazione della
Aftra, il sindacato dei tecnici cinetelevisivi (80.000 membri) e del Sag,
quello degli attori di Hollywood (120.000 membri) guidata da Melissa
Gilbert, già attrice de La casa della prateria e ora militante leader (di
Schwarzenegger ha detto: «sarà il mio governatore ma io sono pur sempre la
sua presidente!»), una rappresentanza dei teamsters - gli
autotrasportatori - e una ventina di tatuatissimi centurioni in assetto da
Hell's Angels su Harley Davidson, a seguito di due scintillanti autotreni
Peterbilt (stile Duel).

Soprattutto c'era John Sweeney, segretario nazionale della Afl -Cio,
portatore di un contributo di 500.000 dollari alla cassa sciopero e della
notizia dell'estensione del boicottaggio ai negozi della catena Safeway su
tutto il territorio nazionale. Fra gli applausi Sweeney ha definito la lotta
della Ucfw quella di tutto il movimento sindacale. «Rischiamo le conquiste
di mezzo secolo di lotte», ha detto , «Los Angeles sarà la nostra ultima
linea di difesa».

Se lo sciopero sta assumendo toni da sfida finale è perché sulla vertenza
incombe l'ombra dei Big Box, i «negozi scatolone», gli ipermercati dove si
può comprare tutto, dalla mobilia ai pannolini, dai motocili
all'abbigliamento, computer e alimentari che sono il paradigma del consumo
postmoderno. Caso specifico la Wal Mart, assurta in due decenni ad esempio
diagrammatico del nuovo retail, cioé della produzione, distribuzione e
acquisto di beni di consumo su massiccia scala transazionale e in volume
gigantesco. Con 2966 immensi megamercati negli Stati uniti e altre centinaia
in trenta paesi del mondo, nell'ultimo anno fiscale Wal Mart ha fatturato
245 miliardi di dollari, ha incassato 8 miliardi di dollari di profitti ed è
diventata oggi la maggiore corporation del mondo: grande tre volte la numero
due del settore, Carrefour, ha un giro d'affari che il doppio di quello
della General Electric, e otto volte quello della Microsoft. Una success
story dell'era ultraliberista, modello di un capitalismo estremo.

In virtù delle proprie dimensioni e delle proprie politiche commerciali, Wal
Mart ha un impatto profondo sull'economia globale. Stando a un rapporto del
McKinsley Global Institute ben il 4% della crescita economica americana dal
1995 al 1999 sarebbe riconducibile alla mega-corporation, e così pure il
contenimento dell'andamento inflazionario nazionale, in virtù della sua
politica di prezzi stracciati. «Regolato» al suo interno da un decreto
centrale della compagnia che stabilisce condizioni microclimatiche uniformi
in ognuno dei suoi supercenters, Wal Mart è un colosso talmente onnivoro da
creare una sua sfera macroeconomica, dalla determinazione dei prezzi
all'ingrosso di beni e materie alla fluttuazione di costi e salari al flusso
di manodopera sul mercato internazionale.

Creato da Sam Walton come negozio di quartiere nel suo paese natale di
Bentonville in Arkansas nel 1950, Wal Mart è cresciuto in modo costante,
dapprima lentamente aprendo negozi soprattutto nel sud e nel midwest, poi
esponenzialmente creando il concetto di meganegozi. Sin dall'inizio Walton
adotta la filosfia dello sconto estremo, come strumento di predazione sulla
concorrenza. Invece di accontentarsi di vendere prodotti per un prezzo
lievemente inferiore a quello della concorrenza intascando il guadagno
derivante dalla differenza col prezzo all'ingrosso, il fondatore di Wal Mart
crede nell'abbassamento del prezzo fino appena al di sopra la soglia della
perdita, compensando il minor guadagno col volume delle vendite. Una
politica della terra bruciata che ha funzionato splendidamente; premiato dal
fallimento della concorrenza a livello locale la catena ha dato la scalata
al mondo.

Oggi l'«effetto Wal Mart» incute il terrore in concorrenti, città e
addirittura paesi, come ha rilevato di recente il Los Angeles Times in una
dettagliata inchiesta. Le ripercussioni socioeconomiche dell'apertura di un
supercenter, negozi da 20.000 metri quadri, sulla circostante comunità sono
state ampiamente documentate da dettagliati studi scientifici.

La prima conseguenza è solitamente il fallimento degli altri altri negozi
nel raggio di diversi chilometri, con conseguente drastica perdita di posti
di lavoro. Allo stesso tempo un Wal Mart di lavoro ne crea, ma si tratta di
impieghi sottopagati, fino a metà dei salari della concorrenza , al punto
che la stessa società sconsiglia di cercare di «mantenere una famiglia con
un solo stipendio Wal Mart». E' possibile invece lavorare a tempo pieno per
la società guadagnando così poco da poter legalmente percepire sussidi
statali: «Sono i working poor, spiega Kent Wong, direttore del centro studi
sindacali dell'università della California, «di cui Wal Mart è una vera
fabbrica».

Come gli shopping center hanno fagocitato i negozi di quartiere ancorando
comunque un certo numero di piccoli imprenditori attorno alle grosse catene
commerciali, Wal Mart inghiotte interi centri commerciali e ogni impresa
annessa, creando istantanei monopoli locali e diventando l'unico datore di
lavoro di una classe sottopagata e precaria di impiegati, che a loro volta
per necessità e per semplice mancanza di alternativa si convertono in
clienti. Non a caso Wal Mart predilige quartieri poveri e disagiati, che
hanno il doppio vantaggio di offrire ottimi serbatoi di mano d'opera a basso
costo e una fonte sicura di consumatori costretti a cercare il miglior
prezzo. Il modello dipende dall'assoluta e continua riduzione di prezzi e
costi, una religione a cui sono tenuti a convertitrsi gli impiegati (il
termine ufficialmente utilizzato dall'azienda è associates, più o meno fra
il partner il collega). Per ottenere continue riduzioni Wal Mart è
diventato, come ha evidenziato il Los Angeles Times, un protagonista
assoluto della globalizzazione economica.