La controffensiva capitalistica



Posto qui questo articolo perchè spiega bene il rapporto fra complesso militare industriale e governo democratico:

La controffensiva capitalistica

Autore: Ruffolo, Giorgio Una sintetica definizione del neoliberismo, l'avventura del dominio globale iniziata alla fine degli anni 70, in un paragrafo del libro Lo specchio del diavolo, Torino 2006.

Da: Giorgio Ruffolo, Lo specchio del diavolo. La storia dell'economia dal Paradiso terrestre all'inferno della finanza , Torino, Einaudi 2006, pp. 131, 9,00 €

Il capitalismo privo di mura

Alla parola globalizzazione, ormai inflazionata, si danno molti, troppi significati. Ne sottolineiamo uno che ci sembra cruciale: la controffensiva capitalistica. Perché? E contro chi ?

Abbiamo già raccontato l'inizio di questa offensiva, quando, nei primi anni Settanta, gli Stati Uniti di Nixon si sottrassero alla disciplina monetaria di Bretton Woods, imponendo di fatto al mondo il dollaro come moneta universale.

Verso la fine degli anni Settanta si scatena la seconda parte della controffensiva, contro lo Stato sociale. Il capitalismo «avanzato» si sottrae alla pressione del lavoro organizzato e dello Stato, esercitata nel quadro del compromesso socialdemocratico.

Quella pressione, effettivamente, era aumentata d'intensità. Il riformismo aveva accentuato la sua pressione sul capitalismo: le sue istanze economiche, la spesa sociale e le istanze salariali, insomma i suoi costi; senza essere capace di aprire alla società nuove prospettive extraeconomiche ideali, nuove forme di gratificazione sociali e culturali. Era rimasto entro un contesto materialistico. Si era appannato cosí il suo carisma, mentre si erano appesantite le sue strutture e le loro conseguenze inflazionistiche.

L'aumento dei costi interni si accompagna con un aumento della pressione competitiva esterna che, nel nuovo clima di instabilità mondiale, spinge le imprese a recuperare la flessione dei profitti con forti aumenti della produttività. Questa è l'origine della «controffensiva», che si sviluppa in tre direzioni.

La prima è una nuova rivoluzione tecnologica. Una applicazione massiccia e sistematica delle innovazioni immateriali (elettronica e informatica) al processo produttivo consente non solo di aumentare la produttività rispetto all'occupazione, ma, soprattutto, di trasformare il lavoro di fabbrica, omogeneo e massiccio, dell'epoca fordista, adattandolo alle esigenze di flessibilità di una produzione altamente differenziata e «istantanea» (come si dice, just in time). 11 che significa sciogliere la falange del proletariato in un ventaglio di gruppi diversificati e mobili fortemente soggetti ai mutamenti capricciosi della domanda; e quindi privati di quella solidarietà e continuità che costituivano la forza del proletariato tradizionale. Ciò rafforza enormemente il potere contrattuale del capitale e indebolisce di altrettanto quella del sindacato.

La seconda è la liberazione dei movimenti di capitale. Ne abbiamo già parlato. È evidente che la possibilità di spostare capitali ingenti in un batter d'occhio (un clic elettronico) da una parte all'altra del mondo attribuisce al capitale un immenso potere discrezionale rispetto alle scelte politiche «democratiche» dei governi: una capacità di ricatto che ne frustra le politiche.

La terza è una controrivoluzione culturale. Il compromesso socialdemocratico si fondava sulla base ideologica del pensiero keynesiano, favorevole all'intervento pubblico sulla domanda e sulla distribuzione delle risorse. La controffensiva capitalistica cavalca la riscossa del pensiero neoliberista, «monetarista» (se vogliamo una personalizzazione alternativa possiamo dire friedmaniano, dal nome di Milton Friedman) che respinge nettamente l'interferenza dello Stato nel Mercato e riporta in auge un idolo che sembrava distrutto: la fede inconcussa nella sua capacità di autoregolazione.

Questa controffensiva assicura al capitalismo due fondamentali vittorie: la riconquista di un rapporto di forze vantaggioso rispetto al lavoro organizzato, disorganizzandolo; la conquista di una posizione di forza rispetto allo Stato nazionale.

Si può dire che nel caso degli Stati Uniti, della ormai sola Superpotenza mondiale, quest'ultimo evento non si verifica? Apparentemente sí. Ma se ne verifica uno altrettanto carico di cambiamento: la compenetrazione simbiotica tra l'élite capitalistica e il sistema politico, mai realizzatasi nel passato in una forma cosí estrema. L'America di Bush non è certo quella di Roosevelt. Somiglia piú a quella guidata da un presidente, generale e conservatore, come Eisenhower, che aveva anticipato profeticamente il predominio del «complesso militare industriale» (oggi dovremmo dire militare-finanziario) sul governo democratico. Inoltre, l'America non è solo la piú forte potenza politica e militare del mondo. È anche il Quartier Generale della finanza mondiale.

La «controffensiva» ha un altro effetto paradossale. La stessa Grande Impresa Industriale, quella cheGalbraith aveva definito la Tecnostruttura, viene invasa dal Mercato. La sua formidabile struttura gerarchica è disarticolata in una rete di centri di decisione largamente dotati di autonomia e collegati da rapporti di «convenienza», piú che di autorità. Il vero fulcro decisionale della grande impresa non è piú quello industriale, ma quello finanziario.

E finalmente, la rappresentante suprema del capitalismo globalizzato, nella società, la sua élite di classe, non è piú la borghesia nazionale, quella esaltata da Marx e da Schumpeter, ma una plutocrazia cosmopolita e apolitica. Il bisticcio si risolve se al termine «apolitica» sostituiamo quello «ademocratica».