la trappola dei consumi



dal corriere della sera

 
  
 
  
 Mercoledì 4 Settembre 2002 
 
 
 
Se tutti vivessero come gli occidentali

LA TRAPPOLA DEI CONSUMI


Malgrado le ansie paralizzanti propagate dal terrorismo di Al Qaeda l’11
settembre d’un anno fa, in questi mesi estivi s’è visto il ritorno alla
congestione internazionale del traffico aereo. E malgrado gli allarmi sui
disastri ambientali dovuti all’iperconsumo energetico, s’è visto il
consueto spettacolo delle infinite colonne di automezzi per ogni esodo e
controesodo, insieme con la frenetica ronda stagionale dei motoscafi d’ogni
stazza vaganti fra baie usate come aree di parcheggio e il mare percorso
come un’immane autostrada senza corsie. Ma è solo qualche aspetto del
persistente dispendio energetico, anche se altri consumi hanno subìto un
calo a causa dell’inflazione o della Borsa. Poi, con la ripresa lavorativa
dell’autunno, si replica ogni mattina la ressa degli automezzi che da ogni
direzione investono e assediano le città, già ingorgate dal traffico e
soffocate dall’inquinamento. Sulle quattro ruote, di preferenza, ognuno
viaggia solo. Poiché ogni bene scarso, com’è lo spazio delle strade urbane,
fa venire in mente che la sua disponibilità sia regolabile da un prezzo, in
qualche metropoli occidentale ora s’impone un road pricing . Già dal ’75,
Singapore anticipava simili esperienze prescrivendo un pedaggio a chiunque
volesse accedere in quella megalopoli guidando una vettura con meno di
quattro viaggiatori. Ma in Italia il car pool , ossia l’uso consortile
dell’auto, urta contro agguerrite repulsioni. 
Se già è difficile ogni correzione di usi e costumi acquisiti nella
mobilità di massa, più arduo appare qualsiasi tentativo di ridurre
l’iperconsumo d’elettricità, che brucia sempre più petrolio e altri
combustibili fossili avvelenando ecosfera e atmosfera. È almeno
prevedibile, per i prossimi tempi, una tecnologia più compatibile con
l’ecologia? Si aspetta, chissà fino a quando, la sostituzione dei
carburanti con i sistemi di trazione all’idrogeno senza più scarichi di
gas, mentre la produzione di elettricità nucleare incontra non solo fobici
sospetti, ma la difficoltà di smaltire oltre certi limiti le scorie
radioattive. La tecnologia dovrebbe darsi un poco più da fare, almeno su
questioni superabili. 
Eppure, in generale, quanto a lungo potrà continuare la produzione di beni
e servizi moltiplicata con i ritmi degli ultimi decenni? È la domanda che
l’ Earth Summit di Johannesburg ha rivolto agli occidentali, anche se
nessuno conosce la risposta. Moderare i consumi del pop hedonism dominante
nelle società industriali, e i costumi d’ogni traffic-jam democracy , non è
certo più facile che limitare le nascite nel mondo superpopolato e
sottosviluppato. L’ostacolo non è solo nella «rivoluzione dei diritti e
delle aspettative crescenti», ma nella dinamica stessa d’ogni economia che
deve accrescere ogni anno il prodotto lordo per garantire salari, profitti,
investimenti, occupazione. 
L’assillo della nostra epoca, sia per il mondo dell’iperconsumo sia per
quello dell’iperpopolazione, rimane l’insostenibilità dell’accrescimento
illimitato (bisogni economici e proliferazione umana) in presenza di
fattori limitanti (risorse di natura non rinnovabili e spazi vivibili
nell’ambito dell’ecosistema). Per ora, superare la contraddizione
fondamentale si può solo a parole, anche se descriverla è necessario per la
conoscenza o coscienza collettiva. 
Il presidente sudafricano, Thabo Mbeki, ha riassunto così lo stato del
mondo attuale: «Se ogni cinese dovesse consumare la stessa quantità di
benzina d’ogni americano, la Cina avrebbe bisogno dell’intera produzione
mondiale di greggio». Riguardo poi alla società italiana, che pure non è la
più esosa nell’iperconsumo e spericolata nella devastazione ambientale, uno
scienziato del progetto Redifining progress , Mathis Wackernagel, ci
avverte: «Se tutti vivessero come gli italiani, avremmo bisogno di due
pianeti o anche più». 
 
di ALBERTO RONCHEY