[Disarmo] Il paradosso iraniano: più si bombarda, più si consolida la teocrazia



Albert

La voce della ragione in tempi di guerra 

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Bombardare senza strategia: come si perde una guerra vincendo ogni battaglia

PeaceLink – 18 marzo 2026

La direttrice dell'intelligence americana Tulsi Gabbard ha ammesso davanti al Senato quello che ogni analista militare serio sa già: il regime iraniano, pur colpito duramente dagli attacchi di Stati Uniti e Israele, resta intatto. E se sopravvive, ricostruirà il suo arsenale. È una frase che dovrebbe far riflettere profondamente, perché contiene in sé la confessione implicita di un fallimento strategico mascherato da successo tattico.

Il generale Richard Shirreff, già Vice Comandante Supremo Alleato in Europa della NATO — non un pacifista e neppure un ingenuo — ha usato parole nette: gli Stati Uniti sono "arroganti e senza strategia". L'obiettivo dichiarato sarebbe aprire lo Stretto di Hormuz e cambiare il regime a Teheran. Ma Shirreff lo spiega con la chiarezza di chi ha comandato truppe sul campo: aprire lo Stretto significherebbe sbarcare truppe, e sbarcare truppe significherebbe entrare in una guerra infinita.


La differenza tra vittoria tattica e sconfitta strategica

La storia militare del Novecento — e del presente — è disseminata di esempi in cui la potenza di fuoco superiore non ha prodotto il risultato politico desiderato. Questa distinzione, tra vittoria tattica e sconfitta strategica, è uno dei concetti fondamentali del pensiero militare moderno, a partire da Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Se i mezzi militari non servono uno scopo politico raggiungibile, diventano pura distruzione fine a se stessa. Gli esempi?

Vietnam, 1965–1975. Gli Stati Uniti vinsero praticamente quasi ogni scontro campale contro le forze nordvietnamite e i Viet Cong. Il rapporto di perdite era schiacciante a loro favore. Eppure persero la guerra. Perché? Perché non avevano una strategia politica sostenibile: non riuscirono mai a costruire uno Stato sudvietnamita capace di reggersi da solo, non compresero la dimensione della resistenza popolare, e ogni bombardamento su villaggi e infrastrutture alimentava il reclutamento nemico invece di distruggerlo. Il generale Vo Nguyen Giap, il grande stratega nordvietnamita, comprese prima degli americani che la guerra si vinceva resistendo abbastanza a lungo da logorare la volontà politica dell'avversario.

Afghanistan, 2001–2021. La coalizione NATO distrusse rapidamente il regime talebano in poche settimane. Vent'anni dopo, i Talebani sono tornati al potere senza aver mai vinto una singola battaglia campale decisiva contro l'esercito più potente della storia. Ancora una volta: superiorità tattica totale, sconfitta strategica totale. Le bombe distruggono strutture, non ideologie. E spesso, distruggendo strutture, rafforzano le ideologie che volevano colpire.

Iraq, 2003. In tre settimane, Saddam Hussein fu rovesciato. Ma la dissoluzione dell'esercito iracheno e l'assenza di un piano per il dopoguerra generarono il caos che avrebbe poi partorito l'ISIS. La vittoria militare fulminea si trasformò nel più costoso fallimento geopolitico degli ultimi decenni.


Il paradosso iraniano: più si bombarda, più si consolida la teocrazia

Nel caso dell'Iran, il meccanismo è ancora più perverso. Shirreff lo ha detto esplicitamente: bombardare senza uno scopo chiaro rafforza la teocrazia iraniana, invece di indebolirla. Non è un paradosso, è una legge quasi meccanica della politica.

Ogni regime che voglia sopravvivere ha bisogno di un nemico esterno. Il nemico esterno compatta la popolazione, silenzia il dissenso interno, legittima la repressione come misura di guerra. L'Iran del 2026 ha una società civile che per decenni ha sfidato il regime nelle piazze: il movimento Donna, Vita, Libertà ne è l'esempio più recente. Quella società civile è la vera minaccia alla sopravvivenza della Repubblica Islamica, non i missili americani o gli F35 dell'aviazione israeliana.

I bombardamenti americani e israeliani non colpiscono la teocrazia: la salvano. Danno ai Pasdaran la potente narrazione dell'Iran assediato, della nazione che deve serrare i ranghi davanti all'aggressore straniero. Ogni civile iraniano che muore sotto le bombe non diventa un argomento contro il regime: diventa un martire che rafforza la coesione nazionale attorno a chi promette vendetta e resistenza.

L'intelligence americana — come ha ammesso Gabbard — lo sa. Sa che il regime è intatto. Sa che ricostruirà l'arsenale. Eppure la strategia non cambia. Questo è il punto che Shirreff chiama "arroganza": non la mancanza di potenza militare, ma la mancanza di umiltà intellettuale necessaria a capire i limiti di quella potenza.


Trump e l'illusione della potenza pura

Donald Trump ha una visione del mondo in cui il potere si misura in tonnellate di esplosivo. È una visione comprensibile nell'ottica di un imprenditore abituato a trattare con la forza: chi ha più denaro vince la trattativa. Ma la guerra — anche i teorici militari più conservatori lo riconoscono — non funziona così.

Sun Tzu, duemilacinquecento anni fa, scrisse che il supremo comandante è quello che vince senza combattere. Non perché la forza sia inutile, ma perché la forza senza intelligenza strategica è uno spreco: di risorse, di vite umane, di credibilità politica.

L'America che bombarda l'Iran senza uno scopo politico raggiungibile non sta proiettando potenza. Sta dilapidando credibilità. Ogni giorno che il regime iraniano sopravvive ai bombardamenti è una vittoria propagandistica per Teheran e una dimostrazione di impotenza per Washington. Non impotenza militare — nessuno mette in dubbio la capacità distruttiva americana — ma impotenza politica: l'incapacità di tradurre la distruzione in un risultato.


L'Europa ha ragione a stare fuori

In questo quadro, Shirreff — un generale NATO, non un antimilitarista — dice che l'Europa fa bene ad astenersi. Si tratta di valutazione realistica dei rischi e degli obiettivi.

La storia militare non mente: nessuna potenza di fuoco, per quanto schiacciante, ha mai sostituito una strategia politica coerente. Bombardare l'Iran senza un obiettivo raggiungibile non è una politica di sicurezza — è la ripetizione di errori già pagati a carissimo prezzo in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq. Il regime di Teheran, come ha ammesso la stessa intelligence americana, è intatto.


Fonti: dichiarazioni di Tulsi Gabbard al Senato USA (18 marzo 2026); intervista al generale Richard Shirreff su Fanpage.it (18 marzo 2026).


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