bimbi deformi ad escalasplano vicino al poligono di perdasdefogu unione sarda del 14\3\2004 edizione nazionale



casi finora ufficialmente accertati sono quattordici: moltissime le ipotesi
ma niente certezze
Nessuna indagine sulla nascita di bimbi deformi a Escalaplano
Si parla di contaminazione a distanza dal Poligono di Perdasdefogu


Dal nostro inviato
Giorgio Pisano

Escalaplano  Maria Grazia sorride: ed è quasi tutto quello che riesce a
fare. Fa parte della leva dell'88, anno crudele, di polveroni e nubi grigie
che arrivavano dal poligono di Perdasdefogu e si posavano come neve leggera
sulle case, sulla gente, sulla pelle, sui vestiti. «Avevo un presentimento,
una specie di sensazione brutta».
Sposa a sedici anni, undici figli (sette emigrati, uno addirittura in
Islanda), Maria Teresa è stata una straordinaria catena di montaggio: tutti
sani, tutti forti, tutti vicinissimi alla famiglia, suoi figli. Soltanto
Maria Grazia, l'ultima («e manco l'avevamo prevista»), l'ha colpita al cuore
cambiandole la vita.
La protegge, la vizia, ci discute: e pensare che Maria Grazia, non vede a
dispetto di occhi lucenti e mobilissimi. Non può parlare, non può camminare,
soffre di crisi convulsive che la mamma annota su un diario con la biro
nera. Domenica: è agitata; giovedì: la piaga è ancora aperta; venerdì: non
ha dormito. A fine mese, il bilancio di quattro settimane. Febbraio: nove
crisi.
Dei cinque bambini malformati venuti al mondo quell'anno, Maria Grazia è
sicuramente la più sfortunata. Deve stare inchiodata a letto, in un limbo
buio. E se capita come ieri un lampo di sole, la sistemano vicino alla
finestra «perché il caldo asciuga le ferite». È figlia dei fumi della guerra
simulata o di qualche altra maledizione che incombe su Escalaplano? Nessuno
sa rispondere. I sospetti sono molti. Di sicuro c'è stato anche un altro
anno disgraziato, il '93. «E anche quella volta, cadeva polvere come
pioggia». A portarla era il vento, giudice implacabile che ha condannato
alcune comunità e ignorato altre. Ad Armungia, centro vicinissimo al
poligono, non ci sono state nascite di bimbi deformi (o almeno non in misura
allarmante). Così a San Vito, a Perdas, a Ballao e in tutto quell'arcipelago
umano che ruota intorno alla Base. L'unico legame (ma che legame è?)
riguarda Quirra: centocinquanta residenti, una ventina di tumori del sistema
emolinfatico.
Puntuali e incalzanti, gli antimilitaristi di Gettiamo le basi hanno scritto
al presidente Ciampi, che ha garantito attenzione al problema, interesse,
indagini. Mariella Cao, portavoce del movimento: «Nell'attesa, qualunque
attività all'interno del poligono dovrebbe essere sospesa. Bisogna avere il
coraggio di aprire un'inchiesta vera: il diritto di sapere non è eversivo».
L'altro fronte, che teme un danno d'immagine ai prodotti della terra e a un
possibile turismo di domani, ammette che le malformazioni (almeno
quattordici) ci sono, riconosce che qualcosa del genere accade anche tra le
greggi (pecore con due teste, con gli occhi al posto delle orecchie, con sei
zampe). Luigi Agus, vicesindaco-bidello, padre di due ragazzi: «E credete
che se avessimo certezze, staremmo qui? Fatta salva la buona fede, noi ci
siamo mossi con prudenza e cautela perché non si sa mai, perché la verità
non la conosce nessuno». Luigino Dessì, 84 compiuti, si leva il berretto per
pensare in grande, all'aria aperta «ma non mi ricordo di casi del genere nel
passato. Quand'ero giovane c'era uno che aveva, mischino, le gambe corte e
braccia non proprio precise. Poi basta. È da una decina d'anni che si
sentono cose da non credere».
Molte le ipotesi: scorie dei proiettili a uranio impoverito, onde
elettromagnetiche dei radar, stoccaggio segreto di armi chimiche e
biologiche (fuorilegge dal 1972). Antonio Pili, ex sindaco di Villaputzu, ex
primario all'ospedale cagliaritano Binaghi, si dichiara stupito: «Non vedo
un nesso tra i casi di Quirra e quelli di Escalaplano. A Quirra c'è di
sicuro un agente patogeno che provoca leucemie: da dove arrivi possiamo
immaginarlo ma non abbiamo alcuna prova». E i casi di Escalaplano? Qualcuno
sussurra che ci «sono stati e ci sono troppi matrimoni tra consanguinei» e
aggiunge anche un'altra singolare caratteristica: il numero impressionante
di pazienti in cura al Centro di salute mentale a Isili. Insomma, anomalie
fatte in casa. Priamo Farci, geologo, consigliere comunale di Rifondazione,
sceglie la linea morbida che tuttavia non coincide affatto con quella della
resa: «Io chiedo semplicemente di sapere: come cittadino, come padre, come
pubblico amministratore. I Comuni che confinano col Poligono potrebbero
consorziarsi e finanziare un'indagine seria ma di più e di meglio potrebbe
fare una commissione parlamentare». Proposta sensata, l'approvano in molti a
patto che resti una chiacchiera di strada. Se per esempio si trasforma in
una mozione d'aula, finisce male: quattro favorevoli, nove contrari (sindaco
in testa). In Municipio hanno talmente voglia di parlare di questa storia
che si sono dimenticati di aver annunciato due anni fa uno screening gestito
dall'Università di Sassari. «Di dove, di Sassari? Non me lo ricordo. So che
di quest'affare si stanno occupando i tecnici del ministero della Difesa».
Che sarebbe come affidare a Forza Italia un sondaggio su Berlusconi.
Nell'ambulatorio vicino alle scuole, il medico di base descrive Escalaplano
come un paese assolutamente qualunque «sotto il profilo della salute». Non
ha rilevato nulla di sospetto e non s'è fatto nemmeno un'opinione
superficiale su una circostanza che nessuno può smentire: quattordici casi
di malformazioni con incidenza particolare nell'88 e nel '93.
Maria Teresa se ne infischia di queste cose: deve seguire giorno e notte una
figlia «che anche se non ci vede, mi parla con gli occhi». A tratti, mentre
racconta la sua storia di donna e di madre si fa prendere dall'emozione e
piange. Subito dopo tenta di ridere e chiede scusa «per queste lacrime che
mi fa venire la rabbia». Rabbia? «Sì, rabbia perché sono impotente, non
posso guarirla. Perché Maria Grazia non esiste per il Comune, perché per
troppa gente non è neppure un essere umano. Non l'ho più portata in ospedale
da quando ci hanno costretto a scappare. È successo a Cagliari, stavo
aiutando l'infermiera a sistemare Maria Grazia per un elettroencefalogramma
e quella mi fa: signora, io un mostro così non l'ho mai visto. Cosa dovevo
fare, cosa dovevo dire? Ce ne siamo andate».
Adesso è ormai da tanto che Maria Grazia ha una sola fisioterapista: la
mamma, una sola assistente sociale, una sola consolazione. «Noi non vogliamo
pietà, ma non posso tollerare che per i potenti di questo paese una creatura
come lei non esista, non abbia diritto neanche a un briciolo di
solidarietà». Non è questione di denaro. Tant'è che se dovesse esprimere un
desiderio, Maria Teresa si rivolge dritta ai piani alti del cielo: «Vorrei
che Nostro Signore mi aiutasse a far capire che mia figlia non è una bestia.
Ogni tanto ci litigo con Dio: non potrebbe darle appena appena di luce negli
occhi, il tanto che basta per farle vedere almeno una volta la faccia della
madre? Perché gli occhi di Maria Grazia, smentitemi se sbaglio, sono belli e
vivi e brillanti, non lo diresti mai che è cieca».
Ride Maria Teresa, ride con uno sguardo amarissimo e giura che lei e sua
figlia la fanno comunque «in barba a tutti». Si leva, altissimo, l'orgoglio:
«Non la vogliono vedere? E io la porto fuori. Quando fa bel tempo, viene in
chiesa con me, sul carrozzino. Spesso no, non la faccio uscire perché ho
paura delle broncopolmoniti. È fragile, la bambina». Scosta una tendina e
scopre una montagna di medicinali allineata accanto a Madonnine varie, la
foto-ricordo di una visita al santuario di San Giovanni Rotondo,
gigantografie a colori di lei e suo marito, insomma i capitoli d'una vita
vissuta che ora, a cinquantun anni, sembra improvvisamente qualcosa di
troppo grande, impossibile da reggere a lungo. «Ma non pensate che sia
disperata. Sì, lo sono; anzi no, non lo sono. Ho figli adorabili. I tre che
abitano con me hanno un rapporto bellissimo con Maria Grazia e così gli
altri. Quando telefonano, mica chiedono come sto io. Nossignore: mamma, e la
bambina?».
La bambina, quando sente pronunciare il suo nome, propone un sorriso che si
fa lungo lungo soltanto se si aggiunge una carezza: «Passerebbe ore con la
mia mano sulla guancia. Vuole essere coccolata, e quando la coccolo sposta
gli occhietti seguendo la mia voce. Qualche volta le dico: Mariagra' basta,
mi sono stufata di te, non ce la faccio più. Lei mi risponde con un suono di
gola che conosco bene. Allora le rido in faccia e anche lei ride: Mariagra',
mamma stava scherzando. E quando mai ti lascerebbe sola?».