Foglio di Collegamento interno n. 95



Cari amici,
                 vi invio il Foglio di Collegamento n. 95 del Comitato Paul
Rougeau incollato qui sotto e in un allegato Word.

Sono molto graditi i vostri commenti.

Potete utilizzare liberamente le informazioni che ricevete e i testi
citando la fonte.

Diteci se dal prossimo numero dobbiamo omettere l'allegato Word.

In qualsiasi momento potete chiedere di essere cancellati dalla lista per
l'invio del F.d.C.
I soci e i simpatizzanti del Comitato P. R. possono chiedere di essere
inclusi nella lista senza impegni o formalità.

Cordiali saluti
Giuseppe Lodoli


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FOGLIO  DI COLLEGAMENTO  INTERNO

DEL COMITATO PAUL ROUGEAU

Numero 95  -  Marzo  2002


Sommario:

1)  Convocazione dell'Assemblea ordinaria dei Soci
2)  Rivelate le caratteristiche dei 'tribunali canguro'
3)  Chiesta la pena di morte per il francese Moussaoui
4)  Ricetta per ottenere una condanna a morte
5)  "Buoni conservatori" o persone ottuse e pericolose?
6)  Mary Robinson paga il conto per la sua liberta'
7)  Nel giuoco delle parti Housel viene comunque ucciso
8)  La 'giustizia' del Texas respinge Andrea Pia Yates nel baratro
9)  Safiya si salva ma l'uso della lapidazione persiste
10) A Torino altri giovanissimi discutono sulla pena di morte
11) Richiesta di corrispondenza
12) Riunione del Consiglio direttivo dei giorni 25-26 marzo 2002
13) Notiziario. Indiana. Louisiana.Texas. Usa


1) CONVOCAZIONE DELL'ASSEMBLEA ORDINARIA DEI SOCI

L'Assemblea ordinaria dei Soci del Comitato Paul Rougeau è convocata per
domenica 5 maggio 2002 alle ore 9 e 45'. L'Assemblea si terrà in Firenze
presso la Biblioteca Comunale situata all'interno del Giardino
dell'Orticoltura, Via Vittorio Emanuele II  no 4.  L'ordine del giorno è il
seguente:
1. relazione sulle attività svolte dopo l'Assemblea del 22 aprile 2001;
2. situazione iscritti al Comitato;
3. illustrazione ed approvazione del bilancio per il 2001;
4. revisione delle quote associative;
5. rinnovo del Consiglio direttivo con ratifica
dei nuovi ingressi del 26 marzo 2002;
6. rapporti  con le altre associazioni/gruppi ed eventuali
interventi di Ospiti dell'Assemblea esterni al Comitato Paul Rougeau;
7. iniziative e proposte per il prosieguo delle attività (editoriali,
telematiche, interventi nella scuole, rapporti con i detenuti, campagne
abolizioniste ...);
8. varie ed eventuali.
Firmato: Loredana Giannini, Presidente del Comitato Paul Rougeau

Avvertenze: La fine dei lavori è prevista per le ore 17 circa. Il luogo
dell'Assemblea è raggiungibile dalla Stazione di Santa Maria Novella anche
a piedi in 20' (Stazione, piazza Adua, via Valfonda, Fortezza da Basso.
Arrivati alla Fortezza si volta a ds e si fa un mezzo giro intorno ad essa,
superando la fontana sulla sinistra e Viale Milton sulla destra. Ci si
trova così di fronte il torrente Mugnone e via dello Statuto. Attraversato
il Mugnone, a ds si percorre fino in fondo via XX Settembre e si arriva a
destinazione). Con l'autobus n. 13: salire alla fermata Stazione/Largo
Alinari; scendere alla fermata del Ponte Rosso (domandare al conducente).
Con l'autobus n. 25: salire alla fermata Stazione/Piazza Adua; scendere
alla fermata del Ponte Rosso. Infine con l'autobus  n. 4:  fermata
all'uscita sn. della stazione  (lato farmacia); scendere alla Fortezza; a
piedi attraversare il ponte sul Mugnone e girare subito a ds in via XX
Settembre. Percorrerla fino in fondo e imboccare via Vittorio Emanuele. N.
B. Il 4 ferma più lontano ma è molto frequente. Per andare dalla Stazione
alla Pensione (occorre prenotare tramite Loredana e arrivare entro le ore
23:30') prendere l'autobus n. 17: salire alla fermata Stazione/Alamanni
(direzione Verga) e scendere a Ponte al Pino. Per tutte le informazioni
organizzative e per prenotare il pernottamento a Firenze contattare subito
Loredana Giannini: tel. 055 474823 - email: paulrou at tin.it


2) RIVELATE LE CARATTERISTICHE DEI TRIBUNALI CANGURO

L'indipendenza del potere giudiziario è una delle regole cardine dello
stato di diritto. Sembra che questa nozione elementare sia sconosciuta
all'Amministrazione americana ed ai suoi consulenti legali. Oppure può
darsi che lo stato di diritto sia da costoro considerato soltanto
un'invenzione dei nemici della "giustizia infinita".
   Il 21 marzo il Ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld per la
prima volta ha spiegato in dettaglio le caratteristiche dei 'tribunali
canguro', che lui preferisce chiamare 'commissioni militari', istituite con
un Ordine di Bush per giudicare gli stranieri sospetti di appartenere ad Al
Quaeda o al regime talebano. Gli Stati Uniti notificheranno presto agli
'alleati' il loro piano.
   Rispetto a quanto annunciato inizialmente, Bush e Rumsfeld hanno deciso
di concedere agli imputati - almeno formalmente - qualche diritto in più,
quali il diritto alla "presunzione di innocenza" fino alla sentenza e il
diritto all'affermazione della colpevolezza "al di là di ogni ragionevole
dubbio".
   Rimangono tuttavia gravissime preoccupazioni per la regolarità dei
processi e, dal momento che già le normali procedure si prestano ad
influenze politiche e a gravi errori giudiziari, si può ben immaginare
quale sarà la qualità delle sentenze emesse da queste "commissioni" formate
da militari scelti dallo stesso Rumsfeld.
   I giudici (da tre a sette) per ragioni di sicurezza potranno anche
rimanere invisibili (incappucciati?) ed anonimi. La stessa Amministrazione
sceglierà, tra i militari, gli accusatori ed il personale ausiliario ed
esaminerà gli eventuali appelli contro le sentenze (comprese quelle
capitali) prima di consentirne l'esecuzione. Militari scelti
dall'Amministrazione saranno gli avvocati difensori degli accusati. Gli
accusati potranno comunque scegliere anche in una lista di avvocati civili
sempre fornita dall'Amministrazione. Le condanne a morte dovranno essere
decise all'unanimità e le altre condanne dalla maggioranza dei due terzi
dei giudici.
   Le "commissioni", a differenza delle corti regolari statunitensi,
potranno ammettere come prove il sentito dire, per esse avranno valore
anche prove "di seconda mano" e testimonianze anonime se lo richiederanno
ragioni di "sicurezza". Le udienze saranno in linea di massima aperte al
pubblico ma potranno anche essere segrete. L'accusa potrà chiedere di
proteggere col segreto aspetti essenziali del materiale accusatorio,
incluso il metodo con cui verranno raccolte (strappate?) le informazioni.
   Vedremo probabilmente insediare commissioni militari in autunno a Cuba,
vicino alle gabbie di Guantanamo Bay.
   Alla serrata critica contro i "tribunali canguro" proveniente anche da
diversi settori della più qualificata opinione pubblica statunitense,
l'Amministrazione risponde con frasi del tipo: "I sospetti avranno i
diritti e i privilegi che gli competono" così come si dice che i
prigionieri di Guantanamo "vengono trattati tanto bene quanto vogliono gli
americani."


3) CHIESTA LA PENA DI MORTE PER IL FRANCESE MOUSSAOUI

Zacarias Moussaoui, l'unico accusato per gli attacchi dell'11 settembre
compiuti dai dirottatori suicidi di quattro voli di linea americani, è
cittadino francese. Per Moussaoui il 28 marzo è stata autorizzata la
richiesta della pena di morte da parte del Ministro della Giustizia
statunitense John Ashcroft. La Francia ha abolito la pena di morte da oltre
venti anni ed è uno dei paesi più attivi nel movimento abolizionista. Ciò
complica marginalmente il lavoro delle autorità americane.
   Nei giorni precedenti la decisione di Ashcroft, che tutti davano per
scontata, il governo francese, facendo conoscere la sua opposizione, ha
ventilato la possibilità di rivedere gli accordi di cooperazione
giudiziaria con gli USA. Il Ministro della Giustizia signora Marylise
Lebranchu ha scritto alla controparte americana: "La Francia farà dei passi
per rivedere l'accordo [di cooperazione] che richiede che ogni informazione
trasmessa al sistema giudiziario degli Stati Uniti (...) non possa essere
utilizzata da un'accusa che chiede la pena di morte." Un grosso fascicolo
conservato in Francia su Zacarias Moussaoui per ora non è stato trasmesso
alle autorità americane. I legali dell'accusato e le organizzazioni per i
diritti umani hanno chiesto alla Francia di interrompere da subito ogni
cooperazione giudiziaria ma non sono stati ascoltati. Il Ministro degli
Esteri Hubert Vedrine ha espresso "rincrescimento" per la decisione
americana ma la Lebranchu ha detto che il suo paese continuerà a
collaborare con gli USA "caso per caso" e "solamente se i documenti
trasmessi non potranno essere usati per ottenere la pena di morte." Per
altro l'FBI, agevolata dalla DST francese, aveva cominciato ad interrogare
i familiari di Zacarias Moussaoui in Francia, pur senza ricavare da loro
alcuna risposta. Solo un fratello di Zacarias ha risposto alla convocazione
ma ha rifiutato di deporre. Ha poi dichiarato: "Trovo estremamente
scioccante che la polizia francese non mi abbia avvertito del fatto che
ogni mia dichiarazione poteva servire all'accusa per chiedere la pena di
morte per mio fratello (...) trovo mostruoso che chi vuole la pena di morte
per mio fratello mi chieda di collaborare e che le autorità francesi
abbiano acconsentito a tale richiesta."
   Zacarias Moussaoui, arrestato nel Minnesota in agosto, è stato accusato
a New York ma poi, in dicembre, il suo caso è stato spostato in Virginia.
Le ricerche di opinione mostrano che in Virginia i favorevoli alla pena
capitale superano nettamente in percentuale la media nazionale, in tal modo
l'accusa avrà una giuria più facile da convincere. Inoltre la Virginia fa
capo alla ultra conservatrice Corte federale d'Appello del Quarto Circuito
di cui è nota l'abitudine di approvare tutte le condanne a morte
"apponendovi un timbro" (cioè senza entrare nel merito dei ricorsi avanzati
dai condannati). Grande enfasi si sta dando al ruolo dei parenti delle
vittime degli attentati: costoro già vengono intervistati (v. articolo
seguente) e preparati dall'FBI per il ruolo che dovranno svolgere nella
seconda fase del giudizio di Moussaoui (quella di irrogazione della pena
capitale), con grande anticipo sull'inizio del processo fissato per il 30
settembre.
   La cadenza e la natura dei passi fatti dalle autorità americane ci
consentono di prevedere che contro Moussaoui si celebrerà il rito di un
processo e di una esecuzione capitale spettacolarizzati, di valore
simbolico, come avvenne per Timothy McVeigh la scorso anno. Solo che mentre
McVeigh era direttamente responsabile dell'attentato di Oklahoma City,
Moussaoui - già in carcere il 16 agosto - non può aver partecipato
direttamente agli attentati dell'11 settembre. Il diritto americano è stato
fino ad ora coerente nel riservare la pena di morte soltanto a chi fosse
materialmente e direttamente implicato in gravi fatti delittuosi. Con una
sostanziale forzatura della consuetudine statunitense, sono stati ora
elevati sei capi di imputazione contro l'accusato, quattro dei quali
comportano la pena capitale (cospirazione in atti di terrorismo, nella
distruzione di aerei, nell'uso di aerei come strumenti di distruzione di
massa, nell'uccisione di impiegati federali). Esperti giuristi assicurano
che la Corte Suprema dovrebbe bloccare la probabile condanna a morte di
Moussaoui. Ma, nel clima della "guerra al terrorismo", nulla è garantito.


4) RICETTA PER OTTENERE UNA CONDANNA A MORTE

Grazia ci invia il seguente commento sul caso di Zacarias Moussaoui che
volentieri pubblichiamo

Zacarias Moussaoui era già in carcere da oltre un mese quando l'11
settembre i piloti suicidi si scagliarono con i loro aerei contro le Torri
Gemelle. Gli unici sicuri colpevoli del massacro prodotto dall'impatto (i
dirottatori) sono già morti. E allora che fare? La gente, educata al culto
della vendetta, vuole la vita di qualcuno... non basta che Bush abbia
intrapreso in lontani paesi una oscura "guerra al terrorismo" - che ha già
fruttato molte più vittime innocenti rispetto a quelle americane - ci vuole
qualcuno da guardare in faccia e ammazzare con tutta calma al centro di un
grande spettacolo nazionale. Occorre scegliere pertanto un capro
espiatorio. Zacarias Moussaoui, 33 anni, cittadino francese, ha commesso il
crimine di frequentare scuole di volo americane e sembra ci siano prove che
sia stato in contatto con persone sospette. Ma non era in prigione al
momento dell'attentato? Secondo l'accusa egli ha "usufruito delle
opportunità educative disponibili in una società libera, allo scopo di
acquisire conoscenze specialistiche nel pilotaggio di un aereo per uccidere
quanti più Americani possibile".
   Questo basta per arrivare al processo, un processo che lo incrimina di
cospirazione in un attentato, non potendolo incriminare di collaborazione
diretta al medesimo. E a questo punto, prima ancora del verdetto finale,
prima del dibattimento processuale, viene utilizzata con largo anticipo la
"ricetta per ottenere una condanna a morte".
   Gli ingredienti sono semplici, ma ben amalgamati e di sicuro effetto: la
prima mossa è di intervistare a tappeto familiari delle vittime
dell'attentato dell'11 settembre. Nelle interviste,  pubblicate sui
giornali e trasmesse da tutti i notiziari, si chiede a persone che non si
accorgono di quanto vengano strumentalizzate e ulteriormente fatte
soffrire, che cosa vorrebbero per Moussaoui se "per caso" egli venisse
riconosciuto colpevole. Le vittime di questa operazione (vittime due
volte), sono, come tutti gli Americani, in parte favorevoli e in parte
contrarie alla pena di morte, e lo dichiarano. Ma chiedere a loro quale
pena vorrebbero per un accusato che non è stato ancora giudicato, non è
intrinsecamente ingiusto? Non si sta già legando Moussaoui al lettino della
camera della morte prima ancora di essere sicuri che abbia avuto un peso
(un peso comunque indiretto) nell'attentato? Forse qualcuno se lo starà
chiedendo, oltre a noi abolizionisti.
   Ed ecco il secondo ingrediente della ricetta: entra in scena il "grande"
Ministro della Giustizia Ashcroft, accanito sostenitore della pena di
morte, al quale non pare vero di poter dare libero sfogo a tutto il suo
livore. Dopo che Bush lo ha chiamato a governare, i fatti dell'11 settembre
gli hanno dato mano libera per esercitare il suo potere sulla giustizia
penale americana. Ashcroft, violando regole giuridiche e morali, indice una
conferenza stampa (che viene trasmessa da tutte le reti televisive) nella
quale, in veste di rappresentante ufficiale della giustizia, annuncia che
se, sempre "per caso", Moussaoui verrà dichiarato colpevole, egli, nel nome
dell'America, cercherà di ottenere per lui la condanna a morte.
   Questa dichiarazione, fatta solennemente davanti a milioni di
telespettatori, non è il principio di una valanga che peserà indebitamente
sulle future decisioni della giuria? E' quanto ha obiettato anche
dall'avvocato difensore di Moussaoui, Frank Dunham Jr., che ha definito
"disonorevole" il comportamento del Ministro della Giustizia.
   La presa di posizione di John Ashcroft ha sollevato molte proteste anche
da parte degli alleati europei degli Stati Uniti. Pur sapendo di incorrere
nella riprovazione da parte di alleati che in questo momento sono molto
utili all'America, Ashcroft non ha potuto astenersi dal rivelarsi tanto
assetato di morte.


5) "BUONI CONSERVATORI" O PERSONE OTTUSE E PERICOLOSE?

Nel nostro quotidiano faticoso impegno per promuovere i diritti umani non
abbiamo l'ambizione di costruire un mondo ideale ma solo di dare il nostro
modesto contributo per l'avvento - incerto e tutt'altro che garantito - di
un futuro di pace e di giustizia basato sul rispetto reciproco e sulla
solidarietà.
   Il mondo ideale caratterizzato da una "libertà duratura" e da
"giustizia infinita" che con tanta sicumera perseguono i potenti della
terra non si realizzerà mai. Sarebbe un'immensa prigione governata da
feroci secondini. Nel loro delirio di onnipotenza - che gli impedisce di
comprendere la complessità degli uomini e del mondo - alcuni di loro
credono davvero di poter modellare il globo con la forza e il denaro. Il
loro disegno è impossibile ed è inevitabile il crollo dell'attuale impero
così come è avvenuto per tutti gli imperi del passato. E' tuttavia in fase
di rapida crescita una struttura pericolosa che farà sentire in suo effetto
nei prossimi anni. Indebolire le garanzie dello stato di diritto,
programmare una guerra dopo l'altra, brandire l'arma nucleare, sono gli
aspetti spettacolari di una strategia che consiste anche nel mettere gli
uomini giusti nei posti giusti.
   Durante il suo lungo governatorato in Texas, George W. Bush aveva
consentito (a tutti coloro che non chiudevano gli occhi) di capire quale
uomo senza cuore e pericoloso egli fosse, al di là dell'etichetta
rassicurante di "conservatore compassionevole". Conseguito il massimo
potere, Bush, chiamando a governare persone come John Ashcroft e Donald
Rumsfeld, ha cominciato a tessere le fila di un ordito che avrebbe mostrato
in seguito la sua complessiva pericolosità.
   Il lavoro di scelta degli uomini, che continua tuttora sia negli Stati
Uniti che al di fuori di essi, è estremamente ampio e complesso, qui
vogliamo citare solo alcuni esempi tratti dalla cronaca del mese di marzo.
   Il 18 marzo la NCADP (Coalizione nazionale americana per l'Abolizione
della pena di morte) si è opposta frontalmente alla nomina, effettuata da
Bush, del professor Paul Cassell a Giudice nella Corte federale
distrettuale dello Utah, chiedendo al Senato di non ratificarla. Cassell è
ben conosciuto per la sua campagna nazionale (perdente) contro la storica
sentenza della Corte Suprema federale "Miranda contro l'Arizona" che
stabilì che gli arrestati nei casi criminali devono essere informati dei
loro diritti (ad avere un avvocato e a non rispondere a domande che possano
auto-accusarli.) Egli inoltre ha sempre insistito sul concetto che gli
innocenti non vengono condannati a morte negli Stati Uniti e che, anche se
ciò accadesse, si potrebbe ben accettare la possibilità che degli innocenti
vengano 'giustiziati': "Una corretta valutazione degli errori nei casi
capitali - testimoniò Cassell in Senato - porta inesorabilmente a
concludere che il rischio per la vita innocente che deriva dall'omissione
di portare a termine le esecuzioni capitali emesse con le attuali garanzie
è di gran lunga superiore a quello del tutto ipotetico di effettuare
un'esecuzione per errore." E' nota inoltre la sua frase lapidaria: "Nessun
innocente è stato giustiziato in questo paese negli ultimi cinquant'anni."
Molte altre sono state le iniziative di questo pupillo di Bush contro le
garanzie degli accusati... tanto da far dubitare della sua intelligenza.
Afferma Steven Hawkins Direttore della NCADP: "Cassell è anche non
qualificato intellettualmente per sedere in una corte federale."
   All'opposizione democratica, che era riuscita a bloccare in Senato il 14
marzo la nomina presidenziale in una corte federale del giudice del
Mississippi Charles W. Pickering, ritenuto troppo retrogrado, Bush ha
risposto contrattaccando. Il Presidente, parlando a Dallas il 31 marzo
durante un party repubblicano nel quale sono stati raccolti quasi due
milioni di dollari, ha ribadito la sua intenzione di mettere "buoni giudici
conservatori" nelle corti federali e di raccogliere immensi fondi da
utilizzare per ottenere nelle elezioni di novembre una maggioranza
repubblicana in un Senato che non gli ponga più bastoni fra le ruote. Bush
è già personalmente impegnato nel sostenere la campagna elettorale per il
Senato di John Cornyn, attuale Ministro delle Giustizia del Texas
(ricordate come costui lavorò per ottenere l'esecuzione capitale di Gary
Graham?), un uomo che si distinse per il suo pedissequo ed ottuso
collateralismo con Bush allora governatore ed aspirante presidente USA.
Dotato di scarsa lungimiranza ma di grande attenzione al tornaconto
politico a breve scadenza, Cornyn appoggiò sfacciatamente Bush ma, in
seguito, con l'avvento del nuovo Governatore Perry cambiò alcune delle
proprie posizioni fiutando un'aria leggermente diversa. "Dobbiamo avere
persone come John Cornyn nel Senato degli Stati Uniti - ha detto George W.
Bush a Dallas - affinché lavorino insieme alla Casa Bianca per avere un
solido sistema giudiziario, per essere sicuri che i giudici facciano quello
che si ritiene debbano fare negli Stati Uniti e non passino i loro confini."
(Che importa se ai giudici e ai senatori manca qualsiasi apertura mentale ?
Basta che siano "buoni conservatori" e collaborino con la Casa Bianca.)


6) MARY ROBINSON PAGA IL CONTO PER LA SUA LIBERTA'

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani Mary Robinson è
stata in questi anni una voce libera e pura in difesa delle ragioni degli
individui e dei popoli contro la violenza del potere. Se ha compiuto degli
errori lo ha fatto schierandosi con i più deboli e i perdenti.
   In diverse occasioni Mary Robinson ci ha sorpreso con le sue uscite, con
dichiarazioni che associazioni per i diritti umani come la nostra, ed altre
più importanti, non avrebbero avuto il coraggio di fare. Naturalmente la
Robinson è stata una spina nel fianco degli Stati Uniti ai quali ha
contestato puntualmente la prepotenza con cui si pongono al disopra della
normativa internazionale sui diritti umani, in primis nel loro spietato,
discriminatorio e ingiusto uso della pena di morte.
   Le più recenti prese di posizione della Robinson riguardano lo status
dei prigionieri di guerra afgani detenuti a Guantanamo e le perdite
inflitte ai civili dai bombardamenti americani in Afghanistan. Ella oltre
agli USA ha denunciato altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza
dell'ONU, come la Russia per le atrocità in Cecenia e la Cina.
   Ora i nodi vengono al pettine. Il 18 marzo, durante l'inaugurazione
dell'annuale sessione della Commissione ONU per i Diritti umani, Mary
Robinson ha annunciato che dovrà lasciare a breve il suo incarico. Lo
stesso giorno Reed Brody, Direttore di Human Rights Watch, ha espresso il
suo profondo rammarico: "Mary Robinson paga il prezzo per la sua
propensione ad opporsi ai governi potenti che violano i diritti umani (...)
Ella ha fissato degli standard di candore e di forza che impegneranno i
futuri alti commissari, siamo addolorati di perdere con lei un alleato."
   Anche se la Robinson non ha fatto cenno alla campagna degli Stati Uniti
contro di lei, sono ben note le pressioni delle autorità statunitensi nei
riguardi di Kofi Annan al quale hanno chiesto di non nominarla per il suo
secondo mandato di tre anni.
  "Su  Kofi Annan grava l'oneroso impegno di non cedere ai governi che
vogliono indebolire la voce dei diritti umani - ha dichiarato Brody - egli
deve nominare qualcuno che abbia la stessa integrità e statura morale di
Mary Robinson."


7) NEL GIUOCO DELLE PARTI HOUSEL VIENE COMUNQUE UCCISO

Tracy Housel è stato 'dichiarato morto' alle 19 e 38' del 12 marzo sul
lettino dell'iniezione letale della Georgia, che sostituisce dall'anno
scorso la sedia elettrica (sospettata di essere strumento di morte 'crudele
ed insolito'). Housel era provvisto di nazionalità britannica in
conseguenza alla sua nascita nelle Bermude e l'avvocato difensore Clive
Stafford Smith era riuscito a suscitare una forte mobilitazione in suo
favore in Inghilterra a ridosso della data fissata per l'esecuzione. I
numerosi appelli di semplici cittadini, di associazioni professionali e di
autorità parlamentari e di governo, la partecipazione massiccia di
rappresentanti della Gran Bretagna e di paesi dell'Unione Europea
all'udienza tenutasi il giorno 11 davanti alla Commissione delle grazie non
sono riusciti a scongiurare l'esecuzione.
   Hanno firmato una petizione per Tracy Housel oltre 120 parlamentari
britannici. Il Ministro degli esteri del Regno Unito Jack Straw ha
personalmente telefonato al Governatore della Georgia Barnes. Durante
l'udienza per la grazia sono state esibite lettere di Tony Blair e
dell'arcivescovo di Canterbury.
   In extremis l'avvocato Stafford Smith ha detto che solo una telefonata
personale del Primo Ministro Blair alle autorità degli Stati Uniti avrebbe
potuto salvare il suo assistito. La telefonata non c'è stata e ci possiamo
spiegare il perché: l'Inghilterra dissente nettamente con gli Stati Uniti
sulla pena di morte ma l'alleanza strettissima dei due paesi anglofoni
impedisce che questo elemento di dissenso produca momenti di crisi nei
rapporti tra i rispettivi governi. Insomma, di fronte alle questioni
strategiche tutte le altre questioni passano in secondo piano, anche quelle
riguardanti i diritti umani.
   Non si sa bene quanti crimini Housel abbia commesso nel giro di due
settimane nel lontano 1985, sotto l'effetto della droga e dell'alcool. La
prima confessione di un omicidio gliela strappò la polizia del Texas con
grande fatica. Una fatica che si potrebbe chiamare 'tortura': come ricorda
Amnesty International, il prigioniero fu tenuto per tre mesi in isolamento
senza poter fare una doccia, gli furono somministrate diverse volte
scariche elettriche, anche tenendolo con i piedi nell'acqua.
   Il condannato prima di morire ha espresso il suo pentimento "dal
profondo del cuore" per l'uccisione dell'autostoppista Jean Drew di 46 anni
per il quale ricevette la pena capitale. Egli non aveva mai negato i suoi
crimini che però diceva di non ricordare in ragione dell'alterato stato
mentale di allora. Anzi al processo, consigliato da un avvocato
completamente sprovveduto in materia di reati capitali, ammise subito la
sua colpevolezza ponendo fine alla prima e più importante fase del
giudizio. Nella fase di irrogazione della pena il difensore omise di
presentare forti circostanze attenuanti e numerosissimi testimoni che
potevano alleggerire la posizione dell'imputato, invece l'accusa introdusse
scorrettamente prove di tre ulteriori crimini mai in precedenza contestati
all'accusato (tra cui l'omicidio in Texas) ed ottenne facilmente la
condanna a morte.
   In realtà se fossero state descritte alla giuria le condizioni in cui
era cresciuto l'imputato e le sue alterate funzioni mentali, prodotte da
una disfunzione endocrina che lui 'curava' con droga ed alcool,
probabilmente non ci sarebbe stata una sentenza di morte. Tracy Housel
nacque dal matrimonio di una quattordicenne con un quarantatreenne,
entrambi poveri ed alcolizzati. Picchiato ferocemente in tenera età,
vittima di traumi cranici, portatore di terribili cefalee infantili,
sosteneva di non aver ricevuto calore umano da nessuno nella sua
giovinezza. Prima di morire Tracy ringraziato per la solidarietà l'ultimo
indomito avvocato difensore e, per l'affetto tardivo, la madre che si era
avvicinata a lui negli ultimi tempi.


8) LA 'GIUSTIZIA' DEL TEXAS RESPINGE ANDREA PIA YATES NEL BARATRO

Se la storia dell'Uomo avrà un futuro e se la civiltà umana andrà nella
direzione da noi auspicata, il caso di Andrea Pia Yates sarà tra quelli che
serviranno ai posteri per descrivere l'efferatezza di questi primi anni del
terzo millennio.
   Abbiamo già parlato della sventurata madre immersa nella sua malattia
mentale che il 20 giugno 2001 ha portato a termine il tragico gesto di
annegare nella vasca da bagno tutti e cinque i suoi figlioletti di età
compresa tra i sei mesi e i sette anni (vedi n. 92). Oscure, in parte
comprensibili solo con parametri psichiatrici, sono le motivazioni che
hanno portato Andrea Pia Yates ad annientare se stessa uccidendo coloro che
più amava. Chiare, facilmente comprensibili alla luce di una 'giustizia'
grossolana e politicizzata, sono le ragioni della richiesta della pena di
morte per la Yates, dell'af-fermazione della sua colpevolezza, della sua
condanna al carcere a vita pronunciata il 18 marzo 2002.
   L'enormità del gesto della Yates suscitò immediatamente la rapacità dei
media. La notorietà del caso allertò al massimo livello la pubblica accusa
nella famigerata Contea di Harris. L'andamento dei sondaggi di opinione ha
poi spinto la vicenda lungo le strade tracciate da una legge penale feroce
e schematica.

Gli accurati calcoli dell'accusa

L'accusa ha articolato il suo piano a partire da una dato di fatto:
l'opinione pubblica voleva 'giustizia' e  non mostrava nessuna pietà per
l'accusata. Chiedere la pena di morte avrebbe portato con ottima
probabilità almeno al carcere a vita per la donna, l'avrebbero garantito le
norme penali texane in sintonia con la rigidità delle corti della Contea di
Harris. Ottenere una condanna a morte avrebbe tuttavia comportato il
rischio di revisioni accurate della sentenza, suscettibili di vanificare il
'lavoro' accusatorio e poi, in realtà, il maggior tornaconto politico non
sarebbe conseguito da una sentenza di morte (invocata soltanto da un terzo
dei cittadini del Texas). Bisognava dunque che nella prima fase del
processo la giuria dichiarasse la Yates colpevole di omicidio capitale;
nella seconda fase si doveva allentare la presa in modo tale da rendere
altamente probabile che la giuria, tra due possibilità, scegliesse il
carcere a vita in luogo della morte. Ciò è stato infine ottenuto, a metà
marzo. Lo si poteva prevedere fin dal mese di gennaio (vedi n. 93,
Notiziario) e non si trattava solo di temerarie illazioni sulle intenzioni
dell'accusa. Questa interpretazione viene pienamente confermata dal
luminare del foro Alan Dershowitz in un suo articolo apparso sul Los
Angeles Times dopo la conclusione del processo: "Gli accusatori nel caso di
Andrea Yates in realtà non si aspettavano, e neanche volevano, che la
giuria pronunciasse una sentenza di morte. Essi hanno strumentalizzato il
processo capitale in modo da avere una giuria 'pro-accusa' [in un processo
capitale tutti i giurati devono essere favorevoli alla pena di morte],
incline a respingere una difesa basata sull'infermità mentale e a
restituire un verdetto di colpevolezza. (...) uno degli accusatori ha [poi]
praticamente invitato la giuria a non emettere una sentenza di morte. (...)
Gli accusatori sapevano che se la Yates avesse avuto una sentenza di morte,
il suo caso - incluso il merito della condanna - sarebbe stato
probabilmente esaminato più scrupolosamente in appello. Inoltre sapevano
che una sentenza di morte sarebbe stata controversa e li avrebbe esposti a
critiche. (...) Essi hanno ottenuto esattamente quello che volevano ed
avevano programmato. Queste strategie sono fortemente opinabili."

Malattia di mente e responsabilità morale

I calcoli politici e il giustizialismo approssimativo e grossolano
dell'opinione pubblica hanno portato ad una 'soluzione' del caso
soddisfacente per la maggioranza, prescindendo della reale colpevolezza
dell'imputata e delle sue inenarrabili sofferenze. Di fronte a riscontri
obiettivi, sia la difesa che l'accusa riconoscevano che la Yates da alcuni
anni era affetta da schizofrenia paranoide con allucinazioni e che dopo la
nascita della quinta figlia, nei mesi precedenti al suo terribile gesto,
era piombata in un profondo stato depressivo. Sappiamo che la schizofrenia
produce una specie di sdoppiamento della persona con il sorgere di idee
persecutorie e di allucinazioni sensoriali che distorcono il rapporto con
la realtà. La depressione grave fa sprofondare il paziente in un baratro
sempre più oscuro e profondo, privo di appigli, in cui si esaurisce il
gusto di vivere e la vita umana appare come un sofferenza cosmica. I
pazienti tendono ad attribuire alle persone che più amano le sofferenze che
provano essi stessi e questa ossessione accresce enormemente la pena.
Frequenti sono i suicidi dei pazienti depressi, suicidi che qualche volta
si accompagnano all'uccisone dei parenti più cari, quasi a proteggerli da
una sofferenza illimitata.
   Adrea Pia Yates, fino al primo grave episodio psicotico coinciso con la
nascita del quarto figlio, era stata una studentessa brillante, una
lavoratrice e una madre esemplare, una signora attiva, allegra e carina che
suscitava simpatia e amicizia in chiunque la conoscesse. Era amata dai
figli, dal marito, dai suoi parenti e dai parenti del marito. Negli ultimi
due anni le forti oscillazioni del suo stato mentale avevano messo in
allarme la famiglia e prodotto alcuni insufficienti tentativi di cura.
   Come abbiamo narrato nel numero 92, il 20 giugno 2001, tra le 9 e le 10
del mattino, Andrea Pia Yates, subito dopo l'uscita di casa del marito,
senza pensare a nulla al di fuori di quello che stava facendo, ha portato a
termine con tutte le sue forze il compito di affogare nella vasca da bagno,
uno ad uno, i suoi cinque figlioletti che  lottavano e cercavano di
divincolarsi. Poi ha chiamato la polizia. Ai due agenti accorsi ha detto
ciò che aveva fatto. E' stata arrestata e sottoposta in carcere ad un
pesante trattamento farmacologico per il suo evidente e profondo stato
psicotico: nella sua cella 'continuavano ad entrare orsacchiotti satanici,
uomini, bambini e cavalli.' Dal giorno seguente a quello dell'arresto la
donna, tra pause e confusioni, ha cominciato a narrare meccanicamente la
sua vicenda facendo una accurata parafrasi della sua malattia mentale: i
suoi figli non sarebbero potuti crescere buoni, lei era posseduta da
Satana, aveva dovuto ucciderli nella loro età innocente per preservarli
dalle pene dell'inferno, George Bush doveva ucciderla per cacciarla insieme
con Satana nell'inferno e liberare così il mondo.

Il processo e la condannna

Al processo capitale facilmente ottenuto dall'accusa, cominciato il 7
gennaio con la scelta dei giurati ed entrato nella fase dibattimentale il
21 febbraio, due eminenti psichiatri hanno reso le loro testimonianze
giurate. I due esperti hanno reso testimonianze contraddittorie, l'uno
essendo pagato dalla famiglia dell'imputata, l'altro dai pubblici
accusatori. Il dott. Phillip Resnick ha argomentato che Andrea Pia Yates
uccidendo i suoi bambini non si rendeva conto di fare una cosa sbagliata,
infatti, al di fuori delle ragioni cogenti derivanti della sua psicosi, non
aveva alcun motivo razionale per uccidere i suoi figli e non ha fatto
nessun tentativo di discolparsi o di celare qualche particolare del suo
gesto. Eppure per il dott. Park Dietz, chiamato dall'accusa, secondo la
legge del Texas essa era da ritenersi colpevole in quanto si rendeva conto
di compiere un 'peccato', cioè un atto proibito. In Texas un imputato è
ritenuto sano di mente fino a prova contraria e l'insanità mentale è
definita semplicemente come incapacità di distinguere tra azioni giuste e
sbagliate (che è cosa diversa dall'essere affetto da malattia mentale).
Diez aveva interrogato l'imputata a novembre: "Lei si rendeva conto che
l'atto che stava per commettere era un peccato?" "Sì" aveva risposto la
donna. "Ha lottato contro questo peccato?", ha incalzato il dottore. "No",
aveva concluso Andrea Pia Yates.
   In tre settimane la giuria ha ascoltato 38 testimoni e esaminato circa
300 reperti tra cui cinque pigiamini, le foto e il video della polizia che
mostravano a lungo e senza pietà i cadaverini dei bimbi uccisi, il
disordine del bagno e del corridoio di casa Yates cosparso da impronte
bagnate. Il pubblico accusatore Joe Owmby ha infine esortato i giurati 'a
prestare la massima attenzione a come il Texas definisce l'insanità
mentale' e ammonito la giuria a non basare il suo giudizio su un'eventuale
simpatia per l'accusata. 'Anche se la Yates è una malata mentale, sapeva
che quel che faceva era sbagliato' "Essa puo' aver creduto che fosse
nell'interesse dei figli affogarli uno ad uno, ma questo non è secondo la
legge del Texas." Dopo poco più di tre ore e mezza arrivò la sentenza:
colpevole di omicidio capitale.
   Nella successiva fase processuale di irrogazione della pena, l'accusa ha
chiesto alla giuria la pena di morte ma non ha prodotto ulteriori
testimonianze contro l'imputata, lasciando che i familiari e gli amici la
descrivessero come una madre affettuosa e dedita ai figli, un'ottima
persona a prescindere dalla sua malattia mentale. In 35 minuti la giuria ha
restituito il suo secondo e ultimo verdetto: non morte ma carcere a vita
per Andrea Pia Yates.

Una "giustizia" spietata

Una madre malata mentale che uccide i propri figli si condanna ad una
sofferenza interiore inimmaginabile che forse solo le cure più efficaci ed
affettuose potrebbero razionalizzare e qualche volta lenire. Lo psicologo
Xavier Amador, che ha trattato cinque casi di madri ospedalizzate dopo aver
ucciso i loro figli in conseguenza della loro psicosi, ha affermato che in
tre casi il trattamento farmacologico ebbe successo ma che nessuna di
queste storie ha avuto un lieto fine. "Non appena le donne acquistavano
coscienza di sé, esse erano devastate e si presentavano per noi una serie
di nuovi problemi: sindrome post traumatica, depressione, tentativi di
suicidio. Le due che non riuscimmo a recuperare non si resero mai ben conto
di che cosa era avvenuto."
   Andrea Pia Yates ancor prima dell'arresto stava scivolando in un baratro
senza fondo. Il Texas spietato ed ottuso ha fatto 'giustizia' relegandola
nel terribile sistema carcerario della stato fino all'età minima di 77
anni, invece di accoglierla in un ambiente protettivo in cui potesse essere
curata nei limiti del possibile. Questa è l'attuale civiltà del Texas.
   N. B. per conoscere la famiglia Yates ci si può collegare al sito
http://www.yateskids.org


9) SAFIYA SI SALVA MA L'USO DELLA LAPIDAZIONE PERSISTE

Il 25 marzo, al momento della sentenza assolutoria la gioia di Safiya -
che, con la piccola Adama in braccio, subiva frastornata l'assalto dei
media - è stata grande. Il dolce sorriso della sua bocca sdentata si è
irradiato attraverso le TV su tutti coloro che le hanno mostrato solidarietà.
   Il Presidente della federazione nigeriana Olosegun Obasanjo ha salutato
con grande soddisfazione il verdetto della Corte d'Appello islamica di
Sokoto di assolvere Safiya Hussaini dall'accusa di adulterio e di annullare
la pena di morte per lapidazione che era stata pronunciata il  9 ottobre
contro di lei: "Ringrazio Dio e tutti coloro che hanno lavorato duro per
salvare la vita di Safiya". Obasanjo ha poi spiegato che gli occhi del
mondo erano puntati sulla Nigeria del momento in cui divenne noto il caso.
   Tutti i leader politici che egli ha incontrato nell'ultimo mese hanno
voluto discutere con preoccupazione della condanna di Safiya. "In qualsiasi
parte del mondo mi recassi non avevo pace. - ha detto Olosegun Obasanjo -
Nella mia visita in Messico, la prima persona che chiese di vedermi fu il
Capo del Governo spagnolo. Andai da lui con tutto il seguito ed egli mi
pose la questione di Safiya. Il secondo leader che incontrai fu il
Presidente della Norvegia poi il Presidente dell'Unione Europea: tutti
quanti volevano parlare di Safiya."
   La mobilitazione in favore di Safiya Husseini (della quale sollevammo
per primi il caso in Italia a fine ottobre) è stata veramente incredibile:
una delle più vaste di tutti i tempi contro una condanna a morte. Solo
dall'Italia si stima siano state inviate alle autorità nigeriane petizioni
in favore di Safiya corredate da circa 500 mila firme. Si sono mossi per
Safiya non solo i settori più attenti ai diritti umani e quelli
progressisti ma anche forze conservatrici di solito inclini ad una
giustizia dura e inflessibile. Si sono mossi paesi abolizionisti e paesi
che mantengono la pena di morte.
   Le ragioni della straordinaria mobilitazione per Safiya Hussaini sono
molteplici e complesse e certamente anche il delicato rapporto instauratosi
durante la "guerra al terrorismo" tra il mondo cristiano e quello musulmano
ha avuto la sua parte. Non si capisce sennò perché le notizie
raccapriccianti di lapidazioni per adulterio, sodomia ecc. avvenute in
diversi stati islamici negli anni scorsi siano state relegate in brevissime
note di agenzia notate solo da Amnesty International e non abbiano prodotto
quasi nessuna protesta.
   Forte del sostegno internazionale, il Governo centrale della Nigeria ha
potuto rivolgere un forte richiamo agli stati islamici del Nord che hanno
imposto la legge della Sharia. Il nuovo Ministro della Giustizia Godwin
Agabi ha inviato un messaggio a tutti gli stati federati per condannare gli
eccessi incostituzionali dei tribunali islamici ricordando che il suo
ufficio veniva "inondato quotidianamente da centinaia di lettere di
protesta  provenienti da tutto il mondo" e concludendo che "In quanto
rispettato membro della comunità internazionale la Nigeria non può rimanere
indifferente a tali proteste."
   Il braccio di ferro tra il Governo centrale nigeriano e gli stati del
Nord sulla questione penale è tuttavia destinato a continuare come parte di
un gravissimo conflitto interno tra la popolazione islamica e quella
cristiana e animista del più grande paese africano. Tanto è vero che,
nello stesso giorno del proscioglimento di Safiya nello stato del Sokoto,
si è appreso di un'altra condanna alla lapidazione per adulterio
pronunciata in uno stato vicino. E' assai probabile che un tale tipo di
sentenza si ripeta a breve in uno dei 12 stati che implementano la Sharia.
   In diversi paesi islamici continueranno a verificarsi lapidazioni come
in passato e su questi paesi dovrà continuare la pressione del movimento
abolizionista. E' del 29 marzo una dichiarazione del Ministro della
Giustizia del Sudan Mohamed Osman Yassin che riafferma l'intenzione del suo
paese di continuare ad applicare le punizioni islamiche quali la
lapidazione e la fustigazione, pur vigilando per evitare eccessi come, ad
esempio, la pena di morte per i minorenni, per gli anziani e per le donne
incinte. Yassin ha parlato dopo la revoca della condanna a morte per
lapidazione di Abok Alfa Akok, una ragazza incinta accusata di adulterio in
favore della quale si era mobilitato il mondo cattolico a cominciare dalla
Comunità di Sant'Egidio e dalla Radio Vaticana.


10) A TORINO ALTRI GIOVANISSIMI DISCUTONO SULLA PENA DI MORTE

Il "Gruppo Torino" ha effettuato il 13 marzo un intervento di
sensibilizzazione sulla pena di morte presso la classe terza della Scuola
Media "Madre Cabrini".
   Le modalità operative sono state le medesime adottate a febbraio nella
scuola Pier Lombardo di Novara. I ragazzi hanno visto il film "Difesa  a
oltranza" e hanno ascoltato le lettere di due condannati a morte. Qualche
giorno dopo hanno partecipato con attenzione ed interesse alla conferenza
tenuta da Irene e da me, con tutti gli esempi e i discorsi introduttivi. La
"visita" alla cella nel braccio della morte ha suscitato commenti di
compassione e di meraviglia. Anche la descrizione della giornata tipo nel
braccio della morte, ha stupito molto per la bizzarra crudeltà degli orari:
l'idea che i detenuti debbano fare colazione alle 3 del mattino, pranzare
alle 9,30 e cenare alle 16 ha lasciato senza parole i ragazzi.
   Il dibattito che si è svolto subito dopo i nostri discorsi è stato
vivacissimo: la maggior parte dei ragazzi ha fatto più di un intervento e
le obiezioni sono state svariate. Alcune domande sono state dirette a
conoscere dettagli dei metodi di esecuzione (un ragazzo ci ha chiesto se
viene ancora usato l'impalamento). Come ha sottolineato la professoressa
Serra, che ha assistito a tutto il dibattito (era stata lei a preparare i
ragazzi all'incontro), molti giovanissimi hanno il desiderio di conoscere
particolari macabri. A parte questo tipo di domande, però, abbiamo notato
che in prevalenza i ragazzi erano sinceramente contrari alla pena di morte,
e inorriditi dall'evidente ingiustizia della sua applicazione. Ci sono
stati molti interventi davvero profondi. Alcuni ragazzi  hanno discusso
lungamente sulla "giustizia" dell'ergastolo senza possibilità di  uscita
sulla parola. Una parte di loro sosteneva che un assassino non ha più il
diritto di uscire di prigione in alcun caso, altri puntavano sulla
possibilità per ogni uomo di riabilitarsi e di cambiare. I giovani all'età
dei nostri ascoltatori tendono ad essere assoluti: per loro una cosa o è
giusta o è sbagliata, una persona è buona o è cattiva. La prof. Serra  è
nuovamente intervenuta per far riflettere sulla necessità di accettare le
sfumature e di non essere mai troppo recisi: ogni caso umano è un caso a
sé, non si deve generalizzare il discorso neppure per quanto riguarda la
condanna all'ergastolo. Nel film era evidenziato, quale circostanza
attenuante, il fatto che Cindy (la condannata) aveva assunto droghe pesanti
prima del delitto e questo le aveva impedito di capire bene ciò che stava
facendo. Una ragazza ha detto però che anche usare la droga era stata una
sua scelta e che pertanto Cindy era da considerarsi comunque responsabile.
   A quel punto Irene ha narrato la storia di Joe Cannon, sottolineando
come sia difficile per una persona cresciuta in un ambiente degradato e
avvezzata all'uso di droghe già dai familiari, capire quanto sia sbagliato
drogarsi e riuscire a "scegliere" di non farlo.
   Sono davvero soddisfatta del lavoro nelle scuole che abbiamo cominciato.
Ritengo che molti dei giovani partecipanti  abbiano mutato il loro punto di
vista sulla pena di morte, avendo avuto per la prima volta la possibilità
di analizzare i risvolti di un problema spesso citato ma quasi mai
approfondito. (Grazia)


11) RICHIESTA DI CORRISPONDENZA

Due o tre anni orsono una signora chiese al mondo abolizionista se c'era
qualcuno in grado di costruire un sito Web per Frank Lynch, condannato a
morte in California. La accontentò Sabine Hauer un'abolizionista texana,
vedi  http://www.deathrow.at/franklynch/home.html
Sembrava che la signora richiedente fosse tutta intenta scrivere a Lynch e
a sostenerlo. Qualche settimana fa Frank Lynch è riuscito a contattare
Sabine Hauer e le ha chiesto di aiutarlo a trovare qualcuno che gli
scrivesse e lo aiutasse dal momento che non c'era nessuno che si
incaricasse di lui. Sabine rilanciando la richiesta di Frank si augura che
questo condannato a morte possa trovare qualche buon amico.
   "Oltre a corrispondere con te - scrive Frank nel suo sito - i miei
interessi sono: spiritualità, economia, matematica, informatica, con la
voglia di imparare sempre più in modo che dopo la mia liberazione io possa
dare un grande contributo alla società."
   Scrivete a: Mr.Franklin Lynch - P.O.Box H-34201- San Quentin,CA94964-USA


12) RIUNIONE  DEL  CONSIGLIO  DIRETTIVO DEI GIORNI 25-26 MARZO 2002

Ritenendo che possa interessare numerosi soci, riportiamo una sintesi del
Verbale della recente riunione del Consiglio direttivo della nostra
associazione tenutasi per via telematica. Nel corso della riunione è stato
fatto il punto sullo stato di salute del Comitato e si sono fomulate alcune
proposte da sottoporre all'Assemblea dei Soci del 5 maggio p. v.

(...) Risultano collegati nel corso della riunione i consiglieri: Simonetta
Abenda, Roberta Aiello, Paolo Cifariello, Loredana Giannini, Maria Grazia
Guaschino, Giuseppe Lodoli; partecipa ai lavori senza diritto di voto la
socia Irene D'Amico. Presiede Loredana Giannini, funge da segretaria Maria
Grazia Guaschino. L'ordine del giorno è il seguente: 1) Verifica sulla
attuale situazione del Comitato, 2) attività svolte durante l'ultimo anno,
3) rinnovo del C.D., 4) iniziative e proposte (...), 5) varie ed eventuali.
Nel corso della riunione ogni partecipante invia circa cinque messaggi
e-mail indirizzati a tutti gli altri, in cui si tiene anche conto dei
contributi forniti da ciascuno durante una 'prova' di collegamento svoltasi
il 18 marzo 2002 e nel corso della settimana 18-25 marzo 2002. Sul punto 1)
all'o.d.g. Lodoli osserva preliminarmente: "Mi sembra che ci siano elementi
oggettivi per poter affermare che il Comitato in questo momento si trovi
relativamente in buona salute, con un ottimo livello di efficienza
(comparabile con quello dei migliori momenti del passato, sia
quantitativamente e, soprattutto, qualitativamente). Inoltre, e questo è
molto importante, viene riconosciuta (...) una grande serietà e una grande
autorevolezza alla nostra associazione." Una valutazione dello stato di
salute del Comitato si può fare esaminando ciò che esso ha realizzato di
recente e così nella trattazione del punto 1) si inserisce quella del punto
2): La relazione di Giannini, Guaschino, Lodoli, Cifariello sulle attività
svolte nell'ultimo anno riguarda in particolare: A) l'Attività telematica:
(...) le nostre Caselle e-mail ricevono ogni giorno almeno 50 messaggi da
tutto il mondo e svolgono un ottimo e apprezzato servizio di
smistamento/traduzione delle informazioni; B) la Documentazione: siamo al
corrente dei Libri sulla pena di morte che escono negli Stati Uniti e
compriamo le opere più importanti e significative; abbiamo acquisito
nell'ultimo anno Film  o Video sulla pena di morte utili per dibattiti
ecc.; (...)  C) le Pubblicazioni: nell'ultimo anno è stato praticamente
completato dal Comitato il libro su Gary Graham, opera difficile e
importante; si tratta del più grosso e corale lavoro editoriale del
Comitato; è stata pubblicata una nuova edizione dell'Opuscolo del Comitato
Paul Rougeau, di cui sono state distribuite 140 copie nell'ultimo anno; il
Bollettino mensile esce regolarmente con 12-14 pagine ricche di
informazioni e di commenti - ricavati da oltre cento pezzi, provenienti dai
media e da circa 300 pagine stampate da Internet; D) la Produzione di
Materiale propagandistico: sono stati prodotti 700 adesivi e 50 magliette
serigrafate; E) la Propaganda Abolizionista: soci del Comitato hanno
partecipato nell'ultimo anno ad almeno 25 eventi di portata piccola o
grande di carattere abolizionista (nelle scuole, negli edifici pubblici,
nei teatri, nelle strade); il Comitato ha partecipato con il proprio
striscione alla importante manifestazione del 2 luglio 2001 davanti
all'Ambasciata Americana a Roma; un esponente del Comitato - anche per
indicazione di Amnesty - è stato ricevuto il giorno dopo dall'Ambasciata
per un lungo confronto, approfondito e costruttivo, degli abolizionisti
italiani con il Ministro plenipotenziario americano per gli Affari
politici; F) il Sostegno e le Rimesse di denaro ai detenuti: è stato dato
un forte sostegno indiretto ai detenuti, procurando loro dei pen pal e
sostenendo questi ultimi con informazioni e consigli (...) sono continuate
le rimesse di denaro ai detenuti per conto dei rispettivi
sostenitori/comitati anche se in quantità nettamente inferiore agli anni
precedenti; G) il Tour di Dale Recinella: l'organizzazione e l'onere del
tour in Italia (19-31 gennaio 2002) di Dale Recinella sono stati sostenuti
in prevalenza dal Comitato (oltre che dallo stesso Dale); Dale ha fatto
dieci conferenze in Italia, per un pubblico complessivo di 800 persone,
ottenendo ovunque un grande successo e dando un non trascurabile supporto
alla causa abolizionista nel nostro paese; gli interventi di Dale hanno
causato l'inizio di una corrispondenza con alcuni condannati a morte e
l'attivazione di persone e gruppi in attività abolizioniste; H) il Supporto
a/la collaborazione con altre organizzazioni: vi è stata una ricorrente
collaborazione con la Sezione Italiana di Amnesty International per aiutare
persone che desideravano corrispondere con/aiutare detenuti del braccio
della morte;  ottima la collaborazione con l'associazione Medici Contro la
Tortura; I) la Consistenza della base associativa: il numero dei Soci è
attualmente di 215, circa la metà di questi deve ancora pagare la quota
annuale,  Loredana Giannini sta selezionando i nominativi da sollecitare
(...) Passando al punto 4) i consiglieri Abenda e Cifariello e la socia
D'Amico, pongono, con varie accentuazioni, la necessità di verificare lo
scopo associativo anche per valutare l'opportunità di mantenere in vita
un'organizzazione come la nostra nel quadro delle associazioni
abolizioniste. Giannini, Guaschino, Lodoli ricordano l'impegnativo lavoro
di ridefinizione dello scopo del Comitato svoltosi un anno fa, lavoro che
ha portato anche a modifiche statutarie, sottolineando come le nuove linee
adottate si siano dimostrate feconde. Si prospetta l'opportunità di
stabilire nell'immediato futuro una corrispondenza diretta del Comitato con
un condannato a morte. I consiglieri Aiello, Cifariello, Giannini,
Guaschino, Lodoli concordano infine che vi siano motivi sufficienti per
proseguire nelle attività del Comitato così come ridefinite nel 2001,
purché si accentui il peso di attività per esso peculiari (come ad esempio
l'appoggio ai corrispondenti con i condannati a morte). Vengono fatte
numerose proposte di prosecuzione e di incremento delle attività in corso
(...) - attività da proporre all'Assemblea ordinaria del 5 maggio p. v. -
(...): a) raccolta fondi (occorrerebbe trovare un coordinatore di questa
attività), b) trasmissione di fondi ai detenuti (ma con un ritmo
sensibilmente ridotto rispetto al passato), c) sito Web, d) acquisizione di
libri sulla pena di morte e di altra documentazione (attività da
formalizzare e porre a carico del fondo comune), e) produzione,
conservazione e smistamento di materiale propagandistico per manifestazioni
esterne, f) elaborazione di linee guida per interventi abolizionisti nelle
scuole, g) rendere accessibile 'agli addetti ai lavori in senso lato' la
bozza del libro su Gary Graham (...) in modo da poter raccogliere su di
esso commenti, integrazioni, correzioni, critiche ecc. (...) g)
corrispondenza del Comitato con un detenuto capace di far sentire la 'voce
del braccio delle morte', h) appoggiare le attività esterne attualmente in
fase di programmazione ad Udine, Firenze, San Vito di Cadore e
Cortina.(...) Si affronta il punto 3) all'o.d.g. tenendo conto che le
consigliere Abenda e Aiello (Vice presidente) si presentano dimissionarie e
che il consigliere tesoriere Cifariello pone seri dubbi sulla sua
possibilità futura di continuare a svolgere il ruolo fino ad ora svolto.
(...)  Paolo Cifariello accetta di rimanere nel C. D. in qualità di
tesoriere, con l'intesa che i suoi compiti saranno limitati alla gestione
dei conti del Comitato, togliendogli quindi l'incarico di effettuare
bonifici all'estero per conto di soci e corrispondenti di detenuti. (...).
Guaschino propone (...) di inserire [nel C.D.] la socia Anna Maria
Esposito, che fa parte del gruppo di Torino e risiede a Novara. Anna Maria
è una socia molto attiva iscrittasi da circa due anni. (...) Giuseppe
Lodoli, dato l'eccessivo prolungarsi dei lavori, chiede di votare la nomina
di un nuovo C.D. di dimensioni minimali da porre in carica fino alla sua
ratifica ed integrazione da parte dell'Assemblea dei Soci. (...). La
proposta di Lodoli sulla composizione del nuovo C.D. è la seguente:
Loredana Giannini (Presidente), Giuseppe Lodoli, Paolo Cifariello
(Tesoriere), Maria Grazia Guaschino (Vice presidente), Anna Maria Esposito
Tarallo. La proposta di Lodoli (...) risulta approvata con 5 voti
favorevoli ed una astensione. I lavori si concludono alle ore 22 del 26
marzo 2002. (...)


13) NOTIZIARIO

Indiana. Proibita la pena di morte per i minorenni.  In Italia l'inizio del
movimento popolare per l'abolizione delle pena di morte data dal 1986, anno
in cui si registrò una vastissima mobilitazione per salvare dalla sedia
elettrica dell'Indiana la quindicenne di colore Paula Cooper. Uno degli
effetti immediati della campagna in favore della Cooper fu il cosiddetto
"Paula Cooper bill", una legge dell'Indiana che elevava a sedici anni l'età
minima per essere condannati alla pena capitale. Si può dire che il cammino
iniziato allora si sia concluso il 26 marzo scorso con la firma da parte
dell'attuale Governatore dell'Indiana Frank O'Bannon della legge che eleva
a 18 anni l'età minima per essere perseguiti per delitto capitale.

Louisiana. Possibile pena capitale per un delitto non di sangue. Il 23
marzo è stato reso noto l'arresto in Louisiana, senza facoltà di rilascio
su cauzione, di una danna - il cui nome non è stato rivelato - accusata di
aver avuto rapporti sessuali con il figlio di sette anni. La pena
obbligatoria per la violenza carnale aggravata è l'ergastolo senza
possibilità di uscita sulla parola ma è stato specificato che in questo
caso l'accusa  può chiedere la pena di morte dato che la vittima ha meno di
12 anni.

Texas. Sta per cominciare il terzo processo capitale per Johnny Penry. Come
abbiamo ricordato più volte, il caso di Johnny Penry è uno di quelli
ritenuti cruciali nella battaglia per ottenere la proibizione della pena di
morte per i ritardati mentali. Dopo l'annullamento di due processi, in
ragione del fatto che le giurie non furono adeguatamente messe al corrente
delle attenuanti prima di emettere la sentenza di morte, sta per finire la
parte preliminare del terzo processo intentato contro Penry. All'inizio di
aprile si comincerà con la valutazione della capacità attuale dell'accusato
di partecipare ad un procedimento penale. Si è raggiunto un accordo per
spostare il processo nella contea di Montgomery, dalla contea di Polk in
cui si svolsero i primi due processi. Articolati e complessi argomenti sono
stati preparati da parte sia dell'accusa che della difesa. Numerosi
avvocati difensori si scontreranno con i molti avvocati dell'accusa.
Insolitamente lunga è la lista degli esperti, solo per l'accusa sono
quattro gli esperti che si preparano a testimoniare. "Penry deve essere
ucciso", lo ha giurato l'aristocrazia conservatrice del Texas. Il 16
novembre 2000 fu sospesa la sua esecuzione per la quarta volta,
insperatamente e a meno di tre ore dal momento fissato.

Usa. Il nuovo studio sulla deterrenza è una bufala. Abbiamo dato notizia
nel numero scorso di uno studio condotto presso l'Università del Colorado
che avrebbe dimostrato il potere deterrente della pena di morte nei
riguardi dei potenziali omicidi. Ebbene l'esperto Mike Radelet che si era
incaricato di controllare la validità di questo studio ha rinunciato in
partenza a farlo dato che l'autore della ricerca, dopo aver mostrato una
totale ignoranza dei concetti tecnico-giuridici riguardanti i procedimenti
per reati capitali, ha rifiutato di fornire i dati in suo possesso per
consentirne una loro verifica indipendente (procedimento del tutto normale
nel mondo scientifico).



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Questo numero è stato chiuso il 31 marzo 2002