l'utopia capitalistica dell'impero



dal manifesto

    
    
 
    
 

26 Gennaio 2002 
  
 
   
L'impero è sovrano
La costruzione politica dell'utopia capitalistica del mercato mondiale nel
libro "Impero" scritto da Michael Hardt e Toni Negri. Un volume felicemente
interdisciplinare su un processo sociale il cui esito non è niente affatto
scontato 
SANDRO MEZZADRA 

Esce finalmente anche in Italia, dunque, il volume che Michael Hardt e Toni
Negri hanno intitolato all'Impero (Rizzoli, pp. 456, 20 euro). Pubblicato
negli Stati uniti nel 2000, il libro ha avuto un successo che va
probabilmente oltre le più rosee aspettative degli autori, è stato tradotto
in un gran numero di lingue e ha suscitato dibattiti nei più sperduti
angoli del pianeta. Solo in Italia si attendeva: il nome dell'autore
nostrano, infatti, suonava imbarazzante alle orecchie fini degli editori e
degli intellettuali di casa nostra. La damnatio memoriae che ancora grava
sui movimenti sovversivi degli anni `60 e `70 aveva finito per riguardare
Negri più direttamente di altri che di quei movimenti erano pur stati
protagonisti: anche al di là del suo coinvolgimento in quello scandalo
giudiziario che va sotto il nome di processo 7 aprile, urtava
evidentemente, del professore padovano, l'ostinazione con cui, sia pure
seguendo percorsi non sempre rettilinei, rivendicava la continuità con la
sostanza di cose sperate da una generazione che aveva osato tentare
l'assalto al cielo. E infastidiva in particolare il fatto che lo facesse
non da una posizione di marginale vaniloquio ma, esule in Francia a partire
dall''83, da una cattedra dell'Università di Paris VIII, dialogando con i
protagonisti più prestigiosi e rispettati dei dibattiti intellettuali
contemporanei e potendo sempre contare su una significativa audience
internazionale.
Quando il successo di Impero fu infine consacrato da una recensione del New
York Times, fu Vittorio Zucconi, su "Repubblica", a prodursi in una
stizzita replica, al limite dell'anti-americanismo. Della serie: gli
americani sono in fondo ragazzoni ingenui e un po' stupidotti, facili da
incantare. E comunque nessun allarme, aggiungeva il buon Vittorio: negli
Stati uniti tutto diventa fenomeno mediatico, siamo di fronte all'ennesima
dimostrazione della capacità dell'industria culturale americana di digerire
anche le critiche più radicali, trasformandole in lubrificante per i propri
ingranaggi. Una volta "sdoganato" oltre Atlantico, in ogni caso, Negri
tornava a essere "presentabile" anche in Italia. E così abbiamo infine tra
le mani, preceduta dalla pubblicazione di un "dialogo" tra lo stesso Negri,
Roberto Esposito e Salvatore Veca sull'ultimo numero di "Micromega",
l'edizione italiana del libro di cui tanto si è parlato in questi mesi,
nell'impeccabile traduzione di Alessandro Pandolfi.

E' bene dirlo subito: Impero non è, contrariamente a quanto si legge sulla
copertina del libro, "la Bibbia del nuovo movimento". Per quanto prefiguri
il costituirsi di un'alternativa globale all'impero e anticipi per qualche
aspetto gli immaginari e le sensibilità del "movimento dei movimenti", il
testo si muove, su questo così come su altri terreni, su un piano di voluta
astrazione, senza significativi riferimenti ai segnali che già alla fine
degli anni `90 si potevano intravedere del sorgere di quel movimento che
poi, tra Seattle e Genova, si sarebbe installato al centro della scena
politica. Anche il fatto che, soprattutto in Italia, il lessico di Impero
sia entrato a far parte delle retoriche di movimento - si pensi alla
fortuna che ha avuto negli ultimi tempi il termine "moltitudine" - nulla
dice sulla effettiva penetrazione delle tesi teoriche che vi vengono
sostenute all'interno del dibattito politico. Si può anzi supporre che la
riduzione a slogan di alcune delle più suggestive formule elaborate da
Hardt e da Negri costituisca il primo ostacolo che deve essere superato se
si vuole che il volume, come merita, venga effettivamente discusso,
positivamente criticato, "smontato" e utilizzato nella battaglia politica.

Il tempo della scrittura del libro è segnato da due guerre, quella del
Golfo e quella del Kosovo, in cui gli autori individuano snodi decisivi
della transizione - in atto - verso la costituzione dell'Impero. E' un
primo punto che vale la pena di sottolineare: anche se non sempre sfugge a
una tentazione modellistica, Impero non descrive una tendenza pienamente e
pacificamente realizzata, ma parla piuttosto di una transizione, complessa,
contraddittoria e soprattutto dall'esito non scontato. Di questa
transizione, che è tutt'uno con il dispiegarsi dei processi di
"globalizzazione", il libro traccia con efficacia e in modo affascinante la
genealogia. Per dirla in estrema sintesi: nulla si capisce della
globalizzazione contemporanea, a giudizio di Hardt e Negri, se se ne legge
soltanto la storia di superficie, se la si riduce a un processo
disincarnato di mondializzazione del capitale e non se ne focalizza invece
quella che possiamo chiamare la storia segreta. Sono l'internazionalismo
comunista e le rivolte anticoloniali, ovvero la progressiva conquista di
una dimensione globale da parte delle lotte proletarie e dei movimenti
anti-imperialisti nel corso del XX secolo, gli elementi che spingono in
direzione dell'unificazione del pianeta, prefigurando la base materiale
sulla quale, a partire dai primi anni `70, il capitale è costretto a
ristrutturarsi su scala appunto globale.
All'impero, tuttavia, e non alla globalizzazione è intitolato il libro di
Hardt e Negri. C'è qui un'esplicita polemica contro ogni apologia
neo-liberale del "nuovo ordine mondiale", contro l'ipotesi cioè "che
l'attuale ordine sorga in qualche modo spontaneamente, come un armonico
concerto diretto dalla mano invisibile e neutrale del mercato mondiale". E'
piuttosto su una nuova costituzione e su una nuova figura della sovranità -
sulle categorie del politico nel tempo della globalizzazione - che si
appunta l'analisi dei due autori. Ancora una volta in estrema sintesi: da
una parte lo spazio globale viene ridisegnato in termini unitari, da
processi che rendono mobili e instabili i confini tra le diverse aree,
"distribuendo le ineguaglianze e le barriere lungo una rete di linee
multiple e frammentate" non riducibili alle consuete divisioni fra primo,
secondo e terzo mondo, o tra Nord e Sud; dall'altra il paesaggio sociale
degli stessi paesi "metropolitani" viene ridisegnato da una nuova forma di
potere e di controllo, che si insinua all'interno dei più riposti gangli
della soggettività, scomponendola e frantumandola in forme multiple e
tuttavia sempre funzionali alla subordinazione dei corpi e delle menti agli
imperativi della valorizzazione del capitale. Categorie fondamentali della
moderna teorica politica - prime fra tutte quelle di popolo e di società
civile - appaiono fuori gioco nel nuovo scenario: il popolo perché le
stesse nuove tecniche del controllo sembrano assumere come proprio
referente, assai più che una grandezza omogenea quale quella appunto
rappresentata dal popolo, una moltitudine di singolarità cooperanti, che si
tratta di amministrare, segmentare e organizzare esaltandone
l'eterogeneità; la società civile perché lo spazio di mediazione a cui fa
riferimento questa categoria appare totalmente riassunto e riarticolato
dalle logiche del dominio.

Considerata sotto l'angolo visuale offerto dalla dimensione globale, la
costituzione dell'Impero pare agli autori proporre una singolare riedizione
di quel modello di costituzione mista che Polibio aveva forgiato per
descrivere la res publica romana. C'è un vertice "monarchico",
rappresentato in primo luogo dagli Stati uniti, che "esercitano l'egemonia
sull'uso globale della forza", e poi dal ristretto gruppo di "Stati-nazione
che controllano i principali strumenti monetari globali tramite i quali
regolano gli scambi internazionali", che si innesta su un piano
"aristocratico", composto dalle corporation capitalistiche e dal complesso
degli Stati nazionali, "a partire dal quale il comando viene distribuito in
modo più estensivo e articolato su tutta la superficie mondiale". Al di
sotto di questo piano "aristocratico" una serie di organismi - ancora una
volta gli stati nazionali, a cui si sono venuti affiancando in modo sempre
più rilevante soggetti nuovi, come le "organizzazioni non governative" - si
incarica di rappresentare il momento "democratico" della costituzione
globale, filtrando l'espressione degli "interessi popolari".
Si tratta di un modello che, presentato in termini dinamici e non statici,
appare ben lungi dall'escludere che su ciascuno dei livelli individuati si
aprano contraddizioni e conflitti anche laceranti. Così come non si può
dire che l'analisi presentata in Impero sottovaluti, in sede teorica, il
persistente ruolo degli stati nazionali. La tesi di fondo del libro,
semmai, è a questo riguardo tutta politica: e tende a escludere che lo
stato nazionale possa costituire l'orizzonte della "resistenza" alla
globalizzazione. Anzi, ed è questo il punto su cui è auspicabile che si
apra la discussione all'interno della sinistra e del movimento, Hardt e
Negri dubitano che di "resistenza" si debba parlare: il problema è
piuttosto, nella loro prospettiva, quello di assumere la dimensione globale
come unica dimensione su cui misurare l'incisività dei processi politici di
soggettivazione di una moltitudine produttiva che coopera, e viene
dominata, su scala appunto globale. Questo non significa puntare
direttamente a una nuova civitas maxima, tema su cui gli autori appaiono
giustamente assai prudenti: significa, più semplicemente, riportare la
dimensione della "cittadinanza imperiale" all'interno di qualsiasi progetto
politico di trasformazione dell'esistente, comunque sia quest'ultimo
definito in termini spaziali.

C'è poi un'ulteriore questione che occorre sottolineare: ancorché ne
occupino, come si è visto, il vertice, e per quanto la loro storia e la
loro costituzione li predispongano a giocare una funzione "imperiale", gli
Stati uniti non sono l'Impero. Quest'ultimo, nell'analisi di Hardt e Negri,
non si identifica con alcun luogo specifico, coincidendo piuttosto con la
tendenziale realizzazione della concreta utopia capitalistica del mercato
mondiale. Sotto questo profilo, inoltre, l'Impero si distingue in modo
assai preciso dall'imperialismo, costituendo anzi il superamento del suo
limite intrinseco, di quel presupposto dell'esistenza di spazi "esterni" al
dominio del capitale che si trattava appunto di annettere attraverso
specifiche politiche espansioniste. La sovranità imperiale tende così a
configurarsi pienamente come "sovranità capitalistica": e tuttavia quella
contraddizione fra le logiche della sovranità e le logiche del capitale,
indagata nel libro sia in prospettiva storica sia in prospettiva teorica
proprio per rendere conto della loro necessaria co-implicazione, non appare
superata, ma piuttosto riprodotta a tutti i livelli del sistema.
Impero è un libro complesso, difficile in molti suoi passaggi. Si può ben
dire che esso rappresenta la sintesi matura di quarant'anni di studi di
Toni Negri, passati al vaglio dei più recenti dibattiti statunitensi e
della sensibilità teorica di Michael Hardt, che in questi dibattiti è
maturata. E' un libro che incrocia felicemente diverse prospettive
disciplinari, dalla scienza giuridica alla storia della filosofia,
dall'economia politica alla sociologia del lavoro: è naturale che susciti
perplessità nella stessa misura in cui risulta affascinante. In questa sede
si è soltanto tentato di rendere conto di alcune delle tesi fondamentali
presentate nel libro. Ad altre - e in particolare alla figura della
moltitudine come soggetto produttivo, come nome comune di un "lavoro vivo"
che si è fatto ibrido e meticcio, sottoposto al comando "biopolitico" del
capitale, segmentato e abitato dalla "paura", e tuttavia unico soggetto
possibile della liberazione - si può soltanto conclusivamente accennare.
L'auspicio, lo si ripete, è che anche su queste pagine su Impero si apra
una ampia e articolata discussione.