le servitu' di maastricht



dalla rivista del manifesto lugio 2002

  
numero  30  luglio-agosto 2002  Sommario 

La politica economica

LE SERVITU’ DI MAASTRICHT 
Emiliano Brancaccio   


La recente conversazione tra Rossana Rossanda e Sergio Cofferati (1) ha
avuto il merito di portare alla luce alcune questioni fondamentali di
politica economica dell’Unione, sulle quali da alcuni mesi le sinistre
europee sono timidamente tornate a interrogarsi. Durante la conversazione
Cofferati ha ribadito l’assoluta necessità di proseguire le battaglie in
corso per la difesa dei diritti: dalla campagna contro la modifica
dell’Articolo 18 alla ferma opposizione nei confronti delle deleghe in
materia di scuola, fisco e previdenza avanzate dal governo. Sul piano più
circoscritto della politica macroeconomica, invece, Cofferati non sembra
essersi allontanato dall’idea di Europa che emerse dal Consiglio di Lisbona
del 2000, poco prima che le sinistre al governo iniziassero la parabola
discendente che stiamo tuttora registrando.
Occorre ricordare che il documento finale di Lisbona, oltre a evocare un
orizzonte di sviluppo fondato sulla «crescita delle conoscenze e dei
saperi», confermò la piena adesione dei paesi membri dell’Unione al
Trattato di Maastricht e al Patto di stabilità di Amsterdam. Questa duplice
conclusione del Vertice di Lisbona suscitò, all’epoca, numerose
perplessità. In particolare, nella combinazione tra politiche restrittive e
crescita economica fondata sulla conoscenza, molti lessero il tentativo di
suggerire all’Europa intera un’edizione aggiornata della vecchia ‘via
tedesca’ allo sviluppo, uno sviluppo trainato dalla competitività e dalle
esportazioni. Quel tentativo venne considerato maldestro per molti buoni
motivi, tra i quali il semplice fatto che l’interscambio commerciale
tedesco si realizza in massima parte all’interno dell’Unione europea,
risultando quindi difficilmente riproducibile all’esterno della stessa a
meno di gravi squilibri commerciali e finanziari a livello mondiale. La
‘crescita basata sulla conoscenza’ tracciata a Lisbona, insomma, apparve
ben presto scarsamente compatibile con i rigidi vincoli macroeconomici
imposti dagli accordi di Maastricht e di Amsterdam. Quel che preme
sottolineare qui, comunque, è che affermando che quegli accordi non
rappresentano necessariamente un vincolo ma «possono perfino stimolare»
l’azione politica degli Stati europei, Cofferati sembra aver scelto la via
della continuità in tema di politica economica dell’Unione. 
La posizione di Cofferati, come è noto, è tuttora condivisa dai principali
esponenti delle sinistre europee. In Germania, grazie anche alla
defenestrazione di Lafontaine nel 1999, la fedeltà del governo
socialdemocratico al Trattato di Maastricht non è mai stata messa in
discussione. In Francia, gli sporadici distinguo avanzati da Jospin sono
stati più che compensati dalla linea rigorista del ministro delle Finanze
Fabius. Quanto all’Italia, l’elevato debito pubblico e una sorta di
consequenziale sindrome del ‘Pinocchio redento’, hanno sempre reso il
dibattito sulla politica macroeconomica europea ancor più proibito che
altrove. Se poi diamo uno sguardo al presente, il dato preoccupante che sta
emergendo in questi mesi (e che risulta almeno in parte confermato dalle
dichiarazioni di Cofferati) è che, nonostante la dura sequenza di sconfitte
subita in questi anni, i gruppi dirigenti delle sinistre europee non
sembrano affatto intenzionati a tentare un cambio di rotta. Anzi, si
direbbe che in seguito ai crescenti segnali di insofferenza verso il Patto
di stabilità da parte delle destre al governo, causati dalla necessità di
fronteggiare il forte rallentamento dell’economia, le sinistre abbiano
reagito rimarcando la loro acritica adesione all’attuale palinsesto di
politica economica europea, e invocando un giorno sì e l’altro pure
ulteriori manovre restrittive al fine di rispettare a ogni costo gli
impegni di Maastricht e Amsterdam. 
Varrà sempre la pena di ribadire che questa ‘deriva ragioneristica’ delle
sinistre costituisce, con buona probabilità, la causa prima della crisi
degli ultimi anni. Infatti, come cercheremo di chiarire in questo articolo,
l’impianto di Maastricht non solo è totalmente privo di serie basi
analitiche, ma soprattutto costituisce sul piano politico una vera e
propria camicia di forza, tale da rendere alla lunga insostenibile il
perseguimento di tutti gli obiettivi attorno ai quali le sinistre europee
potrebbero ritrovare l’identità e i consensi perduti, incluse le battaglie
sui diritti attualmente in corso in Europa.
Per evidenziare l’inconsistenza analitica dell’impianto di Maastricht
esamineremo le argomentazioni solitamente avanzate in difesa dei due
capisaldi fondamentali dell’Unione monetaria europea: il vincolo dei ‘conti
pubblici in ordine’ e la ‘lotta all’inflazione’. Riguardo al vincolo dei
conti pubblici, una norma del Trattato dell’Unione europea, approvata a
Maastricht nel 1992 e ribadita ad Amsterdam nel 1997, impone ai paesi
sottoscrittori di situare il deficit e il debito pubblico rispettivamente
al di sotto del 3% e del 60% del Pil. Questi vincoli risultano rafforzati
dal fatto che, sotto date condizioni, un paese che sfondasse il limite del
3% verrebbe sottoposto a una procedura sanzionatoria. Un regolamento
approvato nel 1997, denominato «Patto di stabilità e di crescita», esige
inoltre che i paesi membri facciano convergere il bilancio annuale verso il
pareggio o il surplus (cioè il deficit dovrà tendere a valori medi uguali o
minori di zero). A differenza dei vincoli imposti dal Trattato, le
ulteriori restrizioni introdotte con il Patto di stabilità non sono state
accompagnate da sanzioni, ma vengono considerate fondamentali per garantire
il rispetto del limite del 3% anche in situazioni di recessione.
I vincoli al deficit e al debito pubblico sono stati ufficialmente
giustificati dalla necessità di garantire la ‘sostenibilità’ dei bilanci
dei paesi membri. Nelle torri d’avorio dell’accademia, però, tutti sanno
che le fondamenta analitiche di questa giustificazione sono d’argilla. Nel
1998 l’economista keynesiano Luigi Pasinetti fece notare come, nonostante
la vasta letteratura sviluppatasi attorno a questo tema, nessun contributo
fosse riuscito a dimostrare che l’obiettivo della sostenibilità esige
proprio il rispetto degli specifici limiti del 3% e del 60% (2). Pasinetti
aggiunse che la ragione per cui la fondatezza di quei limiti non è stata
provata deriva dal fatto che la prova è impossibile: infatti, se per
sostenibilità finanziaria si intende un andamento non esplosivo del
rapporto tra debito e Pil, questo verrà assicurato da infinite combinazioni
del deficit e del debito, senza alcuna necessità che tali combinazioni
corrispondano agli specifici limiti imposti a Maastricht. 
Oltre a evidenziare l’infondatezza dei vincoli sui conti pubblici,
Pasinetti tenne poi a sottolineare un fatto troppo spesso dimenticato, e
cioè che una onesta valutazione della sostenibilità finanziaria di un paese
andrebbe sempre effettuata sul debito totale dello stesso, cioè non solo
sul debito pubblico ma anche sul debito privato. A tal proposito, egli notò
pure che i paesi con un basso debito pubblico sono spesso caratterizzati da
un elevato debito privato, foriero quest’ultimo di forti rischi di
instabilità finanziaria a causa dell’impossibilità, per i debitori privati,
di ricorrere alla tassazione per il rimborso dei crediti. Se si considera
che le recenti crisi finanziarie di Enron e di moltissime altre grandi
compagnie non sono affatto dipese da brogli o da scarsa trasparenza ma
dalla tendenza strutturale del capitalismo deregolato a produrre esplosioni
cicliche del debito privato, si comprenderà la rilevanza dell’analisi di
Pasinetti per una interpretazione non ingenua delle fibrillazioni
finanziarie degli ultimi due anni.
Le puntuali osservazioni di Pasinetti non sono rimaste isolate: vi si sono
aggiunti numerosi altri interventi, tra i quali quelli dei premi Nobel
James Tobin e Joseph Stiglitz, tutti concordi nel rilevare l’assoluta
infondatezza degli accordi di Maastricht. Uno dei pochi contributi
controcorrente, teso a colmare la lacuna segnalata da Pasinetti, è
provenuto dal prof. Giancarlo Gandolfo, il quale ha recentemente avanzato
una spiegazione dei vincoli di Maastricht quali «condizioni di equilibrio»
dell’economia europea (3). È possibile tuttavia dimostrare che la soluzione
di Gandolfo, per quanto ingegnosa, risulterebbe compatibile con qualsiasi
tasso di disoccupazione: un risultato inservibile da un punto di vista
strettamente politico, a meno di voler ammettere ciò che si è finora sempre
negato, e cioè che la disoccupazione rappresenta, da tempo, la variabile
residuale della politica economica europea (4).
I vincoli di Maastricht, dunque, quelli di cui ogni giorno si parla e che
ispirano miti, leggende e titoli a nove colonne su veri o presunti ‘buchi
di bilancio’, quei vincoli non hanno alcun fondamento, e non possono
trovarlo né nell’obiettivo della sostenibilità riportato nei documenti
ufficiali, né tantomeno nel concetto ‘neutro’ di equilibrio proveniente
dalla teoria economica. Quei vincoli, allora, appaiono per quello che sono,
vale a dire strumenti di lotta politica volti al progressivo
ridimensionamento del settore pubblico rispetto al settore privato
dell’economia europea. A conferma di ciò, basterà sapere che un’adesione
permanente al Patto di stabilità e al relativo obbligo di situare il
deficit annuo attorno a un livello medio nullo o negativo, avrebbe quale
conseguenza di lungo periodo il risultato paradossale di un azzeramento
totale dello stock di debito pubblico! E se ciò non bastasse, potrà essere
utile ricordare che Theo Waigel, ex ministro delle Finanze tedesco e
attivissimo costruttore dei Trattati europei, rivelò le determinanti
politiche dei vincoli di Maastricht dichiarando che, benché analiticamente
infondati, essi sarebbero comunque serviti «a far fare un bel po’ di dieta
agli Stati membri», e a insegnare ai cittadini europei a contare di più
sulle proprie gambe. Si è a questo punto inevitabilmente tentati di
chiedersi se la pensino allo stesso modo gli esponenti del centro-sinistra
che, negli ultimi tempi, hanno fatto del rispetto tassativo di quei vincoli
la loro bandiera nello scontro politico quotidiano con il governo.
Non è comunque ai soli vincoli al deficit e al debito pubblico che è
attribuibile una origine strettamente politica e conflittuale. Le medesime
determinanti risiedono infatti nell’altro caposaldo della politica
economica europea, quello della lotta all’inflazione. A tal proposito, sono
anni che nei circuiti accademici e politici prevale una visione
sostanzialmente armonica dei fenomeni inflazionistici, in base alla quale
il rialzo dei prezzi costituirebbe un male per tutta la collettività, e
quindi meriterebbe di esser combattuto senza scrupoli e con ogni mezzo. Ma
la verità è che, quando si parla di andamento dei prezzi, occorrerebbe
sempre tener conto del fatto che esso genera vincitori e sconfitti. Basti
in tal senso osservare che dalla prolungata disinflazione dell’ultimo
ventennio è derivato uno straordinario spostamento dei redditi a favore dei
possessori di attività finanziarie. Lo spostamento si verifica perché, in
fase di disinflazione, assieme ai prezzi rallentano i redditi ma non gli
oneri finanziari: questi infatti continuano a correre sia perché sono stati
contratti, in epoca d’inflazione, a tassi d’interesse molto elevati, sia
perché gli alti tassi tendono a persistere a causa del comportamento non
accomodante della Banca centrale. Questo fenomeno distributivo, talvolta
definito ‘effetto Fisher’, si è rivelato particolarmente forte in Italia,
dove il rallentamento dei prezzi ha dato luogo in pochi anni a una
distribuzione del reddito dai debitori (cioè soprattutto dallo Stato) ai
creditori stimabile intorno al 5% del Pil (5).
Stando così le cose, ci sarebbe molto da obiettare all’idea, tanto cara al
nostro presidente della Repubblica, secondo cui «la disinflazione è stata
il premio per un sacrificio collettivo». Per le modalità in cui il
rallentamento dei prezzi si è verificato, infatti, sarebbe piuttosto il
caso di parlare della disinflazione come della causa di un sacrificio
collettivo, pagato in primo luogo dai beneficiari della spesa pubblica e
dai lavoratori contribuenti, i quali hanno subito più degli altri la
riduzione delle erogazioni dello Stato e l’incremento delle imposte. Se
consideriamo poi che l’abbattimento dell’inflazione è stato ottenuto
soprattutto grazie all’accettazione della politica di moderazione salariale
da parte dei lavoratori, e se si tiene conto di ciò che abbiamo appena
detto, e cioè che proprio alla disinflazione dobbiamo buona parte
dell’aumento degli oneri finanziari dello Stato e delle conseguenti
politiche restrittive, lo scenario che emerge ha un che di perverso: il
sacrificio dei lavoratori salariati ha ingenerato il sacrificio dei
beneficiari della spesa pubblica e dei contribuenti, ossia degli stessi
lavoratori salariati.
Ma l’andamento dei prezzi non genera vincitori e sconfitti solo nelle fasi
fortemente dinamiche, come quella della disinflazione degli anni passati.
Anche quando si tratta di preservare i bassi livelli d’inflazione
conseguiti, le implicazioni distributive possono essere fortissime.
Prendiamo ancora una volta il Trattato dell’Unione. Questo esonera la Banca
centrale europea (Bce) da qualsiasi impegno esplicito relativo alla
crescita economica e all’occupazione, limitandosi ad attribuirle
«l’obiettivo principale della stabilità dei prezzi». Con il tramonto delle
politiche di moderazione salariale e in seguito alle prime avvisaglie di
rivendicazione da parte dei sindacati europei, la Bce ha interpretato
questo incarico in modo decisamente estensivo: in seguito a un aumento dei
salari del 4%, ottenuto dai sindacati tedeschi dopo anni di contenimenti,
la Banca centrale si è infatti dichiarata pronta a inaugurare una nuova
stagione di rialzi dei tassi d’interesse, il tutto molto prima che si
registrassero concrete tensioni inflazionistiche e, soprattutto, senza
alcun riguardo ai segnali recessivi che tuttora attraversano il continente.
Non occorrerà scomodare lo Sraffa dei neoricardiani o il Keynes antagonista
di Churchill per ricavare, da un simile comportamento, la seguente ipotesi:
che con l’ascesa delle destre al governo e il conseguente deficit di
mediazione con le rappresentanze sindacali, la Bce abbia deciso di assumere
i salari monetari come principale variabile di riferimento per la politica
monetaria al fine di accentuare il proprio ruolo di regolatore del
conflitto distributivo in Europa. Se questa ipotesi si rivelasse azzeccata,
meriterebbe qualche riflessione (e magari qualche ripensamento) il fatto
che una simile linea politica possa esser stata decisa in assoluta libertà
rispetto agli altri organi comunitari, dal momento che il Trattato
attribuisce alla Bce un grado di indipendenza dal potere politico che non
ha pari nel mondo.
I dogmi dei conti pubblici in ordine e della lotta all’inflazione hanno
dunque profondamente inciso sul Trattato dell’Unione e sulle conseguenti
linee di politica economica europea. Avallando prima quei dogmi, per poi
addirittura riconoscersi in essi, le sinistre europee hanno contribuito in
questi anni al consolidamento di uno scenario politico apparentemente privo
di alternative, basato sull’immiserimento del ruolo dello Stato in Europa e
sulla difesa degli interessi dei ceti più ricchi, in particolare dei
possessori di attività finanziarie. A un decennio di distanza
dall’approvazione del trattato di Maastricht, è forse giunto il momento di
tornare a riflettere sui forti dubbi espressi da larghi settori delle
sinistre durante i lavori preparatori di quel Trattato, dubbi che vennero
frettolosamente fugati dalle turbolenze politiche dell’epoca e dal
monetarismo allora imperante. Tornare sui propri passi, ammettere gli
errori compiuti e abbandonare la linea della continuità in tema di politica
economica potrebbe forse rivelarsi doloroso per qualcuno, ma è l’unica
strada razionale da intraprendere per superare l’attuale, autolesionistica
sudditanza verso i dogmi della tecnocrazia europea e gli interessi che
essa, più o meno consapevolmente, tende a proteggere.
La rottura con gli schemi del passato potrebbe concretizzarsi nella
seguente proposta, sulla quale è maturata negli ultimi anni un’ampia
convergenza tra gli economisti. La proposta consiste nel rimpiazzare gli
attuali vincoli europei con un modello alternativo di politica
macroeconomica, fondato tra l’altro sulle seguenti due regole ‘keynesiane’:
una politica monetaria tesa a condurre i tassi d’interesse reali verso lo
zero, e comunque a dirigere il tasso d’interesse medio sui titoli pubblici
stabilmente al di sotto del tasso di crescita del Pil; e una politica
fiscale limitata soltanto dal rispetto del vincolo di un rapporto tra
debito pubblico e Pil non crescente. È inutile precisare che l’introiezione
di queste regole comporterebbe una rivoluzione copernicana nel palinsesto
dell’Unione europea e nell’impianto delle relazioni finanziarie
internazionali. Basti pensare al fatto che, per essere attuato, il
seducente obiettivo dei tassi reali verso lo zero richiede che l’Europa
promuova misure di progressiva segmentazione dei mercati finanziari
internazionali al fine di accrescere i margini di controllo politico sui
tassi d’interesse. In questo senso la campagna europea sulla Tobin tax
costituisce un primo, significativo passo nella giusta direzione, che
tuttavia non può assolutamente considerarsi sufficiente per il
raggiungimento di mire così ambiziose (6).
Si potrebbe a questo punto obiettare che non è certo da una serie di regole
keynesiane di politica economica che deriverà ‘l’altro mondo possibile’
finora soltanto evocato. Questo tipo di obiezione viene solitamente
avanzato in modo alquanto ingenuo, ad esempio proponendo improbabili
dicotomie tra ‘sovranisti e mondialisti’ all’interno del movimento di Porto
Alegre (7). Tuttavia, sotto certi aspetti, l’obiezione è sensata. Le regole
keynesiane, infatti, si limitano ad accrescere enormemente le libertà di
azione del politico, ma non sono di per sé in grado di stabilire in che
modo quelle libertà verranno sfruttate.
Prendiamo ad esempio la questione ambientale. Che la politica keynesiana
venga indirizzata al sostegno di progetti militari e cornucopiani o a una
profonda trasformazione dei processi produttivi a fini ecologici è
questione aperta. È ormai assodato, d’altro canto, che la libertà di azione
generata dalla politica keynesiana, se tende certamente ad agevolare i
cornucopiani, diventa per gli ambientalisti una condizione necessaria di
successo. Una rivoluzione ecologica esige infatti, più di ogni altra cosa,
che l’avvenire assuma nuovamente valore ai nostri occhi, e che l’orizzonte
temporale delle decisioni umane torni di conseguenza ad allungarsi. A tal
fine non è affatto utile inseguire slogan fuorvianti come quello della
‘crescita zero’, emerso qualche tempo fa dal dibattito ecologista (8). È
necessario, invece, abbattere i tassi d’interesse e moltiplicare le risorse
pubbliche disponibili. In altre parole, sono necessarie delle regole
keynesiane di politica economica.
Ma non è solo nella doppia possibilità di un sentiero di sviluppo
cornucopiano oppure ambientalista che è possibile rilevare come gli effetti
della politica keynesiana dipendono fortemente dal contesto politico e
culturale nel quale essa viene a realizzarsi. Un esempio ulteriore, in
questo senso, ci viene offerto dal Manifesto contro la disoccupazione in
Europa promosso dal premio Nobel Franco Modigliani e sottoscritto da molti
autorevoli economisti, da Paul Samuelson a Paolo Sylos Labini (9). Nel
presentare il manifesto, Modigliani sostenne che, attraverso l’abbattimento
dei tassi di disoccupazione, una svolta keynesiana nella politica economica
europea produrrebbe condizioni politiche favorevoli per riformare il
mercato del lavoro e accrescere la libertà di licenziamento. Lo scenario
prospettato da Modigliani è indubbiamente una possibilità. Ci sono tuttavia
ragioni teoriche ed empiriche per considerarlo, in Europa, altamente
improbabile. Sul piano teorico, infatti, la politica keynesiana riduce i
costi fissi attraverso l’aumento dei volumi di attività, e riduce i costi
unitari e i carichi fiscali attraverso una riduzione degli oneri
finanziari. L’esperienza storica europea rivela inoltre che, abbattendo i
tassi di disoccupazione, la politica keynesiana tende a rafforzare la
posizione contrattuale dei lavoratori e ad esaltare il livello e la qualità
delle loro rivendicazioni. Una politica keynesiana europea, quindi, da un
lato contribuirebbe alla creazione di un surplus, e dall’altro potrebbe dar
vita al clima politico necessario affinché la destinazione di quel surplus
venga governata dalla volontà dei lavoratori di difendere ed ampliare i
loro diritti, ovvero di decidere le condizioni alle quali essi sono
disposti a far funzionare il sistema economico.
Le considerazioni precedenti aiutano a comprendere due questioni.
Innanzitutto, che nel considerare Alan Greenspan un keynesiano illuminato e
Wim Duisenberg un monetarista ottuso, Modigliani e molti economisti
americani hanno forse trascurato il fatto che, se applicata in Europa, la
politica keynesiana potrebbe avere effetti sui rapporti di forza tra le
classi molto più dirompenti che negli Stati Uniti. E in secondo luogo, che
le grandi difficoltà incontrate in passato nella battaglia per la riduzione
dell’orario di lavoro, e le grandi ansie vissute oggi nel corso delle lotte
in difesa dell’Articolo 18, dipendono in notevole misura dall’assenza di
una politica keynesiana e quindi di un surplus aggiuntivo sulla cui
destinazione battersi.
Si potrebbe continuare a lungo in questa direzione, riportando altri
possibili nessi tra una svolta di politica economica di orientamento
keynesiano e il rilancio dei tanti obiettivi delle sinistre europee rimasti
finora sospesi per aria. Si potrebbe ad esempio sottolineare che
l’abbattimento degli oneri finanziari e il conseguente, straordinario
aumento delle possibilità di spesa pubblica europea, consentirebbero di
evitare decisioni sconcertanti per la loro enorme pericolosità sociale,
come quelle che hanno portato alla riduzione in termini assoluti dei fondi
strutturali destinati alle aree depresse proprio nel momento in cui veniva
deciso l’allargamento ad Est dell’Unione europea. Si potrebbe aggiungere
che, attraverso la segmentazione dei mercati finanziari e la possibilità di
far tendere a zero i tassi d’interesse reali, la politica keynesiana
permetterebbe di liberare i paesi poveri dalla morsa degli oneri finanziari
più di qualsiasi, pur lodevole campagna di cancellazione del debito. 
Questi e molti altri esempi non fanno che sottolineare come sia possibile
riconoscere, nella politica keynesiana, un credibile denominatore comune
per le diverse anime delle sinistre europee, oggi frammentate, confuse,
strette tra l’incudine del velleitarismo e il martello di una compiaciuta
impotenza. Ma soprattutto, questi esempi testimoniano come la politica
keynesiana debba considerarsi il necessario complemento delle battaglie sui
diritti in corso. Chiunque intenda coerentemente sostenere quelle
battaglie, dovrà prima o poi trovare la forza per condannare l’Europa di
Maastricht e promuovere una radicale riforma del Trattato dell’Unione.


note: 
1  R. Rossanda, Il problema di Cofferati, «la rivista del manifesto»,
giugno 2002. 
2  L. Pasinetti, The Myth (or Folly) of the 3% Deficit/GDP Maastricht
‘Parameter’, «Cambridge Journal of Economics», 22, 1998. 
3  G. Gandolfo, International Finance and Open Macroeconomics, Springer
Verlag 2001. 
4  E. Brancaccio. e D. Marconi, Sulle proprietà di equilibrio dei parametri
fiscali di Maastricht, Dipartimento di Teoria economica e applicazioni,
Università Federico II di Napoli, 2002. 
5  E. Brancaccio e D. Marconi, Possibili effetti collaterali della
disinflazione, Coripe Piemonte, mimeo. 
6  R. Bellofioree, E. Brancaccio (a cura di), Il granello di sabbia. I pro
e i contro della Tobin tax, Feltrinelli 2002. Cfr. anche E. Brancaccio,
Brevi note al testo di legge per l’introduzione di un’imposta sulle
transazioni valutarie in Europa e in Italia, «Quale Stato», 4/2001-1/2002. 
7  M. Hardt, Porto Alegre: Today’s Bandung?, «New Left Review», 14, 2002.
Per una critica, cfr. A. Burgio, Due anime di Porto Alegre?, «la rivista
del manifesto», 29, giugno 2002. 
8  C. Ravaioli (a cura di), Lettera aperta agli economisti, Manifestolibri
2001. Cfr. anche E. Brancaccio, Gli orizzonti del keynesismo, «il
manifesto», 2 ottobre 2001. 
9  F. Modigliani et Al., An Economist’s Manifesto on Unemployment in the
European Union, «Bnl Quaterly Review», 206, settembre 1998.